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	<title>I migliori vini della nostra vita &#187; 2016</title>
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	<description>Luciano Di Lello</description>
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		<title>Il Chianti Classico, Riecine e una riconciliazione</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2016 10:25:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>In quella che è stata la mia storia il Chianti Classico ha ricoperto il ruolo di territorio più ricco e sorprendente per tutti gli anni ’80 e ’90. Quando ogni nuovo viaggio mi confermava come lì nulla rimanesse statico, con continui nuovi vini ed etichette ad apparire, ad incuriosirmi. E tutti gli assaggi diventavano pure avventure dello spirito, in un fuoco d’artificio di ipotesi e sapori, dentro quello che è stato per vent’anni il nostro più grande laboratorio a cielo aperto di sperimentazioni gustative e dunque estetiche.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/14468559_1808302412715468_3230814541598131570_o.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-357" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/14468559_1808302412715468_3230814541598131570_o.jpg" alt="14468559_1808302412715468_3230814541598131570_o" width="1080" height="1080" /></a></p>
<p><b>Riecine di Riecine 2012       93-94</b></p>
<p><b>Riecine di Riecine 2011       92-93</b></p>
<p><b>La Gioia 2012                      92</b></p>
<p><b>La Gioia 2011                      92</b></p>
<p><b>La Gioia 2010                      91      </b></p>
<p><b>Chianti Classico 2013         86-87</b></p>
<p><b>Chianti Classico 2012         88</b></p>
<p><b>Chianti Classico 2011         87-88</b></p>
<p>In quella che è stata la mia storia il Chianti Classico ha ricoperto il ruolo di territorio più ricco e sorprendente per tutti gli anni ’80 e ’90. Quando ogni nuovo viaggio mi confermava come lì nulla rimanesse statico, con continui nuovi vini ed etichette ad apparire, ad incuriosirmi. E tutti gli assaggi diventavano pure avventure dello spirito, in un fuoco d’artificio di ipotesi e sapori, dentro quello che è stato per vent’anni il nostro più grande laboratorio a cielo aperto di sperimentazioni gustative e dunque estetiche.</p>
<p>Sono cresciuto e mi sono formato in quei luoghi, dove lavoravano le migliori immaginazioni e personalità del nostro vino (anche se molto spesso lontane e distanti nelle ipotesi e nelle idee), riunite però in un rettangolo in fondo di non troppi chilometri, a ridisegnare vigne e metodologie. Mettendo in discussione tutto, vitigni, uvaggi, portainnesti, sistemi di allevamento, fittezze, tecniche di vinificazione, legni. Sfidandosi certamente tra di loro, ma molto più spesso sfidando l’assoluto e l’intentato (anche quando si voleva essere il più possibile vicini alla tradizione). Compiendo comunque in un paio di decenni la distanza che andava dalla preistoria del vino al viaggio sulla luna. E raccogliendo un patrimonio di informazioni, di cui hanno poi beneficiato tutti gli altri territori della Toscana, oltre che dell’intera Penisola.</p>
<p>Il mio primo viaggio in Chianti Classico era stato nella primavera del 1974, solo qualche settimana dopo quello a Montalcino. Nella mente un corredo di articoli di Veronelli e un’infinita curiosità di capire, di assaggiare.</p>
<p>Ma era tutto primordiale allora. Ogni passaggio doveva ancora avvenire. E a tramortirmi nella sequela delle sue colline c’era soltanto la bellezza abbacinante del paesaggio.</p>
<p>Spesso fermavo la macchina per fissare meglio gli scorci che apparivano oltre un crinale, all’improvviso. Non avrei parole da poter utilizzare oggi. Ognuna è stata così logorata e mortificata, abusata. Ma c’era davvero qualcosa di stupefacente dentro quelle linee che vedevo per la prima volta, una radiosità di colori e di quinte che si susseguivano sempre più sfumate, uno splendore che mi tramortiva, con la sua natura raggiante, boscosa, benigna, e accanto, ma appena con un suo tocco leggero, posato man mano nei secoli e ogni volta con gusto, con discrezione, quasi a non voler apparire, l’esistenza dell’uomo, la sua mano civile, giusta, il senso di un’idea. Un casale, una minichiesa sulla cresta della collina con il colore di quelle stesse pietre, qualcosa dentro cui abitare o rimanere a pregare, fissando attorno quegli spazi supremi.</p>
<p>Non avevo allora nemmeno padronanza delle strade che si inerpicavano nei borghi. Quella prima volta pronunciai il nome di un paese che mi pareva uno scioglilingua musicale. “Scusi, la strada per arrivare a Gàiole …?” domandai in un incrocio. E la ragazza mi guardò, scoppiando quasi a ridere. “A Gaiòle” disse dopo.</p>
<p>Viaggio dopo viaggio scoprivo Radda, Panzano, Làmole, Castellina, i loro luoghi. A rivederli nella memoria, sembrano passati 2 secoli per quanto si sono modificate le cose e moltiplicati poi i produttori, nati e cresciuti vini che allora non si potevano nemmeno immaginare.</p>
<p>Andavo in quella primavera del 1974 alla caccia di piccoli produttori dai vini giovani e gustosi, ma ancora molto semplici, spesso rustici. Ricordo il Chianti di La Bricola, di Montoro e Selvole, il Le Pici. Sconfinavo poi fino all’Impruneta per la superba Riserva 1970 di La Querce.</p>
<p>Quello che si sarebbe cominciato ad elaborare da lì a poco era il tema del Sangiovese, se tentarlo da solo e al meglio, in un’area dove storicamente era prevalsa l’idea di un mix di vitigni. Abbassando drasticamente le rese, reimpiantando a maggiori fittezze, rinnovando il parco legni.</p>
<p>Sarebbero iniziate così le avventure di personaggi e aziende oggi famose. Ma, se vogliamo porre una data e segnare uno spartiacque nella futura storia di questo territorio, dobbiamo partire inevitabilmente da un vino, che è il Tignanello 1971.</p>
<p>La sua uscita in commercio è da collocarsi tra la fine del 1974 e l’inizio del 1975. Per lo meno io, che ero una sorta di appassionato follemente seriale ed anche compulsivo, ne lessi in quel tempo sul poco di stampa che c’era allora e comprai le mie bottiglie. In contemporanea al Sassicaia 1968, distribuito nei suoi primi anni proprio da Antinori. Ricordo che anche il prezzo (intorno alle 5.000 lire) era simile.</p>
<p>Tralascio ora il tema del Sassicaia, perché voglio riprenderlo più in là, in un lavoro interamente dedicato ai vini di Bolgheri. Ma l’impatto che offriva il Tignanello ’71 nel panorama del tempo era fortissimo. Un vino chiantigiano, ma assolutamente non paragonabile a nessun altro nel territorio. C’era una tale modernità, una tale diversità di concezione che lasciava sbalorditi, c’erano anni-luce di differenza rispetto agli altri vini degli anni ’70.</p>
<p>Io ne ero entusiasta, un rosso totalmente nuovo, dal frutto pieno, giovane e delizioso, che apriva di colpo ipotesi, spazi inediti, morbidezze, che faceva venire idee, lampi. E superava così di 10.000 spanne i Chianti Classico Riserva di quegli anni, sempre un po’ maderizzati, asfittici, vecchi, secchini, scarichi, sfiniti, in una parola, vini tristi.</p>
<p>Nel mio gusto in formazione il Tignanello ’71 (ed il Sassicaia ’68, come poi racconterò) ha avuto un’influenza enorme. Un po’ come quando, sedicenne, ero obbligato all’estenuante lettura ed analisi, pagina dopo pagina, rigo dopo rigo, dei Promessi Sposi. E all’improvviso scoprivo i romanzi di Stendhal, Dostojevskij, poi Proust, Kafka, Mann, Joyce.</p>
<p>Un salto nel futuro e nell’essere vivi. Quel vino portava finalmente la nostra enologia dentro il XX secolo, dava una sterzata, una ventata e una linfa nuova. Non era certo l’unica possibilità (i vini sono grandi nel loro prodigioso ventaglio di ulteriori spazi e linee), ma offriva finalmente un varco, un cammino, una concezione. Ed era poi buonissimo.</p>
<p>Io ne feci incetta, nei limiti delle mie possibilità di giovane insegnante. Ne compravo almeno 2-3 al mese, quando prendevo lo stipendio. Acquistavo soprattutto in un’enoteca di Campo de’ Fiori, andando ad esaurire a poco a poco le loro scorte. Ricordo ancora il proprietario, che ormai mi riconosceva, domandarmi una delle ultime volte, un po’ in forte sospetto e a malomuso “Ahò, ma che te le rivendi?”.</p>
<p>Il grande vino moderno doveva dunque avere un frutto vivo, ricco, nitido e per questo andava ripensato in vigna, riuscendo ad ottenere grappoli più maturi, concentrati e densi, dal bel grado zuccherino. Ed assai diverso doveva essere poi il controllo dei mosti in cantina ed infine del tempo di legno, della loro qualità, dimensione e freschezza.</p>
<p>Da lì cambieranno un po’ tutte le idee e i movimenti, le dinamiche tecniche del nostro vino rosso. Ma è bene sapere come quel Tignanello ’71 fosse molto avanti nei tempi, troppo nei confronti del gusto del consumatore nazionale ed in fondo anche del mercato estero, che in quegli anni si aspettava tutt’altro da un vino italiano.</p>
<p>Quel 1971 fece così molta fatica ad essere completamente venduto (nonostante gli sforzi volenterosi di qualche timido insegnante) e verrà poi riproposto solo dalla vendemmia 1974 e su una tiratura di bottiglie (per quei primi anni successivi) decisamente più bassa.</p>
<p>Ma c’era qualcosa d’altro in quel Tignanello a far discutere, a sparigliare, ad accendere le menti, le discussioni, i pareri, gli scontri. La presenza cioè al suo interno di una percentuale consistente (25-30%) di Cabernet Sauvignon. Questo cambiava la filosofia, l’idea, la strategia, cambiava certamente anche il gusto del vino. In un territorio che si andava lanciando proprio in quegli anni con i suoi primi nuovi pionieri, che andavano valutando il personale progetto di come fare un grande rosso in Chianti Classico.</p>
<p>Per questo il Tignanello ha svolto anche il ruolo di spartiacque. Bisognava decidere già dalla nuova vigna, se seguire il suo solco e andare magari ancora oltre nel percorso o separarsene invece completamente. E siccome nel nostro paese viviamo tutto in modo viscerale ed anche partigiano, spesso ho sentito raccontare questo momento come uno schierarsi etico, filosofico, un vero e proprio “da che parte stare”.</p>
<p>Ma oltre a capire il clima del tempo occorre anche avere davanti il panorama del nostro vino in quei suoi primordi e quali punti di riferimento ci fossero per chi puntava ad un rosso importante, complesso, longevo da monovitigno autoctono, che in Chianti Classico era appunto il Sangiovese.</p>
<p>Nonostante le distanze territoriali, ritengo che per tutti un riferimento di forte aurea e storia fossero il Barolo ed il Barbaresco, da un vitigno appunto diverso e particolare come il Nebbiolo. Più vicino e con meno storia c’era poi l’esempio del Brunello, che partiva invece proprio dallo stesso vitigno chiantigiano ed andava allora allargando anno dopo anno il numero dei suoi produttori, iniziando una sua fortuna anche commerciale che lasciava molto pensare.</p>
<p>Quando poi ho iniziato a scrivere di vino un primo panorama era già delineato. Ed io che ero vissuto fino a tutti quegli anni come ai margini del suo mondo (un dilettante esterno, appassionato delle sue dinamiche, che cercava di mettersi alla pari, controllando tutte le novità in enoteca, aggiornandosi con la nuova stampa e le nuove guide che uscivano), avevo da lì finalmente una chiave di ingresso per quell’universo che mi affascinava e di cui ero curiosissimo.</p>
<p>Ricordo come qualcosa di esaustivo la gioia del mio primo articolo che usciva su Repubblica nella Pasqua del 1987. Poi non ci si fa più caso, tutto rientra in una consuetudine, una ovvia routine di mestiere. Ma quella prima volta è come se ti segnasse, ti esplodesse dentro, immunizzandoti da ogni futuro dolore. E venivo fuori inoltre, assieme a mia moglie, da molti mesi di gravi vicissitudini e preoccupazioni, con nostra figlia nata nell’anno precedente fortemente prematura (ma, tanto per dare subito il finale, lei è oggi una giovane bellissima, con i suoi giusti tormenti di illustratrice grafica ed artista, <a href="http://www.donnamymistake.com">www.donnamymistake.com</a> , se vi va per caso di dare un’occhiata. E qualche frammento di sue vecchie opere le ho pure utilizzate nel mio sito).</p>
<p>La gioia che mi capitava così di essere pubblicato confesso di averla vissuta in quei giorni anche come un premio, un contrappasso del destino e della sorte che ti concede respiro finalmente, dopo averti messo tanto alla prova, averti portato davanti ad un precipizio che ti fa perdere tutto.</p>
<p>Adesso dunque potevo conoscere i produttori, parlare con loro e così con gli enologi, ascoltare, imparare, fare confronti, approfondire. Come degustatore, come assaggiatore sono nato di fatto allora. Mi sono formato in quegli anni di test continui, comparati, in cui incameravo il Sangiovese di Castenuovo Berardenga oppure di Gaiole, di San Casciano o di Greve, poi di Vagliagli. E da solo o assieme al Canaiolo oppure al Cabernet Sauvignon, al Merlot.</p>
<p>Non ne ho mai fatto una questione etica, sui vitigni, né di schieramento. Credo occorra del buon senso. Sempre. Io mi chiedevo, con tutta la sincerità e l’onestà possibile, se quel vino fosse buono o no. E poi quanto, fino a che punto buono. Se tanto, tantissimo o fosse solo ad un livello medio. Se dentro quel bicchiere ci fosse qualcosa di straordinario o soltanto il risultato di una buona tecnica. Se insomma il rosso che avevo nel calice potesse crescere ancora, in prossimi passaggi, in correzioni, in future vendemmie, se ci fossero ulteriori margini per diventare davvero emozionante oppure no.</p>
<p>Era una appassionante e pura ricerca estetica ed è la cosa bellissima di questo lavoro, che ricorderò e mi rimarrà dentro per sempre. La scrittura poi è successiva. Non nego che amo molto la mia lingua, mi piace scrivere e mi pongo dei problemi, proprio di composizione, su come far arrivare al lettore quanto ho percepito e capito nell’assaggio. Ma tutto questo viene dopo, è la resa in parole di quanto si è avvertito.</p>
<p>L’irripetibilità e l’emozione, quando c’è, quando l’assaggio è meritevole, arriva prima ed è la molla del tutto, che rende unico e magnifico il senso di questo mestiere. Si comprende cosa significa sentire qualcosa che non esisteva, che va oltre la nostra vita precedente, che si proietta nel futuro e gli dà presenza. La vera parte nobile, spirituale e misteriosa del vino.</p>
<p>Ma, per tornare a quel tempo, il metro ed il riferimento, la concezione del buono che tutti noi avevamo allora si fondava inevitabilmente su quanto eravamo riusciti ad assaggiare e conoscere in quegli anni. Nel caso del Sangiovese, su quanto di fatto si era riusciti finora a creare, perché tutti quanti noi, produttori, enologi, assaggiatori eravamo in un territorio inedito, dai confini possibili, sicuramente superabili, ma al momento completamente sconosciuti.</p>
<p>Per me dunque non aveva importanza quali vitigni ci fossero dentro (le migliori etichette del resto portavano la dicitura di “vino da tavola”, libere cioè da ogni vincolo), mi interessava solo se fossero buoni. E certamente mi chiedevo a quel punto anche perché. Ci ragionavo sopra. Se fosse dovuto al sito, ai vitigni, alla bravura dell’uomo &#8230;</p>
<p>Ho avuto la ventura di stringere subito una sincera amicizia con due personaggi che di fatto esprimevano due visioni contrapposte. Sergio Manetti a Monte Vertine era il punto di riferimento per un grande rosso da vitigni chiantigiani classici. E poi Alceo Di Napoli, uno straordinario, autentico principe vignaiolo, che nel suo Castello di Rampolla a Panzano coltivava Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Progettava anzi sin dai giorni della nostra conoscenza una nuova vigna a grande fittezza su cui impiantare solo quel vitigno bordolese.</p>
<p>Ricordo pochi anni dopo, una sera dei primi di aprile del ’91. Eravamo in pieno Vinitaly, invitati a cena da un produttore veneto. Avevo Giacomo Tachis di fronte a me, quando arrivò la notizia della morte di Alceo. La fronte di Tachis, che era suo amico fraterno, si aggrottò, incisa come da una coltellata. Poi lui si alzò, scomparve.</p>
<p>Io rimasi intontito, mentre mi raccontavano che Alceo si era sentito male proprio su quella sua vigna tanto desiderata, era caduto giù quando si stavano ormai impiantando le ultime viti.</p>
<p>Pochi giorni fa ho riassaggiato il Vigna d’Alceo ’96, prima vendemmia, prodotta poi dai figli che ne hanno meritoriamente continuato l’opera. Una bottiglia scovata all’improvviso, per caso (ma esiste il caso?) nella mia cantina, mentre cercavo altro.</p>
<p>Un rosso di 20 anni, nato da piante di fatto bambine. Ed era un vino straordinario, dal colore impenetrabile, dal naso succoso e profondo, ricchissimo di complessità, con tannini setosi e nobili ed un gran frutto masticabilissimo e solenne. Un rosso meraviglioso che, a dir poco, rende onore alla terra e agli uomini che l’hanno generato.</p>
<p>Sbagliato allora impiantare vitigni bordolesi in Chianti Classico? Anche in quei primi anni mi sembrava folle solo pensarlo.</p>
<p>Ma certo il grande tema del territorio era logicamente il Sangiovese. Cosa poteva essere, cosa poteva diventare, fin dove poteva arrivare questo vitigno?</p>
<p>Ho vissuto 15 anni sulle sue tematiche e sui suoi assaggi, legandomi a grandi amicizie con produttori ai loro primi passi importanti, assieme a cui condividevo impressioni, perplessità, esaltazioni, dubbi e la gioia poi, la sorpresa su una grande annata ancora nei legni che mostrava orizzonti molto più ampi, articolati, complessi. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/Panzano-in-Chianti_Fototeca-Unione-Viticoltori-dii-Panzano-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-358" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/Panzano-in-Chianti_Fototeca-Unione-Viticoltori-dii-Panzano-2.jpg" alt="panzano-in-chianti_fototeca-unione-viticoltori-dii-panzano-2" width="3425" height="1927" /></a></p>
<p>Félsina, Fontodi, Ama, Montefili, Capannelle, Isole e Olena, Fonterutoli, San Giusto a Rentennano, poi La Massa sono stati i luoghi di tutto questo tempo. E sono un pezzo della mia vita che mi resta indelebile nella memoria, perché quei viaggi erano una gioia ed una crescita, legati, come sempre nel vino, anche al piacere dei racconti, al sapore di cibi magnifici che poi li accompagnavano a pranzo, all’essere in pace con se stessi e con gli altri attorno, alla civiltà della parola, dello stare a tavola e così ricordare, confidarsi, aprirsi, guardare anche nel presente con la sua attualità, dentro la sua storia senza sentirsi soli, immaginare il mondo, osservare le utopie e le vicissitudini, anche la sua politica, che per noi in quegli anni non era una cosa losca.</p>
<p>Si erano andati man mano sviluppando così in quei due decenni tutta una serie di filoni di ricerca, che approdavano poi, dopo vendemmie sperimentali, ad etichette di vini definiti.</p>
<p>Un percorso, forse piccolo sul piano delle quantità, ma assai importante su quello della scuola e dell’acquisizione di dati per giungere ad un rosso superbo (dall’impostazione della vigna alle tecniche di cantina), era quello che aveva fatto nascere vini in purezza da vitigni bordolesi (valga per tutti l’esempio dell’Apparita). L’altro più grosso fiume era dato, come già detto, dalle nuove vigne di Sangiovese. Che approdavano poi ad etichette da questo vitigno in purezza, rare volte con la dicitura di Chianti Classico, assai più spesso imbottigliate come “vino da tavola”.</p>
<p>Esisteva poi la terza possibilità, assai tentata e diffusa per la verità, di continuare cioè il filone del Tignanello, mischiando il Sangiovese ai vitigni bordolesi.</p>
<p>Alla lunga, come più verificavo, mentre tali etichette crescevano nel numero, questa terza ipotesi iniziò a non convincermi più, a stancarmi.</p>
<p>Era il Chianti Classico un territorio a cui mi sentivo legatissimo e non potevo tacere, fare il pesce in barile dicendo che era tutto buono e splendido. Quei rossi, tecnicamente anche assai ben fatti, mi apparivano sempre più come degli ibridi, avevano perso il sapore, le caratteristiche del Sangiovese ed accennavano appena al profilo dei bordolesi (che essendo vitigni aromatici “marcavano”, anche in percentuali minoritarie), ma soltanto, è questo il punto, come delle loro pallide, diluite brutte copie. Non erano insomma più una cosa e non erano nemmeno l’altra. Comunque non mi sembravano vini immortali e quel territorio poteva, a mio avviso, esprimere molto di più.</p>
<p>Ne scrissi per anni, come editorialista esterno nella rubrica “Contrappunto”, che curavo sul Gambero Rosso. Coniai quella definizione di Gran Meticcio, che non mi fece guadagnare grandi simpatie tra i produttori e gli enologi chiantigiani. Però credo che in quei vini ci fosse una carenza di personalità e di riconoscibilità. Mi sembravano, esteticamente, delle scimmiottature. Non era quello il futuro che mi auguravo per il Chianti Classico, non era quella la strada per arrivare a rossi assoluti, ma solo un modo per correggere, in una certa parte e fino ad un certo punto, un vino da Sangiovese con dei limiti.</p>
<p>Dopo anni di tentativi e di studi sviluppati da tante aziende, mi sembrava chiaro che rimanessero in piedi le altre due ipotesi per un territorio che mirava ai vini top del mondo. Proporre cioè in taluni casi un uvaggio bordolese in purezza (o da suo monovitigno ovviamente), sapendo di misurarsi a questo punto con le migliaia di altre etichette similari prodotte nel mondo. E con la coscienza così di dover esprimere la grandezza e la vocazione a vini estremi di questo territorio anche su vitigni non storici.</p>
<p>Oppure (e principalmente) produrre un Sangiovese in purezza, là (e se) le vigne e le annate davano un risultato eccelso, avendo in questo caso un rosso di fortissima identità ed originalità territoriale, non ripetibile altrove, perché questo vitigno restituisce profondamente quel particolare terreno, sito, microclima. E l’appassionato, il collezionista, il cittadino del mondo, che vuole conoscere il sapore ed il profumo del Chianti Classico al massimo del suo livello e della sua storicità, solo da un vino del genere può ricevere soddisfazione e risposte.</p>
<p>Ovviamente nell’arco di quel ventennio seguivo anche altri territori e appunto contemporaneamente viaggiavo molto per Montalcino, stesso il vitigno, diverso tutto il suo multiforme areale, poggiato su quattro versanti e con altitudini che andavano dai 200 metri ai 500. Aggiungiamo pure che in quei primi anni erano ancora sostanzialmente pochi i produttori di Brunello e scarso l’apporto di enologi e consulenti.</p>
<p>Per me, che assaggiavo in contemporanea i Sangiovese del Chianti Classico ed i Brunello di Montalcino, appariva chiaro come i primi fossero molto più colti, più elaborati e consapevoli, migliori nella fattura, inappuntabili nella pulizia tecnica, nella raffinatezza di forme. Il Chianti Classico era in sostanza molto più avanti.</p>
<p>Il Brunello inoltre pagava lo scotto di un Disciplinare a mio avviso punitivo, con l’obbligo di una sosta nei legni lunga ben 4 anni (ridotti in quel ventennio di convegni e battaglie a 36 mesi, poi 30 mesi, infine 24 mesi).</p>
<p>Però, nonostante i limiti, la rusticità complessiva in molti produttori e la sensazione di vini già parecchio maturi (proprio per la lunga sosta nelle botti), veniva fuori un altro dato (per lo meno da tutte quelle vigne intorno ai 300 metri che ne rappresentavano la stragrande maggioranza), che cioè le uve di Brunello possedevano in sostanza tutt’altri parametri, come un’altra misura e densità. Il vino aveva un superiore estratto, una massa più grassa, un corredo più ampio e concentrato. Un rosso insomma completamente diverso. Nonostante poi fosse più basso in acidità (in particolare nel versante di Sant’Angelo e Castelnuovo), quel Sangiovese dimostrava negli anni di botte una sua particolare e straordinaria forza espansiva, riusciva cioè a fondersi nei legni (quanto più questi erano buoni e nuovi), ad intridersi, a cremizzarsi, ad ampliarsi, a dilatarsi, fino a sensazioni di straordinaria complessità, dolcezza, originalità.</p>
<p>Insomma in concreto la materia prima era splendida. Poi c’erano molte altre cose da rivedere sui passaggi di cantina. L’uso e la qualità del legno si poteva discutere. Si partiva in sostanza da una cultura al grande vino che a Montalcino era stata minima, con dunque ancora molto da studiare, tentare e migliorare. Le basi delle uve però erano grandiose. Ed è chiaro che, vendemmia dopo vendemmia, durante tutti gli anni ’90 i risultati crescevano esponenzialmente. L’arrivo poi anche di nuove culture e proprietari da fuori Montalcino stava dando un suo apporto sostanzioso, per non dire fondamentale.</p>
<p>Contemporaneamente in Chianti Classico però, come più si avvicinava la fine del vecchio millennio, cominciavo ad avvertire sensazioni meno entusiasmanti, come se lì si andasse invece perdendo velocità. Insomma le recenti vendemmie che si aggiungevano e che verificavo mi sembrava che non portassero più novità sostanziali. Si era ormai fermata anche la corsa di nuove aziende che comparivano con etichette importanti. Questo però non era così rilevante e significativo. E’ che i vini già noti, che seguivo da sempre, se prima crescevano instancabilmente ad ogni nuova annata, arricchendosi in tasselli di profumi, eleganze, complessità, spessore, ora mi apparivano invece come fermi o in qualche modo al passo. Insomma, a mio avviso, i migliori vini da Sangiovese si stavano ripetendo nei risultati, non andavano più oltre, come se avessero in quegli anni toccato un loro acme ed il picco di cime non più superabili. Avevo in parole povere l’impressione che la forza propulsiva e creativa in Chianti Classico si andasse via via esaurendo.</p>
<p>E’ una cosa che continuò a confermarsi per alcuni anni. Ed inoltre mi sembrava che ci fosse anche un problema di focalizzazione su quel Sangiovese, la cui grandezza e bellezza (a parte le aree più calde, ad esempio, di Castelnuovo Berardenga) era nell’altezza dei profumi, nell’eleganza e nell’acutezza dei tratti. A differenza di Montalcino, che esprimeva un Sangiovese grasso, poderoso, alcolico, largo, anche ruvido, che il tempo di legno poi educava, svelleva dei suoi spigoli, quello del Chianti Classico, nascendo in un microclima più freddo e quasi sempre da vigne più alte, era decisamente più duro e nervoso, con un insieme di forme più snelle, lucide, svettanti. Un patrimonio sicuramente profondo, ma al tempo stesso delicato come un cristallo e dunque anche più difficile da plasmare, che andava probabilmente più assecondato nelle sue caratteristiche di levità, di fragranza, di mineralità, piuttosto che essere invece superconciato e concentrato nei legni.</p>
<p>La stessa formula moderna del Sangiovese + barrique (utilizzata da un po’ tutti quelli che nella mia classifica erano i migliori produttori) iniziava a lasciarmi dei dubbi, mostrandomi i suoi limiti di ripetitività. I profumi ed il frutto del vitigno mi apparivano sempre più come soffocati, raggelati, compressi nella massa di quello sbuffo dolce di vaniglia e tostato, che ne sigillava e racchiudeva i tratti, rendendo così ognuno di quei rossi omogeneo, similare.</p>
<p>Quello che mi aveva tanto affascinato ed emozionato negli anni ’80, replicandosi di continuo, stava dunque perdendo man mano il suo fascino. Ed è inoltre strano, visto, come ho già detto, il dispiegamento di forze e di intelligenze del vino a disposizione e al lavoro su quelle vigne.</p>
<p>Possibile che non ci fosse un altro modo, un’altra idea da sviluppare su quel Sangiovese per mantenere l’integrità inconfondibile ed il puro nitore del suo frutto, per valorizzare al meglio quel patrimonio di profumi, di sapori?</p>
<p>Comunque ad un certo punto mi sembrò che tutto fosse ormai un po’ troppo visto e sentito. Avevo davvero l’impressione di una stasi, di un fermo. Quei vini non mi emozionavano più. Ed io sono un’anima in pena, che ha sempre bisogno di nuove suggestioni, di nuovo stupore.<a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/sergio-manetti-new-1152x759.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-359" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/sergio-manetti-new-1152x759.jpg" alt="sergio-manetti-new-1152x759" width="1152" height="759" /></a></p>
<p>Ci fu un avvenimento allora che mi turbò profondamente. Ho già detto che ero molto legato a Sergio Manetti ed ai suoi vini di Monte Vertine. Lui era per me un punto di riferimento importante, tra le prime persone che avevo conosciuto in Chianti Classico e che stimavo enormemente.</p>
<p>Sergio era stato male negli anni precedenti, ma, dopo un’operazione, sembrava tutto superato e risolto.</p>
<p>Eravamo verso la fine della vendemmia 2000, quando Sergio mi telefonò. Strano, era dopo cena. La sua voce sempre roca, ma molto affaticata stavolta, mi disse di colpo “Sto morendo. Mi piacerebbe rivederti”.</p>
<p>Ne ho i brividi e una memoria costante. Quelle parole e quel tono mi rimbalzano ancora nella mente. Non mi ricordo invece cosa fui capace di dire. Ero pietrificato. Dentro di me provavo a cancellare la notizia, a minimizzarla, a tentare qualcosa di impossibile davanti alla crudezza di quegli istanti.</p>
<p>Non so con che parole, ma promisi di andare, che ci saremmo rivisti. Ricordo che fu una telefonata brevissima, un rimandare ogni conversazione alla mia prossima visita. Ma ero terrorizzato. L’ho visto poi con altre persone, con i miei genitori. La morte è come se non riuscissi ad ammetterla. Non la voglio vedere.</p>
<p>Il vino lo vivo come continuità, dialogo, passione, idee, lavoro, attività. E io non volevo guardare Sergio moribondo. Volevo ricordarlo gesticolare, mentre raccontava, parlava, si infervorava. Ma sentivo anche quanta vigliaccheria, quanta povertà, quanta chiusura ci fosse in quel mio comportamento, in tutto quel mio terrore.</p>
<p>Traccheggiavo così. Rimandavo. Valutavo quale potesse essere il giorno giusto per il viaggio, ma non so quanto fossi sinceramente convinto di farlo.</p>
<p>Due settimane dopo mi arrivò la notizia che Sergio era morto.</p>
<p>Non sono più ritornato a Monte Vertine. E i pochissimi viaggi che ci sono stati poi in Chianti Classico li ho vissuti dentro un forte malessere.</p>
<p>Sono cosciente di aver perso così altri amici, di averli delusi, di non aver dato spiegazioni per quel mio non andare più a trovarli. Ma la mia avventura in Chianti Classico, nata nel 1974, sentivo che stava finendo lì.</p>
<p>Sublimavo l’assenza del suo Sangiovese in quei primi anni del nuovo millennio con il Brunello di Casanova di Neri, di Cerbaiona, di Poggio di Sotto. E mi dedicavo poi a nuovi territori come l’Alto Adige, a vitigni come l’Aglianico, il Sagrantino, il Montepulciano, poi negli ultimi anni ai meravigliosi vini di Bolgheri e di tutta l’Alta Costa Toscana.</p>
<p>C’era però anche un’altra azienda dentro quel lotto di produttori chiantigiani che seguivo, che non ho nominato in precedenza, perché merita ora un discorso più articolato. E parliamo appunto di Riecine.</p>
<p>Era, nei primi anni successivi alla fondazione, davvero una miniazienda, con poco più di un ettaro e mezzo di vigna, appena sotto il bel casale restaurato da una coppia di mezz’età. Lui John Dunkley, pubblicitario londinese che non vedeva l’ora di andare in pensione per coltivare il suo sogno nel Chiantishire, e sua moglie Palmina Abbagnano (nipote del filosofo) erano una coppia piacevole e solare. Ed in quella vigna intorno ai 500 metri, interamente esposta a sud sulla vallata di Gaiole, avevano imparato sin dai primi anni ’70 a fare il vino rigorosamente da Sangiovese. Coadiuvati poi vent’anni dopo dall’arrivo di un giovanissimo Sean O’Callaghan, nato nello Sri Lanka, dove il padre inglese dirigeva una piantagione di tè (che, per me che ne ho il culto, con acquisti annuali dall’Inghilterra di selezioni prevalentemente di Assam, per dei tè portentosi e superconcentrati da mitigare appena con un filo di crema di latte, è un biglietto da visita tutt’altro che banale).</p>
<p>Il ragazzo dunque era fresco di studi enologici appena ultimati nell’università di Geisenheim in Germania. Scuola di Riesling così e questo un qualche significato e peso lo avrà poi nella nostra storia, nel senso che lo studio del modello di un grande bianco non può prescindere dal rispetto delle caratteristiche, vorrei dire, antropologiche delle uve.</p>
<p>Mentre un enologo o un produttore è consapevole di poter lavorare sulle uve rosse in modo da portarle verso un determinato risultato. Intendiamoci, non è facile. Ma la differenza finale nei nostri grandi rossi, tra il vino appena svinato e quello che si assaggia dopo anni di cantina e botti dalla determinata tipologia, età e forma, è sostanziale. Dunque, nel migliore dei sensi, l’uomo può cercare di plasmare le sue uve rosse, domarle, portarle dalla sua parte in taluni casi. E comunque il suo pensiero e la sua azione hanno un peso, che può essere anche positivo nell’esito finale del vino.</p>
<p>Le uve bianche sono invece diverse, molto più difficili da indirizzare e piegare. Certo si può lavorare in vigna per tentare risultati migliori, il pensiero e l’azione dell’uomo hanno sempre un loro valore, ma poi conta moltissimo il frutto che quella vendemmia ha dato, che si può lavorare in cantina solo con mano estremamente delicata e leggera, assecondandolo, quasi direi proteggendolo, per valorizzarlo davvero.</p>
<p>Ora questo ragionamento (e compio qui uno spericolato passo in avanti, come in un vertiginoso flash forward) è per dire in sostanza che le uve di Sangiovese di queste meravigliose colline a 500 metri di altitudine hanno qualcosa a che vedere con le caratteristiche delle grandi uve bianche. Ho l’impressione e l’idea cioè che vadano più protette ed esaltate nei loro valori che non domate, plasmate e troppo conciate nei legni, perché questo, per tutta quella che è stata la mia esperienza, poi non le migliora, ma in qualche misura le violenta e le peggiora, comunque le banalizza.</p>
<p>Avevo, ad esempio, durante tutti quegli anni ’80 e ’90, il culto per il Chianti Classico di Riecine, un vino-base, d’accordo, ma tra i più belli ed eleganti della sua categoria, sempre ai primi posti nei miei assaggi. Chiaramente era un vino meno deciso e concentrato rispetto alla sua Riserva ed in particolare a La Gioia, che aveva esordito con la vendemmia 1982.</p>
<p>Per dirla tutta, onestamente e ovviamente, nei miei punteggi il Chianti Classico finiva sempre per raccogliere qualcosa in meno rispetto ai suoi fratelli maggiori. Era oggettivamente un vino più semplice, differente per misura, peso e selezione sin dalla nascita rispetto agli altri due. Mi appariva tuttavia (lavorato in modo più leggero in cantina e con meno legno) come un vino molto più centrato, più in armonia nei propri elementi e parametri, tutti perfettamente valorizzati e in equilibrio. Per fare un paragone un po’ azzardato (ma sì, proviamoci), era come una squadra di Serie B, con giovani calciatori sconosciuti, che gioca però un calcio bellissimo, dove tutti i movimenti si legano e partecipano all’unisono, creando un sincrono di azioni continue, veloci e armoniose, che è un piacere guardare. E squadra dunque che può creare molti grattacapi anche a quelle di rango superiore.</p>
<p>Era (è) un rosso più di freschezza, appunto con un tempo di legno assai più ridotto. Io francamente allora non pensai <i>“Ma se si usasse la stessa, più leggera metodologia di cantina con la migliore selezione possibile di Sangiovese, che vino verrebbe fuori a quel punto?”. </i>Non ebbi questa intuizione ed erano quelli poi anni lontani e diversi. Io stesso ero molto infatuato ed anche un po’ impantanato nel discorso-barrique. Aborrivo i legni vecchi e grandi per tutta la rovina che avevano causato a basi di vino che mi erano parse assai buone appena svinate.</p>
<p>Però l’esperienza che andavo compiendo dagli anni di fine millennio sul Brunello Poggio di Sotto (raccontata in questo sito ne <i>Gli anni di</i> …) cominciava a farmi aprire gli occhi sull’apporto di botti medio-grandi (in quel caso da 28 quintali), <b>ma totalmente nuove</b>, che davano sul Sangiovese ben altri esiti.</p>
<p>Comunque la Riserva di Riecine e La Gioia erano certamente dei vini molto belli, tra i migliori e più eleganti risultati del territorio, ma, come appunto tutti i più importanti del Chianti Classico, presentavano una specie di sfocatura. Era evidente che si rincorresse cioè una concentrazione, una massa, una voluminosità, che si voleva poi levigare e tostare, vanigliare. Ma, a mio avviso, non era quella la via per esaltare quei vini, perché particolari e diverse erano le caratteristiche, i valori intimi e profondi, quelli più buoni e veri delle sue uve.</p>
<p>Credo, ripeto, si stesse andando fuori strada e che lì si sia perso del tempo in tutto il Chianti Classico, dopo averne guadagnato molto all’inizio.</p>
<p>Pochi mesi fa però, impensabilmente, portando al naso un calice di vino chiantigiano che bevevo per la prima volta, ho fatto una scoperta che mi ha lasciato felice e stupito. E’ stata una cosa tanto improvvisa e inaspettata da lasciarmi di stucco. Ho anche pensato lì per lì, con un sorriso, che la storia avanza, il tempo ci sorprende e porta con sé delle correzioni, degli aggiustamenti. L’umanità, i territori procedono nel loro corso lento e placido, che tutto il pensiero respira e cammina insomma benissimo, anche senza di noi, pure lontano da noi.</p>
<p>E questa sorpresa è avvenuta assaggiando il Riecine di Riecine 2012. Un rosso incantevole, magnifico, innovativo, che solo all’annusarlo, mi ha trascinato in un commosso <i>effetto-madelaine,</i> assieme ad una grande emozione ed una vera gioia, perché è stato come avvertire improvvisamente il frutto e gli aromi del Chianti Classico che avevo stampati però nel desiderio della mente, quelli che avrei voluto sentire da sempre, con la loro luminosità e fragranza, la loro bellezza e la loro franchezza, ma questa volta anche con uno spessore fulgido, adamantino, con un’intensità di profumi alti, tesi, tersi, sguainati, puri, senza che nulla li coprisse, li velasse e li sviasse, in un certo senso li contaminasse.</p>
<p>Sono stato lì a rigirarmi il calice, mentre sentivo un’ampiezza nervosa, vivida, una freschezza di fiori e frutto, una corolla ancora spigolosa e minerale dolcissima, assieme a tutta la vastità, la larghezza aromatica che il Sangiovese manifesta in taluni casi, quando si sublima.</p>
<p>In quella sua più intima varietalità, in purissima chiave Chianti Classico, mi sono tornati alla mente taluni rossi di Borgogna. Ed è questa la traccia che lasciano in noi i grandi vini, diversissimi i vitigni, lontane le zone, ma ad accomunarli è la superiorità, la dimensione e le movenze del loro respiro, quella fascinosa larghezza, quel continuo variare nel calice, quando nulla li comprime, li devia e possono così salire, crescere nell’aria, cambiare in un crescendo di variazioni, di vortici, che fanno la vera differenza tra un vino medio, che rimane statico, ripetitivo, senza cambiamenti (perché non li possiede dentro di sé e non può far altro che replicarsi). Ed il vino emozionante, che riesce a stupirti ogni volta con l’ampiezza, le continue mutazioni e sollecitazioni del suo corredo aromatico, pieno di nuove apparizioni.</p>
<p>Mi sono informato subito di cosa fosse questo Riecine di Riecine ’12, da cosa e come nascesse un vino simile. Sua origine, vita e miracoli. E nulla arrivava a caso, come più continuavo a verificare. Etichetta dunque via via messa a punto dalla vendemmia 2010, frutto del miglior Sangiovese della più vecchia vigna aziendale, proprio quella originaria, sotto il casale, con il suo terreno di quarzo, rocce, argille, in una altitudine importante come 500 metri e completamente esposta a sud. Uve raccolte con estrema delicatezza, per miniparcelle e pigiate poi con i piedi per evitare la rottura dei vinaccioli che darebbero amaritudini ai mosti. Fermentazioni naturali lentissime, senza lieviti aggiunti, così come le macerazioni sulle bucce che arrivano ai 40 giorni.</p>
<p>Ma particolarissime poi sono le modalità di elevazione, che nel Riecine di Riecine 2012 vede i suoi tre anni prima dell’imbottigliamento distribuiti tra vasca inox e, soprattutto, vasca di cemento Nomblot e anche tonneaux usati. Una mutazione copernicana che porta ad un risultato di raggiante bellezza, che schiude e protegge il frutto e che può diventare un punto di riferimento per nuovi percorsi chiantigiani sui suoi più grandi Sangiovese.</p>
<p>Doveroso, indispensabile a questo punto sentire tutti i vini di Riecine usciti negli ultimi anni, recuperando così il mio povero tempo perduto. E devo dire che sono stati assaggi illuminanti, che mi sono gustato con patriarcale lentezza, con la serenità che dona l’età che avanza, nel piacere di verificare vini che centrano i tasselli, che trovano un grande ordine, una bellissima disposizione del gusto, che posseggono ed emanano un’estrema finezza estetica. Bottiglie che ho poi continuato ad assaggiare anche a distanza di 1 giorno e di 2 (quando un minimo ne era rimasto), verificandone ulteriormente l’integrità e la tenuta.</p>
<p>Occorre poi tener conto di come l’azienda sia cresciuta nel frattempo fino a 21 ettari di filari, acquisendo man mano terreni di gran valore e piccoli appezzamenti sempre limitrofi alla vigna-madre (processo che era già cominciato con John Dunkley), in cui rimane una costante di altitudine tra tutti loro, ma con una più ricca varietà e diversità nelle particolarità e composizioni dei suoli, per arrivare così ad una più vasta ampiezza di variazioni e complessità nei vini.</p>
<p>Fittezza delle viti che è passata poi dalle 3.400 ad ettaro degli anni ’70 alle 5-6.000 dello scorso decennio. Il sistema di allevamento è sempre stato il Guyot, ma si allargato negli ultimi filari anche all’alberello, vista la mutazione climatica in atto.</p>
<p>A queste ulteriori possibilità di selezione va aggiunta poi la nuova cantina, proprio sotto il vecchio casale, che nei suoi ampi spazi ha consentito, dai tavoli di cernita dei grappoli e dei migliori acini, la continua sperimentazione e messa a punto poi di tutta una serie di nuovi metodi per estrarre il frutto delle uve e mantenerlo sempre più integro, con fermentazioni in piccoli contenitori aperti e l’immersione del cappello più volte al giorno e ancora nuove vasche di cemento, dèlestage, controlli termici. Ma va soprattutto sottolineato come sia stata l’intera filosofia agricola ad evolversi in questi ultimi 15 anni, con le lavorazioni in vigna sempre più indirizzate verso una naturalità assoluta, giungendo ad una viticoltura biologica e biodinamica su tutti i filari. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/Riecine_La-cantina-e-le-vigne-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-360" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/Riecine_La-cantina-e-le-vigne-2.jpg" alt="riecine_la-cantina-e-le-vigne-2" width="2480" height="1500" /></a></p>
<p>Inizio così proprio dall’assaggio in contemporanea de La Gioia e del Riecine di Riecine che hanno confermato di toccare il loro punto più alto con la vendemmia 2012, a riprova certamente di una grande annata, ma anche, nel Riecine di Riecine, di una messa a punto sempre più sicura e centrata del vino.</p>
<p>Ripeto ancora una volta che sono piuttosto avaro (ma forse è meglio dire oculato) nei punteggi, che fotografano solo l’oggi di quella particolare etichetta. Mi sembra l’unica cosa corretta e possibile da fare. E mi rimane un bel dubbio poi su questo Riecine che tanto mi ha colpito. Nel senso che vorrei veramente sapere cosa il 2012 potrà diventare tra 3, 5 o 10 anni. Perché il suo potenziale è enorme, essendo un vino giovanissimo e freschissimo, certo oggi con una forte propensione alla godibilità, assai gustoso, ma con un’anima davvero cruda e brada, che deve ancora svolgere, elaborare e sviluppare la fase più profonda e complessa del suo mondo.</p>
<p>A questo proposito poi una mia recente esperienza mi ha fatto molto pensare. Riassumendo rapidamente, per particolari vicissitudini e miserie del nostro quotidiano, ho dovuto lasciare una cantina che possedevo, piena di vini della seconda metà degli anni ’90. Il loro trasferimento in un nuovo locale ha riportato alla luce (ed alla fruizione) un mare di vini rossi delle vendemmie ’93, ’95, ’96, ’97, ’99 e così via. C’erano ovviamente anche rossi del Chianti Classico e la cosa che mi ha colpito è stato il constatare come i Chianti Classico base, che avevano appunto avuto un tempo di cantina e di legno assai più leggero, stessero da un punto di vista di tenuta e di freschezza gustativa assai meglio dei loro fratelli maggiori da Sangiovese, che nascevano da selezioni certamente migliori, ma che erano anche stati superconciati nei legni. Allo stato dei fatti molti di questi più importanti vini erano oramai al loro termine, piuttosto sfiniti, stanchi e palliducci. Insomma non è stato un grandissimo piacere degustarli.</p>
<p>I Chianti Classico invece, che erano nei fatti dei rossi-base, pur senza manifestare una particolare complessità (che per selezione di origine non avevano nemmeno in gioventù), erano quasi sempre estremamente prestanti, freschi, vivi e insomma godibilissimi.</p>
<p>Allora un qualche ragionamento occorre pur farlo. E sappiamo tutti che il tempo di legno è anche un tempo ossidativo nel vino. Così mi vado convincendo ancora di più che un lungo periodo di barrique su questi Sangiovese sia sbagliato. Intanto per ragioni estetiche, perché trucca e camuffa il vino in forme che non gli sono proprie e congeniali. E sia inoltre anche controproducente, perché di fatto ne riduce le possibilità di tenuta e dunque di vita futura.</p>
<p>Allora meditiamo tutti con tranquillità e senza partigianerie. A me sembra che questo Riecine di Riecine ’12 abbia trovato una soluzione rilevante, una quadratura del cerchio nobilissima. E’ altrettanto vero poi che la sua ricetta non è applicabile in uno schema rigido. Ogni grande vino di questo vasto territorio ha la sua verità e particolarità. C’è dunque tutto un lavoro da fare per ogni azienda del Chianti Classico. Ma esiste anche un’intuizione, un’idea di fondo importantissima che può essere colta e dare benefici ed accelerazioni alla grandezza dei suoi migliori Sangiovese.</p>
<p>Allora, tornando agli assaggi, mi sono concesso il piacere del Riecine di Riecine ’12 accanto al La Gioia di pari annata (che ha innovativamente maturato due anni in tonneaux invece che in barrique, come era stato nel passato, oltre ad avere una differente origine di vigna).</p>
<p>Così assaggiare questi due grandi vini è stato quanto mai intrigante, perché raccontavano la storia in fondo recente del Chianti Classico, il suo cammino moderno, ma anche la sua possibile evoluzione verso una focalizzazione più perentoria della vigna e della sua espressione di frutto.</p>
<p>La Gioia dunque spingeva più sul volume, sulla massa, la concentrazione. Il colore manifestava una tonalità appena più profonda, con un naso severo, cupo, importante, appena chiuso, da cui emergevano note di frutto affumicato, sottobosco, nocciolato, principio di spezie. Oltre che risultato di una bellissima vendemmia a Gaiole, questo La Gioia appariva al naso alleggerito nei legni rispetto alle precedenti versioni. Anche la bocca al primo impatto era più fresca di quanto non mi aspettassi. Poi man mano si avvertiva il grasso, la consistenza, la materia, il volume del vino, tutto percorso comunque da note tostate e lignee qui decisamente presenti, in un gran rosso denso, pieno di sfumature, che deve oggi ancora amalgamare e fondere i suoi componenti. Rosso che tutto sommato rimane legato alla concezione e al disegno dei Supertuscan da Sangiovese degli scorsi decenni, ma che tenta al tempo stesso di alleggerirsi e modernizzarsi.</p>
<p>Ora è evidente che La Gioia è un’etichetta storica, che ha i suoi cultori e non può essere troppo modificata. Però confesso che in quel momento avrei voluto sentire un vino con lo stesso tragitto di cantina del Riecine, per capire e godermi il diverso sapore delle sue vigne, il differente frutto per la diversa composizione di suoli, dei quantum di luce ricevuti, e tutte le incredibili variabili e sfumature che esprime il Sangiovese da vigneti anche molto vicini.</p>
<p>Così, accanto, era il Riecine di Riecine ’12 a colpirmi maggiormente. Era la novità assoluta, la modernità ed esprimeva l’altezza perentoria dei profumi della sua vigna, alti e smaglianti, con il loro frutto agile e bellissimo, tra viole, lamponi e ciliege, purissimo e senza veli, senza coperture, nitido e nervoso. Così come il vino appariva poi incredibilmente setoso e rasato alla bocca, in una fase totalmente giovanile eppure godibilissima, piena di dolci scaglie minerali, che mi lasciava una curiosità estrema sul suo possibile futuro. Le note di legno non erano minimamente avvertibili, come se il suo ruolo, che, seppure in modo ridotto, c’era comunque stato, fosse solo servito a stabilizzare e proteggere il frutto di questa vigna, senza coprirlo o modificarlo, senza dargli belletti, ciprie e parrucche, lasciandolo così vivo e libero.</p>
<p>Assaggiavo dunque un rosso splendido, terso, che apre portali e idee, rimasto poi elegantemente integro e palpitante anche nei 2 giorni successivi, dove, in quel lunghissimo arieggiamento, lasciava presagire, in nuovi lampi di profumi, con nuove luminosità e chiaroscuri, una straordinaria e profonda importanza evolutiva.</p>
<p>Anche in questo secondo assaggio, che andava a riconfermarsi, devo confessare di aver provato un senso segreto e gioioso di mia riconciliazione con il territorio. Mi sono sentito riappacificato con la sua storia, i suoi personaggi, con gli amici che ad un certo punto ho trascurato ed ho perso, con i viaggi non più compiuti. Per tutto quello che era stato, per questo lungo tempo di separazione, trovavo un nuovo vino che diventava un inizio, una rinascita. Perfettamente agganciato al suo mondo e al suo passato, da una vigna di Sangiovese con 45 anni di età, che si apre a perdifiato sulla valle di Gaiole e poi sui suoi monti, per tutti i suoi spiragli ancora possibili e straordinari che lasciava intravedere.</p>
<p>Anche La Gioia 2011 poi confermava (come vedremo) un appoggio più leggero nei legni rispetto al passato. E l’anno in più di bottiglia gli conferiva un assetto già maggiormente compiuto e ordinato nei profumi, come un gran rosso della prima maniera Supertuscan, che mostra muscoli e morbidezze vanigliate e tostate, dove si iniziano ad affacciare creme, inchiostri, goudron. Vino molto elegante e colto, in cui si avverte un pensiero, un’estetica. E al primo impatto, in quei primi minuti nel calice, proprio nel bilanciamento, nella consistenza ed in quella sua dolce, levigata grazia espressiva, in quella bellezza di fattura e di composizione, quasi lo preferivo al Riecine di Riecine ’11, che invece, per alcuni, primi momenti, appariva crudo e statico.</p>
<p>Poi però quest’ultimo vino ha cominciato ad ossigenarsi. Si è aperto e si è staccato. Sono saliti volumi di fiori e tutto con una naturalezza, una levità, un brio di forza, di slancio. Ecco, se c’è una cosa che mi ha stupito, è come sembrasse non poter essere più imbrigliato da nulla. Questo Riecine aveva una pulita energia minerale che si apriva, si dispiegava, dando il sapore della vigna, quel timbro, l’anima pura del Sangiovese di Gaiole, la vigna alta con il suo frutto, la grande ampiezza che si apre a corolle di tabacco e cacao, un accenno di fumo ed essenze. E che, rispetto al La Gioia, rimaneva più crudo e selvaggio, ma anche più vero ed autentico, più cristallino, più anarchico e libero. Con un tessuto di altissima sericità alla bocca, nudo, fresco, di una classe e giovinezza estrema.</p>
<p>Rispetto al ’12, questo 2011 lo trovo con un cenno appena di minor precisione nella messa a punto, forse anche un filo di minor energia a dispiegarsi. Ma grande vino certamente.</p>
<p>Infine La Gioia 2010 mi è apparsa in qualche misura, complice anche l’annata opulenta, il prototipo al suo meglio del classico Supertuscan da Sangiovese ed il massimo risultato che si può ottenere dalla sua ricetta, ma che ne evidenzia anche tutti i limiti. La grande vendemmia solare ci dona un rosso molto alcolico e massiccio, molto muscolare e grasso (seppure poi tutto questo è sempre mitigato dall’altitudine), assai profondo al colore e con un naso vanigliato, dolce, in cui appare chiaro l’intero disegno della costruzione, con i suoi due anni di barrique in questo caso.</p>
<p>E’ indiscutibilmente un vino di notevole fattura, con, alla bocca, una buona freschezza acida unita ad una sensazione lignea che stacca ancora un po’ e che si fonderà meglio nel tempo, che tende alla crema voluminosa, ad una muscolarità gustosa, che accenna le prime note di goudron e di bruciato, in un frutto che appare però fortemente soverchiato e coperto. Classico ed esemplare Sangiovese di nuova generazione, che meno mi persuade e mi prende, perché vede prevalere, in parole povere, la cantina sulla vigna. Con una bellissima architettura, probabilmente datata, ma molto da godere nella sua sapienza costruttiva, nelle sue volute e nei suoi intarsi, in cui però il territorio, il suo frutto e la sua vigna fanno molta fatica a vedersi ed a capirsi. Ed è questo ad un certo punto che mi ha portato ad allontanami dal Chianti Classico.</p>
<p>Sono sempre più convinto che il suo Sangiovese, quando è grandissimo, debba essere lasciato libero. L’arte, l’intelligenza del produttore è in questo saper innescare il suo frutto, quando è ancora bambino, saperlo proteggere e far crescere. Poi, ad un certo punto, essere capaci di lasciarlo andare.</p>
<p>Ma c’erano i Chianti Classico ancora da verificare, in una miniverticale delle vendemmie 2013, 2012, 2011. Ho già detto come questa etichetta fosse in passato ai miei vertici tra i pari categoria. E ho avuto il piacere di vederli confermarsi in assaggi magnifici, bilanciatissimi e profumati, che rispecchiano perfettamente le differenti vendemmie.</p>
<p>A distanza di più di dieci anni, durante i quali il nostro gusto cammina, si evolve, continuamente sollecitato dai tanti nuovi vini apparsi in questo tempo, li ho ritrovati come se parallelamente, separati da me, avessero comunque compiuto un tragitto similare. E qui ritengo che i passaggi di vigna siano stati fondamentali, l’abbandono della chimica, l’infittimento delle piante condotte a bassissime rese, l’inerbimento tra i filari, una prima vendemmia a metà settembre dei grappoli più verdi e lontani dalla pianta, in modo da lasciare più linfe nelle settimane finali solo ai grappoli più colorati e maturi. Con un cammino in sostanza similare poi al Riecine di Riecine in cantina, con le uve pigiate delicatamente. Fermentazioni naturali con vasche aperte e tini di cemento, usati poi anche per la maturazione dei vini, assieme a botti e botticelle usate. Anche se poi l’utilizzo pieno della nuova cantina con i nuovi contenitori si è potuto avere solo a partire dalla 2012. E non è dunque un caso se anche qui i migliori risultati li ho verificato appunto su questa vendemmia, che probabilmente, come esito finale delle uve, poteva avere anche un decimale in meno rispetto alla 2011. Ma fare il vino a questi livelli è un’intuizione ed un’arte, che necessariamente ha bisogno di spazi, di strumenti e di tempi, proprio per poter così fare a meno di ogni intervento invasivo o di un eccessivo soggiorno nei legni, perché non si hanno a disposizione altri contenitori o vasche.<a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/BP15-20319.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-361" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/BP15-20319.jpg" alt="bp15-20319" width="5081" height="3387" /></a></p>
<p>In più ho avuto la sensazione nell’assaggio di tornare ad un inizio, ad un cerchio che trova il suo raccordo. Questi Chianti Classico, più piccoli nelle dimensioni rispetto alle selezioni migliori, avevano però fin dalla loro nascita in molti casi centrato il punto, trovata la soluzione su come valorizzare al meglio le uve da cui nascevano. Bisognava ripartire da lì. Era quello il modo, ne eravamo ad un passo. Il Sangiovese superiore, la sua migliore selezione doveva solo ampliare nettamente il peso, la vastità, l’altezza, la complessità e la profondità del suo Chianti Classico base, senza modificare i propri tratti, senza deviare e truccare i propri lineamenti.</p>
<p>C’è voluto del tempo, ma, se si è arrivati a capirlo, tutto trova poi un senso ed una felicità, perché niente così è trascorso invano.</p>
<p>Il Chianti Classico ’12 dunque mi è davvero parso come la porta d’ingresso al Riecine di Riecine, la sua anticamera gustosa e colorata. E’ un giovane rosso un po’ acerbo, certo più piccolo, più scorrevole, più nobilmente quotidiano, ma carico di energia, squillante, masticabilissimo e dai tannini vivi e saporosi. Un vino ancora in piena evoluzione, con un suo primo accenno ad un frutto che si va ad ammorbidire verso le creme.</p>
<p>La 2013 è stata invece decisamente una vendemmia più fresca e umida, diciamo, più difficile. Ma abbiamo qui un vino lungo, intenso, nervoso, incisivo, floreale, che crescerà nel tempo, anche se rimane più sottile rispetto alla ’12. Comunque assai fine ai sapori, elegante, gustoso anche se un po’ crudo in bocca, ma con sapida, masticabile freschezza.</p>
<p>Il Chianti Classico 2011 infine è il più ricco e maturo, anche il più boisé, frutto di una vendemmia calda e generosa. Grasso e denso dunque, alcolico, è il più corporale dei tre e nello stesso tempo il più compiuto e pronto in un suo apice bilanciatissimo e saporoso.</p>
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		<title>Redigaffi o della più grande giovinezza</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2016 10:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[2016]]></category>
		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il mondo in una stanza o per essere precisi in uno studiolo 2 metri per 2. E’ lo spazio in cui prende vita il fantomatico romanzo (prima o poi sarà pronto. Non c’è fretta, … purché sia bello) e tutti gli scritti sui migliori vini della mia vita.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><b>Redigaffi 1999                 92</b></p>
<p><b>Redigaffi 2003                 94</b></p>
<p><b>Redigaffi 2004                 91-92</b></p>
<p><b>Redigaffi 2005                 92-93</b></p>
<p><b>Redigaffi 2006                 95</b></p>
<p><b>Redigaffi 2010                 92-93         </b></p>
<p><b>Redigaffi 2011                 95</b></p>
<p><b>Redigaffi 2012                 92-93</b></p>
<p><b>Redigaffi 2013                 94-95</b></p>
<p><b>Redigaffi 2014                 94 ?</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mondo in una stanza o per essere precisi in uno studiolo 2 metri per 2. E’ lo spazio in cui prende vita il fantomatico romanzo (prima o poi sarà pronto. Non c’è fretta, … purché sia bello) e tutti gli scritti <i>sui migliori vini della mia vita.</i></p>
<p>Ma è comunque una bellissima avventura scrivere, di totale libertà, di incoscienza e onnipotenza, in cui qualche rara volta si ha anche la percezione di aver toccato un segno, di averlo colto e sollevato da un precedente intrico di idee e pulsioni, come per qualcosa che resta ed era nel destino.</p>
<p>Una volta un amico, dopo aver casualmente letto uno di questi articoli, forse anche pensando di fare un complimento, mi ha detto “Bello, peccato però che sia sul vino”.</p>
<p>Ma io devo molto al vino importante e non rinnego niente. Seguirlo nella sua crescita, nei suoi sviluppi mi ha dato almeno due lezioni. Una è etica, perché ho avuto sempre più la riprova, in ormai decine di migliaia di assaggi, che un grande vino è anche il frutto di una onestà fortissima. Per arrivare a quei livelli bisogna fare sacrifici, studiare, mettersi in gioco continuamente, rischiare, dare il proprio meglio. Si è su un crinale dove si può essere soltanto se stessi, non si bara e non esistono maschere, né finzioni o scorciatoie.</p>
<p>La seconda è estetica, perché ho imparato molto da come un grande vino si propone, si lascia intravedere e leggere oppure nasconde intimità e segreti. E’ il dipanarsi di una trama, i profumi scoccano ed iniziano ad aprirsi nelle loro particolarità. Possono emanare gradevolezza oppure importanza, i primi lampi di complessità o stanno invece sulle loro, accennano, lasciano soltanto immaginare.</p>
<p>Percepire un grande vino, vederlo crescere nel calice ha molto della lettura di una storia o della visione di un film. Poi, quando si ha la fortuna di assaggiare la sequenza verticale di diverse annate di un vino da sogno, è come osservare i sentieri, le trame, le biforcazioni e gli strati di una di quelle serie tv in cui il cinema americano, per qualità delle storie, cura di regia ed attori, sembra stia oggi dando il meglio di sé.</p>
<p>Appunto il modo di esprimersi e disporsi di un vino è diventato per me una lezione ed un modello di scrittura, su come si possa incuriosire ed appassionare, ma anche tenere avvinto e sospeso un lettore.</p>
<p>Così è assolutamente certo che ai grandi vini consegno una buona parte del mio tempo attuale, ma ne vale la pena.</p>
<p>C’è stato poi un altro elemento ad entrare in gioco e a colpirmi. Ne ho avuto la prima coscienza con il Redigaffi, in modo quasi oscuro inizialmente. Ma la fortuna è stata di poter sentire questo vino più volte e su diverse annate negli ultimi mesi. Si è sempre ripetuta così questa impressione di appartenenza in un senso davvero forte, come se nella autenticità di un vino che ti emoziona si possa riconoscere una parte di noi stessi, di memoria, di gusto, anche di esistenza vissuta. Ogni volta, nell’assaporare il Redigaffi, mi sono rivisto giovanissimo, ho riprovato dentro di me questa impressione, come se mi tornasse addosso un sentimento che avvertivo una volta e che forse è stato anche generazionale.</p>
<p>Credo che assaggiare grandi vini provochi sicuramente un senso di evocazione, di memoria, di dilatazione del pensiero. Ma accostarmi ad un Brunello, un Barolo, un Barbaresco, una tipologia cioè di vini dagli aromi più avanzati e maturi, buonissimi in taluni casi, ma di una categoria e genere completamente diverso, più di complessità, di cerebralità, mi riporta ad altri pensieri, altre epoche della vita mia, personale e di quella collettiva che abbiamo vissuto, con i suoi avvenimenti, le sue illusioni.</p>
<p>Il Redigaffi invece esprime un carattere di giovinezza in una tipologia del tutto speciale. E proverò a spiegarmi, premettendo che da anni questo rosso è uno dei miei pochi e profondi vini del cuore. L’avevo già raccontato ne <i>I Migliori Vini della Nostra Vita</i>, accompagnandolo ai suoi fratelli di vigna, nell’articolo <i>Tua Rita. </i>Lo concludevo con l’auspicio, pur nella mia canuta pigrizia, di visitare un giorno l’azienda, camminare magari tra quei filari, assaggiare i vini dalle barrique, provare a capirne un po’ di più.</p>
<p>E poi questo viaggio c’è stato, l’ho fatto. Ne scrivo ora, a distanza di diversi mesi. Ma le cose le devo macerare dentro per averle più chiare. E sono pronto solo adesso.</p>
<p>Cantina di Tua Rita dunque. Mattina sul presto. Con me il cantiniere e Luca D’Attoma. Spaziando liberamente su tutto quello che c’era in quel momento dentro le barrique. Vendemmie 2013 e 2014.</p>
<p>Esperienza attesa, molto desiderata. Ed assaggiare coscienziosamente i vini dai legni, separati per vitigno, parcella di vigna o diverso tempo di raccolta delle uve, è qualcosa di totalmente coinvolgente ed intenso. Come partecipare ad una prova d’orchestra su una partitura inedita dal grande futuro. Sentire separatamente i violini e gli archi, poi gli strumenti a fiato, il pianoforte, il coro, gli <i>assolo</i>. Occorre un’estrema lucidità e fantasia per riuscire ad immaginare la miglior fusione possibile. Ed è una delle cose bellissime cui ho assistito nella mia vita, quando si ha a che fare con vini importanti. Vedere tutto ancora in movimento ed in fieri, tutto possibile e migliorabile, mentre i nostri sensi avvertono come e cosa stia prendendo forma, quale sia la sintonia dei profumi, come progressivamente si vadano ad occupare gli spazi che a quella barrique e a quella base mancano, ma che sono contenuti in altre e come così, man mano, il grande puzzle dell’annata arrivi a compiersi, salgano gli aromi, i sapori si completino in un’armonia sempre più vicina. Il vino nasce. E dentro di noi resta allora l’impressione come di un suono che ha trovato il suo percorso, una voce che si è finalmente sollevata e composta.</p>
<p>Allora tutto il 2013 e parte del 2014 assaggiato nel legno erano in sostanza le componenti del futuro Giusto di Notri (da Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc), gran rosso certamente, ma, come scrivevo nel finale del precedente articolo, che pagava il confronto con la perentorietà del Redigaffi e del Syrah Per Sempre.</p>
<p>Ebbene l’impressione che ho avuto è che il tema di un uvaggio bordolese ancora più perentorio sia stato via via messo a fuoco. Diverse cose sono ormai in movimento, con attenzioni e selezioni in vigna che sono state ancora più serrate, in un tempo di legno poi che viene anche prolungato. Ed il Giusto di Notri delle vendemmie a venire (che siano propizie anche le divinità delle stagioni e della natura) avrà dunque un’ulteriore, più sicura marcia in più. Che proverò a raccontare, quando questi Giusto saranno in commercio.</p>
<p>Torno così a quella mattina e all’assaggio del Redigaffi 2014, allora in pieno elevamento in barrique (mentre il 2013 era invece già stato posto in bottiglia).</p>
<p>Osservavo in silenzio il vino che veniva prelevato dalla botticella. Il “ladro” in vetro penetrava nel suo profondo, in quella capacità invisibile e ne risaliva carico di un colore profondissimo, che guardavo poi scivolare nel calice che avevo in mano.</p>
<p>A portarlo al naso, quel Merlot, che doveva ancora trascorrere diverse stagioni nel legno, arrivava già con una sua riconoscibilità fortissima. E’ come se il vino estremo abbia in sé delle stimmate, contenga un segno particolarissimo fatto di microscopiche spore e infinite componenti che legano e sigillano il terreno con il vitigno, quasi indipendentemente dal fattore umano.</p>
<p>Certamente l’uomo è fondamentale nella grandezza di un vino, a partire dalla progettazione, dalla sua idea. Ed in questo senso mi sembra doveroso il ricordo di Virgilio Bisti che nel 1988 (che appare oggi come una sorta di data preistorica nella vicenda del nuovo vino italiano) ebbe l’intuizione di impiantare nell’area più argillosa del suo podere i primi filari di Merlot, coltivandoli poi a basse rese.</p>
<p>Ma si possono seguire tutte le regole più severe, gli intendimenti più rigorosi. Se però non esiste la scintilla tra vitigno-terreno-microclima, il risultato non andrà mai oltre quello che può essere un vino solo buono e onesto. Perché nasca invece il fuoriclasse occorre qualcosa che appunto prescinda anche dalle migliori intenzioni dell’uomo e da tutto quello che è il nostro attuale bagaglio di scienza. E che insomma in quella particolare parcella di vigna scatti una simbiosi totale tra i biotipi di vitigno impiantati e le componenti del terreno, che tutto vada così ad incastrarsi magicamente. E dunque la Fortuna per una volta non sia solo folle e cieca, ma faccia scoccare in quel particolare punto di terra una scintilla generosa e propizia, dalle alchimie nemmeno immaginabili, né pienamente spiegabili.</p>
<p>Dalle barrique del Redigaffi ’14, che continuavo ad assaggiare, emergeva così la sua massa di frutto incantevole e compatto, il carico di aromi soavi e rari, la loro simmetria di linee e di forme, come nello schema di una classicità suprema.</p>
<p>Avvertivo il grande controllo, la misura, il senso perfetto di eleganza. Perché il Redigaffi non è un vino ostentato, i suoi profumi non hanno niente di gridato, di rabbioso o di clamoroso, di aggressivo, come, per fare l’esempio di un altro Merlot nobile, nel Masseto. Il frutto del Redigaffi è di una grazia celeste, soffuso, purissimo, senza orpelli o chiassose ridondanze, senza alcuna enfasi. E di un timbro inoltre con una sua riconoscibilità netta, che supera la diversità di ogni vendemmia.</p>
<p>Come nei vini assoluti, pur nel differente e variegato percorso di ogni stagione e annata, il Redigaffi possiede una sua voce inconfondibile, il suo segno, un tocco di leggerezza chopiniana, che è però nello stesso tempo quanto mai fermo e stabile. Vino insomma molto più complesso, articolato e profondo di quanto non voglia apparire. E di una bellezza tale da non aver bisogno di abiti migliorativi, né di sedute estetiche di trucco o parrucche. Gli stessi 20 mesi di barrique (tra poco vi darò tutte le sue informazioni tecniche) non lo modificano nella sostanza, ma gli conferiscono solo, a mio avviso, una necessaria, levigata stabilità.</p>
<p>Mentre continuavo gli assaggi delle diverse barrique, sentivo la sua massa scivolare tra le labbra, rasata e dolce. Era una crema che si adagiava deliziosa, saporita e soffice, preziosa e densa. Si assaporava e non si poteva resistere che pochi secondi. Perché poi l’ordine inconscio della mente ti portava ad inghiottire, ad appropriarsene, a farne omaggio al proprio corpo. E l’altro elemento che emergeva e restava nell’animo, era il senso fortissimo di giovinezza che il vino emanava, con quella leggerezza d’animo e di prospettive che si prova solo in gioventù, di serenità senza mai ombre, di sorriso, di sguardo pieno, sicuro.</p>
<p>Certamente sto scrivendo di un rosso 2014 e potrebbe ora apparire ovvio parlare di gioventù. Ma credo che il Redigaffi viva ed esprima nel suo carattere e modo di essere un forte, sereno senso di giovinezza, di quella più grande, ferma, radiosa e che questo sia nella sua natura, nella sua forma e colore. Ma ci ritornerò sopra nel racconto delle annate più mature, affinché tutto risulti più chiaro.</p>
<p>Ora è tempo di entrare nella storia e nella vicenda di questo vino, con il suo primo nucleo di vigna a nascere appunto nel 1988, quando vengono impiantati a cordone speronato 4.000 ceppi di Merlot su 8.000 metri quadrati di terreno, costituito da scisti, argille rosse e galestro. Siamo leggermente all’interno della costiera bolgherese, ad un passo dal borgo medievale di Suvereto.</p>
<p>Tra il 1996 ed il ’97 poi, visto la straordinaria grandezza dei primi risultati (la vendemmia 1994 segna il suo esordio su un numero limitatissimo di bottiglie), vengono impiantati altri 6 ettari di Merlot, su confinanti lenti di terreno, similari per composizione, con una fittezza di 9.000 ceppi ad ettaro, allevati a cordone speronato doppio. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/05/MG_8702.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-350" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/05/MG_8702.jpg" alt="MG_8702" width="1024" height="683" /></a></p>
<p>Le vendemmie avvengono nei primi di settembre e le uve selezionate, dopo la pigiadiraspatura, sono poste a fermentare in tini di legno tronco-conici da 45 ettolitri, con tempi di macerazione sulle bucce tra i 30 e i 35 giorni. Dopo la svinatura il Redigaffi viene elevato poi per 18-22 mesi in barrique nuove. E la sua produzione si manterrà comunque sempre bassissima, oscillando nelle ultime vendemmie tra le 8.000 e le 12.000 bottiglie.</p>
<p>L’assaggio così delle tante annate di Redigaffi parte oggi (siamo a fine aprile 2016) da un campione 2014 preso dalla vasca, con il vino che ha ormai completato il tempo di legno, le barrique sono state assiemate e tra poche settimane avverrà l’imbottigliamento.</p>
<p>Per una regola ovvia a questa annata assegno un punteggio assai cauto e con un punto interrogativo, visto che non è ancora in bottiglia. Ma l’impressione è stata fortissima e sono convinto che con 1-2 anni di vetro questo Redigaffi scalerà ulteriori vette, quando i suoi profumi, già raggianti e radiosi, si ammanteranno di quelle preziosità balsamiche e inchiostrate, goudroneggianti, che appaiono ora nel movimento del suo fondale, che sta appena iniziando a sollevarsi.</p>
<p>Ma qui una considerazione, sul grande cammino che ha compiuto l’uomo e la migliore enologia italiana, va fatta. E segno ne è appunto l’assaggio del Redigaffi che va dal 2014 al 2011. Quattro vendemmie diversissime, che hanno comunque dato qui risultati sempre molto grandi.</p>
<p>La 2014 è stata dunque, un po’ in tutta la penisola, un’annata decisamente brutta e molto a rischio per i grandi vini rossi, con piogge continue ad ostacolare una perfetta maturazione dei grappoli (mi fa tornare in mente la 1972, non so, la 1992, la 2002). Però la gestione della vigna è oggi infinitamente più sapiente ed oculata. Su questo vigneto poi c’è stata un po’ di fortuna nelle settimane di vendemmia, oltre che una forte selezione nella scelta dei grappoli. Ed abbiamo così potuto avere anche nella ’14 un’altra espressione memorabile del Redigaffi. Certo le bottiglie prodotte sono solo 8.000. L’epoca di raccolta delle uve è stata inoltre posticipata, compiendosi tra il 10 ed il 18 di settembre. Ma il Merlot è appunto una varietà precoce e questo aiuta, perché il ritardo nella vendemmia non comporta alcun problema (sono le varietà tardive, quelle che maturano nella terza decade di ottobre, a correre rischi enormi in stagioni simili).</p>
<p>Ho ritrovato dunque in questi giorni quel Redigaffi ’14, assaggiato mesi fa in barrique, quando ha ormai completato il suo percorso nel legno. Mi ha colpito subito la bellezza fascinosa dei profumi, la loro eleganza, la delicata, innocente gentilezza del tocco, eppure nello stesso momento quell’intimità succulenta, morbida e dolcissima che il vino contiene, piena di fragoline di bosco, ribes, vaniglie. Mi sono domandato cosa potranno essere e diventare questi profumi, quando si compatteranno e si concentreranno dopo un ragionevole tempo di bottiglia.</p>
<p>Insomma in un’annata così difficile il vino esprime una bellezza ed una integrità folgorante, pur in un’anima morbida e deliziosamente carezzevole. E’ un Redigaffi certificato con il timbro, riconoscibilissimo nella sua femminilità, con tutte le movenze di deliziosità setosa, che, come più il vino respira nel calice, si apre a dolcezze di creme mentolate e balsamiche, a leggeri lampi inchiostrati (solo però in un accenno delle loro vibrazioni, perché nel suo complesso mi è difficile trovare un vino più sereno, di bellezza tanto giovanile, pura, confortevole).</p>
<p>Si può poi anche aggiungere che non ne ho sprecato nulla. Non era proprio possibile. E comunque non sono stato capace (perdonatemi) di far cadere dalla mia bocca nemmeno una goccia nel recipiente che mi tengo accanto in queste occasioni e che per decenza, anche se impropriamente, chiamo qui <i>seau à glace</i>. Con il Redigaffi ’14 ho sentito di stare nutrendo il mio corpo, che ora sta davvero benissimo.</p>
<p>La vendemmia 2013 è poi un’altra vendemmia difficile (ma meno della ’14), estate fresca, con diverse piogge. Tua Rita però è vicino al mare, con tutti i suoi effetti benefici di ventilazione e soleggiamento, ad un’altitudine sui 100 metri. La raccolta delle uve è avvenuta tra il 5 ed il 15 di settembre. E l’assaggio di questo rosso mirabile mi dà la conferma che, su varietà precoci come il Merlot, l’estate fresca possa dare poi dei vini anche migliori, più lunghi, complessi ed importanti. Le piante di fatto non sono mai entrate in uno stress da siccità, da eccesso di calura, non si sono mai fermate ed hanno continuato ad elaborare e a dare ai loro grappoli un patrimonio straordinario di sostanza, di linfe segrete, intense e preziose.</p>
<p>Il Redigaffi 2013 è così in una versione bellissima, ma anche particolare. Va inoltre premesso che il vino è stato imbottigliato solo 10 mesi fa. E’ dunque oggi molto crudo. Sarà certamente uno dei Redigaffi più longevi e sono convinto che tra 1-2 anni sfiorerà i 96 punti. Ma quello che mi preme sottolineare è come questo 2013 disegni uno spazio nuovo del Redigaffi, come un indizio di quello che potrà essere forse un tratto inedito del suo futuro profilo, con piante che iniziano già ad avere una buona maturità.</p>
<p>La particolarità insomma dell’andamento stagionale gli ha conferito dei lineamenti sicuramente più virili e pensosi. In nessuna delle sue precedenti versioni avevo sentito tanto chiaroscuro, tanto goudron, tanti profumi catramati e inchiostrati. E la bottiglia vuota che conservo da giorni (anche qui nessuna goccia è andata perduta, ma è ognuna impressa e sigillata nel mio corpo, cosa lo dico a fare?) continua ad emanare meravigliosi profumi di grafite, essenze di frutti di bosco, goudron, spezie balsamiche.</p>
<p>Un risultato dunque estremamente fascinoso, di grande ampiezza e profondità. E vino che suggeriamo di aprire con un certo anticipo, lasciando che cresca sempre più nel calice ed esprima questo suo primo incedere nella giovinezza con lo sguardo di un adolescente tenebroso.</p>
<p>Abbiamo dunque uno splendido rosso (tra i più buoni mai sentiti in questi mesi), che nasconde i suoi 15 gradi di alcol per quanto è pieno di nervosità, energia, dinamicità. I suoi aromi si aprono con iniziali note appena compresse, vanigliate e lignee, che man mano svelano fragoline e frutti di bosco, liquirizie, note speziate e catramate su un elegantissimo fondo fumé.</p>
<p>La bocca è poi saporitissima, setosa e piena di luce, con echi di balsami, polpa di ribes, legni preziosi. Attacco assai sontuoso, ma non invasivo, in cui si conferma il sonoro segno di eleganza del Redigaffi ed assieme un viluppo segreto e bellissimo carico di splendida gioventù. Sono convinto insomma che si aprano nuove intelaiature su questo vino, che lo renderanno ancora più complesso e profondo. Ed il consiglio che posso dare su questo 2013 è di saperlo collezionare, farne saggia scorta, come grandissimo rosso che progredirà prepotentemente con gli anni di bottiglia.</p>
<p>Con la 2012 abbiamo invece una vendemmia totalmente opposta, dentro un’estate caldissima, torrida, siccitosa. La raccolta del Merlot è stata questa volta necessariamente anticipata, vendemmiando di corsa i grappoli tra il 25 agosto al 3 settembre, con taluni acini che già accennavano un rischio di appassimento. Vendemmia appunto sicuramente più difficile per le varietà precoci, con le piante che hanno sofferto nel mese di agosto, hanno dovuto fermare la loro ultima elaborazione per la siccità, il caldo. Frutti dunque non perfettamente omogenei, non completamente maturi.</p>
<p>Eppure ci troviamo davanti ad un Redigaffi delizioso e soave (e credo che sia occorsa molta maestria nel seguire prima le vicende e le esigenze della vigna, poi nella selezione e nella vinificazione delle uve), che farebbe un figurone assaggiato isolatamente. Nel mio caso però aveva accanto, ad esempio, la vendemmia 2011.</p>
<p>Intendiamoci, in assoluto è un vino splendido, luminoso, di una grande levità e dolcezza. C’è però qualche squilibrio tra l’alcolicità e gli spigoli acidi della sua massa, come una punta di verde e acerbo nell’anima, che non ne aiuta e non ne espande l’armonia.</p>
<p>E’ un Redigaffi che manifesta tutta la sua aria di leggiadria squisita, ma che appare anche più leggero rispetto alle migliori versioni e che ritengo dia il suo meglio in questa vasta freschezza giovanile dagli accenni inchiostrati, in questo tessuto serico di creme fini. Lo trovo dunque di notevole bellezza, più delicato e fragile però, in un suo equilibrio di cristallo, rispetto ad altre annate. E, al contrario che nella 2013, non credo che il suo punteggio (comunque ragguardevole) potrà crescere negli anni futuri.</p>
<p>Con la 2011 ci troviamo invece davanti ad una delle migliori versioni in assoluto del Redigaffi e, a mio avviso, la più compiuta e completa tra le ultime vendemmie proposte. Il suo andamento stagionale può ricordare climaticamente la 2012, ma è stato meno esasperato, con qualche pioggia che ha rinfrescato l’estate. E le piante (è in fondo lì che si gioca molto o tutto) non hanno sofferto come nel ’12, potendo così nutrire e proteggere meglio i frutti. In questo caso la vendemmia è stata anche leggermente anticipata, realizzandosi tra il 20 ed il 25 di agosto, con uve comunque perfette.</p>
<p>Il vino è insomma stentoreo, impressionante già nell’osservare il suo colore profondissimo, impenetrabile, nerastro. Ed in questi 3 anni ho potuto assaggiarlo in diverse occasioni. La prima volta in una cena (una sorta di anteprima) di fine autunno 2013, avendo accanto e di fronte molte delle migliori etichette italiane. Ma nella mia personale classifica questo Redigaffi risultava di gran lunga il più bello, fascinoso, sensuale della serata. I suoi profumi erano una vera delizia e mi sembravano la prova manifesta di quale grande cammino avesse percorso la nostra viticoltura. Un rosso del genere, di quella classe, di una bellezza che conteneva in sé una sorta di impalpabilità suprema, non era nemmeno immaginabile 10 o 15 anni fa. I suoi sapori e aromi allora non me li sarei nemmeno potuti sognare, perché non li avevo mai sentiti, non esistevano.</p>
<p>Seduto a quel tavolo lo richiesi più volte ad una paziente sommelier. Lo assaggiai e lo bevvi ripetutamente, rischiando l’incidente diplomatico con i diversi produttori vicini, che magari volevano un minimo d’attenzione per i loro vini. Ma io ero in uno stato di beatitudine suprema che non ammetteva deroghe, esitazioni e, meno che mai, cambiamenti peggiorativi. Avevo trovato il Santo Graal della serata, con quella sfericità che possiedono i grandissimi vini, quando nascono in completo equilibrio. Era certamente un Redigaffi assai giovane, ma di una tale armonia da potersi già godere. Era tutto molto alto, tutto estremo. C’erano certamente superbi parametri di ricchezza, di concentrazione. Eppure nello stesso tempo tutto appariva soave, delicatissimo, delizioso e immacolato, all’interno di una trama olfattiva completamente sorridente e serena. Mi sentivo come quando, da giovane, scoprivo quelle meravigliose commedie di Lubitsch. E mi sorprendevo a godermele con il sorriso stampato sulle labbra, dall’inizio alla fine.</p>
<p>Poi, più di un anno dopo, un secondo assaggio fu molto buono, ma meno entusiasmante. Poteva apparentemente dipendere dalla mitizzazione di una serata magica, dalla memoria che porta sempre ad ingigantire quello che ci è parso molto bello. Nella realtà credo che il Redigaffi 2011 fosse allora in una prima fase di passaggio, da quella che era una sua espressione adolescenziale, quasi primigenia, a quella di una giovinezza più complessa e decisa. Di fatto però era a metà strada. Non era più una cosa, ma non era ancora l’altra.</p>
<p>Quando l’ho riassaggiato poi a fine 2015 ho ritrovato un vino strepitoso. Non era la quindicenne purissima e fatata della prima volta, ma una splendida ventenne che si sta inoltrando nella giovinezza, che frequenta l’università ed è bellissima e piena di sogni.</p>
<p>Con le stesse fattezze e sensazioni ho infine ritrovato il Redigaffi ’11 nell’assaggio di questi giorni (sono un uomo fortunato e benvoluto dagli dei, sì, lo so), un vino immenso, dal potenziale ancora inespresso, che esprime una gioventù compatta, felice, tanto assoluta da non ammettere la minima intrusione di altre età e lascia intravedere balsami deliziosi, leggeri graffi di goudron, intuizioni e profondità inaudite, vino che lascia poi pensare, porta avanti idee, impressioni. E qui entra in gioco l’appartenenza, quell’affinità che troviamo in un vino, lo spazio personale che c’è sempre in un assaggio e come quei profumi e sapori si incastrino nella nostra vita, ne sommuovano i ricordi.</p>
<p>E’ strano e misterioso il loro perché e come ogni volta, nell’assaggiare questo vino, mi ritorni dentro e riprovi lo stato d’animo del mio corpo diciottenne. Estate del 1966, a camminare nel cuore di una Londra che ricordo stranamente assolata. Mi sembrava fatta solo di colori e suoni, forse per la folla coloratissima che brulicava attorno. Visi di ragazze dai trucchi immaginifici che ti fissavano, ti guardavano. Le luci. Piccadilly. Le vie a riquadro di Soho …</p>
<p>Tutto quello che è accaduto dopo è partito da lì. Era il primo viaggio all’estero e sarei rimasto in quella città per molti mesi, parlando un’altra lingua assieme a coetanei europei. C’era un’innocenza e un’aspettativa immensa in quell’estate. Eravamo pieni di convinzioni e di futuro. Il mio grande amico di quei giorni era un ragazzo di Parigi, che si sarebbe perso nel maggio del ’68.</p>
<p>Ma dopo si sarebbe incanaglito tutto, le lotte ideologiche, gli odi, Praga, l<i>’autunno caldo</i>, le bombe, le stragi, il Cile, il terrorismo. Appunto però, sarebbe accaduto anni dopo. In quei giorni invece si fissava il futuro in modo radioso, sereno ed anche semplice, certo. Eravamo giovanissimi, ascoltavamo musica al Marquee Club di Wardour Street. I Beatles uscivano con <i>Revolver</i>, i Rolling Stone cantavano <i>Paint it black</i>. La sera eravamo a Le Kilt alla fine di Greek Street, tra i tessuti tartan alle pareti e sui divani, con l’incredibile diligenza piena di dischi in vinile da cui partiva la musica del DJ. Ho visto lì le più belle ragazze di Londra. Non so cosa ne è stato dopo di Sylvia, Pamela, poi Jane. Non so chi siano ora. E, a ripensarmi, ho come l’impressione di parlare di un figlio, un nipote, che sta ascoltando una musica lieve, una specie di piccola ballata che ripeteva “I want you” e la cantava la voce di un Bob Dylan, giovanissimo anche lui.</p>
<p>Il Redigaffi insomma è per me anche questo. Il carattere, il genere dei suoi profumi, quel senso di giovinezza immacolata che avverto, di candore, di bellezza, mi riportano sempre (stranamente, misteriosamente, fate voi) ad un tratto della mia giovinezza totalmente privo di nuvole, prima insomma che il disincanto e le ferite successive la turbassero.</p>
<p>Ma di questo vino ho avuto anche un’ulteriore panoramica in una verticale di annate più vecchie. Evento pubblico dunque, a cui per la verità partecipo di rado. E probabilmente sono oggi molto più asociale rispetto a quei lontani anni ’60. Però, parlando di questo lavoro, ho visto anche troppe degustazioni trasformarsi in un profluvio di fiere delle vanità a chi la spara più grossa. Nel loro piccolo (anche nel loro minimo) mi hanno spesso intristito, mi sono sembrate un deprimente spaccato della nostra società, con tutti i suoi vizi atavici, le sue macchiette, i rampanti, gli incompetenti, i tromboni, chi maschera la propria invidia dietro il nome di testate importanti. Certo, è sempre bene sorriderci su e perdonare magnanimamente (ma ho anche ascoltato cose che voi umani …).</p>
<p>In queste occasioni mi sono reso comunque conto di amare in modo smodato solo la parte migliore dell’umanità, quella che crea arte, bellezza, vini come il Redigaffi e poi lavoro, benessere, quella che apre alla generosità, al futuro, al pensiero. E non la trovo facilmente, mi sembra anzi di vivere in una fase di grande opacità e ristagno delle menti, in cui il nostro paese sta forse tirando fuori tutto il suo peggio.</p>
<p>Preferisco starmene così abbastanza solo. E una cosa seria e felice come quella di assaggiare vini importanti la vivo nella mia casa, potendoli testare più volte, appena aperti, a distanza di un’ora, poi di altre e così via, sempre in calici vocati a quel particolare vino, supersperimentati e, ovviamente, avvinati con molta cura.</p>
<p>Però, per una verticale del Redigaffi … Insomma, questo ed altro. Così “Arrivo!!!”.</p>
<p>Ed è stata, per la verità, un’esperienza positiva e molto utile.</p>
<p>Torno allora alle cose belle di questo mestiere, come seguire il grande filo conduttore che abbracciava le annate del Redigaffi, l’aria di naturale raffinatezza che le attraversava, quel loro tocco, la misura estrema. Partendo dalla valutazione del calice vendemmia 2010, che sulla costa dell’alta Toscana (al contrario che nel suo interno) non è stata un’annata grandissima, funestata da un po’ di piogge nel suo finale. Il Redigaffi però è anche una superselezione. E questo 2010 mi appariva di notevole bellezza, intensità, massa, con quella fisicità felice, libera, quel gran senso di vita piena che questo vino emana. Insomma bellissima versione, un po’ più spostata sulla solidità. Se vogliamo trovargli un limite che lo differenzia dalle annate maggiori, è nell’impressione di avvertirlo appena statico ai profumi. Parliamo appunto di una bottiglia e di un bicchiere sentito lì per un’ora. Ci metto dunque meno la mano sul fuoco, mi è parso però in un’espressione aromatica appena meno attiva, meno movimentata, rispetto alle migliori versioni.</p>
<p>La 2006 invece, frutto di una vendemmia grandissima e solare, era uno strepitoso Redigaffi, superbo nel colore, carico, quasi traboccante di frutto e di peso, estremamente ricco, maturo, dolce e delizioso agli aromi, baluginante di spezie. Tra tutti i campioni appariva con un carattere tanto mediterraneo da mostrare quasi una punta di opulenza barocca (chi sa, forse da vendemmiare un paio di giorni prima), ma vino che trovo comunque meraviglioso, grasso, infinitamente masticabile, espresso, in un suo netto, altissimo apice sferico. E ritengo che di tutti i Redigaffi assaggiati solo il 2011 ed il 2013 (che mi sembra nascano in un equilibrio più teso) potranno fare meglio e guadagnare nel tempo dei punti in più.</p>
<p>La 2005 è poi un’annata che ricordo bene, perché è stata quella da cui ho iniziato a seguire in modo continuo questa etichetta. Vendemmia che non si porta dietro una particolare fama, visto che nel centro della Toscana è stata funestata da molte piogge. La situazione però nel litorale è stata meno negativa, il mare ha sempre un effetto calmierante. E devo confessare, avendolo assaggiato 7-8 anni fa, che non me lo aspettavo così fresco, vivo, dinamico (a confermarmi ancora una volta come le annate piuttosto fresche diano vini lunghi, magari non grassissimi, ma che si evolvono magnificamente nel tempo). Molto buono ed appagante poi ai sapori, intrigante, anche con un suo bell’equilibrio e con quella particolare cremosità che è nel patrimonio intimo di questo vino.</p>
<p>Devo dire invece che la 2004, sulla quale nutrivo molte aspettative, perché è stata una grande annata un po’ in tutta la Toscana, mi ha sicuramente meno coinvolto. Ovviamente parliamo di un vino importante, in cui però i tannini prevalgono sul frutto e sulla polpa in modo fin troppo deciso, uno di quei rossi che al mio gusto appaiono un po’ aridi, disidratati, in un equilibrio insomma tutto spostato verso la loro parte scheletrica, che esprimono dunque più l’ossatura e i tendini della struttura che la dolcezza della loro carne e della loro polpa. Mi sembra per certi aspetti un vino un po’ antico e meno in linea rispetto al carattere ed allo spirito del Redigaffi, così prodigo invece di frutto delizioso, di crema morbida, di giovinezza, di gioia. Mi rendo conto, è una versione che potrà anche piacere molto, ma è di fatto meno nelle mie corde.</p>
<p>Sorprendente invece il 2003, visto che la memoria di quella estate torrida che si scatenò dai primissimi giorni di giugno su tutta la penisola la vivo ancora come un incubo. E poi, man mano, i vini che mi sono capitati di quell’annata, ovviamente di vario peso e misura, apparivano sempre segnati e piegati da mollezze, da note surmature, languori. Insomma rossi spenti, da bere in fretta, prima che potessero peggiorare ancora.</p>
<p>Le mie aspettative così erano davvero minime. Ero anche perplesso che un’annata del genere fosse stata scelta per una verticale di Redigaffi. Ed invece la sorpresa era dietro l’angolo, impensabilmente. Versione 2003 dunque fantastica, direi esemplare anche nel definire questo vino in tutti i suoi spazi espressivi. Mi sorprendeva la sua crema, l’estrema morbidezza e nello stesso tempo la fittezza decisa delle maglie, del tessuto, la finezza balsamica e mentolata che lo cospargeva su un vasto sfondo goudroneggiante. Un rosso bellissimo, carico di respiro, di gioventù, liscio, rasato al contatto, soave, raffinatissimo e contemporaneamente di totale naturalezza.</p>
<p>Il 1999 infine è un superbo vino al suo apice, che rende evidente come il Redigaffi sin dalla sua nascita sia partito così, con quegli aromi balsamici, quella crema ed al tempo stesso con quella forza. Nonostante il lungo tempo che ci separa da questa vendemmia, il vino appariva ancora soavemente terso e concentrato, vivo, pieno di voluminosità. Le note minerali, che pervadevano il frutto, ne segnavano come l’impronta digitale, lo collocavano in quel punto della terra, dicendo che il Redigaffi è lì e che alcuni uomini hanno avuto l’intuizione e la ventura di scoprirlo, di portarlo alla luce con quel vitigno, con quella meticolosità e quel lavoro.</p>
<p>E’ vero, parlo raramente degli uomini. Credo che in questo momento storico sia più importante focalizzarsi sui vini, cercare di capire cosa essi rappresentino realmente, concretamente, cosa significhi la dinamica espressiva di quell’etichetta nel panorama giovane del nostro nuovo vino. E quando leggo articoli sui personaggi del vino, ho spesso la sensazione di intravedervi della piaggeria, della complicità, strizzatine d’occhio e tutta una serie di comportamenti che poco mi persuadono.</p>
<p>Però alla fine di questo lavoro, che mi sono covato dentro per mesi, mi piace ed in fondo mi sembra bello e onesto pubblicare la foto che riunisce le persone vive che sono dentro la piena storia del Redigaffi, coloro che lo hanno progettato e seguito nel tempo, che lo hanno cresciuto in tutti i suoi giorni.</p>
<p>Impressa in un suo momento, è anche un’immagine che rappresenta le generazioni e l’esistenza che scorre. Con la bellezza di vita della viticoltura, la forza, il suo senso di progressivo e di continuità. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/05/MG_6055.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-351" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/05/MG_6055.jpg" alt="MG_6055" width="1024" height="687" /></a></p>
<p>Ho già detto di Virgilio Bisti. Abbiamo così al centro della foto la signora Rita Tua, compagna di una vita di Virgilio, a segnare l’inizio del Redigaffi. Accanto a lei, la loro figlia Simena con, sull’altro lato, il marito Stefano Frascolla, altro fondamentale autore e continuatore di questo vino, a rappresentarne il presente. Al centro infine il loro figlio Giovanni, cui spetta il futuro e a cui auguriamo tutta l’umiltà, la creatività e la passione possibile per lo sviluppo e la crescita del Redigaffi, che, essendo appunto un’opera aperta, si rinnova ogni anno e avrà davanti ancora luoghi e percorsi.</p>
<p>Perché c’è una considerazione da fare al termine di tutti questi assaggi e su quanto in particolare ci hanno detto le ultime quattro vendemmie, ognuna appunto completamente diversa nell’andamento stagionale, in qualche caso anche assai problematico, ma che ha comunque espresso ogni volta un suo risultato perentorio.</p>
<p>La mia sensazione forte è che il Redigaffi stia entrando in una nuova dimensione, ancora più vasta, sicura, profonda e che questa impennata sarà più evidente, quando il grosso delle piante avrà compiuto e superato i 20 anni.</p>
<p>Anche per questo è bellissimo il mondo del nostro vino. I 20-30 anni che abbiamo alle spalle sono stati di scuola, di prove, lezioni ed apprendimento, quasi sempre con piante in vigna non più che bambine. Il prossimo decennio segnerà l’età adulta, quando si andranno ad unire il fondamentale patrimonio di informazioni che si è accumulato nelle conoscenze dei viticoltori e la ricchezza e l’ulteriore complessità che saranno in grado di dare le viti, ormai nel pieno delle loro qualità espressive.</p>
<p>In questo senso il Redigaffi ha già compiuto un percorso straordinario, che lo pone in un altissimo vertice, ma è sicuramente un vino tuttora in pieno movimento. La 2013 dà un forte indizio di questo. E’ rabbioso come non è mai stato, cerca e scava in profondità, traccia nuovi solchi. La 2014, pur in mezzo alle traversie di un’annata difficilissima, scova un tratto di soavità ancora più vasto e perfetto.</p>
<p>Per le vendemmie a venire ho così aspettative davvero alte. Sono convinto che nel nostro vino, e così nel Redigaffi, ci siano spazi del gusto tuttora intentati e inesplorati. E’ la positiva progressività del suo mondo a lasciarmi curioso, gli ulteriori luoghi da raggiungere, le possibili espressioni che ci daranno nuove sorprese e stupore, tanto da far scomparire il timore per il tempo che dovrà pure passare.</p>
<p>Del resto l’aspettativa credo sia la molla della nostra esistenza, immaginare il futuro è il nostro atto e cammino quotidiano, quando si sta bene e la vita ci piace molto, ci intriga.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com/redigaffi-o-della-piu-grande-giovinezza/">Redigaffi o della più grande giovinezza</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com">I migliori vini della nostra vita</a>.</p>
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