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	<title>I migliori vini della nostra vita &#187; lucianodilello</title>
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		<title>Neostòs Rosso, ultima grazia</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Sep 2024 16:57:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[I migliori assaggi]]></category>
		<category><![CDATA[Novità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Neostòs Rosso, ultima grazia Luciano Di Lello Neostòs Rosso 2011 &#8211; ? Neostòs Rosso 2012 &#8211; 88 Neostòs Rosso 2013 &#8211; 95 Neostòs Rosso 2014 &#8211; 91 Neostos Rosso 2015 &#8211; 96 Neostòs Rosso 2016 &#8211; 95 Neostòs Rosso 2017 &#8211; 96 Neostòs Rosso 2018 &#8211; 93 Neostòs Rosso 2019 &#8211; 95-96 Neostòs Rosso 2020...
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><b>Neostòs Rosso, ultima grazia</b></p>
<p style="text-align: center;"><b>Luciano Di Lello</b></p>
<p style="text-align: center;"><strong><strong><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2024/09/2717d1c9-5a0b-4cb1-ae8b-f1770d0e0ea4.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-506" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2024/09/2717d1c9-5a0b-4cb1-ae8b-f1770d0e0ea4.jpg" alt="2717d1c9-5a0b-4cb1-ae8b-f1770d0e0ea4" width="1977" height="1247" /></a></strong></strong></p>
<p style="text-align: left;">
<p><strong>Neostòs Rosso 2011 &#8211; ?</strong><br />
<strong>Neostòs Rosso 2012 &#8211; 88</strong><br />
<strong>Neostòs Rosso 2013 &#8211; 95</strong><br />
<strong>Neostòs Rosso 2014 &#8211; 91</strong><br />
<strong>Neostos Rosso 2015 &#8211; 96</strong><br />
<strong>Neostòs Rosso 2016 &#8211; 95</strong><br />
<strong>Neostòs Rosso 2017 &#8211; 96</strong><br />
<strong>Neostòs Rosso 2018 &#8211; 93</strong><br />
<strong>Neostòs Rosso 2019 &#8211; 95-96</strong><br />
<strong>Neostòs Rosso 2020 &#8211; 90?</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Credo che il mio percorso nel mondo del vino italiano, iniziato nei primissimi anni Settanta, sia stato costellato di esperienze superbe. Prime folgorazioni sul Sassicaia ’68, su un Brunello Biondi Santi Riserva ’64. Ricordo il Barolo Brunate di Cogno-Marcarini, poi il Pira, targati entrambi ’67 e ’70, il Barbaresco del Parroco di Neive Riserva Basarin ’71. E infine, non ultimo, perché esisteva anche allora il senso di un grande vino nazionalpopolare, pieno di impeto e di ancestralità, il meraviglioso Chianti La Querce Riserva 1970, con 2 grossi cartoni dei quali, acquistati in una domenica di pellegrinaggio sacrale presso questa fattoria dell’Impruneta, sopravvissi per almeno un quinquennio nel pieno degli anni di piombo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Girando i territori della penisola, mi ha guidato soprattutto la curiosità per il nuovo e l’inatteso. Cercavo un vino che esprimesse un inedito in bontà e sapore, una luce originale ed intima, oltre lo scontato, il già visto e sentito. In questo senso ho avvertito la crescita del vino italiano in tutti i decenni successivi, con il suo testimone di bellezza che passava continuamente di territorio in territorio, di vigna in vigna. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Era difficile essere un assaggiatore fedele. Un vino mi conquistava, ma nelle migliaia di assaggi di ogni nuova stagione ne scoprivo altri con colori e spazi mai visti, con un’espressività ulteriore, un guizzo non avvertito prima. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Così fino all’inizio del nuovo millennio continuavano ad esplodere infinite etichette di punta, mentre altre già note magari si appannavano, lasciando intravedere come il genio del vino fosse pronto a sorprenderti, ma anche a fuggire altrove, se il vignaiolo si appagava, se non continuava, con lo stesso rigore e capacità, a voler toccare il limite e magari superarlo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per decenni dunque centinaia di etichette mi hanno stupito, prima di iniziare ad avvertire come via via qualcosa cominciasse però ad incrinarsi in queste ultime stagioni, come spesso in tanti vini importanti mancasse quella consueta felicità espressiva, quell’armonia di forme e volumi che prima era tesa in alto ed ora man mano si abbassava progressivamente, con vini (nei migliori dei casi) pronti prima e meno intensi, meno ricchi, meno fervidi, meno lucidi e emozionanti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Mi sono reso sempre più conto di quanto il problema terribile e complicato fosse nella mutazione climatica che via via imperversava, dentro il caldo inesorabile delle ultime estati, dentro le siccità diffuse e implacabili lungo tutta la penisola e nella sofferenza così delle vigne, nello strazio e nell’inaridimento in taluni casi di piante sempre più fuori registro, che non riuscivano ormai a nutrire i frutti in modo omogeneo e continuo, offrendo di conseguenza uve sofferenti, in cui si bruciano gli aromi, le acidità, con acini squilibrati, poveri di bontà, di bellezza, come lo saranno poi inevitabilmente i vini.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un dramma che rimette tutto in discussione, vigne, alture, varietà, siti, sistemi di impianto e di potatura, esistenza stessa di molti vigneti. E’ un tema nevralgico che andrà affrontato, approfondito, sviscerato direi, per le infinite implicazioni socioculturali, economiche e affettive che comporta. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma ora mi fermo, perché la ragione di questo articolo è fortunatamente un’altra, di sicuro non tragica. E, visto che per motivi anagrafici è anche uno dei miei ultimissimi lavori, mi sono così posto il tema di raccontare il vino rosso che negli ultimi dieci anni più mi abbia convinto, spiazzato, soddisfatto, colpito. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non si tratta di un vino famoso, ne’ con quotazioni da capogiro, semplicemente perché sconosciuto ai piccoli guru del nostro ed altrui giornalismo, mai dunque entrato nei circuiti, per certi aspetti quasi un inedito.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Parlo del Neostòs Rosso, nato nella vendemmia 2011 e via via assestatosi su una produzione intorno alle 4.500 bottiglie l’anno. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La sua composizione vede un 60% di Merlot da una vigna a 400 metri di altitudine sul versante del Pollino e il restante 40% da Greco Nero e Guarnaccia Nera coltivati a 250 metri di altitudine sul versante tirrenico del nord cosentino. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ho assaggiato questo rosso per la prima volta appunto 10 anni fa e anche con qualche diffidenza, dovuta al fatto che si dichiarava vino naturale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Confesso di aver sofferto negli anni scorsi di una certa idiosincrasia verso questi termini, che portavano più o meno sotterraneamente a lasciar intendere come tutti gli altri vini fossero di fatto innaturali. Ma oramai i quesiti cosmici non mi interessano più di tanto, visto che tra poco conoscerò tutto (oppure il nulla eterno forse, ma non me ne accorgerò e dunque …). </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Vengo al concreto così. Perché questo rosso mi ha colpito subito, anche se le prime due annate, la 2011 e la 2012, nelle loro imprecisioni indicavano la necessità di una migliore messa a punto. Di certo ne ero rimasto però incuriosito. Il Neostòs esprimeva una forte diversità (aromatica, strutturale, connotativa) da tutti gli altri vini. E avvertivo inoltre dentro di lui estremi opposti che in qualche modo si integravano e si arricchivano. C’era qualcosa di atavico, ma anche di nuovo, c’era del misterioso e nello stesso tempo il vino appariva aperto, ridondante.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Poi finalmente la versione 2013, assaggiata due anni dopo la sua vendemmia, inviatami appena messa in bottiglia, era riuscita a conquistarmi in modo definitivo. Questo grande rosso aveva preso finalmente forma, identità. Il disegno era inciso, di personalità forte e con una originalità di aromi e fattezze che mi apparivano bellissime e ancora una volta per certi aspetti inedite, ignote. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da lì per ogni annata fino all’arrivo della 2019 l’assaggio si è trasformato davvero in una festa e in una magia. Sentivo al primo approccio un vino di rara autenticità e diverso da ogni altro, popolare nei tratti, nei canoni, con qualche piccola imprecisione tecnica all’approccio, che si disperdeva però (come racconterò) quanto più il vino si ossigenava nel bicchiere. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Assaggiandolo mi sembrava di recuperare qualcosa del nostro passato, che si era andato disperdendo nei meandri omogeneizzanti delle tante e sicuramente importanti migliorie tecniche della nostra enologia. Il Neostòs era un’interpretazione particolarissima del vino, concentrato, se vogliamo, con qualche tono rustico, ma mirabilmente denso e nello stesso tempo pieno di una potente, fresca originalità aromatica, che (come avrei via via scoperto nel tempo) si sarebbe evoluta meravigliosamente e con estrema, pacata lentezza negli anni, fino ad una complessità sempre più alta. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il suo colore era impenetrabile, il naso presentava un’entusiasmante corolla di frutti rossi attraversata da sottobosco, garrigue, accenno di inchiostri e piante officinali che sempre più nel tempo di bottiglia sarebbero diventati goudron sontuosi di spezie dolcissime. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come più il vino respirava per ore poi, disperdendo quei veli di riduzione, i suoi caratteri varietali iniziavano a sfoderare ventagli più importanti, ma sempre con il segno distintivo di un’approcciabilità straordinaria. Perché (e questo è il punto ed il pregio) al gusto il Neostòs era davvero travolgente, con una bocca dalla ricchezza completa, di una bontà opulenta, dolce, accattivante, vorrei quasi dire consolatoria, lenitiva di tutti i casini che ci trasciniamo dietro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Credo che la forza unica di questo vino sia proprio nell’aprirsi ad una godibilità assoluta, come non mi è mai capitato di provare. E con una sorta di immediatezza trascinante, una facilità di intesa, di confidenza popolare che mi ha fatto ogni volta pensare a qualcosa che dovevo conoscere da molto tempo, che avevo nell’intimo ed ora ritrovavo. Erano profumi e sapori confitti nella memoria, nella storia contadina della vite e della sua essenza mediterranea. E in questo senso quello che avevo davanti era un meraviglioso rosso del nostro sud, ma con tutti i benefici impagabili della collina e della ventilazione leggera, costante, rinfrescata di sane correnti che si sollevano dal mare, che è lì sotto e lungo tutto l’orizzonte.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Aggiungo inoltre come l’apporto del Merlot mi sia sempre apparso fondamentale in questo vino. Avendolo poi assaggiato in purezza negli anni successivi, prima del taglio con il Greco nero e la Guarnaccia, posso dire che non sto parlando di un Merlot con una particolare distinzione varietale (e comunque il Merlot è il meno aromatico  dei vitigni bordolesi). Non è dunque un rosso invasivo e marcante negli aromi, ma possiede volumetrie poderose e vellutate, con una polpa cremosa intrisa di mineralità e frutti, che attinge linfe da questi particolari suoli e li trasforma in coni di dolcezza, in tannini nobili, vibranti e gioiosi. E’ nei fatti un meraviglioso contenitore di sapori che accoglie l’apporto aromatico e speziato più austero degli altri due vitigni con una naturalezza ed una sintonia stupefacente. E ne dilata in questa unione tutta la loro dimensione aromatica, ne moltiplica la carnosità, la bellezza setosa, il respiro. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In qualche misura questo Merlot è come una storia ricca, bella, non autosufficiente però, ma che lega poi meravigliosamente con le altre due, dilatando quei loro confini ed assieme anche i propri, raggiungendo nuovi e più vasti respiri aromatici, come prendendo in questo intreccio tutte le suggestioni ed il peso di un romanzo assoluto, finalmente con una varietà, una ricchezza, una complessità di rimandi e suggestioni, una gioia e un incanto che i singoli vitigni e le loro storie non riescono ad esprimere da soli.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nell’assaggio del vino ormai compiuto, fuso, ho avuto ogni volta l’impressione di una compagnia familiare. Il Neostòs non è un rosso laconico o che se la tira. Non è snob, cerebrale, severo, intellettualoide, supertannico e astringente. Questo vino mi è apparso ogni volta pronto, generoso, fedele, leale. Mi era accanto e apriva il mondo, le idee. In questo senso è stato sicuramente il rosso che più ho amato e goduto in questo ultimo decennio. E di certo è un’esperienza che mi sento di consigliare a tutti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma, proprio per poterla vivere al meglio, occorre capire il tragitto di cantina di questi vini naturali. Come il non uso di prodotti chimici obblighi sempre a limitare al massimo il contatto del vino con l’aria, che porterebbe inevitabilmente ad ossidazioni nocive e non desiderate. Il Neostòs così nei quasi due anni che trascorre prima dell’imbottigliamento (circa 10 mesi sono nel legno) non viene sottoposto a più di due travasi (massimo tre in particolari, rare circostanze). Vino che resta dunque sempre chiuso, coperto, oserei dire bendato. E a cui si aggiungerà in seguito anche il sigillo degli anni di bottiglia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Proprio per questo, una volta tolto il tappo e aperto il vino, il Neostòs ha la necessità assoluta di respirare molto. A lungo e a fondo. Deve recuperare luce ed aria, per far sparire i veli che lo hanno tenuto serrato e protetto, direi quasi ibernato, per tutto il tempo precedente. Il Neostòs di fatto solo in questo momento appare al mondo. Così nasce e comincia a crescere, a prendere forma, mutando prepotentemente nel bicchiere. E, a contatto dell’ossigeno, inizia man mano ad offrire tutto il meglio del suo repertorio olfattivo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lungo questo decennio mi sono reso conto, e quasi a caso inizialmente, come il Neostòs che assaggiavo il giorno dopo l’apertura (se e quando il vino avanzava) fosse decisamente superiore, più vasto, conturbante, libero e nitido, rispetto al primo colpo di olfatto che mi aveva offerto appena versato nel bicchiere. Da lì ho iniziato a prolungare l’assaggio di questo vino su più giorni per capirne le evoluzioni, le crescite, le variazioni, le dinamiche interne.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma al tempo stesso mi rendo conto di quanto in un consumo comune sarebbe assai difficile e complicato, se non impraticabile nei fatti, aprire una bottiglia il giorno prima, per lasciarla arieggiare. Nella fruizione del vino penso poi che bisogna sempre essere estremamente pratici e realisti, trovare delle soluzioni semplici che rendano possibile godersi il Neostòs al suo meglio, pure senza un lungo preavviso. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ho sperimentato così che in un caso non programmato, una voglia, una cena, un invito improvviso, si possa godere il meglio di questo particolare rosso, aprendolo e versandolo in un vetro dall’ampia superficie di apertura (una caraffa per l’acqua, ad esempio, potrebbe andare benissimo. Non sarà forse il massimo dell’estetica, ma funziona) e che ci possa essere a quel punto un’ossigenazione ricca, tumultuosa, lasciando che il vino respiri magari 1-2 ore, se c’è tempo. Il suo mondo aromatico crescerà così esponenzialmente. Ed è anche questo il mistero ed il fascino del Neostòs.</span></p>
<p><strong><strong><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2024/09/HPIM1446.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-512" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2024/09/HPIM1446.jpg" alt="HPIM1446" width="1024" height="768" /></a> </strong></strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Venendo alla storia di questo articolo, ho dunque immaginato di riassaggiare in ordine cronologico tutte le annate prodotte ed uscite in commercio finora. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un ultimo regalo e forse un addio alla professione in questa lunga, lenta verticale, che mi ha fatto ripercorrere l’intero decennio. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nell’assaggio mi è venuto più volte da pensare come nel nostro paese esista la bellezza, lo stupore dentro tantissimi luoghi estremamente famosi, con architetture, opere ammirate, persone, paesaggi, colori, musiche e, perché no, anche vini. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma contemporaneamente mi chiedo quante altre meraviglie costellino i nostri territori ed esistano, siano vere e vivano, magari altrettanto importanti e sorprendenti, eppure nello stesso tempo completamente sconosciute ai più, nascoste e lontane come sono dai circuiti, dalla fortuna, dagli occhi e che rischiano seriamente il dimenticatoio della storia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Probabilmente è sempre stato così. Quello che emerge nelle varie epoche è soltanto un picco d’iceberg, baciato dalla fama, dalla sorte. Il resto capita che passi del tutto inosservato e totalmente nascosto, invisibile, come per buona parte dell’umanità, anche se possiede una bellezza, una bontà e una grazia altrettanto rara e grande.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tornando al tema, sono convinto che il Neostòs Rosso sia uno dei più buoni, autentici ed integri rossi italiani del nuovo millennio. E (detto solo per inciso) anche lui d’ora in poi, come per tutti gli altri nostri vini, dovrà comunque misurarsi con le asperità molto ardue dei nuovi mutamenti climatici.</span></p>
<p><strong><strong><br />
<a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2024/09/20201112_112129.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-507" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2024/09/20201112_112129.jpg" alt="20201112_112129" width="4128" height="2322" /></a></strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Neostòs Rosso 2011                                                                   ?</b></p>
<p>Ovvero la sensazione di volatile. Giacomo Tachis mi diceva “Ma la volatile è anche la gran cocchiera dei profumi”. Insomma, entro certi limiti non è poi così grave. E sarà sicuramente così. Ma entriamo qui nel campo del privatissimo e del sommamente relativo. Ogni assaggiatore ha poi una propria soglia di percezione. Ed anche il valore certificato dell’acidità volatile ha una sua importanza relativa, relazionata come va ai valori di alcol, estratto secco, altre acidità, zuccheri. E se inoltre parliamo di un bianco secco o di un vino passito, di un rosso leggero o di un grande rosso concentrato.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Appunto tutto è certamente relativo. Ma il fatto è che la volatile personalmente la avverto subito e diciamo che la sua sensazione mi infastidisce abbastanza. Ora il primo campione di Neostòs ’11 ne era fortemente segnato e trovavo dunque difficile giudicarlo, proprio perché dominante a livello olfattivo. Problema che esiste del resto in tantissimi vini naturali e che nasce sin dalle fermentazioni. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il secondo campione 2011 che ho assaggiato aveva una acidità volatile sicuramente meno invasiva ed il vino, dopo le opportune ossigenazioni, appariva gradevole, molto fresco. I 13 anni di età sembravano non esistere. La sua polpa era sapida, anche dolce. Ma nell’assaggio ho visto solo una cattedrale in costruzione, in cui scovavo qualche tratto riconoscitivo per tutte le annate successive che avevo nella memoria, ma senza elementi di grandezza e con la volatile che tornava ad affiorare poi qua e là. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In concreto dunque non riesco a dare un voto secco che mi possa convincere.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Neostòs Rosso 2012                                                            88</b></p>
<p>Ovvero la pacatezza. Il Neostòs qui comincia a farsi riconoscere nel suo quadro aromatico. Ma di tutti i campioni assaggiati, pur con un colore discretamente profondo, il ’12 era quello con la tonalità più granata ed evoluta.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Alla bocca si avvertiva come vino placido, morbido, con una sua dolcezza di alcol e di densità estrattiva, sicuramente piacevole da bersi, ma appunto molto languido e pacioso. Rispetto ai suoi fratelli sparsi sul tavolo era in fondo il vino più statico, più fermo, in qualche misura il più piatto, senza mostrare particolari toni, senza squilli.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Neostòs Rosso 2013                                                            95</b></p>
<p>Finalmente il primo grande Neostòs imperativo e tra tutti gli altri uno di quelli che più è andato progredendo per giorni e giorni, continuando a crescere imperiosamente, a conquistare volumi, a offrire via via nuove suggestioni, nuovi spazi, nuovi sistemi astrali.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Al primo apparire nel bicchiere il suo colore era assai profondo e mi è sembrato subito un vino dal carattere molto fisico, palpitante, ruggente, rabbioso, un leone in gabbia che sembrava chiedere spazio, tempo. Lui doveva ancora dipanarsi, far disperdere veli per tirare fuori i suoi succhi. Ed appunto da lì in poi è stato un continuo svilupparsi di impressioni chiaroscurate, caravaggesche, inchiostrate, dalle enormi suggestioni. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Al secondo giorno emergeva ancora più palpitante, bellissimo al naso, grintoso, appena ancora amarostico, ma gran rosso, carico di fisicità e masticabilissimo, con una straordinaria ricchezza di suggestioni aromatiche, che hanno continuato a crescere fino al quarto giorno, quando appariva ancora profondissimo e chiaroscurato, di una grandiosa fittezza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In qualche modo mi è parso il più virile dei Neostòs assaggiati, il più grintoso e anche quello che si è andato aprendo alla fine a sontuosità e grassezze impensabili prima, con delle eleganze che aveva tenuto nascoste e una godibilità continuamente densa, completa, unica.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Neostòs Rosso 2014                                                           91</b></p>
<p>E’ frutto della vendemmia più fredda e piovosa del nuovo millennio. E il Neostòs ha risposto con una versione in cui la presenza aromatica del Merlot è certamente la più avvertibile.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Colore dunque meno intenso e naso con una particolarissima nota ematica, distinta, chiara, che all’inizio tende a dominare. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Alla cieca l’avrei definito un bordolese nordico, per quanto appariva più sottile, più acuto, penetrativo. Ma è un vino che ha poi saputo tenere per giorni e giorni. E la nota ematica, all’inizio appena insistita, si è così evoluta in leggera carne affumicata su una lunga base di dolcezza e creme, sottobosco. Il vino era piacevolissimo e vibrante, anche se diverso tra tutte le altre annate. Era sottile, però sinuoso, presente, con un’energia lunga, solida, serena.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Neostòs Rosso 2015                                                            96</b></p>
<p>E’ l’annata che sin dal primo apparire nel calice mi è apparsa come la più smagliante, perentoria e nitida, dalla grandissima ampiezza sensuale. Ed è stata quella che di fatto non ha avuto bisogno di particolari ossigenazioni. Il vino si è stagliato da subito nitido, imperativo, monumentale, dominante, carico di frutti saporosi e delizioso da bere.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nella mia memoria (che su questo vino si è appunto dipanata man mano negli anni) proprio da questa vendemmia è nata dentro di me la sensazione che il Neostòs Rosso vivesse in un suo mondo totalmente a parte. Esisteva da un lato la categoria dei vini rossi, alcuni più importanti, alcuni più concentrati o meno, più lunghi o complessi. E poi, per conto proprio, esisteva il Neostòs, dentro un suo sistema completalmente diverso, con un’altra lingua, altri segni, suoni e grammatica, che lo rendeva nei fatti imparagonabile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo vino mi appariva insomma totalmente differente e come un contenitore di diversità, in certi casi di opposti, che convivevano però meravigliosamente. E riusciva così a stupirmi. Mi disambiguava, perché era antico ed era nuovo, avvertibilmente potente, alcolico, ma anche di alta acidità succosa che lo rendeva facilissimo da bersi. Era contadino e complesso, era gradevolissimo e profondo. Rimaneva sempre fresco, gioioso e giovane a distanza di molti anni dalla vendemmia e contemporaneamente vibrava di catrami e goudron come un grande rosso invecchiato. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nei fatti mi sembrava un vino commovente, appunto però diversissimo da ogni altro. Si offriva impenetrabile al colore e assieme era poi facile, immediato all’impatto (ogni persona, colta ed inclita, a cui lo ho offerto in questi anni di pranzi e cene se l’è bevuto con estrema gioia e senza cautela alcuna), ma con al suo interno tutte le raffinatezze espressive, vorrei dire le voglie, le sofisticatezze aromatiche avvertibili dagli assaggiatori più esperti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo 2015 mi è ogni volta sembrato come una grande madre, che nutre e protegge, che appare naturale e saggia. O come una serenata del Mozart di Salisburgo, la sua K 247 o la K 287, immediata, orecchiabile e assieme incredibilmente fascinosa e sublime.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Rispetto alle altre bottiglie sul tavolo, è stata per giorni la più lineare, la più precisa, la più propensa a mostrare felicità espressiva, con note di dolcezza e assieme di grandezza serena, regale, dalla femminea, ostentata opulenza. Con appunto questa caratteristica (che forse può essere anche un limite, fate voi) quella cioè di non essere cresciuta, ma anche di non aver mai ceduto in nulla nell’assaggio del giorno dopo e degli altri successivi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lo so. “Ma che altro vuoi?” viene da domandarsi. Però dobbiamo renderci conto che l’assaggiatore nell’intimo è anche un bambino superincontentabile. E tutto questo può anche essere poi, ne sono consapevole, solo una questione di lana caprina. Non si fa inoltre una classifica su vini tenuti aperti dopo un primo, secondo o terzo giorno. Però, come quando i generali tornavano a Roma vittoriosi, la sfilata fino al Foro prevedeva che una certa parte del pubblico festante li prendessero ad insulti pesanti e irripetibili, affinché gli dèi non diventassero invidiosi, mandando poi disgrazie o insuccessi di certo non desiderati.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Così nelle mie note di degustazione ho avvertito il Neostòs ’15 come buonissimo. Portavo il calice sotto il naso e sentivo davvero il marchio del vino eccelso, ma che era anche sempre eguale in ogni ora e giorno successivo. Un monumento, d’accordo. Al contrario di altri suoi fratelli (che però erano partiti un po’ male all’inizio) io ho sentito il 2015 ogni volta con lo stesso magnifico corredo olfattivo, riconoscevo la medesima dinamica interna, lo stesso spazio, lo stesso respiro. Al contrario delle altre annate, non ha avuto insomma mai esitazioni, ma nemmeno variazioni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E offro questo solo come curioso, piccolo tema di riflessione.</span></p>
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<p><b>Neostòs Rosso 2016                                                             95</b></p>
<p>Questa annata porta invece il neo opposto di essere apparsa intrigante, ma abbastanza imprecisa al primo assaggio e, come la 2013, è andata poi mutando e crescendo impetuosamente in ogni passaggio successivo, che si è protratto (ne era rimasto abbastanza, proprio perché mi aveva meno convinto all’inizio) fino addirittura al quinto giorno. E mi ha così aperto il dilemma sulle degustazioni in serie che si fanno per riviste e guide.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Vi ho partecipato. So come funziona. Non c’è il tempo per stare su un vino più di qualche minuto e se quel bicchiere non si esprime o ha velature, sbuffi imprecisi, si passa inevitabilmente al successivo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E’ probabile che non si possa fare altrimenti, ma è anche il motivo che non mi fa credere e partecipare alle guide annuali. Dubito seriamente che sia questo il metodo ed il modello per raggiungere la verità, perché moltissimi vini hanno una tale personalità e una ricchezza di mondo da dover essere necessariamente soppesati, approfonditi, valutati più volte nelle loro dinamiche, nelle loro variazioni, nella loro crescita o decrescita. E questo richiede assai più tempo ovviamente, forte, necessaria competenza ed anche una sana umiltà, che non guasta mai.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Al tempo stesso però mi è anche parso di intravedere in tutte queste dinamiche del giudizio mordi e fuggi, di pareri tranciati rapidamente e spesso malamente, anche un meccanismo frettoloso, superficiale e distorto che si è andato ormai sviluppando nell’intera nostra società e direi nella nostra civiltà, quindi inevitabilmente anche dentro ciascuno di noi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quanti, solo come piccolo esempio, si siedono davanti al televisore e trovano una piattaforma di offerte di film e serie tv infinite e diverse? E quanto tempo diamo loro per capire se quel filmato, quella storia ci può interessare o meno? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se ripenso a quanto sognavo da bambino l’arrivo del giorno in cui mi era concesso di andare al cinema di quartiere, a vedere semplicemente quello che c’era e capitava. E a come poi guardavo comunque questo film trasognato e felice, mi vengono davvero i brividi. Forse abbiamo ormai troppo e siamo diventati pigramente autoriali, pieni di noi e supponenza, distrattamente assertivi, in realtà assai spesso intellettualmente modesti e passivi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ad ogni modo il primo approccio al Neostò ’16 non era stato entusiasmante. Il suo colore appariva meno profondo del ’15 che avevo accanto. Naso poi assolutamente non nitido. C’era del ridotto assieme a qualcosa di non pulito e chiuso. Mi sembrava legno vecchio, anche un po’ di muffino. Eppure l’impalcatura del vino appariva molto solida. Al palato era poi assai grasso, monolitico. Ma mi sentivo infastidito di questa non pulizia e comunque era chiaro che il vino dovesse respirare, prendere aria.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Forse perché non ne ero molto convinto, l’ho riassaggiato solo dopo circa 32 ore. E in questo secondo assaggio il frutto stava uscendo decisamente più nitido, attraversato e irrorato da inchiostri e frutti. Al palato poi era sontuosamente profondo, con una grande, vellutata tattilità, che indicava una materia complessa ancora tutta però da dipanare. Gran vino che appariva poderoso, splendido e comunque in piena mutazione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo 56 ore poi questo 2016 si era finalmente districato dalla matassa che l’avviluppava. Appariva incredibilmente vivo, dinamico, di una masticabilità totale, appagante, assieme facile da gustarsi eppure profondo, completo, senza più i veli che lo avevano coperto. Sembrava virile e dolce, delizioso e complesso. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo 70 ore infine manteneva ancora un aplomb interminabile, appariva più tannico e chiaroscurato del 2015, più gentile del 2013, che avevo lì nei bicchieri accanto, ormai al loro ultimo sorso.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo 100 ore era rimasto nel parterre solo questo 2016 (gli altri, per merito, per bontà erano ormai terminati il giorno prima), che mi appariva ancora come un vino meraviglioso ed integro. Era lì a stagliarsi, sviluppando voluttà, energia. Ed appunto qui il dilemma. Come giudicare questo maratoneta? Come mediare in un punteggio secco il primo inizio di performance assai poco convincente e un crescendo rossiniano poi abbacinante?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quello che posso offrire è dunque solo la sintesi di un numero, per quel che vale. Ma la sua verità è tutta contenuta nel racconto che avete letto.</span></p>
<p><strong><strong><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2024/09/20200531_162514.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-508" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2024/09/20200531_162514.jpg" alt="20200531_162514" width="4123" height="2072" /></a></strong></strong></p>
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<p><b>Neostòs Rosso 2017                                                             96</b></p>
<p>Per la grandiosità monumentale questo Neostòs ’17 ha delle grosse assonanze con la 2015, ma, come due diverse facce della stessa medaglia. Quanto la prima si imponeva con fattezze, fisicità e grasse morbidezze femminee, così nel 2017 prevaleva nettamente il carattere e l’espressività virile, quella più tenebrosa, fitta, densa e inchiostrata. In qualche modo comunque questi due vini mi sono apparsi come il giorno e la notte di una meravigliosa giornata estiva.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche il 2017 si è manifestato buonissimo sin dalla immediata apertura, sin dal primo sorso. Non ha mai fatto storie, né si è tenuto nascosto. E’ apparso totalmente nitido, dichiarato, perentorio e lussurioso, con un iniziale strato di erbe officinali e sottobosco, china, spezie, distese e aperte su un frutto profondissimo che all’assaggio diventava di una gustosità infinita. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Di nuovo si confermava questa traiettoria olfattiva del Neostòs in grandissima annata, che sembra preannunciare complessità, fittezze e dunque tannini duri ancora assai difficili da sbrogliare. E poi la bocca ti avvolge invece di una dolcezza e di una luce grandiosa, il palato si riempie di frutti grassi, generosi dall’intensità fittissima, folta. E nello stesso tempo ti sembra di avvertire in questo assaggio uno strano equilibrio immenso, gioioso e profondo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Posso sicuramente dire di aver provato un piacere straordinario su questo ’17 e di aver finito il vino al terzo giorno. Troppo buono per aspettare ancora. Non ce n’era motivo alcuno, non ne valeva la pena. Era totalmente esaustivo, completo, perenne e nello stesso tempo manteneva una freschezza, una giovinezza che mi lasciava presagire un ulteriore grandioso sviluppo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Così, a chi potrà trovare ancora bottiglie di Neostos 2017, a questi happy few e carbonari del vino, auguro loro tutto il meglio della fortuna. Personalmente io potrò provare solo un’umana e perdonabile curiosità ed invidia. Ma le pochissime bottiglie, che ancora possiedo, me le tengo di sicuro assai e accuratamente strette.</span></p>
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<p><b>Neostòs Rosso 2018                                                                93</b></p>
<p>Ritengo che sia stata questa una vendemmia appena più problematica per il Neostos, che inevitabilmente porta a qualche leggero squilibrio, a spigoli che si affacciano, ad incastri che non sempre collimano. Eppure al colore il 2018 è apparso come uno dei più profondi, ai limiti dell’impenetrabilità. E tonalità del genere mi fanno sempre crescere una curiosità ed una aspettativa immensa.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il naso si è affacciato subito con una notevole riconoscibilità e dolcezza di toni, anche se macchiato da una punta di acidità volatile, non invasiva, ma di certo avvertibile. E ho già spiegato come questa cosa funzioni per me. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Al sapore era comunque ricolmo di gustosità, il vino si lasciava bere, anche con quella sensazione di volatile proprio al limite che trascinava sicuramente l’assaggio. C’era dentro di lui qualcosa di immediato e di intenso, un carpe diem voluttuoso del vino, ricolmo di dolcezza, di presenza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La sensazione migliore il Neostòs 2018 me lo ha poi data ad un giorno e mezzo dall’apertura. I profumi avevano acquisito più profondità, la bocca era magnifica, carica di fittezza e masticabilità. La volatile sembrava essersi dissolta nello sviluppo generoso degli aromi di frutto e da per tutto avvertivo un senso di ingordigia felice, sazia che è proprio nel timbro del Neostòs. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Curiosamente le impressioni meno interessanti le ho provate a 56 ore dall’apertura, il vino sembrava essersi un po’ spento al naso, anche se le sensazioni al palato erano sicuramente migliori. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Proprio perché ne era rimasto ancora, l’ho poi provato il giorno dopo ed il vino questa volta mi è parso migliorato. Aveva un equilibrio più giocato sull’alcol e sulla frutta che sui tannini, che però lo rendeva grasso, cheto, maturo. La bocca così era splendida, rasata, dolce, tutta in un trionfo pieno di godibilità.</span></p>
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<p><b>Neostos Rosso 2019                                                              95-96</b></p>
<p>E’ stata questa l’ultima immensa annata della sequenza in verticale.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche qui ritornava la profondità estrema del colore, con un naso folto, complesso, ma non nitidissimo al suo primo apparire, ad indizio di una grande massa da dover aprire e districare. Mi colpiva la tattilità, la sontuosità grassa, la prestanza, la tesa giovinezza intensa, come un’appassionata elegia al mondo popolare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Era un Neostòs molto bello e con un suo disordine arruffato, dinamico e fresco, perché qui inoltre, come sempre nelle verticali, appariva la verità e la diversità di un vino che era assai più giovane dei precedenti sul tavolo. E tanto ricco da meritare molta più bottiglia, tanto longevo da avere la necessità di altri anni per riassettarsi, mettere in ordine nei propri elementi, organizzarli, così come il tempo aveva già concesso alle vendemmie precedenti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se non ci fosse stato questo non perfetto nitore, l’avrei collocato come una specie di sintesi tra la 2015 e la 2017, con le volumetrie femminee, le rotonde formosità del primo e i tenebrosi catrami del secondo. Possedeva entrambe le cose, entrambi i mondi, i caratteri. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’ho seguito così, quasi accompagnato nei quattro giorni successivi. Dopo 32 ore giganteggiava al palato in una golosità espansiva in pura chiave Neostos, denso e fitto di dolcezze e nello stesso tempo tannico ed aggressivo. Ma aveva ancora un minimo di imprecisione olfattiva.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Al terzo giorno era al suo apice. Il colore appariva ancora più scuro e carico. Dal turbinio disordinato del suo inizio nel bicchiere aveva adesso trovato un equilibrio olfattivo tra tannini, profondità, dolcezze e inchiostri ed era un rosso immenso e superbo, depurato da qualsiasi scoria adolescenziale. Si stagliava come un’opera risorgimentale, carica di ardire, di coraggio perentorio, con una bellezza di gioventù sfrontata, generosa. E nel quarto, ultimo giorno esprimeva ancora un naso splendido e denso. Alla bocca la tannicità inchiostrata era completamente affondata nel frutto, che iniziava appena a disidratarsi, a rarefarsi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Pensavo “Non è un rosso, lo so, questo è il Neostòs”. Ed è curioso come alla fine dei miei anni e del mio lavoro, costellato di amicizie importanti con i migliori enologi italiani, da cui molto ho imparato e appreso, stia qui a raccontare un vino che ritengo meraviglioso, ma anche sicuramente e intimamente brado, prodotto da un gruppo di amici, tuffatisi in questa avventura degli </span><i><span style="font-weight: 400;">Spiriti Ebbri</span></i><span style="font-weight: 400;">, che in qualche modo, pur tra migliorie, informazioni, piccole innovazioni, desiderio di conoscenza e buon gusto, mirano nella loro filosofia a riprodurre il meglio del vino dei loro genitori, dei padri dei padri e così via, antenati, contadini di una terra di colline sul mare. E per fare questo si sono sempre tenuti distanti, dichiarandolo apertamente, da tutta l’enologia moderna. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sia chiaro che io non rinnego e non condanno niente di quello che è stato fatto nel panorama sfaccettato del nostro vino moderno, dei suoi enormi passi in avanti, gli sforzi, gli studi ed il cammino per dare una lingua, una grammatica ed un’ortografia all’enologia italiana. E’ un processo storico questo tuttora in atto che, come tutte le dinamiche dell’uomo, vede la nascita di stili, scuole di pensiero, anche mode, se vogliamo, così come numerosi picchi e grandi autori.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Mi sono però trovato a verificare negli anni come questo Neostòs contenga dentro di sé qualcosa in più rispetto agli altri vini, anche qualcosa che va loro oltre e seguendo appunto un antico percorso completamente diverso. C’è dentro di lui una ricchezza che sicuramente esisteva in qualche grande rosso del passato e su cui occorre necessariamente riflettere proprio per l’integrità mirabile ed esaustiva che esiste oggi nel Neostòs, per il cuore e la bellezza che manifesta, per il suo essere libero, per il suo essere per nulla preconfezionato, così come per l’integrità che mantiene e si esalta per giorni dopo l’apertura, come non avviene negli altri vini dal comune percorso enologico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E’ probabile che nel tragitto anche tumultuoso della nostra enologia moderna qualcosa sia andato perso e sia ora da recuperare proprio nel riassetto generale che i nuovi climi impongono a tutti. Ed è un tema ed argomento su cui mi sono sentito in dovere di testimoniare.  </span></p>
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<p><b>Neostòs Rosso 2020                                                               90 ?</b></p>
<p>E’ l’ultimo Neostòs posto in commercio, appunto il più giovane, quello dunque con meno bottiglia e che merita di sicuro un maggiore affinamento.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nell’assaggio ha avuto bisogno di più tempo per comporsi ed entrare nella sfera olfattiva, nel carattere del vino. Resta così un’annata da risentire e che potrà anche migliorare. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma al tempo stesso ho avuto l’impressione che il Merlot, che è il grande, assoluto demiurgo di questo vino, abbia vissuto nel 2020 una stagione di sofferenza. Vitigno precoce, come sappiamo, che matura generalmente (ovvio poi che ogni regione ed altura della penisola si distingua) attorno comunque alla metà di settembre e che soffre quindi particolarmente l’afrore, la siccità, le temperature altissime di queste ultime estati, proprio mentre i suoi grappoli sono al loro ultimo step di maturazione, quando devono elaborare le sostanze più complesse, più nobili, ma anche più delicate, impalpabili e fragili. Come se un maturando venisse lasciato a dieci giorni dall’esame con tutti i suoi libri, ma completamente privo di cibo e acqua. Cosa potrà mai dare, ammesso che sopravviva?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Si affaccia e ritorna qui quello che sarà dunque il grande tema dei prossimi decenni. Come mantenere questa qualità e appunto la longevità, la bellezza, l’equilibrio, la profondità nei nostri vini dentro un clima che sta diventando fortemente ostile?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tornando a questo 2020, ho avuto appunto l’impressione che la componente brillante e trascinante del Merlot sia insomma venuta un po’ meno. Ed il vino appare più austero, più triste, con una decisa prevalenza dei tannini sul frutto, come non era nelle grandi annate del Neostòs, ed al tempo stesso l’intero viluppo sembra scomposto, ancora alla ricerca di una sua fusione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Prolungando la degustazione nei giorni, come per gli altri, il vino però non si è perso, tutt’altro. Dopo 32 ore il naso iniziava a rientrare nell’alveo del Neostòs, dentro una sua prima riconoscibilità, seppure ancora sfrangiato, senza una particolare, decisa incisività. Dopo 56 ore questo 2020 si andava inchiostrando ed appariva ancora vitale e crudo, seppure con una forte componente tannica a soverchiare il frutto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A dimostrazione dell’integrità e della forza del vino gli ultimi due assaggi, a 70 e poi 86 ore dall’apertura, sono stati positivi. Sentivo come tenesse l’estratto grasso ed alcolico a bilanciare i tannini. Appena deficitaria era però la forza aromatica del vino, a confermare tutto il suo carattere laconico ed austero.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche qui, nel graffio, nella scompostezza che avvertivo in questo Neostòs 2020, mi è tornato l’interrogativo e la preoccupazione che mi perseguita in questi ultimi anni. Il dubbio cioè che la fase di crescita esponenziale del vino italiano, quella baciata dalla fortuna del clima materno e generoso sia ormai trascorsa e si stia andando incontro ad un periodo molto più complicato, dove tutto sarà rimesso in gioco, con un equilibrio dei risultati sempre più precario e di qualità assai inferiore, arrivati al termine di ogni fatica e stagione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oppure, non so, tutto questo è soltanto un mio cruccio personale, il timore di un anziano che osserva un incontrollabile giro di boa della natura. E magari potrà tornare armonia tra qualche tempo, dubbi e nuvole spazzate via. Potrà forse esserci ancora pienezza e gioia nelle vigne, così come dentro ogni loro frutto.</span></p>
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		<title>Assaggi a Montefalco impressi nella memoria</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Sep 2021 15:37:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Contrappunto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Mi ha molto colpito leggere di Paul Durand Ruel e di Vollard, poi Kahnweiler, fino ai fratelli Rosenberg, tutti quei mercanti e collezionisti d’arte moderna che dagli Impressionisti alle Avanguardie del ’900 hanno scoperto e selezionato i più importanti pittori a loro contemporanei. Mi intrigava la capacità di questi uomini, il loro fiuto e occhio assoluto che permetteva di distinguere l’artista vero da chi invece sapeva soltanto copiare, quel riconoscere in pieno fieri il senso della ricerca profonda, che apre orizzonti dell’arte ed è totalmente diversa dalla fumosa accademia. </p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><strong>Assaggi a Montefalco impressi nella memoria</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>di Luciano Di Lello</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2021/09/20210922_094040.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-502" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2021/09/20210922_094040.jpg" alt="20210922_094040" width="2705" height="3797" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi ha molto colpito leggere di Paul Durand Ruel e di Vollard, poi Kahnweiler, fino ai fratelli Rosenberg, tutti quei mercanti e collezionisti d’arte moderna che dagli Impressionisti alle Avanguardie del ’900 hanno scoperto e selezionato i più importanti pittori a loro contemporanei. Mi intrigava la capacità di questi uomini, il loro fiuto e occhio assoluto che permetteva di distinguere l’artista vero da chi invece sapeva soltanto copiare, quel riconoscere in pieno fieri il senso della ricerca profonda, che apre orizzonti dell’arte ed è totalmente diversa dalla fumosa accademia. E mi colpiva ancora quel saper intuire la grandezza di artisti assai diversi tra loro come idee, percorsi, stili e vedere le pareti delle loro case piene di quadri come mondi opposti (fauve, cubisti o surrealisti) che riuscivano però egualmente ad incantare.</p>
<p>Ma è questa la sorprendente poliedricità dell’arte, che trova un suo spazio, se vogliamo, anche nell’espressività di un vino e nel processo di evoluzione che l’ha generato. Credo che tentare gli aromi ed i sapori più buoni che esistano in natura abbia una dignità simile a quella di chi riesce a stupire con i colori. E probabilmente lo stesso spirito da collezionista possa guidare chi si è avventurato per anni per territori e vigne cercando quei vini che potevano sorprendere, che si staccavano dalla norma, dalla ripetitività, provando a distinguere il produttore che andava creando qualcosa di importante da chi proponeva vini scontati, frutto della moda o di un malinteso concetto di tradizione, tra chi era aiutato da vigne elette e chi, con siti soltanto medi, più di tanto non poteva raggiungere.</p>
<p>Credo di essere affetto da questa sindrome. E di aver viaggiato per decenni proprio perché lo spirito del collezionista è guidato da un’insaziabile curiosità. D’altra parte nessun dipinto e nessuna opera dell’uomo è mai esaustiva. Così si cerca in nuovi siti, su nuovi vitigni.</p>
<p>Il primo impatto con Montefalco ed il Sagrantino l’ho avuto all’inizio degli anni ’90, rimanendo profondamente colpito dalla personalità del vitigno. La sua monumentale ricchezza estrattiva, la vigoria tannica, ma soprattutto la sua fortissima originalità aromatica lasciava intravedere un potenziale da saper interpretare in armonia, plasmando, smussando. Ci volevano dunque autori pieni di estro e fuori dagli schemi, dalle routine, sempre provando a distinguere chi stava creando da chi invece copiava.</p>
<p>Ho scoperto il Colle Grimaldesco ’99 in una degustazione collettiva, da lì il 2000 e il 2001 con un’impressione fortissima. Gli assaggi poi nella cantina di Giampaolo Tabarrini mi restano impressi nella memoria. E davvero, a ripensarci, in quella sequenza di piccole botti che si sommavano e in cui si evolvevano le diverse vigne a Sagrantino, ognuna con una personalità perentoria e chiara, decisa, non mi sembra ci fossero grandi differenze con lo studio di un pittore. Erano grandi rossi potenti e nello stesso momento pieni di luce. Tanto diretti, sfaccettati e completi da essere via via imbottigliati poi separatamente. Così con il 2003 fa il suo esordio il Colle alle Macchie, poi con il 2006 il Campo alla Cerqua.</p>
<p>L’assaggio odierno della 2015 e 2016, due magnifiche annate con una leggerissima preferenza per la più alta armoniosità della seconda, mi conferma il valore autentico di questi Sagrantino. Il Colle Grimaldesco è il più immediatamente attrattivo, dolce e carico di frutta rossa, masticabilissimo e sorridente, fragrante, che nasce su terreni di argille e limo. Il monumentale Colle alle Macchie ne esprime una sublime versione concentrata, dagli aromi inchiostrati e goudroneggianti, con sapori maestosi su un corpo sontuosamente fitto. Il Campo alla Cerqua, su terreni più poveri e ciottolosi, è un rosso di straordinaria leggiadria e soavità, più femmineo ed anche più sfumato, di rara setosità e raffinatezza.</p>
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		<title>Lo stato di grazia dei bianchi da Pecorino in Abruzzo</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2021 12:59:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Contrappunto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Di certo per arrivare alla comprensione di un vitigno occorre molto tempo. Tra biotipi e terreni più idonei, quanto si guadagni o si perda nelle diverse altitudini, poi i sistemi d’allevamento e metodi di fermentazione, arrivare infine a delineare il vino nel miglior equilibrio tra tensione acida e corpo, bellezza di frutto e avvolgenza, lunghezza, profumi. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Lo stato di grazia</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>dei bianchi da Pecorino in Abruzzo</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>di Luciano Di Lello </strong></p>
<p><strong> <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2021/07/Schermata-2021-07-30-alle-14.56.20.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-497" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2021/07/Schermata-2021-07-30-alle-14.56.20.png" alt="Schermata 2021-07-30 alle 14.56.20" width="1024" height="1432" /></a></strong></p>
<p>Di certo per arrivare alla comprensione di un vitigno occorre molto tempo. Tra biotipi e terreni più idonei, quanto si guadagni o si perda nelle diverse altitudini, poi i sistemi d’allevamento e metodi di fermentazione, arrivare infine a delineare il vino nel miglior equilibrio tra tensione acida e corpo, bellezza di frutto e avvolgenza, lunghezza, profumi. Per decenni ho visto così crescere i tentativi in Abruzzo su un vitigno allora quasi sconosciuto come il Pecorino e finalmente dopo tutto questo tempo mi sorprendo su etichette in un loro primo, perentorio stato di grazia. Dico primo perché, come in tutta la storia della vite, i tentativi a migliorare non terminano qui. Ci saranno ulteriori intuizioni, personaggi, vigne, storie e mondo di aromi ad ampliarne orizzonte e gusto. Ma posso oggi affermare che abbiamo in Abruzzo bianchi da Pecorino che entrano nell’elite del nostro vino con una personalità sorprendentemente decisa ed originale.</p>
<p>Parto dal suo esempio estremo con il Casadonna, in una vigna impiantata ad 800 metri di altitudine sopra Castel di Sangro. Prima vendemmia nel 2013 e da lì ha preso corpo un bianco straordinario, di un’eleganza tersa, alta e sinuosa, che è andato via via crescendo nelle vendemmie e con un esito spettacolare nelle ultime tre presentate, come la ’17, ’18 e soprattutto 2019. Menzione doverosa per un enologo grandissimo quanto schivo come Riccardo Brighigna, che questo vino lo ha seguito sin dalla posa a dimora delle piante e lo ha fatto diventare uno dei nuovi bianchi più emblematici, altissimo in acidità ed estratto, che su questa congiunzione di estremi inaugura movenze e spazi aromatici inediti, di fantastica godibilità e bellezza.</p>
<p>Vitigno dunque che si esalta nell’altitudine. Ma, come nelle migliori storie, occorre fare un passo indietro e andare ad Ofena, dove la Cataldi Madonna è stata la prima ad introdurre e tentare il Pecorino. Ricordo gli assaggi dalla ’96 su questo vino che fermentava e maturava in barrique, e quanto la sua cremosità e dolcezza fosse sorprendente. Bianco che poi si è evoluto fino a fermentare sempre più a lungo (e poi dal 2007 esclusivamente) in vasca inox, guadagnando in tensione acida, lunghezza, leggiadria. Mentre dal 2000 in poi veniva impiantata una nuova vigna per raggiungere una qualità ancora superiore. E con la vendemmia 2017 nasce da qui il Pecorino SuperGiulia, che è un risultato perentorio e fascinoso, bianco di grande classe che dal microclima alto e continentale di Ofena, nel suo continuum di alternanze tra caldo e freddo, ricava uno scintillio aromatico avvolgente e succoso su una base minerale e salina che si apre ad una saporosità lunga, piccante, nervosa fino ad una prima, appetitosa sensazione tropicale. Risultato magnifico che la 2018 in uscita conferma pienamente.</p>
<p>Ma, oltre questi due vini che potremmo definire nordici, un altro Pecorino-gemma lo troviamo a Torre dei Beati, nell’aerale di Loreto Aprutino, in un microclima meno estremo da una vigna impiantata nel 2005. Il Giocheremo con i Fiori, assaggiato in tutte le annate, esalta un altro aspetto della duttilità del vitigno, cioè la grassezza, l’appetitosità, l’ampiezza goduriosa, sempre bilanciata da un tenore acido importante che lo sorregge e lo rende penetrativo, sapido, fresco. E’ un bianco questo che ha sicuramente capacità evolutive, ma già al suo terzo anno è un trionfo di palatalità, di beva appassionata, con la sensazione di corpo dei bianchi mediterranei pieno di frutti, mandorle e agrumi.</p>
<p>Infine il Colle Civetta di Pasetti su una vigna pedemontana a 550 metri inaugura con la vendemmia 2018 un’altra versione esemplare del Pecorino. Vino freschissimo al colore, giovanissimo al naso, che è uno scrigno in nuce di profumi con la dolcezza delle vigne elette. Bianco raffinato e dallo splendido equilibrio, che si evolverà per anni verso deliziose espressioni di frutta tropicale.</p>
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		<item>
		<title>Atti creativi, originalità ed evoluzione nei nuovi bianchi dell’Alto Adige</title>
		<link>https://www.lucianodilello.com/atti-creativi-originalita-ed-evoluzione-nei-nuovi-bianchi-dellalto-adige/</link>
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		<pubDate>Sat, 22 May 2021 15:47:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Contrappunto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Quello che colpisce nei vini emozionanti è l’atto creativo, quella loro ininterrotta sequela di intuizioni che porta a risultati tanto sorprendenti e felici, da fare scuola.</p>
<p>Ho vissuto il cammino dei bianchi dell’Alto Adige dagli anni ’70. Li ricordo nitidi ed affilati, profumatissimi, di alta acidità, appena sottili, prima che una nuova generazione di produttori e tecnici portasse a impressionanti selezioni di vigne, a maggiori maturazioni in pianta, al passaggio a volte in legni piccoli. Quelle etichette da monovitigno apparse negli anni ’90 hanno dato esiti meravigliosi. Bianchi densi, fitti, vasti, cremosi, che dilatavano e approfondivano il mondo precedente, sensualissimi ai profumi, pronti a sfidare il tempo e segnandosi nel mio immaginario come una suprema lezione di maestria e bellezza.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il Contrappunto febbraio 2021</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>                                       Atti creativi, originalità ed evoluzione </strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>                                          nei nuovi bianchi dell’Alto Adige</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>                                                     di Luciano Di Lello</strong></p>
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<p style="text-align: left;">
<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2021/05/20210305_113549-1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-492" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2021/05/20210305_113549-1.jpg" alt="20210305_113549 (1)" width="2514" height="3549" /></a></p>
<p>Quello che colpisce nei vini emozionanti è l’atto creativo, quella loro ininterrotta sequela di intuizioni che porta a risultati tanto sorprendenti e felici, da fare scuola.</p>
<p>Ho vissuto il cammino dei bianchi dell’Alto Adige dagli anni ’70. Li ricordo nitidi ed affilati, profumatissimi, di alta acidità, appena sottili, prima che una nuova generazione di produttori e tecnici portasse a impressionanti selezioni di vigne, a maggiori maturazioni in pianta, al passaggio a volte in legni piccoli. Quelle etichette da monovitigno apparse negli anni ’90 hanno dato esiti meravigliosi. Bianchi densi, fitti, vasti, cremosi, che dilatavano e approfondivano il mondo precedente, sensualissimi ai profumi, pronti a sfidare il tempo e segnandosi nel mio immaginario come una suprema lezione di maestria e bellezza.</p>
<p>Ma la creatività rimane sempre inquieta, piena di domande su come migliorarsi ancora, magari andando oltre il singolo valore varietale, aprirlo ad una composizione a più strumenti, nella delicata, complicatissima arte di unire i vitigni armoniosamente, fino a far scoccare un nuovo suono, con le stimmate di quel particolare territorio e delle sue cultivar. Appunto i nuovi atti creativi non si sono mai fermati, con approcci, idee sul miglior uvaggio possibile, finché nell’ultimo decennio non sono apparse etichette di altra generazione e forma. Con un filo conduttore al loro interno, ma sempre in fieri, a seconda di quanto ogni diversa vendemmia propone.</p>
<p>La Grande Cuvée di Terlano, è figlia di un territorio dai particolari cloni di Pinot Bianco sui 600 metri di altitudine (sempre tra il 70 e il 90%) + Chardonnay e Sauvignon. Ho assaggiato in questi mesi le ultime tre annate in commercio, la ’15, ’16, ’17. E parliamo di un bianco superbo, elegantissimo (assai crudo nella ’17, cui sono doverosi altri anni di bottiglia), ma di originalità e bellezza senza pari. Vino appunto imperativo e nordico, che maschera la sua densità anche alcolica in un’intelaiatura nervosa e minerale che lo contiene e ne fa uno dei nostri bianchi dal maggior potenziale evolutivo. La meravigliosa 2016, come tutte le grandissime annate, è più espressiva e leggibile in una leggiadria soffusa di lisi di lieviti, roccia e fiori che via via si apre ad un baluginio di toni tropicali. Vino poi setoso e interminabile alla bocca, piena sintesi di soavità e forza.</p>
<p>Altro uvaggio imperativo, ma assai diverso lo propone Colterenzio con il suo LR, frutto di Chardonnay, Pinot Bianco, Sauvignon. Bianco più grasso, femmineo, aperto al delizioso, dalla grazia mozartiana. Assaggiato nella 2015 e 2016, anche qui è la seconda ad esprimere le impressioni più vaste con una miriade di profumi esotici dall’aromaticità dolce e fascinosa, piena di polpa succosa e, vorrei dire, di colori, di preziosità sfaccettate in una quintessenza di bellezza e godibilità. La 2015 ne ricalca le forme, ma con una punta di alcolicità che ne limita il brio. Comunque, in entrambe le degustazioni comparate con gli altri vini, si parva licet, è stata la prima bottiglia a terminare.</p>
<p>Altro stile con l’Appius ’15 e ’16 di San Michele Appiano (da Chardonnay, Pinot Grigio, Pinot Bianco e Sauvignon), che punta più sulla forza, sulla spalla, sulla complessità. Vino con il maggior carico di legno piccolo, che ne sigilla al momento l’espressività del frutto, ma che, testato via via in più giorni, ha iniziato a far emergere una luminosità tropicale suggestiva di echi e creme. E aggiungo inoltre di aver assaggiato di recente gli Chardonnay St. Valentin 1998, 1999 e 2000, che a suo tempo avevo giudicato troppo legnosi, ed erano invece vini spettacolari adesso, freschissimi, in cui quel legno, perfettamente digerito, si era fuso in un’aromaticità complessa di rara perfezione e bellezza. Aprendo così il tema dell’evoluzione, del saper molto attendere nell’affinamento, come del resto per i più grandi bianchi di Borgogna.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Vendemmia 2016, Cabernet Franc, Bolgheri</title>
		<link>https://www.lucianodilello.com/vendemmia-2016-cabernet-franc-bolgheri/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 08:45:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Contrappunto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non c’è dubbio che le varietà dell’uvaggio bordolese siano una formidabile possibilità espressiva per il produttore di qualità. Dosare ogni anno le diverse uve e i loro più vari risultati per comporre un gran vino armonico e profondo è una meravigliosa opportunità ed una scuola al gusto e all’arte di suggerire emozioni per niente effimere.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Il Contrappunto dicembre 2020</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Vendemmia 2016, Cabernet Franc, Bolgheri</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>di Luciano Di Lello</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2021/03/20210108_112758.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-488" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2021/03/20210108_112758.jpg" alt="20210108_112758" width="2946" height="3967" /></a></p>
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<p>Non c’è dubbio che le varietà dell’uvaggio bordolese siano una formidabile possibilità espressiva per il produttore di qualità. Dosare ogni anno le diverse uve e i loro più vari risultati per comporre un gran vino armonico e profondo è una meravigliosa opportunità ed una scuola al gusto e all’arte di suggerire emozioni per niente effimere.</p>
<p>Però il grande numero di Cabernet Franc in purezza che sempre più vengono proposti nell’area di Bolgheri sono un indizio che merita più di una riflessione nel valutare se ci troviamo qui davanti a rossi assoluti, tanto completi nel ventaglio di aromi e sapori da non guadagnare nulla nell’apporto di altri vitigni.</p>
<p>L’analisi allora, l’assaggio, ma comunque in fila lo spettacolo delle sue migliori etichette, per di più nella magnifica vendemmia 2016 dall’andamento stagionale molto più armonico ed equilibrato rispetto alla precedente 2015, ma anche alla successiva 2017. E prima, complessiva conferma di quanto il Franc riveli un adattamento forte al microclima di Bolgheri ed ai suoi terreni. Con grappoli più spargoli e piccoli, così come gli acini, e maturazioni appena anticipate rispetto al Cabernet Sauvignon, esprime vini più verticali rispetto al peso sostanzioso e appunto orizzontale di quest’ultimo vitigno, cui aggiunge un’essenzialità di toni e una classe perentoria, quando lo si sa cogliere in un preciso momento della sua maturazione, con particolarità aromatiche di bellezza unica e di una penetratività incancellabile.</p>
<p>Inizio dal Paleo Le Macchiole, non solo perché è il progenitore di tutti gli altri (e anche di uno stile, come vedremo), visto che già dalla 2001 è frutto di solo Cabernet Franc. Credo di averlo assaggiato in tutte le sue annate, con la costanza di splendidi rossi dal profilo profondo e nervoso, esito di vendemmie perfettamente centrate in un equilibrio di frutto e buona acidità, con tannini nobili ma decisi a dare estrema fermezza al vino. Da questa 2016 ho ricavato poi un’impressione enorme, con la mutazione climatica in atto a rendere il Paleo attuale di una morbidezza maggiore e di una godibilità appena anticipata. Vino così immediatamente complesso e potente, appena tenebroso al naso, virile e serrato, con confetture di frutti neri di bosco e bacche su uno sfondo affumicato e balsamico, ma tutto registrato su toni alti di freschezza che matureranno in decenni.</p>
<p>Similare poi in questa tensione a preservare la freschezza il Vox Loci Cabernet Franc di Batzella, al suo felicissimo esordio sulla 2016, che al carattere dark del Paleo contrappone invece una colorata luminosità smagliante di note, una vividezza di frutti e catrami, una raffinatezza di balsami e un’eleganza compositiva davvero rara per un vino giovanissimo e crudo, ma splendente di aromi ed energie dal grande futuro. Ancora su questo stile abbiamo poi il Foglio 38 di Fornacelle, con una base di uve dal superbo carattere, che negli anni meglio distribuirà il tumulto aromatico della sua gioventù.</p>
<p>Accanto a loro abbiamo poi dei Cabernet Franc 2016 assai diversi stilisticamente, che puntano sull’espressione dell’opulenza più matura, del volume e della grassezza del frutto, come il Dedicato a Walter di Poggio al Tesoro, nerastro ed impenetrabile già al colore, particolarmente succulento e ricco, pieno di spezie e bacche dolci, alcolico ma vivido. Così come il Casa di Terra intenso e concentrato di frutti, sontuoso e masticabilissimo, solido e potente, dal magnifico baluginio aromatico.</p>
<p>Una strada tutta sua percorre infine il Matarocchio Antinori che, ad una base solida e compatta di uve, aggiunge un’articolata sapienza compositiva, uno scaltrito intarsio di legni che va a comporre un pentagramma olfattivo particolarissimo e originale, con densi strati di vaniglie mature e tostate su note ematiche e materiche di carne affumicata, sottobosco, che via via sfumano nei piccoli frutti neri, poi cacao, caffè, menta.</p>
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		<title>Il testimone hegeliano ed il Brunello di Montalcino 2015</title>
		<link>https://www.lucianodilello.com/il-testimone-hegeliano-ed-il-brunello-di-montalcino-2015/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2020 07:54:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Contrappunto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Primo viaggio tra le vigne di Montalcino nel 1974. Poi un ininterrotto flusso di verifiche ed assaggi, vedendo crescere e moltiplicarsi etichette, fortuna, vigneti con una originalità e ricchezza espressiva neppure immaginabile allora, per un territorio che, al di là della retorica vulgata, è giovanissimo al grande vino, con la stragrande maggioranza delle aziende appena alla loro prima generazione di produttori.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com/il-testimone-hegeliano-ed-il-brunello-di-montalcino-2015/">Il testimone hegeliano ed il Brunello di Montalcino 2015</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com">I migliori vini della nostra vita</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p class="p2" style="text-align: center;"><span class="s1"><b>Il testimone hegeliano ed il Brunello di Montalcino 2015</b></span></p>
<p class="p2" style="text-align: center;"><span class="s1"><b>di Luciano Di Lello</b></span></p>
<p class="p2" style="text-align: center;"><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2020/12/20201009_150558.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-483" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2020/12/20201009_150558.jpg" alt="20201009_150558" width="3096" height="4128" /></a></p>
<p class="p4">
<p class="p4"><span class="s1">Primo viaggio tra le vigne di Montalcino nel 1974. Poi un ininterrotto flusso di verifiche ed assaggi, vedendo crescere e moltiplicarsi etichette, fortuna, vigneti con una originalità e ricchezza espressiva neppure immaginabile allora, per un territorio che, al di là della retorica vulgata, è giovanissimo al grande vino, con la stragrande maggioranza delle aziende appena alla loro prima generazione di produttori. E verificando come il testimone della ricerca, dell’avanguardia, insomma del miglior risultato possibile, passasse continuamente di mano in mano tra le diverse aziende, con interpreti che emergevano per straordinarie bottiglie e poi si appiattivano su altre annate, scomparivano, venivano superati da nuovi autori in un divenire hegeliano che ci fa comprendere come il grande vino sia un’immagine esemplare del progresso estetico di un territorio, ma, come avviene spesso nella società, anche dell’adagiarsi dell’individuo in un conservativo ristagno di idee o magari nel voler aumentare i numeri, passando all’incasso. </span></p>
<p class="p4"><span class="s1">Confesso inoltre come, dopo i grandissimi risultati della vendemmia 2010, fossi rimasto poco convinto della 2011 e 2012. E visto l’andamento climatico difficilissimo della 2014, avessi anche trascurato un po’ il territorio (qui sbagliando, perché l’assaggio a posteriori della 2013 ha offerto invece un buon numero di Brunello di Montalcino dal notevole valore).</span></p>
<p class="p4"><span class="s1">Ora la presentazione della grande vendemmia 2015 è stata l’occasione per una verifica capillare tra i produttori, fermo restando che il Brunello Riserva uscirà nel prossimo anno e sarà dunque un’analisi da riprendere. Ma da subito mi hanno enormemente colpito i tre nuovi cru di Hayo Loacker, in cui per la prima volta a Montalcino ho visto compiersi l’auspicata congiunzione di vini dalla superba bellezza, ma anche con una fondamentale freschezza ed energia di frutto. Etichette che segnano, a mio avviso, un passo evolutivo considerevole nella giovane storia del Brunello, con una nuova generazione di vini ora all’orizzonte. Ma nulla nasce mai per caso, visto il lungo lavoro biodinamico nelle vigne di Corte Pavone, con le selezioni man mano delle parcelle elette, quelle dove i grappoli maturano in modo più completo e complesso, identificando via via 7 cru, elevando poi i vini in botti grandi, vasi di terracotta, cemento. </span></p>
<p class="p4"><span class="s1">Con la vendemmia 2015 iniziano ora ad essere presentati sul mercato i primi 3 cru, in un risultato generoso e perentorio, mai troppo segnato dal legno, in cui il frutto varietale del Brunello si manifesta nei suoi tratti più puri e originali. In questo nuovo mondo espressivo il “Fiore del Vento” trabocca di sapidissima giovinezza. Il “Campo Marzio” è il più esuberante e potente, il più grasso e voluminoso. Per il “Fior di Melitolo” infine ho una personale predilezione per la nervatura elegantissima che lo attraversa, su cui si distendono dolcissime e lunghe saporosità catramate.</span></p>
<p class="p4"><span class="s1">La Rasina poi sul versante est di Montalcino è l’altra azienda esemplare, che lavora (la giacitura, il terreno) su vini dal contenuto più pensoso, striato, materico e di cui ricordiamo la monumentale Riserva DiVasco 2010 e 2013. In attesa della 2015, che avrà due ulteriori anni di affinamento, è stata appena presentata la nuova selezione PerSante 2015, uno dei grandi assaggi di questo lavoro, rosso profondissimo, intenso, carico di suggestioni aromatiche di sottobosco, bacche, inchiostri, balsami, che ne sublimano la densità corporale.</span></p>
<p class="p4"><span class="s1">Infine San Polino, con vigne più alte che guardano a sud-ovest, si conferma anche nella 2015 per l’incontaminata eleganza e bellezza del suo Brunello base, flessuoso e levigato, carico di grazia espressiva e soavità. Tutti elementi distintivi che si concentrano in modo superbo nella selezione Elichrysum, ricchissima di frutti freschi, dai tannini nobilissimi, setosi e dalla finezza perentoria e dolce ai sapori.</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com/il-testimone-hegeliano-ed-il-brunello-di-montalcino-2015/">Il testimone hegeliano ed il Brunello di Montalcino 2015</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com">I migliori vini della nostra vita</a>.</p>
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		<title>Individualità e coralità nei Barolo e Barbaresco Pio Cesare</title>
		<link>https://www.lucianodilello.com/individualita-e-coralita-nei-barolo-e-barbaresco-pio-cesare/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2020 07:17:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Contrappunto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Individualità e coralità nei Barolo e Barbaresco Pio Cesare di Luciano Di Lello Come punto d’origine il ritrovamento di vecchie bottiglie di Barolo e Barbaresco Pio Cesare su due vendemmie che definire difficili è un vero eufemismo. Parliamo della 1991 e 1992. E confesso la scarsa curiosità ad aprirle, provata per un po’. Poi, come...
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				<content:encoded><![CDATA[<p class="p2" style="text-align: center;"><span class="s1"><b>Individualità e coralità nei Barolo e Barbaresco Pio Cesare</b></span></p>
<p class="p2" style="text-align: center;"><span class="s1"><b>di Luciano Di Lello</b></span></p>
<p class="p2" style="text-align: center;">
<p class="p2" style="text-align: center;"><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2020/10/Screen-Shot-2020-10-24-at-09.15.52.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-479" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2020/10/Screen-Shot-2020-10-24-at-09.15.52.png" alt="Screen Shot 2020-10-24 at 09.15.52" width="593" height="739" /></a></p>
<p class="p3">
<p class="p3"><span class="s1">Come punto d’origine il ritrovamento di vecchie bottiglie di Barolo e Barbaresco Pio Cesare su due vendemmie che definire difficili è un vero eufemismo. Parliamo della 1991 e 1992. E confesso la scarsa curiosità ad aprirle, provata per un po’. Poi, come inaspettatamente accade, l’assaggio è stato folgorante per diverse ragioni. </span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Innanzi tutto mi trovavo davanti a vini sfericamente all’apice (e con una fermezza che si manterrà stabile per anni), solenni, maestosi, che andavano man mano sfoderando il loro ventaglio aromatico e la complessa, articolata ricchezza di sapori. Arrivare a questa dichiarata espressività non è mai facile su vini da Nebbiolo, in cui parliamo sempre di potenziale da esprimere, anni di bottiglia da svolgere, vette da scalare. Qui finalmente c’era un paesaggio aperto su un orizzonte gusto-olfattivo affascinante e succoso. La forza tannica si era via via smussata, lasciando tracimare creme e confetture intrise di dolci note catramate. Ma l’altro elemento a colpirmi era la fortissima riconoscibilità territoriale che questi due vini esprimevano. C’era il Barolo in tutte le sue stimmate, dove si coniugavano lunghe severità e polpe, mineralità, con una vastità solenne, generosa. E accanto il Barbaresco, appena più nervoso, puntuto e vivido, magnificamente gustoso e poliedrico. In un certo senso questi vini, che nascevano in un assemblaggio di vigne storiche tra Barolo, Serralunga, La Morra, Monforte nel primo caso e tra Treiso e San Rocco Seno d’Elvio per il Barbaresco, univano al meglio gli ingredienti dei territori fino a farli diventare una specie di romanzo corale popolatissimo di personaggi in tutti i suoi più diversi strati sociali. Da lì a ritroso ho avuto modo di assaggiare queste due etichette sulla vendemmia ’95, 2000, 2007 e poi ’13, ’15, ’16, ricavando ogni volta un’impressione molto forte ed esaustiva, a confermarmi quanto esse siano, nella più espressa e completa coralità di tutte le sottozone, un formidabile quadro dei due territori, ricchissimo di varianti e sfaccettature. </span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Ma veniamo ora alle etichette dei singoli cru, che sono ovviamente il successivo gradino di elezione, con un’avvertenza però. Il grande cru è come un individuo d’eccezione, un solista, un grande uomo di pensiero o di arte. Ma nella sua esasperata particolarità è poi anche completamente rappresentativo dell’intero territorio? Sì e no, a mio avviso. Nel senso che l’eccezionalità sublima il territorio, ne focalizza e innalza alcuni particolari caratteri ed elementi, fino a toccare un’universalità del grande vino come individuo e microcosmo a sé. E dunque inizio con Il Bricco, da una alta e storica vigna a Treiso, esposta a sud e sud-ovest, assaggiato sulla vendemmia ’93, ’98, 2010, 2015, 2016. E siamo davanti ad uno dei picchi più felici del Barbaresco. Il contenuto minerale e salino del terreno dona qui miriadi di sensazioni in uno straordinario unicum di succosità, sopra un’impalcatura comunque profonda e severa che è nel dna di queste uve. La combinazione di sapidità e dolcezza ne fanno un campione di penetratività, un palpitante microcosmo di confetture, catrami e spezie che concedono una bevibilità serena, luminosa, ricchissima di spazi.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Assai diverso poi l’Ornato, provato sulle annate ’93, ’99, 2009, 2015 e 2016. Classico Barolo dark di Serralunga e dunque quanto mai austero, chiuso, in cui la fittissima trama tannica sigilla a lungo l’espansività poderosa degli estratti. Vino dall’andamento lento e monumentale, che ha bisogno di decenni per concedersi.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Barolo totalmente diverso invece il Mosconi, da una vecchia vigna nell’areale di Monforte. Quello che qui prevale è una stupefacente soavità e grazia, fatta di tannini levigatissimi e serici che lasciano emergere aromi mentolati e petali di rose, una quintessenza di aericità ed eleganza che mi ha incantato e che sulla 2016 è uno dei miei vini assoluti dell’anno.</span></p>
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		<title>L’universo in fieri di Petrolo</title>
		<link>https://www.lucianodilello.com/luniverso-in-fieri-di-petrolo/</link>
		<comments>https://www.lucianodilello.com/luniverso-in-fieri-di-petrolo/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2020 12:09:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Contrappunto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L’universo in fieri di Petrolo</p>
<p>Di Luciano Di Lello</p>
<p>Screen Shot 2020-08-27 at 14.02.01</p>
<p>John Cheever è stato il grande narratore della middle class americana nel suo intimo di drammi e ambiguità, celati dietro un’apparenza di benessere e perbenismo. Eppure alla fine di questi suoi racconti terribilmente inquieti la nave rientra ogni volta in porto, come lui stesso scrive, i bambini vengono salvati, i minatori estratti vivi da sottoterra.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Contrappunto Giugno 2020</span></p>
<p class="p3" style="text-align: center;">
<p class="p3" style="text-align: center;"><span class="s1"><b>L’universo in fieri di Petrolo</b></span></p>
<p class="p3" style="text-align: center;"><span class="s1"><b>Di Luciano Di Lello</b></span></p>
<p class="p3" style="text-align: center;"><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2020/08/Screen-Shot-2020-08-27-at-14.02.01.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-475" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2020/08/Screen-Shot-2020-08-27-at-14.02.01.png" alt="Screen Shot 2020-08-27 at 14.02.01" width="555" height="733" /></a></p>
<p class="p1">
<p class="p1"><span class="s1">John Cheever è stato il grande narratore della middle class americana nel suo intimo di drammi e ambiguità, celati dietro un’apparenza di benessere e perbenismo. Eppure alla fine di questi suoi racconti terribilmente inquieti la nave rientra ogni volta in porto, come lui stesso scrive, i bambini vengono salvati, i minatori estratti vivi da sottoterra. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Mi è venuto in mente questo, mentre assaggiavo uno straordinario vino. Che quanto cerchiamo in una grande bottiglia sia un senso di stabilità, di ordine sereno, che ci attraversi un’armonia di piacere e pura bellezza, anche nel mezzo delle nostre vicende più complicate (scrivo questo nel pieno dell’attuale pandemia). E al termine di una nostra giornata ci sia finalmente un rassicurante momento di luce. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il vino in questione era il Galatrona 2003, bottiglia aperta con qualche apprensione ricordando quell’estate caldissima, che, per un vitigno precoce come il Merlot, può non essere l’ideale. Ma Petrolo è in alto, all’interno della Toscana, con un microclima più freddo e continentale. Tutto un altro mondo insomma. E questo rosso appariva memorabile, fortemente chiaroscurato, con note intense di catrame fuse superbamente ai frutti di bosco. Vino particolarissimo e calibrato, pieno di acuti, inciso e perentorio come un quadro espressionista. Diverso dai Merlot della costa, più morbidi, suadenti, immediati. E appunto questo Galatrona rivelava come per arrivare a una tale esplosività di profumi aveva avuto bisogno di molto tempo, 17 anni, crescendo con una fermezza ed un aplomb di bellezza miracoloso. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ho assaggiato allora le sue ultime vendemmie in commercio, ricavando una forte impressione dal 2016 e soprattutto dal 2017, profondo, giovanissimo e sereno, seducente ed in totale equilibrio. Sarà un rosso meraviglioso, ma occorre anche attendere che apra completamente le sue ali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Petrolo ci ricorda poi come in questi decenni la grandezza del miglior vino italiano sia stata nel suo essere laboratorio e tentativo di tutto, del nuovo e della tradizione. E il Campo Lusso è l’altra sua etichetta in ascesa, dalla sperimentazione nel 2001 del Cabernet Sauvignon in una storica vigna, alta ed a gradoni. Assaggiate qui la 2007 e poi la ’11, la ’15, la ’16, con le impressioni più complete, anche in questo caso, sulle annate più lontane, per un vitigno che ha geneticamente tempi di espressione e di sviluppo ancora più lunghi e lenti. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma questo vino porta anche a considerare come si viva oggi una fase (necessaria) di studio nelle nostre aziende, con numerose etichette che indagano le possibilità delle varietà bordolesi intese ancora separatamente, in purezza. A mio avviso però si aprirà presto quella fase successiva e più alta del saperle poi assemblare in un uvaggio meditato, sapiente, dove ciascuno dei vitigni dia il suo meglio, compensi ed esalti l’altro, facendo sì che il vino cresca perentoriamente nella loro simbiosi. E appunto il Campo Lusso potrebbe prestarsi in futuro ad ulteriori, perentorie sorprese con Cabernet e Merlot di tale espressività.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma un fondamentale capitolo di studio a Petrolo è logicamente dedicato al Sangiovese. Qui il Bòggina ne indaga la miglior selezione aziendale in due versioni, quella classica in botti medie e tonneau e l’altra in anfore di terracotta. Parliamo di due tragitti totalmente diversi, con l’anfora che sigilla il vino nella sua freschezza di puri aromi varietali ed il legno invece che lo evolve, lo educa, lo trasforma. E anche qui il futuro (perché molto è intelligentemente in fieri a Petrolo) sarà nel possibile, miglior connubio tra le due esperienze.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Infine eccezionale nei risultati è il San Petrolo, sublimazione dell’idea di Vin Santo, qui decisamente più basso in grado alcolico, ma con una concentrazione di zuccheri, una tattilità di frutto che ha del meraviglioso ed una serbevolezza che sfida davvero tutto il tempo che passa.</span></p>
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		<title>Lo stile che è sostanza nei migliori assaggi dell’anno</title>
		<link>https://www.lucianodilello.com/lo-stile-che-e-sostanza-nei-migliori-assaggi-dellanno/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2020 15:08:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Contrappunto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>migliori assaggi dell’anno</p>
<p>di Luciano Di Lello</p>
<p>IMG_7117</p>
<p>Esistono molti vini meritevoli nel panorama italiano, assai spesso però improvvisati e casuali. Mentre mi sono via via reso conto in questi anni come per il risultato assoluto serva invece consapevolezza piena, conoscenza sostanziosa e una perizia immensa. Come un grande romanziere, l’autore deve saper dominare la materia, viverne la gestazione, cogliendo le differenti dinamiche che ogni annata porta con sé, plasmandone i colori sotterranei, offrendo così uno spazio di emersione a tutte le infinite particolarità della vendemmia.</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1"><b>Il Contrappunto </b></span></p>
<p class="p3" style="text-align: center;">
<p class="p3" style="text-align: center;"><span class="s1"><b>Lo stile che è sostanza </b></span><b>nei migliori assaggi dell’anno</b></p>
<p class="p3" style="text-align: center;">
<p class="p3" style="text-align: center;"><span class="s1"><b>di Luciano Di Lello</b></span></p>
<p class="p3" style="text-align: center;">
<p class="p3" style="text-align: center;"><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2020/06/IMG_7117.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-471" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2020/06/IMG_7117.jpg" alt="IMG_7117" width="2637" height="3448" /></a></p>
<p class="p1">
<p class="p1"><span class="s1">Esistono molti vini meritevoli nel panorama italiano, assai spesso però improvvisati e casuali. Mentre mi sono via via reso conto in questi anni come per il risultato assoluto serva invece consapevolezza piena, conoscenza sostanziosa e una perizia immensa. Come un grande romanziere, l’autore deve saper dominare la materia, viverne la gestazione, cogliendo le differenti dinamiche che ogni annata porta con sé, plasmandone i colori sotterranei, offrendo così uno spazio di emersione a tutte le infinite particolarità della vendemmia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Di certo occorrono anni per prendere le misure a vigne e uve. Avere poi cultura, un gusto estremo e geniale alla bontà, alla bellezza ed anche, che non guasta mai, parecchia fortuna. Solo allora l’assaggio si può trasformare in stupore rarissimo e dare il senso di un’opera compiuta, come mi è capitato poco tempo fa davanti a tre calici di una stessa Tenuta, che sono diventati i miei vini dell’anno. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In qualche misura mi sono sentito come di fronte ad un quadro di Bosch la scorsa estate, quando più lo osservavo e più si svelavano i dettagli più minuti, il luccichio delle scene. Era ora la sequenza di tre rossi davanti a me dai colori impenetrabili, nerastri, che andavano via via crescendo in aromi con una solennità, una vastità tersa, smisurata, originalissima. E con un filo conduttore a tenerli accanto, un impatto di stile, un modo di intendere il vino rosso alle sue possibilità estreme. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il Pino ’15, che doveva essere una sorta di livello base, esprimeva un carattere perentorio già nella vastità dei profumi, un attacco immediato di roccia bagnata su cui si andavano aprendo le ampiezze dei frutti neri in una ridondanza sicura, controllata ed un respiro già accennato di liquirizie e goudron. Vino di sostanza densa, tenebrosa e virile, come è nel carattere di queste vigne della Tenuta di Biserno, ma talmente armonioso da offrire l’impressione luminosa che dentro di lui nulla si fosse sprecato. Ogni ingrediente emergeva nel suo ordine, con una sequenza armonica, una compostezza di godibilità fortissima ed assieme di concretezza, di leggibilità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il Biserno ’15 poi dei tre era quello che appariva più brado, quasi violento nell’espressività degli aromi, in un certo senso anche il più entusiasmante al primo approccio per la straripante ricchezza di polpa. Percorreva lo stesso sentiero del Pino, lo stesso carattere aristocratico e austero, ma era assai più grasso e ricco, con un frutto pieno di echi inediti e sopra sciabolate di catrami e goudron a dare suggestioni, suggerimenti. In bocca confermava poi una freschezza di gioventù splendente in un vino grandioso. Ma come se l’autore ne avesse lasciato i tasselli aperti, bisognosi solo di anni di bottiglia, perché gli incastri si possano poi agganciare e così le suggestioni, le combinazioni per nuovi aromi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Devo dire di aver pensato a questo punto se e cosa si potesse fare di meglio. Andando sul Lodovico ’15 in un senso fortissimo di curiosità ed aspettativa. Ma rimanendo lo stesso di stucco. Quel vino mi sorprendeva. Era innanzi tutto assai delineato e preciso nei suoi disegni, nelle sue trame, meravigliosamente luminoso e a fuoco, così come il Biserno presentava una sorta di sfocatura, che il tempo di vetro avrebbe portato all’incisione. Ma, oltre questo, quello che il Lodovico esprimeva in profumi e sapori era di una novità, di un’originalità e ricchezza emozionante. Florealità e vaniglie fuse in frutti maturi di bosco, ribes e spezie che si aprivano a spazi balsamici su un fondo pacato e dolce di inchiostri. E, come più il vino girava nel calice, si apriva e vibrava in nuove sfumature, dettagli, componendo una sua storia inedita dell’uvaggio bordolese. Era stranamente potente, complesso e pacato, levigatissimo al tatto, maestoso nella sua cremosità deliziosa. Quando lo stile è sostanza, opera di pensiero e contenuto vero. Ed è bellezza, concretezza viva.</span></p>
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		<title>Gli emergenti 2015 e 2016 nell’Alta Costa toscana</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2020 08:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Contrappunto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ho la fortuna di poter assaggiare frequentemente grandi rossi italiani degli anni ’80 e ’90, frutto di lavori e viaggi di decenni or sono. E sono verifiche che fanno pensare, perché i vini di quegli anni avevano tutta un’altra configurazione, un differente aspetto fisico, morfologico, frutto di una situazione climatica completamente diversa. Di certo rossi non opulenti, ma tesi e nervosi, snelli e soprattutto in molti casi ancora oggi in grado di esprimere una freschezza di frutto sorprendente. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><b>IL CONTRAPPUNTO</b></p>
<p style="text-align: center;"><b>Gli emergenti 2015 e 2016</b></p>
<p style="text-align: center;"><b>nell’Alta Costa toscana</b></p>
<p style="text-align: center;"><b>di Luciano Di Lello</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2020/04/20200214_114537.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-461" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2020/04/20200214_114537.jpg" alt="20200214_114537" width="2737" height="3585" /></a></p>
<p>Ho la fortuna di poter assaggiare frequentemente grandi rossi italiani degli anni ’80 e ’90, frutto di lavori e viaggi di decenni or sono. E sono verifiche che fanno pensare, perché i vini di quegli anni avevano tutta un’altra configurazione, un differente aspetto fisico, morfologico, frutto di una situazione climatica completamente diversa. Di certo rossi non opulenti, ma tesi e nervosi, snelli e soprattutto in molti casi ancora oggi in grado di esprimere una freschezza di frutto sorprendente.</p>
<p>Ecco, la mutazione climatica iniziata nel nuovo millennio ci ha via via guidato verso rossi con tutta un’altra maturazione in pianta, un altro grado alcolico ed una fisicità dunque prorompente, una solarità sontuosa e opulenta nei frutti, con vini così più densi di polpa, vasti e concentrati, risultato anche di vigne via via più vecchie. Personalmente ammetto che è una tipologia che mi aggrada anche molto. La bocca ridondante e cremosa di questi vini è una vera gioia. Ma chi avrà la ventura di vivere per altri 20-30 anni ci dirà poi se essi siano altrettanto longevi, cosa su cui nutro più di un dubbio.</p>
<p>Pensavo appunto a questo nell’assaggio dei migliori rossi dell’alta costa della Toscana sulle vendemmie 2015 e 2016. Ora non c’è dubbio che la 2015 nel suo andamento stagionale, con un’estate davvero torrida e siccitosa, sia un prototipo delle ultime annate e forse anche delle prossime che ci aspettano. Certo la nostra migliore viticoltura si è attrezzata con metodi ed accorgimenti di vigna per dare sollievo alle piante nel pieno di queste aride calure. Comunque nell’assaggio complessivo della 2015 un vago senso di staticità nei pur grandi rossi si coglie. Intendiamoci è un’annata importante, ma i suoi eccessi e la sofferenza che hanno causato qualche ruga, qualche segno nei vini inevitabilmente lo lasciano.</p>
<p>Tra le etichette emergenti che più mi hanno positivamente convinto c’è il Casa di Terra, un Cabernet Franc in purezza magnifico già nella 2013 e che lascia intendere come questo vitigno riesca ad adattarsi felicemente anche ad estati estreme. Parliamo di un rosso elegantissimo e sinuoso, ricco di dolcezza e balsami, che cresce via via nel bicchiere coniugando la potenza con un garbo e una finezza rara. Ma anche il Maronea, Bolgheri Superiore della stessa azienda, è ormai entrato nel rango dei grandi rossi del territorio. La 2015 qui lo contrae un po’, lasciandolo più chiuso e bisognoso di tempo di bottiglia. Ma su queste due etichette rimango anche con un’enorme aspettativa per quello che potranno essere  nella 2016.</p>
<p>Il Foglio 38 della vicina Fornacelle mi porta ad un’ultima considerazione sulla ’15, ma anche in questo caso parliamo di un Cabernet Franc, che conferma l’adattabilità del vitigno, che qui ci dà un altro rosso realmente imperativo. Però che la 2016 potrà dare risultati superiori lo ricaviamo nella stessa azienda dal suo superbo Merlot Erminia in uscita. Ora questo vitigno così precoce è quello che più soffre le estati torride, con grappoli che maturano negli zuccheri ma non nelle componenti fenoliche. E la 2016, con un’estate più fresca ed il beneficio di qualche pioggia, ha regalato una maturazione tanto costante e graduale da offrire il miglior Erminia mai prodotto, pieno di richiami varietali che si aprono ai balsami e con una consistenza e tessitura incantevole, vino da saper conservare per gli sviluppi immensi che contiene. Ed anche poco sopra Bolgheri il La Regola e lo Strido 2016 segnano un sonoro cambio di passo dalla precedente annata, raggiungendo un’esemplare sintesi tra le capacità raggiunte dai nostri viticoltori ed i frutti di una vendemmia armoniosa. Anche qui parliamo nel primo caso di un magnifico Cabernet Franc e nel secondo di un Merlot (a conferma della grande simbiosi con il territorio), ma finalmente tesi, nell’equilibrio che esprimono, ad una longevità di gran lunga superiore.</p>
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