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	<title>I migliori vini della nostra vita &#187; 2015</title>
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	<description>Luciano Di Lello</description>
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		<title>I vini 2011 della Tenuta di Biserno</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2015 13:55:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[2015]]></category>
		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ci sono serate di pura gioia che si aprono all’improvviso, sensazioni di completa beatitudine, di ammirazione estetica che paiono finalmente scuoterti e portare altrove quei cupi pensieri che i fatti di questi giorni, con i loro lutti, le violenze, le sopraffazioni, sembrano averci confitto nella mente, come un filo spinato. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Lodovico 2011    95 (96)</b></p>
<p><b>Biserno 2011   94</b></p>
<p><b>Il Pino di Biserno 2011  92</b></p>
<p>Ci sono serate di pura gioia che si aprono all’improvviso, sensazioni di completa beatitudine, di ammirazione estetica che paiono finalmente scuoterti e portare altrove quei cupi pensieri che i fatti di questi giorni, con i loro lutti, le violenze, le sopraffazioni, sembrano averci confitto nella mente, come un filo spinato.</p>
<p>Devo dire che poche sere fa l’assaggio contemporaneo di tre vini meravigliosi, la loro bellezza incantatoria, la qualità armoniosa e superba che esprimevano, il pensiero accurato, meticoloso che sottintendevano assieme a tutto un intero, lunghissimo percorso di civiltà, mi hanno fatto avvertire non solo un sentimento di felicità, ma anche quello assai più raro di orgoglio per il paese in cui sono nato e per la cultura italiana ed europea, di cui questi rossi sensazionali sono frutto e figli.</p>
<p>Mi sono sentito insomma completamente felice di averli potuti assaggiare, di essere vissuto in questi anni e di appartenere a questa civiltà, che dalla coltivazione di una pianta ha saputo ricavare qualcosa di infinitamente complesso, irripetibile e sfaccettato come la terra in cui nasce, che muta e cresce nel tempo, solletica la mente, ne porta avanti i sentimenti ed i pensieri, apre così portali, idee.</p>
<p>Ci saranno aromi, ci saranno possibili sapori in un’altra vita? Certamente non lo so. Ma l’impressione di questi, quando sono, come nei tre vini assaggiati, al loro più alto livello di bellezza, spero di poterla ritrovare e che tutto questo possa compiersi e durare oltre quello che a noi ora appare solo infinito tempo che scorre.</p>
<p>Queste sono state le impressioni provate, le sollecitazioni, avviluppate come può essere un’emozione forte, che proverò ora a spiegare, scusandomi subito se devo suggerire di cliccare sulla sezione <i>I vini dell’anno</i> 2014 (quando il lettore lo vorrà) ed andare all’articolo <b>Tenuta di Biserno</b> di un anno fa, in cui racconto le mie impressioni di assaggio sulle vendemmie precedenti. Non voglio insomma ripetere, per la salvezza di tutti, quanto già scritto su questa azienda e sulla sua storia. Ma provo ad andare oltre, focalizzandomi su questa meravigliosa vendemmia 2011 attualmente in commercio, in cui tutti i vini della Tenuta compiono un formidabile salto di passo, ad indizio di una prima maturità per le vigne, che sono iniziate a nascere nel 2002, e che da questo punto di vista moltissimo possono ancora di più dare.</p>
<p>Tuttavia questa annata si posiziona già come un punto fermo. L’andamento stagionale praticamente perfetto, anche il caldo dell’estate costantemente mitigato dalle brezze su questo pendio dalla bilanciatissima composizione di terreno alluvionale, ciottoli, calcare attivo, argille, carbonato di calcio, ci offre l’indicazione di quanto la scelta di Lodovico Antinori, a studiare l’area di Biserno già nel 1995, quando ancora guidava l’Ornellaia, fosse stata intuitiva del suo sontuoso potenziale, ma assieme anche quanto sia stata poi lungamente ponderata e meditata in ogni successivo passaggio, a partire dall’individuazione precisa di quei vitigni e cloni che si possono esaltare in questo particolare contesto di terreno, microclima, altitudine.</p>
<p>Le varietà poste qui a dimora sono state appunto di un taglio particolare e diverso. A prevalere nettamente è il Cabernet Franc, poi, nelle sue lenti di argille, il Merlot, infine il Cabernet Sauvignon + una piccola percentuale di Petit Verdot. La fittezza delle piante è di 6.500 ad ettaro a cordone speronato, con una resa delle uve che si può sostanzialmente quantizzare nell’ottenimento di un chilo a pianta.</p>
<p>Allora confesso anche di essere un po’ stanco dei dilettantismi che ci circondano, in tutti i campi. Credo che questo paese si possa salvare con la competenza più seria, più alta e poi con tanta passione, con il lavoro. Sono portato sempre più a credere che il vino ha un bisogno estremo di abilità, discernimento, esperienza, buon senso, arte. E la sorpresa di questi rossi che avevo davanti era nell’avvertire la presenza completa di questo sicuro filo conduttore, che portava a vini tanto belli quanto inaspettati, che andavano per una strada di aromi e di sapori che non avevo mai conosciuto.</p>
<p>Era appunto la sorpresa dell’inedito a colpirmi. Avevo assaggiato tantissimo per decenni, ma questi profumi e sapori non li avevo mai sentiti. Sono andato così a ritroso per capire i motivi di tali risultati. Dal sito in grado di giganteggiare con quei particolari vitigni, poi l’equilibrio in vigna, con basse rese delle piante, ma senza controproducenti esasperazioni (una volta un produttore mi ha raccontato di aver potato le sue piante in modo che dessero solo un grappolo d’uva per quell’anno. Risultato poi molto modesto in vendemmia e piante che hanno avuto successivi problemi, come per aver subito amputazioni).</p>
<p>Credo, negli anni di lavoro che ho trascorso, di aver capito questo, che le piante devono stare bene per dare grandi risultati, in armonia con il suolo e con l’aria che respirano attorno. Le piante devono essere felici, non devono portare troppi grappoli, che le sfiancherebbero e diluirebbero ogni loro linfa. Ma la vigna non può nemmeno trasformarsi in un ospedale da campo, riempiendo la pianta di ferite, proprio nel momento del suo maggiore sforzo e delle sue più complesse elaborazioni.</p>
<p>Mettere dunque le viti in condizione di offrire il loro meglio è la grande prova di sapienza, saper poi scegliere il momento massimo per vendemmiare, giungere a raccogliere il frutto lì dove la vite non può fare di più, né aggiungergli altro. Indovinare insomma l’apice di quella annata. Ed ancora una rigorosa cernita dei grappoli, eliminare quelli non maturi, togliere anche ogni possibile impurità da quelli che sono i migliori frutti, qualche acino vizzo o con una prima prurigine di muffa, niente insomma che possa contaminare e impoverire l’esito del vino futuro. Poi la sapienza delle fermentazioni, dove tutto si trasforma e nascono i nuovi profumi, le bucce cedono quanto hanno aggregato nelle stagioni e il mosto si riempie di colore, dei tannini migliori, compiendo giorno dopo giorno i primi sapori. E’ un momento magico e allo stesso tempo quanto mai delicato. Sbagliare un solo passaggio amputa il vino di non so quante possibilità espressive e le rende per quell’anno irrecuperabili.</p>
<p>Potrei ancora andare avanti così, all’infinito. Ma quello che ritengo insomma fondamentale è la conoscenza appassionata, tenace di ogni passaggio, l’abilità professionale di chi dirige e poi dell’intero staff che lo accompagna. Ripeto, non conosco personalmente Lodovico Antinori, ma dietro i vini che ho appena assaggiato si avvertiva l’idea, l’estro importante di un autore che mira a toccare un’espressività estrema e assieme c’era la messa a fuoco di tutti quelli che sono i suoi valori e le possibilità, senza trascurare alcun dettaglio.</p>
<p>In un certo senso un vino è come un film. Noi vediamo scorrere la pellicola e la storia sullo schermo, possiamo godere di quella trama e di quei dialoghi che si concentrano in un paio d’ore di visione. Ma dietro c’è un regista che ha diretto per mesi un’intera troupe di attori, sceneggiatori, architetti, maestranze. E’ lui, è il suo taglio, il suo stile che permette alla storia di crescere, emozionarci, toccare i nostri pensieri. E’ nella sua abilità. E Lodovico Antinori nella Tenuta di Biserno ha accumulato e raccolto la sua intera esperienza del vino, ha scelto i luoghi, i vitigni e dunque gli attori, ma poi anche i collaboratori e tecnici, al culmine di una vita che è stata anche una lunga avventura attraverso il vino (e mai banale, né commerciale).</p>
<p>A questo aggiungo una nota di numeri, che possono dare un’ulteriore dimensione della selezione che qui c’è stata alle spalle di ogni etichetta. Parliamo di una tenuta con 47 ettari di vigne, immerse nei boschi e piantate tra il 2002 ed il 2003. Da tutto questo la produzione della vendemmia 2011 è stata di 54.000 bottiglie de Il Pino di Biserno, 50.000 di Biserno, 6.000 di Lodovico. L’eliminazione dei grappoli non soddisfacenti, per giungere a rossi di questa portata, offre dunque una media di 2.340 bottiglie ad ettaro.<a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/11/8A4T1175.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-315" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/11/8A4T1175.jpg" alt="8A4T1175" width="848" height="243" /></a></p>
<p>Dico questo perché la sensazione evidente nell’aprire i tre vini, nell’avvinare i bicchieri, lasciando roteare le prime gocce all’interno del cristallo, osservando quel loro sontuoso andamento scuro e denso, grasso e glicerico. E poi, ultimata questa operazione, facendo scorrere i vini nei calici, che si riempivano di colori impenetrabili e, ancora, quel primo colpo di naso … Insomma suonava tutto come la conferma e la definizione di essere davanti a qualcosa di molto serio, di profondo, meditato e assieme di inedito.</p>
<p>Per me, che ho la fortuna di assaggiare migliaia di vini l’anno, l’impressione complessiva in quei primi minuti è stata di trovarmi davanti al grandissimo esito di un progetto calcolato in modo millimetrico ed al tempo stesso con la smisurata passione di una sfida. Perché questi rossi grandiosi rivelavano una straordinaria misura, un senso del gusto, della perizia, di classicità spaziale verso il concetto dell’uvaggio bordolese, con una precisione altissima. Ma al tempo stesso non c’era alcuna algidità, la bravura tecnica appariva anzi sopraffatta dalla ricchezza superba del frutto ed ai profumi era tutto un traboccare sensuale di aromi, di suggestioni, di echi, incroci, rimandi. Rossi insomma colti, meditati, originalissimi e intimamente passionali. Ma anche con una fortissima impronta territoriale e, direi, di dichiarata toscanità ad avvolgerli.</p>
<p>Per una volta vorrei iniziare dal terzo vino aziendale, appunto Il Pino di Biserno 2011. E dunque taglio di Cabernet Franc al 50%, Merlot 30%, Petit Verdot 12%, Cabernet Sauvignon 8%. Con la premessa che non ho mai dato nella mia vita ad un secondo-terzo rosso aziendale il punteggio di 92/100 (e per la verità poche volte l’anno riesco a dare questa valutazione). Eppure ero lì con questo vino superbo dal colore nerastro, il primo che avevo annusato dei tre che mi erano davanti. E mi domandavo cosa sarebbe stato di questo rosso in una degustazione cieca, a cosa poteva paragonarsi, come si sarebbe comportato al confronto di altri vini più noti e costosi?</p>
<p>Difficile comunque scambiarlo e confonderlo con altre etichette, perché il quadro olfattivo era originalissimo ed al tempo stesso virile, sicuramente attraente, ma anche con un suo notevole aplomb di seria compostezza. Oltre questa impronta, c’era però qualcosa di spettacolare in quel calice. Ed ovviamente Il Pino ’11 è stato il primo ad aprirsi e a definire la sua architettura, dando quella sensazione di offrire qualcosa di molto serio, complesso ed intenso.</p>
<p>Per chi ama il vino si apriva una grande emozione dei sensi, del pensiero, del piacere. Con la presenza del Merlot ad essere la prima a farsi avvertire. La sua immediata carica olfattiva tendeva ad una sensazione di carne appena fumé, ad un ricordo ematico ed anche ad un senso di caldo e di familiare. Man mano poi, così come ruotava il bicchiere e trascorreva il tempo, si sollevava la sensazione di frutti neri in un respiro bellissimo, che mi lasciava sempre più curioso e cresceva assieme la sensazione balsamica, la leggera tostatura del legno, su cui tracimavano i frutti di bosco deliziosamente e potentemente composti su una prima traccia di goudron. Rosso poi straordinariamente appetitoso alla bocca, meravigliosamente equilibrato e dunque di una masticabilità appagante ed assoluta. Vino che si beveva con immenso piacere, che si scandiva man mano nella bocca, con cui si provava la sensazione di compiere dei passi, tale la solenne, profonda fittezza, che, via via che lo assaporavi, ti accompagnava nei pensieri.</p>
<p>Un’esperienza bellissima, ponderata, meditata, che consiglio a tutti caldamente di fare. Rosso che è oggi al suo 70-80% di espressività, che si può tranquillamente conservare positivamente per altri 4-5 anni e (da non trascurare mai) dal magnifico rapporto qualità-prezzo.</p>
<p>Arrivo così al Biserno, in cui il mix di uve ricalca in sostanza quello de Il Pino con Cabernet Franc e Merlot a prevalere nettamente. Vi ho già detto dei miei assaggi sulle vendemmie 2009 e 2010. Ma le piante qui sono cresciute di un altro anno e l’andamento stagionale 2011 è stato poi praticamente perfetto. L’inevitabile risultanza è che questo Biserno ha una ricchezza, qualità, concentrazione di elementi, di linfe, vorrei dire di segreti, assolutamente superiore (tutti noi sulla esatta composizione dei vini, nelle sue infinite particelle elementari, abbiamo praterie scientifiche ancora tutte da indagare e percorrere). Così i tempi di espressione per un rosso di tale calibro inevitabilmente si dilatano e di molto.</p>
<p>Ora è un bel problema annoso quello dell’affinamento di un vino in bottiglia e quanto un produttore debba aspettare, prima di metterlo in commercio. Tema poi di conduzione economica, nella quale mi muovo anche con molto impaccio, perché ovviamente il vino va venduto ed è l’unico sostentamento per un’azienda che ha le sue quotidiane spese vive, i suoi stipendi da pagare e così via. Però di fatto questo Biserno 2011, grandissimo, emozionante, inizia oggi appena a definire il proprio spazio e la propria dimensione, direi quella che è la sua identità e tratto di profumi e sapori, che appaiono ora solo al loro primo accenno.</p>
<p>Così ho assaggiato questo vino, ne sono rimasto molto colpito, sono convinto che attraversi ed indichi territori gusto-olfattivi intentati, che mi intrigano enormemente. E mi resta come un malessere, un rimpianto per averlo già bevuto, consumato, perché tra 3-4 anni sarà sicuramente assai più espresso, più maturo, più poderosamente originale e delineato nelle traiettorie che già accenna.</p>
<p>Il suo colore è totalmente impenetrabile. L’impressione immediata al naso è stata quella di maestosa profondità, un monumentale totem del nuovo vino italiano, profondamente confitto nel terreno, carico di echi e di toscanità. Era davvero tutto molto vasto, serrato ed al tempo stesso, nonostante questa concentrazione, il Biserno emanava un’idea di eleganza, di accuratezza raffinata, di purezza soffusa, cremosa. Dopo più di un’ora nel calice ha iniziato ad esprimere la sua sarabanda cromatica di aromi, petali di fiori dolci essiccati che se n’andavano finissimi nell’aria, poi il corpo dei mirtilli, la cioccolata, le spezie, i balsami in una loro assoluta freschezza. E alla bocca colpiva il suo corpo sereno e imponente, con meravigliosi tannini perfettamente bilanciati al frutto traboccante. E tutto attraversato da una lunga vena fumé e inchiostrata. Un rosso strepitoso, che non finivo mai di annusare, assaggiare, come di impadronirmene, in cui convivono la razionalità e l’anima, la dolcezza e la rigorosità.</p>
<p>Per il Lodovico 2011 infine vale con ancora più forza il discorso fatto sul Biserno 2011. Credo che oggi questo meraviglioso vino (cui assegno il punteggio più alto che ho mai dato finora, anche se obbligatoriamente in divenire) esprima oggi a malapena un 20% del potenziale e direi che, per chi ha la fortuna di possedere una simile bottiglia, sarebbe bene non aprirla prima di 5 anni.</p>
<p>Inutile poi dire che ho rapportato a questo assaggio il ricordo fortissimo che avevo del Lodovico 2008, sentito un anno fa. Diciamo dunque che c’è una differenza di 2 anni, di gioventù e tempo di vetro, nel mio assaggio, su vendemmie poi diverse, con piante in questo caso che sono più mature di 3 anni. E insomma il 2008 era molto più delineato (ho avuto anche l’impressione che dovesse aver avuto più tempo di legno), più conciato, già più inciso nei suoi tratti e così osservabile, gustabile.</p>
<p>Questa vendemmia 2011 è però sicuramente superiore nel passo, nella ricchezza, nella solennità, nella maestosità dell’andatura, con l’impressione di un vino gigantesco, crudo e giovanissimo, che è la selezione esasperata dei migliori grappoli della Tenuta, qui a larghissima prevalenza di Cabernet Franc, poi Merlot e piccola percentuale di Petit Verdot. E la cosa bellissima inoltre era anche nella profonda diversità tra il Lodovico ed il Biserno, che rimiravo nei due calici davanti a me, con i loro impressionanti colori nerastri. Aggiungiamo infine che il Lodovico ha avuto bisogno di un’ora in più per uscire fuori, respirare, emergere, dilatarsi ed andare poi in crescendo, staccando l’altro.</p>
<p>Si tratta comunque di due opere nel complesso assai diverse tra loro, molto forti nel carattere, ma con traiettorie gusto-olfattive del tutto separate. Il Biserno, come detto, era pervaso da una leggiadria ed eleganza suffusa, baluginava in sfumature, in tocchi, in fascinazioni. Pure nella sua concentrazione echeggiava un’anima dolce, alta e femminile.</p>
<p>Il Lodovico era più profondo, virile e carnale. C’era in lui più furore ed al tempo stesso (ed è anche il questo la sua grandezza assoluta) appariva pieno di preziosità. In qualche modo il suo quadro e ventaglio olfattivo poteva ricordare quello de Il Pino, ma su un’altra dimensione, infinitamente più concentrata, più profonda, più tenace e rabbiosa, vorrei quasi dire più drammatica. Anche qui i toni del Merlot erano i primi ad avvertirsi. Poi man mano si dipanavano ricordi deliziosi di pasticceria, vaniglie e ancora via via frutti neri di bosco su toni fumé e così si aprivano in successione strati di inchiostro e liquirizie, che scavavano e affondavano le loro sequenze infinite, aprivano nuovi aromi e suggestioni, delineavano tratti di un paesaggio e di una prospettiva che nessun altro vino italiano, a mio avviso, ha mai attraversato.</p>
<p>Anche qui, devo ripetere, avrei voluto assaggiarlo con cinque anni di bottiglia in più, in un gioco spazio-temporale davvero impossibile all’uomo. Ma è quello che ho pensato per tutta la sera, seduto a quel tavolo. E’ stato l’unico sottile e profondo filo di malinconia che ho avvertito in ore davvero indimenticabili. Il Lodovico ormai non c’era più. Ne rimaneva solo una traccia nel calice che provavo ancora a sentire, a scoprire.</p>
<p>Occorre anche dire però, che se il naso, nella sua meravigliosa, ma terribile gioventù, era ancora non compiuto, la bocca invece, nella sua consistenza imponente, nella qualità serica e morbidissima dei tannini, in quel senso di velluto che non ho mai sentito con quella qualità, erano di una generosità travolgente, a esemplare dimostrazione di bellezza, talento e maestria straordinari. Gli strepitosi accenni chiaroscurati dei profumi direi che si scioglievano in deliziose e al tempo stesso imponenti cremosità alla bocca, che traboccava di frutti dalla persistenza infinita.</p>
<p>Se il Biserno rivelava un corpo sereno, il Lodovico era più profondo e catramato, più complesso e pensoso, giovanissimo, d’accordo, e ancora inquieto, attraversato così da lampi, pensieri, da viaggi e territori tutti da vedere e conoscere negli anni a venire.<a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/11/e-hunyady_20131214_052_.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-316" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/11/e-hunyady_20131214_052_.jpg" alt="e-hunyady_20131214_052_" width="4288" height="2848" /></a></p>
<p>Mi piace allora concludere questo articolo (che possa essere benaugurante per un vino ed un’azienda in fondo alle sue prime apparizioni) con l’immagine di Lodovico Antinori assieme alla sua giovane figlia a Biserno, accanto ad una vigna d’inverno, che sta riposando prima di riprendere la nuova stagione.</p>
<p>Vedo sempre il vino come l’emblema di una cultura e della sua possibile continuità. Abbiamo un assoluto bisogno dei nostri figli, affinché questa rimanga viva e si rinnovi, magari si ampli, cresca. E’ tutto quello che possiamo lasciare e l’affidiamo al loro futuro, alle loro mani.</p>
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		<title>Anticipazioni da Trinoro</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2015 16:46:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Non mi è accaduto molto spesso, però a volte una giornata che si annuncia importante e piena di aspettative può diventare ancora più sorprendente. Non so, la trama di una romanzo, che all’inizio non ti prende, si trasforma in una profonda avventura dello spirito, un primo appuntamento a vent’anni con una ragazza, che ti intriga appena un po’, esplode in una cotta travolgente. Insomma a volte gli avvenimenti ti possono stupire in positivo.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Tenuta di Trinoro 2014  (95 ?)</b></p>
<p><b>Camagi 2014  (94-95 ?)</b></p>
<p><b>Tenaglia 2014  (93 ?)</b></p>
<p><b>Magnacosta 2014  (92 ?)</b></p>
<p><b>Palazzi 2014  (91 ?)</b></p>
<p><b>Tenuta di Trinoro 2013 (94 ?)</b></p>
<p><b>Magnacosta 2013  (93 ?)</b></p>
<p><b>Palazzi 2013  (92 ?)</b></p>
<p><b>Tenuta di Trinoro 2012   94-95</b></p>
<p><b>Palazzi 2012   93</b></p>
<p><b>Magnacosta 2012  92-93</b></p>
<p>Non mi è accaduto molto spesso, però a volte una giornata che si annuncia importante e piena di aspettative può diventare ancora più sorprendente. Non so, la trama di una romanzo, che all’inizio non ti prende, si trasforma in una profonda avventura dello spirito, un primo appuntamento a vent’anni con una ragazza, che ti intriga appena un po’, esplode in una cotta travolgente. Insomma a volte gli avvenimenti ti possono stupire in positivo. E le cose belle poi vanno dette, raccontate. La vita non è solo una eterna sfilza di disgrazie. Ci sono anche grandi piaceri nell’esistenza, improvvise scoperte e cose che ti meravigliano, ti tolgono il respiro, nonostante già si parta da aspettative alte. E ultimamente io quelli che si lamentano e basta, che profetizzano solo catastrofi, leopardianamente <i>li prendo a schivo</i>. Ho voglia di guardare al mondo con un po’ di sorriso, appunto, provare a prendere il meglio.</p>
<p>Tornando al vino, quello che mi è successo con gli ultimi assaggi di Trinoro ha a che fare con quanto raccontavo all’inizio.</p>
<p>Mi trovavo dunque, in un raro e recente viaggio in Toscana, non lontanissimo dalla Val d’Orcia. Butto così la telefonata ad Andrea Franchetti “Sto abbastanza vicino. Se domani faccio un blitz a Trinoro, diciamo in tarda mattinata?”.</p>
<p>“Io sto a Roma però” mi risponde lui. Ci pensa su un attimo “Ok, vai, parto domani mattina. Ci vediamo a Trinoro per mezzogiorno. Ci sono novità da sentire”.</p>
<p>Ora il pranzo a Trinoro, preceduto dall’assaggio dei vini in prossima uscita, è, come ho vagamente già accennato, una delle grandi gioie di questo ultimo paio di lustri, che mi distillo curativamente per quell’una o due volte l’anno, a dissipare malesseri e cattivi pensieri. Davvero una superiore medicina alla vita e alla bellezza, una specie di viaggio nel tempo o nel Tibet, con una inedita sequela di nuovi vini dai colori impenetrabili che mi verso lentamente nei calici, dopo averli avvinati (va da sé), prima dell’arrivo dei cibi (tutti, come dice Andrea, pasta a parte, nati e cresciuti a Trinoro).</p>
<p>D’inverno siamo nella grande cucina dall’aria antica e vissuta. Con il bel tempo si pranza all’aperto, sotto la tettoia di canne, davanti il paesaggio che precipita nel silenzio delle vigne e dei boschi attorno e si innalza poi, oltre l’Orcia, verso la rocca di Radicofani e, ancora più lontano, dentro i colori dell’Amiata.</p>
<p>I vini (adesso ci arrivo) sono sicuramente il motore pulsante ed il suggello della giornata. Ma tutto il loro cuore appassionato (perché i vini di Trinoro sono delle bombe di sentimento) deve mettere sotterraneamente in circolo filtri, umori, memorie. Così quel pranzo si tramuta nel ritorno a quello che eravamo decenni or sono, in quei pensieri, dentro la percezione di una Roma diversissima che ci respirava addosso, in uno stato d’animo e una dimensione di epoca, che ha inciso la mia giovinezza e quella di tutti gli altri attorno a me.</p>
<p>Alle volte, ridendo, parliamo nel gergo di quei decenni, con le parole, le espressioni che si usavano negli anni ’60-70 (perché nel linguaggio c’è tutto il codice genetico di quello che abbiamo visto e vissuto), quando eravamo dei ragazzetti (che il vocabolario orrido e banale dei dominanti di allora definiva con il termine insopportabile di) contestatori e gli sguardi di giovani coetanee ci facevano sembrare immenso ed eterno il futuro.</p>
<p>Ma non c’è stato mai un graffio di malinconia in quei pranzi, tutto mi è sempre apparso sospeso in un tempo immoto di serenità e spesso anche in un’atmosfera di trasparente allegria tra due persone della stessa generazione, della stessa città, anche se di quartieri e ceti sociali diversi, ma sicuramente con delle affinità elettive, che hanno camminato nella giovinezza lungo parallele separate, ritrovandosi poi all’improvviso in questo nuovo millennio. E ora si incontrano una-due volte l’anno, ma solo in questo lembo ancora un po’ selvaggio della Val d’Orcia.</p>
<p>Allora, a farla breve, erano giunte a questo punto le aspettative per il giorno dopo. Io ero ormai pronto a godermi la festa e l’immersione in questa specie di <i>come eravamo</i>.</p>
<p>Ora (altra piccola parentesi) confesso di essere un uomo arcaico. Il telefonino lo tengo così bello spento e morto. Né mi articolo su facebook, twitter, linkedin, whatsApp o quant’altro. Del resto vivo quasi sempre dentro casa, metà del tempo al computer (spesso a leggere o scrivere e-mail). Sono dunque, per chi vuole, facilmente raggiungibile. E nei miei rari viaggi accendo il cellulare, faccio la telefonata in quel momento necessaria. Poi lo rispengo e via. Del resto o sto in macchina o ad assaggiare vini e rispondere lì ad una chiamata diventa terribilmente urticante, quando non pericoloso.</p>
<p>Prima di lasciare l’albergo dunque il mattino dopo, chiamo casa in una consueta routine e apprendo da mia moglie che Andrea mi sta cercando e che non ha capito bene cosa gli sia successo.</p>
<p>Già dalla voce poi trovo un Andrea trafelato e, direi, furioso. E’ appena uscito dalla stazione di Polizia per la denuncia. Sceso insomma di casa quella mattina, per arrivare a Trinoro, ha trovato la macchina con le quattro gomme squarciate. Capita dunque anche questo (e neanche raramente) nella nostra città, che si va imbarbarendo ormai sempre più.</p>
<p>Comunque l’appuntamento è saltato. “Senti, però passa” mi dice. “Ti faccio preparare i vini. Ci sono delle sorprese. Dimmi poi che ne pensi”.</p>
<p>Un’ora dopo ero a Trinoro. Ed, entrato nella cantina, c’era un cartone da 12 bottiglie che mi aspettava. Sacrale. Immenso. Totemistico e supremo contenitore di sogni e delizie. Me lo guardavo. Mi sembrava che brillasse come il Santo Graal. Solo per pudore non mi sono inginocchiato a pregare. Ma probabilmente avevo lo stesso sguardo stupefatto che avevo colto negli occhi di mia figlia, quando nel ’93 la portai per la prima volta da Hamleys.</p>
<p>Il pranzo era ormai andato, va bene, ma con il carico che trasportavo (io che non amo guidare) potevo viaggiare da solo fino al Polo Nord e tornare poi indietro a tutta velocità, fiordo a fiordo, curva a curva, senza mai un momento di sosta. Mentre continuavo a domandarmi cosa potesse esserci in quel misterioso e incantatorio cartone.</p>
<p>Vengo così ora ai vini (so di aver abusato della vostra pazienza), che ho scoperto solo una volta entrato a casa.</p>
<p>Campionatura completa allora di tutti i cru della vendemmia 2014 e della 2013, ovviamente non ancora imbottigliati e presi dai legni o dalle vasche (di questi vini do il punteggio tra parentesi e con il segno ? . Ci ritornerò su, quando saranno in bottiglia ed in commercio), poi i cru 2012 (imbottigliati nella primavera 2014) ed un superbo 2011 di Tenuta di Trinoro, a completamento del set e che fungerà da supremo balsamo lenitivo per qualche nuvoloso tempo a venire.</p>
<p>Questi 8 vini ’14 e ’13, presi dai legni o dalla vasca, andavano dunque assaggiati subito e sono stati così la cura, l’occupazione e lo stupore dei 2-3 giorni successivi, sperimentando anche la tenuta e l’integrità che avevano a bottiglia aperta, dopo 24, 48, 72 ore (oltre non posso dire, perché li avevo ormai tutti finiti e sgocciolati a dovere).</p>
<p>La sorpresa era sulla 2014, che presentava per la prima volta tre cru di Cabernet Franc (che è sempre stato il vitigno più importante a Trinoro). Quei nomi che avevo così visto, indicati sulla grande mappa delle parcelle di vigna, e che avevo attraversato spesso nel giro in macchina che facevamo tra i vigneti più alti, prima di pranzo, prendevano ora finalmente forma in nuove etichette.</p>
<p>Ma, come ho già detto, Andrea Franchetti da sempre vendemmia tardivamente per piccole parcelle, che tiene separate poi anche nei legni a capirne sviluppi, evoluzioni, particolarità. E questa esperienza oramai ventennale ha portato a conoscere e a individuare quei picchi che rendono il vino tanto completo e particolare, da non avere bisogno di altro apporto. Il risultato delle piante confinanti non aggiunge niente e rischia anzi di mascherarne i tratti, l’unicità degli aspetti. Le piante poi finalmente cresciute esprimono una personalità ed un carattere dichiarato ed unico.</p>
<p>E insomma in quelle bottiglie verificavo una delle (poche) verità in cui credo. Che cioè nel vino italiano il meglio debba ancora venire, che siamo solo alla prima generazione di grandi rossi. Con piante ed esperienza di più di venti anni, noi avremo ulteriori immagini, spessori, profumi e sapori. E chi avrà lavorato per andare e vedere oltre il crinale della collina, oltre quel buono (che quando viene meccanicamente ripetuto ogni anno diventa solo scontato), presenterà nuovi vini e etichette su cui interrogarsi e stupirsi, lasciando assaporare anche un po’ di gioia e di ottimismo, che è oggi ahimè così raro.</p>
<p>Allora preparatevi alla sorpresa 2014 di Magnacosta, poi Tenaglia, infine Camagi.</p>
<p>Ma una precisazione su questa vendemmia va fatta, perché è stata tra le più fredde e umide degli ultimi due decenni. E le notizie che mi arrivavano a settembre non erano buone. Ma Trinoro è in alto e particolare, spesso contraddice quanto detta il centro della Toscana (la sua 2010, ad esempio non è stata importante, mentre grandissime sono state la 2009 e la 2011). Qui poi è fondamentale il rush finale dell’ultimissimo tratto. Le raccolte, sempre manuali e pezzo a pezzo, che danno il segno all’annata e la incidono. Quelle che partono dalla decade finale di ottobre e si concludono anche al 10 di novembre su quei 600 metri dell’ultima vigna più alta.</p>
<p>Dentro i suoi vini nerastri c’è tutto il Tenuta. E così ognuno di essi diviene ogni anno profondamente diverso. La 2014 ha appunto tutto il segno di questi ultimi giorni di vendemmia (ma senza alcuna sensazione di sovrammaturo), dove, nel saper attendere, in una esasperante annata che sembrava ad un certo punto non voler concedere proprio niente, il grappolo ha maturato le sue linfe segrete, le ha elaborate di nascosto, non le ha fatte vedere a nessuno. Il rischio è rimasto a mille. Altre piogge avrebbero potuto far marcire tutto. Ma il cattivo tempo a quel punto si è placato. Qualche divinità ostile è rimasta distratta, occupata a fare altro. Le foglie dei grappoli colti in precedenza già arrossavano. Le notti erano fredde e di giorno brillava il sole.</p>
<p>E’ lì che si fa il vino estremo, in quello che avviene nei grappoli, nei precursori di futuri aromi e sapori, che vanno ora percorrendo spazi inediti in una trafelata corsa finale a quel qualcosa in più che va oltre le mode e l’attualità, giungendo lì dove non sono mai stati in quell’anno e nemmeno in tutti quelli precedenti. Mi viene in mente il Pascoli più visionario, il <i>“si cova/ dentro l’urna molle e segreta/ non so che felicità nuova”.</i></p>
<p>E dunque davanti a me i tre calici di Cabernet Franc dai loro colori impenetrabili, meravigliosamente nerastri. Il Magnacosta è della vigna più bassa, a 470 metri, quella dal suolo ciottoloso attorno alla cantina, dove, millenni or sono, scorreva un fiume. Il Tenaglia è più in alto, intorno ai 550 metri, in pieno pendio su una terra più profonda e sabbiosa. Il Camagi ancora più su, tra i 570-580 metri di altitudine, su un terreno povero, di roccia erosa, e poco profondo, dentro cui la competizione tra le piante è a mille.</p>
<p>Premetto che era la seconda volta che sentivo il Magnacosta, etichetta che era stata inaugurata con il 2011. Quel vino era sicuramente molto buono, ma in parte rimaneva sovrastato da Palazzi e Tenuta. Certo andrebbe oggi riassaggiato per capirne le evoluzioni. Allora mi era comunque sembrato bello ed algido (con quel minimo di freddezza didattica, che non ho mai trovato nei vini di Franchetti). Ma ci sta pure che in una prima annata ci si vada con i piedi di piombo, ci si possa accontentare di un bel vino definito, sicuramente varietale, in un certo senso da manuale del perfetto Cabernet Franc.</p>
<p>Con il 2014 cambia però l’intera musica, il vino mantiene certamente la sua definizione, ma è come approfondito ed al tempo stesso diffonde il suo contorno di eleganza, la grande florealità del naso, la penetrativa mineralità del suo suolo, la linearità bellissima e armonica della composizione, la lunghezza acuta e l’equilibrio della bocca.</p>
<p>Il Tenaglia 2014 poi presenta un varietale ancora più netto e straordinariamente dolce. Ed è dei tre Cabernet Franc quello che presenta più grasso e volume, probabilmente più estratto. Pur essendo pieno di forza tannica, tracima di una abbacinante ricchezza di frutto di more e ribes, risultando dolcissimo e con molta strada da percorrere ora nel legno e nelle vasche (parliamo ovviamente di vini svinati da pochi mesi, che hanno molto tempo per evolversi, mutare, crescere. E questo, non starò a ripeterlo, vale per tutti i vini che descriverò del 2014 e del 2013).</p>
<p>Il mio cuore confesso comunque di averlo lasciato nel Camagi 2014, un Cabernet Franc vertiginoso, il più profondo al colore, severo ed elegantissimo, con un’apertura aromatica più complessa, più graffiante, che già accennava inchiostro e goudron. Mi colpiva il suo nitore e la sua bellezza, la lunghezza e la persistenza alla bocca. Straordinariamente grasso e con un tenore acido a conferirgli una infinita dinamicità espansiva, penetrativa, minerale.</p>
<p>Sono terribilmente curioso di risentirlo ad evoluzione completata e sono altrettanto convinto che il Tenuta di Trinoro abbia ora trovato in casa un suo bel rivale. Ma questa non sarà mai una guerra, soltanto un bell’essere vivi nel confrontarli e berli.</p>
<p>E appunto veniamo al Tenuta ’14 che appare subito appena più vasto ed orchestrale, così come il Camagi era un solista abbacinante. Il Tenuta si offre subito pieno di note floreali che si vanno man mano aprendo in un naso maturo e prezioso. Mantiene quel fondo spettrale che avevo avvertito nel primo assaggio del Tenuta ’11 (quello preso dalla vasca), come una sua intima venatura di drammaticità, sopraffatta poi dalla sontuosa ricchezza dell’estratto, dalla vastità degli infiniti frutti che lo compongono. Eppure in bocca mantiene aplomb, nervosità, lunghezza straordinaria di sensazioni. Ed appare un vino dal potenziale altissimo.</p>
<p>Infine il Merlot Palazzi 2014, che dei rossi dell’annata è quello che meno mi ha entusiasmato, con una precisazione però, visto che l’assaggio migliore me lo ha dato 24 ore dopo l’apertura, nella mezza bottiglia rimasta.</p>
<p>Ribadisco qui come la descrizione di un vino svinato da qualche mese e da poco posto nel legno non può avere niente di ultimativo. Il vino deve ancora camminare, crescere, assestarsi, magari fermarsi, poi riprendere a correre ed evolversi, assai spesso in positivo. Attraversa insomma varie e diverse fasi in questa sua crescita e potrà essere molto diverso, quando sarà imbottigliato.</p>
<p>Tuttavia il Merlot, appunto vitigno precoce, non deve essere stato troppo aiutato dall’andamento di un’annata così fresca ed umida. L’assaggio ha dato un vino di notevole cremosità, anche grasso, tuttavia meno complesso degli altri ed un po’ molle. Curiosamente però dopo un giorno appariva con delle nuances inchiostrate e tanniche che non c’erano prima e gli davano ora più brio e durezza. Il tempo di legno così potrebbe fare miracoli. Ma ci ritorneremo sopra tra un paio di anni, quando questo rosso avrà fatto anche qualche tempo di bottiglia.</p>
<p>La 2013 poi è stata poi un’altra annata fredda, meno estrema della 2014, ma complicata per portare a grande maturazione e in sanità i grappoli delle piante.</p>
<p>Già un e-mail di Andrea mi aveva però messo sull’avviso. “Le annate freschine danno vini lunghi” mi scriveva, perché, nei piani dichiarati di quella visita, era la 2013 che volevo assaggiare, la più vicina all’imbottigliamento.</p>
<p>Ora nei tre grandiosi vini che avevo davanti, scurissimi, vividi, carichi di profumi ed energie, verificavo un’altra piccola verità, che cioè con piante di questa maturità e con l’esperienza che il produttore ha man mano incamerato, con questa durezza di selezione in vigna, si arriva ad una costanza di livello prima impensabile. Certo i rossi di Trinoro manterranno in ogni annata un loro timbro particolare e unico, perché le diverse stagioni li marcano e li segnano a quelle altitudini ogni volta in modo diverso. Ma lo standard di qualità rimane ormai perentorio.</p>
<p>Ricordo i risultati minori di vendemmie come la 2004 e 2005 a Trinoro, dopo che nella 2002 non era stato prodotto il Tenuta, e credo che siano state anche il frutto di inesperienze, di piante giovani e incostanti che dovevano ancora raggiungere il loro equilibrio, di piccoli errori di valutazione, che pesano però, quando l’obiettivo è il picco estremo.</p>
<p>Così con questi tre rossi superbi che avevo davanti agli occhi, traboccanti di spessori e aromi, mi veniva da pensare “Se questa è stata un’annata difficile, io le voglio tutte così”.</p>
<p>Il Merlot Palazzi ’13 appariva profondo, intenso, pieno di profumi, freschissimo e vibrante. La bocca era lunga, grassa, ricca di tannini e con una nota lignea, forse anche un pelo di malico da svolgere ancora, una piccola smagliatura che il tempo prima dell’imbottigliamento potrà correggere con calma. Ma avevo davanti a me un rosso intrepido, un Merlot di consistenza superba, profondo e chiaroscurato, come questo vitigno può esprimersi solo in casi eccelsi, ed assieme fitto, teso, dalle lunghe intensità e le grandi fattezze.</p>
<p>Il Magnacosta ’13 poi appariva perfetto, miglior esito per questa etichetta, prima della suddivisione in cru (ma, mi domandavo, un po’ di Camagi e Tenaglia ci sarà scappato dentro? Io l’avrei fatto). Comunque parliamo di un Cabernet Franc spaziale, penetrativo, lungo, elegantissimo, dritto come una spada, giovanissimo, serio, terso, pronto a crescere per decenni in bottiglia e poi compatto, denso, equilibrato come l’uomo di Vitruvio, solo muscoli e tendini, e contemporaneamente ricchissimo di sensazioni olfattive, che sfumano nel goudron inchiostrato e nel fumo.</p>
<p>Il Tenuta ’13 infine sicuramente più degli altri due denotava un senso di chiusura al naso. Vino inizialmente trattenuto, crudo, come l’annata fredda detta. Il colore poi talmente impermeabile alla luce, da dare quasi il segno di questo sigillo messo lì a non lasciarsi ancora accostare. Ma poi nel largo calice il vino ha cominciato a formarsi ed a salire in un crescendo incantatorio, rimanendo tuttavia con un suo carattere nordico, ancora freddo e in parte trattenuto, con particolarità olfattive però inedite, meno di frutto maturo, dolce e solare, più di inchiostri, catrame, tostato, spezie officinali, erbe preziose essiccate. Il suo è un fitto, complesso bouquet tutto ancora da comporsi. Vino infinitamente lungo e profondo, di nitore estremo, rigoroso e bellissimo, che crescerà per molti anni in bottiglia. Diventerà uno dei Tenuta più belli e longevi. Alla bocca dava già questi suoi preannunci, la concentrata ricchezza era tale da esprimersi in una magistrale masticabilità, densa di more e ribes inchiostrati, in una sensazione di bontà che non finiva mai.</p>
<p>Ora su tutti questi vini, che devono ancora evolversi in cantina e poi in bottiglia, ho dato un punteggio (oltre che con il punto interrogativo) sostanzialmente cauto. Insomma mi tengo piuttosto basso, considerandoli appunto dei vini non finiti, non ancora compiuti. E’ questa soltanto la loro fotografia di oggi, quando sono ancora bambini. Sicuramente ci tornerò poi su, quando saranno in bottiglia e con un tempo adeguato di primo affinamento. Ma quello che mi interessava era restituire l’emozione e l’impressione forte di quanto ho avvertito, nella casualità di grandi rossi <i>in progress,</i> che dovevano essere assaggiati informalmente a pranzo, come un test del momento. E che poi le casualità più impreviste mi hanno consentito di portare a casa e di poterli valutare accuratamente, anche in modo più distaccato e tecnico.</p>
<p>Devo inoltre sinceramente dire che questi 2-3 giorni dedicati ai loro assaggi mi hanno restituito un entusiasmo al vino, alla purezza primordiale delle sue sensazioni, che pensavo in certe giornate di non possedere più (capitano momenti in cui ti senti soffocato nel mestiere, nella routine di assaggi che non ti convincono. Pensi così di aver perso la curiosità, quel candore, quell’innocenza che davanti ad un vino devi obbligatoriamente offrire).</p>
<p>Questi vini invece mi hanno restituito fiducia e mi hanno confermato quanto spazio maggiore ogni nuova vendemmia può occupare e proporre, se il produttore è animato da un serio spirito di ricerca e di avanguardia, di novità, andando oltre il già sentito, anche rischiando, per giungere all’intentato, all’inedito. Mi viene in mente come in uno di questi pranzi all’aperto, mentre si parlava davanti ai bicchieri, si raccontava e probabilmente io gli commentavo i vini che sentivo, Andrea, con lo sguardo verso le vigne, si sia come lasciato sfuggire un pensiero, pronunciando a bassa voce “Voglio fare cose belle”.</p>
<p>Al tempo stesso però questi assaggi così ricchi, intensi, di uno splendore non immaginato, che non avevo mai visto e di cui mi mancavano come le coordinate, mi ha causato nei giorni successivi una sorta di sindrome di Stendhal. Mi sentivo talmente appagato, sazio, completo, quasi stordito da tanta bontà da non volere più assaggiare vini. Non solo, questa ridda di sensazioni erano tanto forti, ma nello stesso tempo così disordinate, confuse, aggrovigliate, da non riuscire nemmeno a scriverne. Dovevo lasciar sedimentare tutto. Per capire dovevo aspettare. Il fisico e la mente, con i loro tempi, dovevano immagazzinare e poi decodificare, dare ordine ai pensieri e permettere alla fine di riflettere.</p>
<p>E ne sto scrivendo solo ora, di fatto a distanza di due mesi da quei primi assaggi. Ma tant’è, questi sono i miei tempi.</p>
<p>C’era però anche il 2012, già imbottigliato, come detto, dalla primavera del 2014, in quel cartone. E così l’ho pilotato per una buona occasione.</p>
<p>Per il compleanno della donna che mi sopporta da tempo immemore, mi sono fatto questo superbo regalo. Costamagna, Palazzi, Tenuta di Trinoro a cena. Chi può dire d’aver fatto altrettanto?</p>
<p>Era passato di fatto già più di un mese dall’assaggio dei 2014 e 2013.</p>
<p>Venendo dunque alla 2012, è stata un’altra annata caldissima, ma, a Trinoro, meno rovente della 2011. Qui però tutto è particolare e si stempera con l’altura, la luce. Le piante poi stranamente sono andate avanti in modo lento per tutte le stagioni dell’anno (chi sa, forse erano stanche per i grandissimi frutti dati nell’autunno precedente o forse c’era una nascosta sapienza della natura in questo percorso lentissimo delle viti). Le prime fruttificazioni primaverili hanno comunque quasi preceduto le foglie, che hanno aperto le loro pareti in modo tardivo e pigro. Sembrava quasi che procedessero al risparmio. Quello che appariva all’esterno erano grappolini, chicchi piccoli che a malapena stentavano.</p>
<p>A metà estate Andrea era un po’ perplesso e preoccupato. Ma questo progredire, lentissimo, strisciante, eppure millimetricamente costante, questo rimanere indietro rispetto ai tempi delle altre annate, ha fatto sì che le piante non si siano poi mai fermate, nemmeno nel momento più torrido e siccitoso di agosto. Esse hanno continuato procedere e ad elaborare sostanze su sostanze in un progressivo continuum fino ai tempi canonici di raccolta. Da metà settembre ai primissimi di ottobre per il Merlot, dal 12 al 25 di ottobre per i due Cabernet, una settimana più tardi per l’ultimo Petit Verdot.</p>
<p>Non so se l’ho già scritto, ma va anche detto come a Trinoro si segua da sempre una completa naturalità, i trattamenti sono di argille, propoli, semi di pompelmo. Parliamo sostanzialmente, pur senza che siano dichiarati, di vini biologici. Dalla vigna ai lavori di cantina qui si respira una naturalità piena, totale. Fin dalla prima annata si seguono i cicli lunari anche nell’imbottigliamento.</p>
<p>Tornando comunque a questa vendemmia, la costante in tutte le varietà ormai raccolte era nelle tonalità nerastre dei colori dei mosti ed in un grado zuccherino più leggero rispetto alla 2011 (consideriamo però che in questa annata i vini avevano un grado alcolico di 16, mentre con la 2012 siamo intorno ai 14,5). Tutto è poi proceduto con la stessa lentezza nelle fermentazioni, ogni movimento continuava a susseguirsi a bassissima andatura.</p>
<p>Dopo le svinature Andrea Franchetti non ne era soddisfatto. I vini gli sembravano neri e piatti, in bocca non riusciva ad individuarne la sostanza, il carattere.</p>
<p>Poi però tutto quello che di segreto avevano mantenuto nell’intimo si è cominciato a rivelare sempre di più nei legni e nelle vasche, in ogni mese che via via trascorreva. Questi rossi insomma continuavano a crescere e a prendere forma. Si dilatavano, acquistavano respiro, approfondivano gli orizzonti, proponendosi alla fine ancora una volta come vini totalizzanti e completamente diversi da ogni precedente vendemmia.</p>
<p>Nell’assaggiarli ho avuto la sensazione, rispetto alla 2011, di una agilità sostanziosa. Per taluni aspetti mi sembrano in qualche modo più moderni, come se il loro segno sia in una diversa, ma profondissima essenzialità. Hanno qualcosa in meno in alcol, in orpelli, in peso, ma è come se in questo alleggerimento esprimano ora più energia, più forza viva, più tensione, dinamicità ed un’incomparabile elegante bellezza, profumatissima, nitida, radicata, che va dritta al cuore.</p>
<p>Magnacosta 2012 dunque, con Cabernet Franc in purezza dalla vigna omonima e da Camagi. Colore di una impenetrabilità vivida che è tutto un programma e profumi in cui la viva varietalità si ammanta di toni cioccolatosi di una lunghezza fisica, tattile. Lo trovo assai più ricco e complesso del 2011 e al tempo stesso giovanissimo, tannico, appena astringente e con bordate di frutto denso che si innalzano sempre più fino ad un’elegantissima sensazione di fumo. Grande aplomb e rosso che crescerà molto a lungo.</p>
<p>Il Palazzi 2012 appare poi decisamente diverso dalla ’11, che dava l’immagine di una florida, carnale donna rinascimentale. Qui il quadro è di una giovane dei nostri tempi, bellissima e snella, un po’ nevrotica, dallo sguardo intrigante e misterioso. Si conferma anche nel Merlot, che è vitigno sostanzialmente sorridente e aperto, questa impressione di un’annata 2012 solo al suo primo inizio di percorso, con un naso incredibilmente conturbante, inchiostrato, percorso da una sua trama fittissima di frutti neri in nuce che brillano di spezie raffinate e lunghi strati di goudron. Vino che non si finisce mai di bere, con meno carne del 2011, ma più penetrativo e poi intensissimo, profondo.</p>
<p>Il Tenuta di Trinoro 2012 è invece più similare alla dimensione del 2011, anche se nell’uvaggio c’è qui una prevalenza di Cabernet Sauvignon. Ma il carattere di opulenza, il segno riconoscibile di una superiore maturità e sovrana pacatezza c’è tutto. Rispetto alla 2011 è però più sereno, come un Budda che ti guarda, sgombro da dubbi e da nuvole. E’ un vino di ampiezza infinita, vastissimo nel ventaglio olfattivo, dove tutto conduce ad una finalità di dolcezza nobile, di spazioso respiro complesso. La grassezza saporosa di frutti di bosco e more di rovo si mescola alla tannicità inchiostrata in un finale polifonico, lunghissimo e sensuale, con la razza ed il peso di un grandissimo rosso monumentale, solidificato e come fuori dal tempo, che ti abbraccia, esteso, confortevole, rasserenante.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com/anticipazioni-da-trinoro-2/">Anticipazioni da Trinoro</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com">I migliori vini della nostra vita</a>.</p>
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