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	<title>I migliori vini della nostra vita &#187; 2014</title>
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	<description>Luciano Di Lello</description>
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		<title>Tenuta di Trinoro</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2014 09:59:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Possono esserci luoghi e territori dove gli esiti vendemmiali restano sempre abbastanza costanti negli anni. Ma a Trinoro, l’altitudine, il microclima fresco, la necessità di attendere una fase assai avanzata della stagione, portano ogni volta a risultati non raffrontabili con il resto della Toscana.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><b>Tenuta di Trinoro 2011     94-95</b></p>
<p><b>Palazzi 2011        93</b></p>
<p><b>Magnacosta 2001      91</b></p>
<p><b>Le Cupole  2011   89-90</b></p>
<p><b>Le Cupole  2006   90</b></p>
<p>Possono esserci luoghi e territori dove gli esiti vendemmiali restano sempre abbastanza costanti negli anni. Ma a Trinoro, l’altitudine, il microclima fresco, la necessità di attendere una fase assai avanzata della stagione, portano ogni volta a risultati non raffrontabili con il resto della Toscana. Inoltre in un territorio come questo, al limite estremo della vite, i vini saranno sempre profondamente differenti dalla vendemmia precedente e da quella successiva pure nella stessa, medesima vigna. E questo è anche uno dei fascini di Trinoro, quello di rossi dall’irripetibilità più totale.</p>
<p>Della vendemmia 2011 avevo avuto notizie a voce da Andrea Franchetti, prima di quello stesso Natale. Soddisfattissimo, dopo una estate calda che era sembrata non dare tregua alle piante. Poi a metà ottobre una terribile notte di pioggia e tempesta (poteva altrove essere il finale disastroso della vendemmia) e le piante di Cabernet Franc ne escono invece rinvigorite, riprendendo a maturare, a correre e ad elaborare sostanze e sapori fino al termine del mese ed anche ai primi di novembre poi con il Cabernet Sauvignon ed il Petit Verdot, che, piantato a più di 600 metri, è sempre l’ultimo ad essere raccolto.</p>
<p>A luglio del ’12 “Mi sembrano vini grandiosi” mi dice Andrea al telefono. “Ti mando dei campioni dalle botti. Sentili un po’”. Mi arrivano di venerdì. Qui l’antica, imperiosa regola veronelliana: o si assaggiano subito o dopo almeno due settimane. La curiosità è immensa. E vado così, senza problemi, per il subito.</p>
<p>Conservo ancora gli appunti di quell’assaggio. Una bottiglia di Tenuta ’11 ed una di Palazzi ’11, che dal 2009 rappresentava il Merlot in purezza di Trinoro.</p>
<p>Verso il vino nei calici, dopo averli avvinati. Colori impenetrabili, nerastri edi una consistenza quasi visiva. Probabilmente per una forma di rispetto verso il Tenuta (lasciamo che si ossigeni un po’, pensavo), porto al naso il Palazzi (il 2009 mi era piaciuto, ma presentava un filo di spigoli verdi ai profumi che non mi aveva convinto del tutto), così non mi aspettavo proprio per niente quella bordata di deliziosità di polpa avvolgente e mastodontica in arrivo, certo ancora grezza, ma carica di dolcezze cremosissime di more e frutti di bosco. Aveva di certo più rotondità e profondità del 2009, mantenendo assieme tutto il sorriso e la luce del Merlot, quando è davvero grande. Insomma un vino sferico, formoso e felice, con un che di davvero splendente e radioso.</p>
<p>Il Tenuta ’11, al 90% da Cabernet Franc, era molto più chiaroscurato, più tannico, più severo, un vino con un che di assai più ieratico e monumentale, più potente, inchiostrato ed assieme quasi spettrale. Se c’era qualcosa che mi veniva in mente era il suono di quegli ultimi quartetti di Beethoven, non so, l’Opera 132 con il suo attacco duro, inquieto, contrastato o poi quell’incredibile Molto adagio. Era insomma un vino meraviglioso, che posto, misurato accanto al Palazzi, appariva superiore, più grande ed esteso, che si spingeva a profondità abissali, eppure mi appariva anche, come dire?, più tetro, più fosco. Forse l’avrei preferito con un minimo di luce in più, che lo avrebbe reso più vasto, più universale.</p>
<p>Lo scrissi per e-mail il giorno dopo ad Andrea, cercando di articolare tutto il discorso, parlando di forme, buttandola su “volumetrie armoniche, sensazioni”.</p>
<p>La risposta mi arrivò subito dopo, lapidaria e fulminante, che non ammetteva ulteriori intrusioni “Lo voglio spettrale”.</p>
<p><img class="aligncenter  wp-image-156" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/10/Andrea-Franchetti-Palazzi-300x213.jpg" alt="Andrea Franchetti - Palazzi" width="438" height="328" />Questa l’introduzione e il primo approccio al vino che mi è più piaciuto in questo tempo, quando un anno e mezzo dopo l’ho ritrovato, dopo aver ultimato il tempo di legno, definitivamente assiemato, e con un primo, doveroso affinamento in bottiglia a farlo comporre. Parliamo di un rosso dai parametri esplosivi in estratto, volumetrie, ricchezze, alcol (tra i 16 e 16,5 gradi), un vino particolarissimo, che mi fa sempre più pensare come le zone estreme siano certo incostanti nei risultati, perché legatissimi all’andamento climatico, ma anche inarrivabili, quando la stagione diventa favorevole e la mano dell’uomo è capace e sapiente. Il Tenuta ’11 lo ritrovavo (ma il primo assaggio era stato su un taglio da barrique) con lo stesso indimenticabile timbro solenne e austero, ma appariva poi dilatato, cresciuto in aromi maturi, fittissimo di frutti che sovrapponevano i loro strati via via a complesse dolcezze in un’armonia superba ed opulenta. Sicuramente era meno “spettrale”, aveva evoluto certe cupezze adolescenziali e appariva in una boreale luminosità, tanta era fitta la grassezza, la sonorità, la concentrazione ricchissima di sensazioni preziose in un lunghissimo finale inchiostrato di goudron. Un vino totale, assoluto e una grande emozione berlo.</p>
<p>Il Palazzi 2011 mi appariva poi incantatorio come la prima volta, grandioso, aperto, con tutta la suggestione del suo sorriso, di una profondità completa ed al tempo stesso dalla gustosità infinita. Merlot setoso, avvolgente, dalle grandi, voluttuose forme rinascimentali e una bocca vasta e deliziosa, con volumi densi, corposi, per un vino fisico, dal corpo florido, sereno, con i seni di una morbida bellezza struggente.</p>
<p>Ha fatto poi il suo esordio in questa vendemmia il Magnacosta, da Cabernet Franc in purezza impiantato in 3 ettari più di 20 anni fa sul fondo ciottoloso di Trinoro, lungo il piano della cantina. Vino diverso dagli altri due, che considero più didattico sull’espressività varietale del Cabernet Franc, un vino da manuale su quello che è il mondo di questo vitigno, con toni aromatici assai lunghi e floreali, meno opulento dunque degli altri due, ma al tempo stesso assai lungo, vibrante, quasi nervoso al paragone, elegantissimo e con un lungo tono fumé ad attraversarlo. Vino questo che paga una certa crudezza e che maturerà con anni di bottiglia.</p>
<p>Ma assieme c’era anche un Le Cupole memorabile, uno di quelli che considero, in un’espressione un po’ antica, uno dei miei vini del cuore. Bevuto infinite volte in questi anni, non ha mai deluso. Rapporto qualità-prezzo travolgente.</p>
<p>Ricordo il 2002 (annata pessima e il Tenuta quell’anno non fu prodotto e sta dunque lì dentro). Ne avevo trovate due ultime bottiglie in cantina. Le porto ad un pranzo tra amici assieme ad altri vini (sono convinto di essere invitato in genere solo per questo mio traboccare di bottiglie). Nel versarlo il Le Cupole appare un po’ scarico al colore (ma è nato così). Si apre però al naso con una bordata di frutti di bosco maturi, vaniglie, spezie dolcissime e preziose che sono un vero colpo alla memoria. Torna in mente l’infanzia, l’adolescenza, il mare, qualche viso che avevamo dimenticato. Insomma, a farla breve, la seconda bottiglia non l’ho aperta. Ho brigato con altri vini, ho bofonchiato qualcosa. E alla fine, un po’ nascostamente e rischiando l’incidente diplomatico, me la sono riportata a casa. Ma tant’è.</p>
<p>Il Le Cupole però può davvero sorprendere e far commettere cattivi gesti. E’ il secondo vino di Trinoro (oggi dovremmo forse dire che è il quarto), ma è un rosso fantastico, nelle grandi annate poi superbo, confortevole anche nel prezzo. Certo meno esasperato e complesso del Tenuta, che resta insomma un vino da grandi occasioni, da momenti particolari. Ma ricordo un paio di mesi fa di aver trovato, nel mezzo di una cassetta in legno di un altro vino, un Le Cupole 2006. La vendemmia era stata assai buona. Ma, mi sono detto, come avrà tenuto il Le Cupole? L’ho aperto la sera stessa, spensieratamente, senza problemi. Ed è apparso dal bicchiere un gran rosso delizioso, perfettamente bilanciato, con una gamma di profumi intensi ed incantevoli che hanno reso bella una serata qualsiasi, allontanando ogni ombra, ogni preoccupazione.</p>
<p>Il Le Cupole 2011 è così uno dei migliori affari che si possa oggi fare, frutto di quella che ritengo complessivamente la migliore vendemmia di Trinoro. L’ho assaggiato più volte nel corso dell’anno, è appena crudo, e me lo terrei ancora 1-2 anni in cantina affinché maturi, si allunghi e componga meglio, si rinsaldi. Ma comunque, anche bevuto ora, può diventare una scoperta magnifica e un compagno di viaggio davvero inseparabile per il futuro.</p>
<p><i>(nella sezione Storie La Via di Trinoro)</i></p>
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		<title>Tenuta di Biserno</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2014 09:58:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Non posso dire di conoscere personalmente Lodovico Antinori. Ricordo solo una nostra conversazione telefonica abbastanza lunga, quando ancora possedeva l’Ornellaia. In compenso ho assaggiato moltissime volte i suoi vini, ricavandone impressioni di curiosità e suggestione forte, sempre. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/10/Foto-Marchese-Lodovico-Antinori.jpg"><br />
</a>Lodovico 2008                 94</b></p>
<p><b>Biserno 2009                 92-93</b></p>
<p><b>Biserno 2010                   91</b></p>
<p><b>Il Pino  2010                   90</b></p>
<p>Non posso dire di conoscere personalmente Lodovico Antinori. Ricordo solo una nostra conversazione telefonica abbastanza lunga, quando ancora possedeva l’Ornellaia. In compenso ho assaggiato moltissime volte i suoi vini, ricavandone impressioni di curiosità e suggestione forte, sempre. Vini non per timidi, ma decisi, dichiarati, innovativi, che solleticano l’intelletto, il gusto, tesi inoltre verso un’idea dichiarata di bellezza, di godimento. Non c’è dubbio che con Lodovico Antinori ci troviamo di fronte ad una personalità e sensibilità straordinaria verso il vino, che ha vissuto molti anni all’estero, educato dunque a continui assaggi sulle più importanti etichette internazionali, poliglotta e poliedrico, con una conoscenza infinita dei territori, dei vitigni e di tutto il nuovo che si va proponendo nel mondo. Uomo, credo, anche di positiva inquietudine e mai soddisfatta aspettativa nei confronti del grande vino. E questo, posso dire, me lo rende caro, perché parliamo insomma di un vero e proprio autore, che vive tematiche che mi intrigano e, presumo, coinvolgano tutti gli appassionati a vini tutt’altro che banali.</p>
<p>Al tempo stesso occorre anche chiarire meglio come Lodovico Antinori non sia un autore di vini difficili e scabri, da culto. Se vogliamo allargare la metafora alla cinematografia, non è insomma un regista di delicate ed intense pellicole, un po’ autoreferenziali da presentare al Sundance Festival, ma sicuramente è più uno Steven Spielberg, meticoloso, un autore di film-fiume pieno di personaggi, maniacale in ogni particolare del lavoro e del mestiere, e al tempo stesso con una visione ed un respiro spettacolare e grandioso della propria opera.</p>
<p>I suoi vini partono da un punto fermo e certo, che è la Toscanità. Questo il suo centro nevralgico, il suo ombelico, il suo nucleo. Ma da qui inizia poi un’indagine sofisticata, colta, che mette in discussione e sotto la lente di ingrandimento tutto, territorio, microclima, singole parcelle di vigna, possibili vitigni, biotipi e le infinite tematiche che un rosso comporta, nella ricerca e nel metodo, per riuscire a plasmare secondo la propria idea e gusto il grande rosso. La mano dunque nei suoi vini si sente e vuole esserci, perché deve sbozzare il marmo, far uscire la forma, la quintessenza degli elementi contenuti.<img class="aligncenter  wp-image-201" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/10/Lodovico-Antinori-high-res-300x200.jpg" alt="Lodovico Antinori high res" width="403" height="268" /></p>
<p>Il progetto Tenuta di Biserno, pieno com’è di echi intellettuali, non può così non incuriosire, proprio perché è la sfida successiva all’Ornellaia, per giunta a pochi chilometri da lì, con vigne più in alto e di diverso assetto geologico.</p>
<p>Arrivo subito al Lodovico 2008, perché è stato nei fatti uno degli assaggi emozionanti dell’anno, una di quelle etichette che ti fanno pensare ed aiutano a capire un autore, un progetto e cosa può essere il vino. Sgomberiamo però subito il campo da un altro nome che potrebbe aleggiare come un fantasma in questa storia, che è appunto quello del Masseto, di cui Lodovico Antinori è stato il primo autore a partire da una prova dell’86, iniziando poi ad imbottigliare il vino con la vendemmia ’88. Parliamo in questo caso di un Merlot in purezza dallo stratosferico spessore, che approfondisce a tal punto il carattere del vitigno quasi da riscriverlo, ampliandone i confini ed i lineamenti, rosso tra i più belli ed importanti in assoluto al mondo. Ma che è anche il sorprendente risultato del vitigno in una (e solo quella) particolarissima lente di terreno. I tentativi ad allargarne l’area, sin da quei primissimi anni, non hanno mai dato risultati all’Ornellaia. Il Masseto dunque è quello, nasce così solo in quel determinato punto e terreno. In qualche misura, e paradossalmente, non è poi un vino così difficile da replicare in ogni successiva vendemmia, essendo il risultato felicissimo e fortunato, verrebbe da dire, il miracoloso incastro di una combinazione perfetta terreno-vitigno. Tant’è che i cambi di proprietà e di mano che si sono succeduti all’Ornellaia in questi decenni non hanno poi mai modificato il carattere e la riconoscibilià del Masseto, che da allora ha solo la naturale variazione offerta dalla singola e particolare vendemmia.</p>
<p>Proprio per tutte queste ragioni ritengo che sia proprio il Lodovico l’opera più importante e personale del minore dei fratelli Antinori, vino appunto diversissimo dall’altro già nella composizione dei vitigni, trattandosi in questo caso di Cabernet Franc in larga prevalenza, seguito da Merlot e piccoli quantitativi di Petit Verdot, ed opera appunto sicuramente più difficile da realizzare e dunque assai più pensata, meditata, voluta. Prodotta inoltre, da vigneti piantati nel 2002, solo nella vendemmia 2007, poi 2008 e, in divenire, 2011.</p>
<p>L’assaggio di questo 2008, sin dall’esordio nel bicchiere, è stato un colpo al cuore ed ai sensi per quanto i profumi erano originali ed innovativi, succulenti e profondi. La trama aromatica mi è rimasta nella memoria per la travolgenza inedita e contemporaneamente ricchissima di suggestioni di frutto intarsiate e levigate di continuo da raffinatissime vaniglie e dalle tostature del legno. C’è una trama in questo rosso, un viluppo di aromi, un’intensità ed al tempo stesso un virtuosismo sferico talentuoso e inebriante. Frutti di bosco maturi e profondi su strati di cioccolate, nocciole, erbe officinali affondate nell’inchiostro, nel goudron, nella grafite. Parliamo di un rosso di impronta caravaggesca, fortemente chiaroscurato, dalla concentrazione superba, ancora giovanissimo, opulento e grandioso, in cui il legno nuovo ha un ruolo ed un peso, ma tutto trattenuto in una complessità serrata e fresca, che deve dunque ancora pienamente sviluppare la sua epopea di aromi per lunghi anni di bottiglia.</p>
<p>Grandissimo rosso allora, un totem di infinita creatività e superiore prova d’autore su un prodotto eccelso di vigna. Ma perché non è stato riproposto nella 2009, grande vendemmia questa in tutta quell’area?</p>
<p>Mi è stato risposto “Grande vendemmia di sicuro la 2009, eppure in tutte le sue parcelle non c’era quel vino che Lodovico Antinori cercava”. Questo per dire come il rosso estremo sia un grande puzzle intellettuale e creativo, che nasce però e sempre da un risultato particolare ed esaltante di vigna.</p>
<p>Quel Lodovico 2009 non prodotto ci aiuta però a capire la grandezza del Biserno 2009, che appunto lo contiene, etichetta che esprime il grande rosso aziendale a partire dalla vendemmia 2006 in un blend di Cabernet Franc e poi a scalare Merlot, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot. Vino che è cresciuto via via esponenzialmente, con una prova già molto felice della 2008. Ma è poi la vendemmia 2009 che “ ci propone un rosso-capolavoro, immenso e intensissimo, di sicuro uno dei più grandi assaggi dell’anno. I suoi profumi, di una profondità e solennità avvolgente, si dipanano a strati chiaroscurati di goudron traboccanti di una polpa di frutti deliziosamente preziosi. La bocca è poi sontuosa e vasta, masticabilissima eppure aristocratica, in cui la solidità si armonizza con la grazia. Connubio di uve mirabili, felicità del luogo ed anche rara raffinatezza compositiva.” Riprendo qui (e mi scuso) quello che ho scritto su La Repubblica recensendolo. Magnifico rosso dunque grasso e opulento, ragguardevole nell’intero panorama italiano, senza tuttavia quell’originalità, direi quell’estremismo e quella complessa rabbia gusto-olfattiva del Lodovico. Qui è tutto più grasso, rilassato, riconoscibile, voluttuoso e sereno.</p>
<p>Il Biserno 2010 poi risente inevitabilmente di una vendemmia meno felice per tutto il comprensorio dell’Alta Toscana, con qualche pioggia di troppo nell’ultima fase di maturazione dei grappoli. Il naso di questa annata è dunque più elegante, articolato, aperto, dalla polpa meno opulenta e concentrata del 2009, ma piena di aromi, mossa, con uno charme più femminino per un tessuto assai vellutato in una trama di frutti neri, fumo, terra bagnata, menta.</p>
<p>Ma in questa annata è davvero ragguardevole la prova de Il Pino di Biserno, che sarebbe il secondo vino aziendale, quando la presenza del Lodovico non lo relega alla terza posizione. E qui occorre anche aggiungere come il rapporto qualità-prezzo sia buonissimo. Il Pino 2010 può essere certo considerata un’anticamera dei vini maggiori, ma già con magnifiche pitture, stucchi e trompe-l’oeil. Medesimo uvaggio bordolese, che tende ad uscire sicuramente prima nel tempo, da godersi appieno tra i suoi 5-8 anni, ma di impatto ragguardevole, armonico e severo, di notevole personalità e persistenza, deciso nel legno, come è nello stile aziendale, ma perfettamente fuso e sapientemente distribuito in una trama di succosi mirtilli maturi e virili bande fumé a percorrerlo in una notevole e vasta nobiltà gustativa. E assaggio davvero da tenere a mente e consigliare.</p>
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		<title>Tua Rita</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2014 09:56:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Ho iniziato a seguire il Redigaffi in modo continuativo dalla vendemmia 2005. Mi intrigava il tema del Merlot, che in poche, rare etichette riesce a sublimarsi al punto da entrare in una nuova sfera, con tutt’altra profondità, e a perdere così i suoi limiti, quei toni piacioni, ma anche semplici, quel sorrisone stampato e aperto che può sconfinare in un’immediatezza banale. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Redigaffi 2011  94</b></p>
<p><b>Redigaffi 2010   93</b></p>
<p><b>Syrah Per Sempre  2011  92-93</b></p>
<p><b>Giusto dei Notri 2011  91</b></p>
<p>Ho iniziato a seguire il Redigaffi in modo continuativo dalla vendemmia 2005. Mi intrigava il tema del Merlot, che in poche, rare etichette riesce a sublimarsi al punto da entrare in una nuova sfera, con tutt’altra profondità, e a perdere così i suoi limiti, quei toni piacioni, ma anche semplici, quel sorrisone stampato e aperto che può sconfinare in un’immediatezza banale. Torno a dire che il primo urto in me è stato con il Masseto (era la vendemmia ’92). Ed in qualche modo ritengo che questa etichetta sia divenuta da tempo la boa di riferimento per tutti i viticoltori di Merlot nell’intera Italia, non solo in Toscana.</p>
<p>Da allora ho capito come questo vitigno, in quelle poche aree davvero elette, cambi profondamente i propri connotati, dimensione e carattere. In ognuna però in modo radicalmente diverso. I pochi, grandi Merlot che abbiamo sono così sempre totalmente distinti e riconoscibili, come mondi separati, a parte. E nel Redigaffi quello che mi ha colpito fin dal primo impatto è la sua superiore dimensione di grazia, di aericità sferica, di bellezza, con un’eleganza e un respiro che nessun altro Merlot italiano possiede. Nei suoi profumi c’è tutto un soave e incantatorio succedersi di creme, spezie, balsami, frutti intrisi di essenze mentolate, in un quadro femmineo di suggestione totale, di memoria botticelliana, piena di grazia serena.</p>
<p>Il Redigaffi 2011 è al momento quella che mi sembra la sua vendemmia più grande, immacolata e al tempo stessa perentoria ai profumi. Ma occorre anche dire che, se vado a scorrere i miei quaderni di assaggio degli anni precedenti, le differenze di valutazione sono davvero minime, di mezzo punto, massimo un punto, a riprova di un vino che ha raggiunto, anche con piante ormai mature, una estrema sicurezza espressiva. E le conversazioni con Stefano Frascolla che lo segue e lo crea da sempre ci confortano in questo senso “Il Redigaffi è così, ha quel carattere, quel timbro, nasce solo in quella determinata vigna di argille, già gli acini hanno un loro particolarissimo sapore …”. Il fatto poi che il Merlot maturi perfettamente in questo lembo della Toscana con la metà di settembre lo mette anche piuttosto al riparo dalle cattive stagioni, con una costanza di risultati dunque felicissima e confortante per il futuro.</p>
<p><img class="aligncenter  wp-image-203" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/10/MG_6156-300x200.jpg" alt="_MG_6156" width="467" height="312" />Ma c’è anche un altro elemento che amo in questo vino e che fa parte delresto in pieno del dna del Merlot. Benché il Redigaffi io lo abbia assaggiato anche su annate più vecchie, e so quindi quanto questo vino tenga benissimo negli anni, ammiro e trovo confortante quel suo sapersi concedere e lasciarsi godere, anche quando è relativamente giovane. La sericità dei tannini, la sua polpa carnosa di frutti di ribes maturi e cioccolatosi, la formosità delle linee ed al tempo stesso una classe ed un equilibrio superbo fanno sì che bere oggi la 2011 sia un’infinita gioia dello spirito, senza rimpianti, senza ansie e senza alcun ripensamento. Si è bevuto un vino sublime, con un ordine, una sequenza, un crescendo felice, sereno, e con una profondità che quasi non si vuole far vedere. Se nel Tenuta di Trinoro parlavo degli ultimi quartetti di Beethoveen, qui sembra di essere davanti a Mozart, fate voi, una di quelle meravigliose serenate o un concerto per pianoforte e orchestra, comunque con quella bellezza e forma inappuntabili, celesti, con una simmetria, una dolcezza incantevole di frutto, una classicità da vino eterno che lascia sognare e sperare. Ricordo che poi ho continuato ad assaggiare e valutare quel terzo di bottiglia rimasta per le 24-48 ore successive (di più non ce l’ho fatta) ed il Redigaffi non perdeva una virgola, non aveva un cedimento, né una smagliatura. Rimaneva sospeso e perfetto nella sua dimensione.</p>
<p>Quando leggo articoli di giornalisti, soprattutto americani, che parlano di un vino buono, non so, nel 2025, mi viene una fitta d’angoscia. Pietà! Cosa sarà di me nel 2025? Che senso ha dire una cosa del genere? Serve a convincere di un investimento? Ma un grande vino può essere solo un piacere da condividere in tempi umani con le persone più care. Quello è il suo fine più nobile, è un suscitatore di pensieri, di felicità, di affetti. E io so per certo che, se un vino non nasce da subito con un suo equilibrio ed armonia superiore, quel vino non sarà mai buono, 10 o 20 anni in più di bottiglia non lo salveranno dalla mediocrità o dal declino. Ecco, il Redigaffi nasce e parte ogni volta da una sua forma e proporzione eccelsa. Sa dare felicità anche da giovane, rendendo così più giovani, motivati, ottimisti, sereni (c’è del buono nel genere umano, se si riesce a creare qualcosa di tale qualità e livello). E si può così sperare anche in qualcosa che superi il nostro effimero, mentre si assapora uno dei più buoni e nobili vini dell’anno.</p>
<p>Venendo ora alle altre etichette di Tua Rita, occorre dire come sia andato crescendo in queste ultime vendemmie anche un Syrah di straordinario spessore che con la 2011 prende il nome di Per Sempre.</p>
<p>Parliamo di una vigna piantata nel 1998. E quando nei primi anni assaggiavo questo Syrah ne avvertivo la razza, ma anche come le piante fossero ancora troppo giovani per dare profondità. Il 2011 però, complice anche la grandezza della vendemmia, segna ormai il definitivo cambio di passo, l’ingresso in un’età adulta. E parliamo così un altro vino dalla personalità decisa, potente ed incantatorio sin dal primo affacciarsi nel bicchiere, per quanto è denso, fitto, impenetrabile al colore, e come al naso poi sia tutto un aprirsi di prime energie con quelle note di pepe e spezie che sono nel varietale del vitigno, che qui però si sublima e si supera.</p>
<p>Parliamo di un rosso dal frutto gigantesco, con la solennità potente e serena, l’ampiezza trascinante di un grande fiume che scorre, in cui tutti gli elementi sono ancora freschissimi e crudi. Ed in questo caso ritengo che il Per Sempre 2011 meriti e guadagni da un maggiore tempo di bottiglia. E’ un vino più muscolare e concentrativo del Redigaffi, che è appunto invece pura grazia aerea. Qui le note di frutti di bosco si mescolano al tartufo in una densità cremosa e terrena, che, certo inizia ad aprirsi, ma appare ancora trattenuta e un po’ serrata ai profumi, con una forza ed un’energia anche tannica che non lo lascia ancora andare del tutto.</p>
<p>In bocca invece la grandissima fittezza di sensazioni già si lascia più avvertire, godere e gustare, perché straripa e trabocca sui tannini in una dolcezza nobile e masticabilissima da vino vero e autentico, che nasce in un grande sacrificio di vigna e da una mirabile conduzione tecnica, che sa equilibrare la potenza dell’insieme con la bellezza purissima del frutto.</p>
<p>E’ chiaro dunque che dopo questi due vini così stentorei e caratterizzati sarebbe difficile per qualunque altro primeggiare. Ed il Giusto di Nostri 2011, che è sicuramente uno dei migliori uvaggi bordolesi italiani, perde così qualcosa nel confronto. Ma sicuramente guadagnerà in bottiglia, ricchissimo com’è di echi, di sonore complessità. L’uvaggio di Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc ha del resto anche tempi diversi e più lunghi di fusione rispetto ai vini da monovitigno, mentre la degustazione, l’assaggio solo è un’inesorabile fotografia del presente. Noi folgoriamo con un clic un bambino nel suo metro e 20 di altezza, quando poi, cresciuto, supererà magari il metro e 80. E’ inevitabilmente così, non può essere altrimenti, ed il Giusto 2011 è oggi un gran rosso in nuce, una miniera ancora pienamente da scoprire, in cui si avvertono di sicuro la superiore grazia di fondo assieme alla preziosità dell’insieme, ma tutto in una giovinezza cruda con accenni di creme e nettari, ricordi ematici, sfondo fumé e un grande aplomb carico di ritrosia a mostrarsi.</p>
<p>Di questo vino ho poi parlato al telefono con Stefano Frascolla. L’ho già detto, quando un vino mi intriga, so di essere fastidioso. Mi impiccio. Azzardo. Entro in cose che non mi competono. Ho accennato così al ruolo dei Cabernet. Se magari potevano essere raccolti con qualche giorno di maturazione in più. E che tutto potesse fondersi maggiormente, avere magari quell&#8217; ulteriore guizzo, considerando come un uvaggio offra poi anche mille opportunità in più, essendo un vino orchestrale.</p>
<p>Ne ho ricevuto così l’ennesimo invito a venire in azienda, ad assaggiare i vini in evoluzione nei legni. Ma io ormai viaggio poco, ho una certa età. Sono pigrissimo. Certo però sentire il Redigaffi ancora in barrique, poi il Syrah, via via queste famose basi di Cabernet … Sarebbe uno splendore. Anche un onore. Ci penserò. Vediamo. L’ho promesso. Se ce la faccio. Magari in treno, forse …</p>
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