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	<title>I migliori vini della nostra vita &#187; 20</title>
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	<description>Luciano Di Lello</description>
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		<title>I più grandi rossi emergenti di Bolgheri</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2018 14:41:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[2018]]></category>
		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ecco dunque, dopo il precedente articolo sul mio rapporto con i vini storici di Bolgheri, il risultato sui suoi migliori rossi emergenti. </p>
<p>E’ il frutto di assaggi iniziati alla fine del 2016, accurati, lenti, ripetuti, che hanno avuto anche il malessere di dover escludere quanto non mi convinceva del tutto. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/bolgheri-suvereto-img-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-376" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/bolgheri-suvereto-img-2.jpg" alt="bolgheri-suvereto-img-2" width="924" height="380" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco dunque, dopo il precedente articolo sul mio rapporto con i vini storici di Bolgheri, il risultato sui suoi migliori rossi emergenti.</p>
<p>E’ il frutto di assaggi iniziati alla fine del 2016, accurati, lenti, ripetuti, che hanno avuto anche il malessere di dover escludere quanto non mi convinceva del tutto.</p>
<p>Fa parte del mio lavoro (ed in fondo della vita di ognuno di noi) operare continuamente una selezione, scegliere quello che più ci persuade, come persone, ipotesi, mete delle nostre giornate e futuro. Ed anche così per il cibo ed appunto il vino, che ne rappresenta la parte spirituale.</p>
<p>Queste sei aziende sono quanto resta ed è brillato in questo tempo durato più di un anno (periodo non continuativo, come ho già detto, perché nel cuore di molti di questi mesi ho lavorato e finalmente concluso un romanzo, nel quale sono raccolti decenni di energie e l’intera creatività che mi è stata data).</p>
<p>I vini che racconto sono dunque l’espressione più bella, a mio avviso, più giovane e, se vogliamo, ancora in gestazione di Bolgheri.</p>
<p>Per lo sguardo di una persona anziana queste etichette appaiono come adolescenti, come nipoti pieni di qualità e di voglia di lanciarsi nel mondo, viaggiare, capire, studiare, crescere.</p>
<p>In questi rossi c’è molta bellezza e molto spazio. Nel senso che ogni vino ha in sé l’imponderabilità di non essere completamente compiuto. La prossima vendemmia potrà appunto occupare ulteriori spazi di gusto e di estetica. A seconda di quanto la natura offrirà, potranno non esserci necessariamente passi in avanti, magari saranno per una volta di lato o di ampiezza, ma daranno comunque un visione ed una visuale differente, via via più ampia, sostanziosa e piena però, di profumi e di sapori, nel tempo che continuamente avanza.</p>
<p>E’ quello che ho sempre percepito in questi decenni, in particolare nei rossi del nostro paese. Il loro non avere una storia particolarmente lunga alle spalle e che vanno dunque costruendo man mano la loro dimensione, giungendo ad una stabilità sempre più vasta, sapendo mettersi in discussione (per crescere e non omologarsi) in ogni successiva vendemmia.</p>
<p>Dico infine che assaggiare questi vini di Bolgheri è stata una fatica meravigliosa ed uno dei ricordi più belli che porto della mia intera vita di lavoro.</p>
<p>Può darsi che questo sito non abbia per un po’ nuovi articoli. E’ giusto che adesso segua l’esito del mio romanzo e di quella che sarà la sua avventura.</p>
<p>Ringrazio comunque anche tutto quello che c’è di anonimo e di impersonale, di non visto dai miei occhi in questo tempo del web, le decine di migliaia di contatti che mi risultano (dovrei forse, chi lo sa?, ringraziare l’esistenza di un dio-contatto), i fantomatici, ignoti lettori che hanno avuto la sorte di inoltrarsi in questi miei racconti.</p>
<p>Per tutti loro un caro “a presto”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><b>Donne Fittipaldi</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><b>Bolgheri Superiore ’13                93</b></p>
<p><b>Bolgheri Superiore ’12                93</b></p>
<p><b>Bolgheri Superiore ’11                92-93</b></p>
<p><b>Bolgheri Rosso ’13                       90-91</b></p>
<p><b>Bolgheri Rosso ’11                       90-91</b></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-377" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed.jpg" alt="unnamed" width="1048" height="696" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Azienda che ho scoperto anni or sono sulla vendemmia 2008. Si trattava di un Bolgheri Superiore che mi è parso maestoso e incantatorio, con in sé la precisione millimetrica che possiedono i grandi rossi assieme ad una travolgente, esplosiva godibilità e voluttà espressiva. Si aggiunga a questo un Bolgheri Rosso solo di poco diverso, appena meno complesso, appena meno conciato nei legni, più fresco, ma con una trascinante, concentrata gustosità, una dolcezza e ricchezza di frutto da primato, un’incantevole, ubertosa bellezza, che si è andata confermando poi in tutte le vendemmie successive (con il solo cruccio della 2012 che per tutta una serie di ragioni non sono riuscito a rintracciare e così ad assaggiare).</p>
<p>Giudicati ora, a distanza di qualche anno, e con un sostanzioso incameramento di continue grandi impressioni, questi vini, sia il Superiore che il Rosso, accomunati entrambi da una originale e fascinosa etichetta (ma forse troppo simile, il Superiore si distingue in sostanza per la sottile cornice dorata), mi sembrano un perentorio manifesto di cosa possa essere, al suo meglio, un uvaggio bordolese italiano e quanto di superbo, solenne e di una classicità felice e portentosa riesca ad esprimere questo lembo di costa dell’Alta Toscana.</p>
<p>L’azienda di 46 ettari è disposta lungo la via Bolgherese, con 9 ettari di superficie vitata. Le uve bordolesi sono state impiantate nel 2004 su terreni di medio impasto, ricchi di scheletro e a forte componente ferrosa. Il sistema di allevamento è a cordone speronato monolaterale, con circa 6.500 piante ad ettaro su portainnesto 420 A.</p>
<p>Le tre vendemmie consecutive ’11, ’12 e ’13 che ho valutato, seppure diverse (la prima sicuramente calda, ma nel complesso importante e felice, la seconda assai siccitosa, caldissima e con un vento di scirocco che ha disidratato molte piante, la terza invece assai più equilibrata e che darà luogo a vini più dinamici e longevi) ha dato comunque qui tre Bolgheri Superiore (taglio di un 30% rispettivamente di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot + 10% di Petit Verdot) dalla mastodontica opulenza e ricchezza, con inoltre una magnifica dolcezza e gustosità espressiva. Vini grassi, impetuosi, molto ricchi in grado alcolico, dal superbo estratto, che, se vogliamo rapportarli ad una espressione tra i vini storici di Bolgheri, si dirigono verso il solco dell’Ornellaia, mantenendo ovviamente la peculiarità di proprie vigne, tutte particolari e diverse.</p>
<p>A questi 3 vini, segnati, ripeto, da una particolarissima opulenza, ho dato punteggi molto vicini, ad ulteriore dimostrazione di quanto un semplice numero racconti poco o nulla dei vini e delle loro differenze. In questo senso la 2013 è l’annata che esprime il maggiore margine di migliorabilità e di futura crescita. Parliamo di un poderoso rosso oggi assai crudo, con un manto olfattivo di enorme suggestione, ma anche avviluppato, trattenuto, che deve ancora digerire il tostato e distendere il boisé. Però (come sempre accade nella categoria di rossi così opulenti) anche questa sua cruda nervosità è completamente avvolta di polpe e creme in formazione, di mirtilli maturi assieme all’accenno graffiante e profondo di goudron, liquirizie, inchiostri. Vino virulento e sostanzioso, straordinariamente folto, dalla fisicità prorompente e propulsiva, eppure ricolmo di preziosità e suggestioni, su cui gli anni a venire doneranno ulteriori dimensioni e profondità.</p>
<p>La 2012 è poi il Superiore che mi ha più convinto tra tutti i Bolgheri di pari annata. Abbiamo detto come questa estate sia stata anche a su questo lembo di costa toscana di una certa sofferenza per le piante, con frutti che rischiavano di seccare, più che maturare. Molti vini di questa vendemmia mi sono apparsi così un po’ seduti e molli.</p>
<p>Ma il Donne Fittipaldi ’12 è invece un vero prodigio, dal colore impenetrabile, dal naso nitido e delizioso di ribes maturi irrorati da inchiostri e tartufi. Straordinaria poi la sua pienezza e dolcezza alla bocca, con la sensazione di bere un rosso assoluto e completo, dal nitore impeccabile, in cui gli aromi ed il peso tannico appaiono perfettamente calibrati, ad ulteriore indizio di una mano tecnica di grandissimo livello. Ed in tale senso onore ad un giovane enologo come Emiliano Falsini, che lavora in azienda sin dalle sue prime vigne e che dimostra come la migliore perizia tecnica sia quella di non lasciarla trasparire affatto nel vino, ma di far emergere solo la bellezza e la purezza netta del frutto. Che qui è appunto in uno stato di grazia meraviglioso, che manterrà sicuramente per qualche anno.</p>
<p>Le sensazioni dell’assaggio mi danno anche impressioni di freschezza e gioventù invidiabili. Però un’annata di questo tipo, con quel particolare andamento climatico, mi suggeriscono comunque di non conservare il vino ad oltranza, ma di goderlo con infinito piacere in questo suo spazio di espressività felicissima.</p>
<p>Il Superiore 2011 è infine delle tre annate quello che più definisce il suo picco di opulenza e concentrazione, dalla impenetrabilità del colore, al naso intensamente folto e tartufato, in cui appare contemporaneamente anche un accenno di surmaturo, che, a paragone con le altre due annate, lo rende appena più statico.</p>
<p>La ricchezza del suo ventaglio olfattivo è comunque straordinaria, forse appena sovrabbondante e barocca nel momento dell’apertura della bottiglia, ma che man mano ha trovato nel calice un suo sontuoso equilibrio, visto che poi ho continuato ad assaggiarlo per i due giorni successivi, così come scendeva man mano il suo livello ed aumentava l’ossigenazione.</p>
<p>In tutto questo tempo non c’è stato alcun cedimento, il vino ha mantenuto una preziosità e bellezza olfattiva ragguardevole, solenne e matura, ma dando anche l’impressione di essere in un punto limite di concentrata e appena sovraccarica ricchezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><b>Casa di Terra</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><b>Casa di Terra ’13                       93</b></p>
<p><b>Casa di Terra ’12                       92</b></p>
<p><b>Maronea ’13                              91-92</b></p>
<p><b>Maronea ’12                              91-92</b></p>
<p><b>Maronea ’11                              92</b></p>
<p><b>Maronea ’10                              91-92</b></p>
<p><b>Poggio Querciolo ’12                 89-90</b></p>
<p><b>Poggio Querciolo ’11                 90</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-378" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-1.jpg" alt="unnamed-1" width="795" height="696" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ un’azienda interessantissima questa, con il segno di vini dalla particolare cremosità e morbidezza, assai sapidi, generosi, aperti e molto gustosi al palato. Caratteristica che riteniamo nasca proprio dai suoli delle sue vigne, cui si aggiunge una notevole bravura tecnica ad estrarre ed esprimere in grande nitore il buono delle uve che qui nascono, le sue creme e la dolce saporosità del loro frutto.</p>
<p>L’azienda dispone oggi di quattro nuclei di vigneti nel comprensorio di Bolgheri, con impianti che sono iniziati a nascere nel 2002 (per una fittezza di 5.600 piante ad ettaro allevate a cordone speronato monolaterale), continuando ad espandersi via via fino al 2013. Notevolissimo così il potenziale su vigne che devono ancora maturare perfettamente. E seguendo questi rossi da diversi anni, abbiamo registrato ogni volta una sostanziosa costanza qualitativa nelle vendemmie.</p>
<p>La nascita infine di un’etichetta da Cabernet Franc in purezza, che nella 2013 è stata uno dei migliori assaggi del nostro intero lavoro, ha mostrato la possibilità e la volontà di questa azienda a cercare ulteriori spazi interpretativi e creativi attraverso questo vitigno, che nella sua complessa grandezza è riuscito ad innervare ed approfondire una materia tanto soave, fascinosa e morbida, fino a toccare un superiore livello di espressione qualitativa, in una sorta di quadratura del cerchio tra la consueta gustosità, piacevolezza ed il rigore, la tenuta, la tensione, la razza aristocratica dei rossi assoluti.</p>
<p>Il Casa di Terra, cui appunto è stato dato il nome aziendale, è soltanto alla sua seconda uscita, dopo una già buona 2012, ma ci appare come una delle più importanti future etichette del comprensorio bolgherese. Di questo Cabernet Franc ’13 colpisce la classe, la nettezza smagliante ai profumi, la loro freschezza di frutti di bosco, l’intensità, la vastità del grande rosso che si presenta con un manto dai colori profondi e luminosi.</p>
<p>Vino oggi giovanissimo, che crescerà ulteriormente in anni di bottiglia, e che già presenta un diapason aromatico di eleganza e bellezza completa.</p>
<p>L’impatto è dunque di notevole attrazione, un trionfo di dolcezza, di succosità, di apertura, una bontà che è nelle caratteristiche dei rossi di questa azienda, che sono appunto dichiarati, sereni, carichi di profumi appetitosi. Ma in questo Casa di Terra si avverte come ogni impressione possa ulteriormente tendersi, dilatarsi e svolgersi con una profondità, una fittezza, una vigoria ed un’aristocraticità più alta.</p>
<p>Certamente oggi il vino appare crudo, con un tragitto assai lungo davanti, ma è anche attraversato e pervaso da una polpa fittissima e dolce, tanto da lasciarsi approcciare con vero piacere e gioia. Rosso insomma con una grande anima, folto, nobile, ora al suo primo formarsi di inchiostri e goudron che complessizzano la sericità preziosa dei suoi frutti di bosco.</p>
<p>Il Maronea Bolgheri Superiore è poi l’uvaggio bordolese aziendale da Cabernet Sauvignon (in prevalenza) e Franc. Rimane qui la notevole, fascinosa godibilità di un vino dall’impatto sereno, aperto, come è nel timbro e nel segno aziendale. E che potrebbe ingenerare l’equivoco di sembrare anche facile, semplice.</p>
<p>Nella realtà però in queste quattro vendemmie consecutive degustate il Maronea non ha mai manifestato un minimo di cedimento o smagliatura. E ci è sempre parso un gran rosso prestante, intenso, succoso e vasto ai profumi, carico di freschezza, che fa il suo esordio al naso con un leggero tocco ematico, poi vira verso le rose, i balsami, le polpe, le creme, i frutti di bosco e man mano, nel tempo di bottiglia, si evolve verso il rabarbaro, il goudron, il tartufo, la cioccolata.</p>
<p>Vino di estremo piacere al palato, generoso, positivo, illuminato, potente e gentile, dai tannini levigati e setosi, esemplare dimostrazione dell’aspetto soave e del frutto deliziosamente cremoso di Bolgheri.</p>
<p>Segnaliamo infine il Poggio Querciolo, a prevalenza di Syrah + un 15% di Cabernet Sauvignon, da impianti di vigne nate tra il 2005 ed il 2007. Piante dunque ancora assai giovani e che con il raggiungimento di una progressiva maturità esprimeranno una materia più profonda. Ma l’assaggio della 2011 e 2012 dona comunque un vino impetuoso, concentrato (non particolarmente complicato nella ’12, che rimane comunque un’annata non certamente energica e longeva), materico, grasso, ridondante di frutto. Denso e pieno di ricchezza e gustosità infine ai sapori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><b>Fornacelle</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><b>Foglio 38 ’13                           92-93</b></p>
<p><b>Foglio 38 ’12                           93</b></p>
<p><b>Foglio 38 ’11                           92-93</b></p>
<p><b>Guarda Boschi ’13                 91</b></p>
<p><b>Guarda Boschi ’12                 90</b></p>
<p><b>Guarda Boschi ’11                  90-91</b></p>
<p><b>Merlot Erminia ’15                 89     </b></p>
<p><b>Merlot Erminia ’11                90</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/fornacelle-vigna.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-379" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/fornacelle-vigna.jpg" alt="fornacelle vigna" width="990" height="500" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Foglio 38 è, a mio avviso, uno dei migliori vini rossi di Bolgheri e della Toscana. Ho ancora il ricordo dell’assaggio della 2004, sua prima vendemmia, avvenuto nei saloni dell’Hilton di Roma. Eravamo probabilmente nell’autunno del 2007 e il Consorzio di Bolgheri presentava lì i suoi produttori.</p>
<p>Di tutte quelle serate ho una memoria un po’ nostalgica (per il tempo che è intanto trascorso), ma anche un po’ perplessa per quella sequela confusa di bottiglie ed etichette, il braccio teso verso affollati banchi di sommelier, il bicchiere che era oramai diventato un disordinato mix di odori dei vini precedenti, nell’impossibilità di poter avvinare ogni volta. Qualcosa che nei fatti era molto distante da un assaggio ponderato e serio. Anche se mi rendo conto che quegli eventi avevano comunque una loro ragione d’essere ed era poi difficile poter fare sempre in altro modo.</p>
<p>Eppure il Foglio 38 è la riprova che, anche in quei casi e nel disordine di quelle modalità, il fuoriclasse alla fine emerge. E, quando si possiede una marcia in più, lo stacco diventa evidente e perentorio.</p>
<p>Questo Foglio 38 (anche il nome poi indovinato, ad individuare quella particolare parcella di terreno, e che ti si incastra bene e positivamente nella memoria, come qualcosa di preciso ed accurato) mi era apparso subito come un vino elegantissimo, netto, vibrante, con profumi di incontaminata verticalità e suggestione, uno dei primissimi Cabernet Franc inoltre a venire presentato in purezza.</p>
<p>Rosso dunque di grande personalità, che da lì ho poi continuato ad assaggiare in tutte le successive annate, seguendo i continui progressi di questa piccola azienda, con il giovane proprietario Stefano Billi e la moglie Silvia a lavorare sui circa 8 ettari di vigneto via via impiantati.</p>
<p>Avventura che era iniziata di fatto nel 1998 con i primi filari di Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc. Ed una fittezza che andava da 6.000 ad 8.000 piante ad ettaro, allevate, a seconda dei vitigni, a guyot oppure a cordone speronato, con la consulenza di Fabrizio Moltard.</p>
<p>Il Foglio 38 ha poi sempre mantenuto nelle sue varie vendemmie una grande riconoscibilità. E’ un vino che nasce appunto così, in quel particolare sito di Bolgheri, completamente diverso da tutte le altre partite aziendali. Che viene vinificato in barrique aperte, utilizzando solo i lieviti delle stesse uve, con follature a mano e macerazioni sulle bucce di circa 20 giorni. Elevato poi per 18 mesi nelle stesse barrique nuove. Ed affinato per un anno in bottiglia infine, prima di essere messo in commercio.</p>
<p>Nonostante un suo grado alcolico anche importante e generoso, è un vino lungo, con i cromosomi di un’anima alta, nervosa ed uno scrigno di profumi raffinatissimi e preziosi. Delle tre ultime vendemmie, che prendo in considerazione, può sembrare paradossale come il punteggio più alto lo abbia dato alla 2012, che è stata sicuramente, per il suo andamento climatico, come ho già detto, l’annata più calda e complicata per le piante.</p>
<p>Però ribadisco ancora una volta che nell’assaggio si coglie l’attimo di un vino. E se in questi giorni io devo assaggiare o consigliare (anche e soprattutto a chi non lo ha mai sentito) il Foglio 38, allora dico di cominciare proprio dalla 2012, che esprime la sua versione più aperta, ampia, in questo caso anche sontuosa e folta.</p>
<p>Parliamo appunto di un rosso di grande classe, raffinatissimo, dai toni alti, acuti. Ma la calura estiva lo ha qui anche leggermente dilatato e maturato. E’ un vino ancora giovanissimo all’impatto, molto elegante, preciso, splendente, radioso, ma che già si apre alle rose appassite, ai toni sensuali di cassis e vaniglie, su cui man mano affiorano balsami, mente e via via poi si apre un panorama sempre misurato e complesso di inchiostri e goudron.</p>
<p>Alla bocca i tannini appaiono perfettamente rasati, dolci, flessuosi, masticabilissimi e intrisi di creme. Nello stesso tempo però è un vino palpitante, pieno di echi raffinati, colto, che rimane con un’anima acuta. Ed in questa annata 2012 è più propenso a mostrarla in una magnificenza ampia, vasta, cosa che in altre vendemmie avrebbe probabilmente concesso solo dopo molti altri più anni di bottiglia.</p>
<p>Questo Foglio 38 è così oggi prossimo ad essere tanto ricco di espressività, tanto al suo apice di bellezza da meritare il punteggio più alto, proprio perché la sua godibilità si apre e si adagia, completa, serena, splendente.</p>
<p>Il 2013 invece è sicuramente più indietro e trattenuto. Vino che appare ancora serrato, chiuso, ma in un certo senso più in linea con la versione consueta del Foglio 38, teso e tagliente cioè come una spada, che ha bisogno dei suoi tempi per concedersi. Con il consiglio dunque di saperlo conservare per anni, quando il suo punteggio potrebbe ulteriormente salire.</p>
<p>Se si è curiosi però di assaggiarlo ora, dategli una lunga ossigenazione, anche in un decanter. Lasciate che cominci a schiudere la sua ricchezza di aromi, le note elegantissime di ribes e le liquirizie, il catrame, che oggi tende a prevalere sul frutto, perché parliamo di un gran vino appunto crudo, nervoso, pieno di spigoli, scalpitante, che si deve ancora svolgere e sviluppare completamente, manifestando comunque sin d’ora l’impronta della sua aristocratica nobiltà, la fermezza e la stabilità del suo mondo.</p>
<p>Il Guarda Boschi è poi il miglior uvaggio bordolese di Fornacelle e la conferma di come in molti produttori del territorio la selezione da monovitigno finisca per essere superiore all’uvaggio (tema su cui ho appunto fatto le mie considerazioni, concludendo il precedente articolo su Bolgheri).</p>
<p>Occorre dire che si avverte un’ovvia aria di famiglia tra i due vini, nel profilo, nei lineamenti. Il Guarda Boschi è però leggermente più magro e sottile, ha appena meno massa e questo dà al vino un approccio anticipato rispetto ai tempi assai più lunghi del Foglio 38. E, contemporaneamente, ritengo proprio che questa leggera minor densità gli fa esprimere un profilo assai più chiaroscurato e severo.</p>
<p>La 2013 ci è sembrata una sua ottima versione, con un naso molto inchiostrato e tartufato. Prevalgono cioè suggestivi echi di spezie, balsami e goudron, più che larghezze e creme di frutto. Rosso dunque austero, tendineo, nervoso, ma di notevole bellezza estetica, in un quadro di profumi dalla particolare raffinatezza espressiva.</p>
<p>La sua bocca mostra tutti i suoi spigoli, ma è vibrante, forse un filo magra, ma di notevole, fresca giovinezza e fascino, che saprà ancora crescere nel futuro.</p>
<p>Il Merlot Erminia è poi l’altro rosso che ci intriga, prodotto finora soltanto in tre vendemmie, la 2009, la 2011 ed infine la 2015 (che uscirà in commercio nel corso di questo anno).</p>
<p>Se può avere un suo limite è nella complessità (ma quanti sono nel mondo i Merlot complessi?), elemento questo che non è appunto nelle corde del vitigno. E nel pacchetto di offerta di Fornacelle questo vino rappresenta il rosso importante, in cui prevale appunto la polpa, la larghezza, un certo sorriso, una voluttuosità sincera, a controbilanciare il rigore anche austero degli altri due vini.</p>
<p>Allora diciamo subito che l’Erminia ’15 è oggi davvero crudo e giovanissimo. Promette molto bene, ma consigliamo di lasciarlo ancora in bottiglia per 1-2 anni.</p>
<p>Il 2011 mostra invece la sua completa espressività, il colore profondo, il naso varietale e dolce, succoso di frutto con accenni di ribes e catrami. Non profondissimo, ma soave, con grazia, un Merlot non rabbioso, ma gentile, molto piacevole sul piano dei volumi, della palatalità, della dolcezza. E con un notevole nitore tecnico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><b>Giovanni Chiappini</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><b>Guado de’ Gemoli ’13                      91</b></p>
<p><b>Guado de’ Gemoli ’12                   89- 90</b></p>
<p><b>Guado de’ Gemoli ’11                   90-91</b></p>
<p><b>Lienà Cabernet Franc ’13             91-92</b></p>
<p><b>Lienà Cabernet Franc ’12            90-91</b></p>
<p><b>Lienà Cabernet Franc ’11             91</b></p>
<p><b>Lienà Cabernet Sauvignon ’13      92</b></p>
<p><b>Lienà Cabernet Sauvignon ’12      89-90</b></p>
<p><b>Lienà Cabernet Sauvignon ’11      91</b></p>
<p><b>Lienà Petit Verdot ’13                    91-92</b></p>
<p><b>Lienà Petit Verdot ’12                    89-90</b></p>
<p><b>Lienà Petit Verdot ’11                    91         </b></p>
<p><b>Lienà Merlot ’13                            89-90</b></p>
<p><b>Lienà Merlot ’12                            89</b></p>
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<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-380" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-2.jpg" alt="unnamed-2" width="891" height="696" /></a></p>
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<p>Azienda con una buona collocazione dei vigneti sopra la Strada Bolgherese, ad un altitudine già interessante, su cui dal 1996 sono stati impiantate le classiche varietà bordolesi ad una fittezza di 6.500 ceppi per ettaro. Nel sistema d’allevamento si è utilizzato sia il guyot che il cordone speronato, con potature corte per una raccolta finale di uve intorno agli 800 grammi per pianta. La conduzione è divenuta completamente biologica dal 2010.</p>
<p>Il segno di questi vini è in una generosità intensissima, in colori nerastri, molto concentrati e profumi densi, grassi, alcolici, a riprova di un importante e mirato lavoro di vigna. Seguiamo l’azienda dalla vendemmia 2005. E nelle ultime annate abbiamo registrato un’impennata magnifica con la 2013, dove questi vini appaiono sempre mastodontici, ma nello stesso tempo carichi di bellezza, di energia, di sapori, camminando su di un filo in cui opulenza e nerbo si conciliano, per un possibile tragitto di longevità davvero assai lungo davanti.</p>
<p>Inoltre questi ultimi assaggi 2013 ho avuto modo di protrarli per 2, 3, fino a 4 giorni, con il livello del vino che via via scendeva nella bottiglia, aumentando così il contatto con l’ossigeno. Ed ho potuto constatare in essi una stabilità straordinaria, con le migliori impressioni incredibilmente tra il secondo ed il terzo giorno. Potrei così suggerire, se volete assaggiare ora questi giovanissimi 2013, che non sarebbe affatto sbagliato porli per ore in un decanter, al fine di gustarli in una condizione di maggiore apertura espressiva.</p>
<p>Vorrei appunto iniziare con la linea Lienà, che è quella che indica la superselezione dei monovitigno. Quattro vini, appunto il Merlot, il Cabernet Sauvignon, il Cabernet Franc ed il Petit Verdot, in poche migliaia di esemplari.</p>
<p>Nessuna azienda del bolgherese presenta una linea così completa. E, credo, a tale livello di qualità, nessun altra al mondo. Quindi è doveroso un plauso a Giovanni Chiappini e alla sua famiglia, oltre che per la bellezza di questi vini, per la possibilità che dà al pubblico degli appassionati di capire cosa significhino questi vitigni e questi vini a Bolgheri e nel particolare delle sue vigne.</p>
<p>Devo dire che assaggiarli ripetutamente in queste settimane è stato per me infinitamente istruttivo ed importante. Mi ha fatto molto pensare, riflettere. E credo appunto che il bello del vino, la sua magia sia contenuta in questa capacità ad allargare i nostri orizzonti, a farci percepire e immaginare qualcosa sul nostro privato a volte, ma anche sul nostro lavoro, sui nostri rapporti. Il grande vino in qualche modo illumina le nostre giornate e noi dobbiamo appunto saperne fare buon uso.</p>
<p>Inizio dunque dal Petit Verdot, che di fatto viene considerato una sorta di quarta gamba dell’uvaggio, che tra l’altro non tutti, nemmeno a Bolgheri, hanno impiantato. Vitigno un po’ tardivo, un po’ selvaggio nel suo bagaglio espressivo, più di forza che di eleganza, che comunque in queste vigne cresce e matura assai bene, addolcendo le asperità e smussando in spessore la durezza dei suoi tannini.</p>
<p>Ho anche imparato a capire in questi assaggi come i monovitigno, forse proprio perché meno polifonici, maturano più lentamente o, diciamo meglio, i loro ingredienti espressivi, proprio perché minori nel numero e non accompagnati e fusi ad altri, rimangono duri, serrati e nascosti più a lungo (oltretutto la 2013 possiede i cromosomi completi per una longevità assai importante).</p>
<p>Tanto per essere chiari, il miglior Lienà Petit Verdot che ho assaggiato in questi mesi è stato un 2005, ritrovato nella mia solita cantina. Era un grande rosso, ancora impenetrabile al colore, espressivo, graffiante al naso, aggressivo e di grande, sonora polpa alla bocca, dove si lasciava andare, masticabilissimo ed intenso.</p>
<p>Però devo a questo punto anche aggiungere che nei vini di Bolgheri io mi pongo ogni volta verso l’assoluto completo. Non c’è nulla da fare, mi piacciono troppo e l’aspettativa così è ogni volta altissima. E allora se vogliamo ragionare in questa ottica, dico che questo Petit Verdot ’05 era certo un grande vino, ma non totale e assoluto. Nel senso che gli mancava qualcosa per essere tale. Degli elementi, qualcosa nella vastità degli aromi, dei movimenti, degli spazi, della grazia.</p>
<p>Ho avuto insomma la riprova che questo vitigno, e quindi il vino che ne deriva, più che da solo, vada benissimo nel taglio bordolese. In una certa dose il Petit Verdot può dare al mix finale una componente di consistenza e di rabbiosità, di virilità, di massa e di profondità che non mi dispiace affatto, che ritengo anzi indispensabile. Però, da solo, ripeto, manifesta ed esprime soltanto taluni aspetti del grande vino.</p>
<p>Ma è un’esperienza comunque da fare. Aiuta a capire. E, se avete un Lienà Petit Verdot, sappiate che è un vino in grado di maturare molto bene e per molti anni in bottiglia. Però è un vino comunque da scoprire e tentare. E se è giovane, provatelo, ma lasciandolo respirare con tanto anticipo.</p>
<p>Arrivo così al Merlot, che appare il più debole dei quattro. E, detto che anche qui la 2013 mi è parsa la migliore tra le vendemmie assaggiate, impeccabile oltre tutto sul piano tecnico, trovo che il suo limite sia in questa semplicità di fondo del vitigno. Ripeto, il vino è molto ben fatto, di ottima concentrazione, ad indizio di un lavoro di vigna encomiabile, ma, per spiccare il volo, per possedere un altro corredo espressivo, il Merlot ha bisogno di terreni altri e particolarissimi.</p>
<p>Sfrondate così le ali, arriviamo ai due Cabernet, che sono gli assi portanti dell’uvaggio. E dunque, assaggiati ogni volta in contemporanea, questi due rossi erano splendidi, estremamente ricchi, suggestivi, vasti, potenti, con una loro solenne sontuosità. Il Cabernet Franc è più acuto, più aromatico, con dei tocchi ai profumi di bellezza e raffinatezza davvero rari. Ha anche bisogno di più tempo per esprimersi.</p>
<p>Il Cabernet Sauvignon invece dà più volumi, più sensazione di grassezza, di peso e di passo solenne. Se vogliamo tentare di esemplificarli in una immagine, il primo ha più la voce del violino, il secondo più il timbro del pianoforte. Entrambi comunque vini ancora assai aggressivi, spigolosi, che si devono comporre ed hanno bisogno di anni di bottiglia, ma che esprimono sicuramente una definizione da grande vino.</p>
<p>Però, anche qui, (e torno al mio assoluto) mi appaiono ad un passo dall’essere totali e completi, nel senso che sembrano davvero nati per stare assieme, per crescere e completarsi l’uno con l’altro, fondendosi. Ed il meglio (nel vino io devo provare, tentare, è nella mia natura) lo hanno appunto dato, quando, a fine degustazione, ho provato a immaginare un loro mix.</p>
<p>Da soli insomma si aveva la sensazione che ad ognuno dei due mancasse il pizzico di qualcosa per essere immenso. Assieme però lo diventavano davvero (e, per dirla tutta, anche una leggera aggiunta di Petit Verdot non guastava per nulla, anzi rendeva il tutto ancora più orchestrale). Erano rossi mastodontici e sfaccettati, ponderosi, un po’ materici, ma di una solennità e di un andamento fantastico. Ed era meraviglioso vedere come, nell’unirli in modo attento, meditato, il loro bagaglio aromatico cresceva, si moltiplicava e si complessizzava, i loro spigoli si andavano ad incastrare perfettamente. Le acidità allora si smussavano, si fondevano, davano più volume. Si sommavano così gli strati, tra polpe di frutto ed inchiostri, per un vino gigantesco e perentorio che avrebbe, in Italia e non solo, assai pochi rivali.</p>
<p>E’ stata un’esperienza bellissima, che mi sono sentito in dovere di raccontare. Tra l’altro (ed è questa la magia ed il mistero) il vino diventava anche più aperto, dichiarato e nello stesso tempo profondo. Cambiava misura, cresceva. E contemporaneamente era più godibile.</p>
<p>Proprio questo mi ha fatto considerare come l’uvaggio, con la grande polifonia di componenti e di spessori che così si raggiunge, renda il vino sicuramente longevo per decenni, ma anche, nel suo maggiore equilibrio, godibile e decifrabile prima. E con un impatto sicuramente più vasto e completo per l’assaggiatore.</p>
<p>Anche nei due Cabernet l’annata che ho preferito è stata la 2013. La trovo tecnicamente la più felice e quella destinata a dare vini più longevi. Mentre invece la 2012 è stata un po’ l’anello debole tra le ultime vendemmie. L’estate torrida ha qui dato uve che tendono ad una leggera surmaturazione, che si avverte nei vini, molto alcolici, ma anche un po’ molli.</p>
<p>Veniamo ora al Guado de’ Gemoli, etichetta che esprime l’uvaggio bordolese dell’azienda e che conferma un’altra volta come assai spesso nell’area di Bolgheri si tenda a privilegiare il monovitigno.</p>
<p>Sin dal colore infatti questo vino dimostra minore profondità rispetto ai vari Lienà. Il taglio poi è Cabernet Sauvignon 80% e Merlot 20%. E questo, ad essere sincero, faccio fatica a capirlo (dico perché non si utilizzi anche il Cabernet Franc ed il Petit Verdot), se non nel fatto che forse tutto dipende da quanto si possiede nelle vigne ed il poco di questi ultimi due vitigni si vada a concentrare tutto nei Lienà.</p>
<p>Ad ogni modo il Guado de’ Gemoli, in particolare ancora una volta il 2013, anche così è un vino molto interessante e piacevole, che si apre agli inchiostri ed alla liquirizia su un caldo sfondo ematico. Rosso dal carattere poderoso ed alcolico, disposto a concedersi, con tannini rasati, rigoglioso alla bocca, dove dà il meglio di sé nel suo impatto carnoso, masticabilissimo e dolce.</p>
<p>La vicinanza dei punteggi con i Lienà comunque non confonda, in quanto questi ultimi sono oggi molto lontani dal loro picco ed hanno ancora bisogno di tantissimo vetro, mentre il Guado de’ Gemoli è più pronto.</p>
<p>Però (e mi rivolgo a Giovanni Chiappini, che non conosco direttamente) l’impressione di tutti questi miei assaggi è che lei abbia in mano alcune delle più belle basi di vino che io abbia assaggiato nel corso degli ultimi anni. Però queste sono appunto basi, ognuna con un qualche suo piccolo, microscopico oppure grande limite. Perché non farne, assiemandole in modo armonico, uno dei più grandi, perentori rossi del nostro paese?</p>
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<p style="text-align: center;"><b>I Luoghi</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><b>Campo al Fico ’13                                 90-91</b></p>
<p><b>Campo al Fico ’12                                 91</b></p>
<p><b>Campo al Fico ’11                                 91-92</b></p>
<p><b>Podere Ritorti ’13                                  89</b></p>
<p><b>Podere Ritorti ’12                                 88</b></p>
<p><b>Podere Ritorti ’11                                 89-90</b></p>
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<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-3.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-381" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-3.jpg" alt="unnamed-3" width="700" height="467" /></a></p>
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<p>Stefano Granata è un giovane ingegnere elettronico. E lavora già da tempo in questo settore, quando nel 1999 decide di cambiare totalmente e radicalmente vita. Assieme alla moglie Paola torna a Bolgheri, con il progetto, che non può avere ripensamenti, di diventare viticoltore, facendo così nascere una vigna, seguendo con naturalità tutto il suo necessario processo di crescita, senza alcun compromesso, con passione e precisione, per arrivare al miglior vino possibile.</p>
<p>Appunto nel 2002 inizia sul proprio podere di 5 ettari la posa a dimora dei primi impianti di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, più pochi filari di Merlot e Syrah. La fittezza è di 7.900 piante ad ettaro allevate a cordone singolo e doppio. La consulenza enologica è di Gioia Cresti.</p>
<p>Vengono banditi in vigna sin dall’inizio diserbanti e prodotti chimici di sintesi, limitate le concimazioni, valorizzando ogni accorgimento naturale perché le piante crescano sane ed in armonia con il territorio.</p>
<p>In vendemmia sono tenute separate le varietà e le singole parcelle. Nelle fermentazioni non si utilizzano lieviti selezionati e le macerazioni sulle bucce durano circa 20 giorni, in piccole vasche di acciaio con quotidiane follature e rimontaggi. La fermentazione malolattica avviene poi spontaneamente sia nell’inox che in legno. Ed i vini a questo punto, tenuti sempre separati, maturano nelle barrique dai 14 ai 20 mesi.</p>
<p>In base alla qualità ed alla evoluzione di tutte le singole micro-vinificazioni, si valuta infine l’assemblaggio nelle due etichette aziendali.</p>
<p>E’ stato sulla vendemmia 2006 che ho iniziato a conoscere i due vini così nati. Parlo del Campo al Fico Bolgheri Superiore e del Podere Ritorti Bolgheri Rosso. In essi mi hanno colpito diverse cose. A partire dall’eleganza, da un senso di precisione che si avvertiva, la meticolosità poi dei dettagli, delle particolarità olfattive, cui non era estranea una sostanziosa carica di legno, oltre quell’impressione di cultura e di rigore che si coglieva. Infine la parallela vicinanza, per caratteristiche e movenze, tra le due etichette.</p>
<p>Certamente il Campo al Fico aveva più concentrazione, si avviava ad una vita più lunga, era appena più graffiante e virile. Però il Podere Ritorti era un Bolgheri Rosso davvero super, ricchissimo di profumi dolci e vanigliati, sicuramente più femmineo, snello, setoso, come una elegante, dolce ragazza, ma appena algida, piena di controllo, molto sulle sue, che si annuncia a sguardi, a occhiate improvvise.</p>
<p>Eravamo di fatto alla prima-seconda vendemmia de I Luoghi (nome aziendale che tra l’altro trovo bellissimo e di evocative suggestioni). In questi casi, con le piante così giovani, il frutto si dovrebbe concedere ed aprire prima. Per quanto era però rigoroso ed austero tutto l’insieme, con questa loro precisione controllata, i vini emanavano certo una grande classe, ma dicevano al tempo stesso di non essere ancora pronti per essere assaggiati. Se posso fare un riferimento territoriale, ma solo come idea, sembravano un po’ nel solco dei vini de Le Macchiole, ovviamente differenti anche nei colori, meno concentrati e profondi, però con una certa anima dura e trattenuta, una composizione tannini-legno-acidità che solo il tempo poteva far sviluppare e sciogliere.</p>
<p>Ho continuato poi a seguire l’azienda nelle annate successive, la 2007, 2009, 2010. Mi capitava di fare una serie di considerazioni su questi rossi e sulla loro dominante austera, spigolosa, severa.</p>
<p>“Esprimessero un po’ più di polpa, di grasso, un’unghia di frutto in più, sarebbero davvero spaziali” mi trovavo a pensare. Perché sono cosciente di quanto un certo livello di opulenza nel grande vino non mi dispiaccia affatto. E non ne faccio un dramma, anzi lo proclamo serenamente. C’è poi da valutare, ovviamente, modo e misura, disposizione, armonia e gusto, bellezza. Ma un grande vino, a mio avviso, non può non avere ricchezza di frutto e così dilatazione, sostanza, spessore. Non sono certo gli unici elementi per un grandissimo risultato, però, credo, ci debbano anche sicuramente essere, nel loro contenuto, nel loro insieme, nella loro avvertibilità.</p>
<p>Comunque il fascino ed il piacere che questi rossi de I Luoghi emanavano, mi portava poi a consumare, gustarmi ed esaurire i due campioni ad etichetta che mi arrivavano ogni anno. Nei fatti in questi mesi, pure cercando nella mia cantina, non ho trovato bottiglie storiche da poter valutare, annate lontane che mi sarebbero state invece assai utili in questo lavoro.</p>
<p>L’averle esaurite però è l’ennesima verifica di quanto ritengo autentiche, sofferte e meditate queste due etichette. Mi appaiono davvero come opere, che appunto rispecchiano in pieno il carattere, l’indole, le idee ed il senso estetico del loro autore.</p>
<p>Più volte nel degustarli, nel portare il calice al naso mi ha colpito questa loro eleganza ritrosa, questa ricchezza di terziario più che di frutto, di vaniglie tostate, di mente, di inchiostri e tutta una gamma di spezie e sensazioni minerali.</p>
<p>Mi è anche capitato di pensare come entrambi questi vini, a loro modo e nascendo poi da vitigni diversissimi e in un territorio inoltre abissalmente differente e lontano, in qualche misura baroleggiassero, così pieni di nuances e suggestioni, così nervosi, così tendinei, anche eterei. Raffinati, ma in qualche modo anche laconici, con l’impressione che lasciano di possedere molto di più di quanto non vogliano ora darti.</p>
<p>Assaggiandoli, mi è venuto da pensare come il vino certamente fa dialogare gli uomini, in una cena, un incontro. Ma è anche un confrontarsi tra l’autore (con il suo territorio) e, dall’altra parte poi, chi assaggia, che evidentemente ha anche lui il suo mondo e il suo retroterra.</p>
<p>Pur con tutta l’eticità, il distacco, se vogliamo, anche il mestiere tecnico con cui un degustatore onesto valuta un vino, è inevitabile che dentro di noi ci sia un particolare e privato modo di intendere il grande rosso. Abbiamo inevitabilmente un nostro gusto, un nostro modello intimo, un immaginario, che si è formato negli studi, nelle letture, nei viaggi, nei rapporti, negli assaggi. E tutto questo si riflette nel nostro modo di valutare un vino. E’ qualcosa che dalla percezione di un odore, di un sapore fa scoccare dentro di noi una scintilla, una scoperta, un senso di piacere.</p>
<p>Sono quindi perfettamente cosciente del relativismo di ogni nostro parere. Ogni nostro giudizio ha evidentemente dei limiti, è segnato da un’individualità, da un gusto e da una storia. Ed io, ripeto, non nascondo come nei grandi vini mi piaccia anche una certa opulenza.</p>
<p>L’assaggio per questo lavoro è così avvenuto sulle ultime 3 vendemmie poste in commercio, con vini che sono, come è ovvio, ancora sicuramente crudi, acerbi. E l’età delle piante, che è via via cresciuta, ne accentua inoltre la longevità, allungando e allontanando così ulteriormente i tempi di fruizione e di godibilità.</p>
<p>Non è dunque un caso che le impressioni migliori e più articolate me le abbia offerte la vendemmia 2011, appunto più lontana nel tempo, con maggiore affinamento nel vetro, ma che, mi sembra, anche di qualità ed esito superiore rispetto alle altre due.</p>
<p>La sensazione è appunto che in questa annata le uve de I Luoghi abbiano avuto la possibilità di maturare in modo più compiuto, solido e completo.</p>
<p>Il Campo al Fico ’11 (taglio 80% Cabernet Sauvignon, 20% Cabernet Franc) è più profondo già al colore, il naso annuncia ricche nuances tartufate, prime sciabolate di goudron (anche in questi vini è estremamente utile un’apertura anticipata della bottiglia), che si vanno riempiendo via via di una bella polpa di frutti neri pieni di velluto e dolcezza, in cui si coniuga concentrazione e notevole classe. Bocca poi sontuosa, densa, catramata e balsamica.</p>
<p>Nella sua accennata opulenza è il Campo al Fico che più si avvicina al mio modo di intendere il grande rosso. Lo vedo assai più disponibile a concedersi (sono anche vecchio e non ho più tra le mani troppo altro tempo per attendere). Possiede quell’unghia grassa che ammanta e schiude la serrata combinazione tannini-legno-acidità, di cui parlavo. Mi appare più solare, più rotondo e meno geometrico, con meno spigoli.</p>
<p>Anche il Podere Ritorti ’11 (medesimo l’uvaggio, ma con piccole aggiunte del Merlot e Syrah presenti in vigna) mi sembra il più bello, riuscito e risolto dei tre. Senza aver perso nulla della sua smagliante eleganza, appare di una rotonda sontuosità ai profumi, femmineo e sorridente, con note di cassis, vaniglia tostata, caramello ed un primo sfondo di spezie dolci. Composizione assai bella e goudroneggiante alla bocca, tenuta da un filo acido e tannico che lo manterrà vivo ancora a lungo. Per un rosso che ha già percorso un suo cammino in bottiglia e parecchio ancora ne ha davanti.</p>
<p>La 2012 è frutto di una vendemmia più difficile, più complicata da gestire in vigna. Portare troppo in là la raccolta rischiava di bruciare gli aromi ed il tenore acido delle uve, anticiparla di comprometterne invece la maturità fenolica.</p>
<p>In questo caso il Podere Ritorti è un po’ più piccolo e sottile. Molto intrigante come al solito ai profumi, raffinati, pieni di liquirizia e inchiostri, meno pieno alla bocca, dove appare anche in un suo apice.</p>
<p>Il Campo al Fico ’12 è più svettante e profondo (frutto anche di una selezione drastica), che merita ancora una lunga evoluzione nel bicchiere, dove via via si apre dall’iniziale nota lignea e vanigliata ai catrami mentolati, alle spezie, con un lungo finale di opulenza inchiostrata.</p>
<p>La 2013 è certamente la più cruda ed acerba. E qui il Campo al Fico paga appunto questo essere assai distante da una soglia di godibilità, in particolare alla bocca, dove la durezza acida consiglia di lasciar evolvere il vino per altri anni nel vetro. I profumi però lanciano già importanti bagliori preziosi, eterei e mentolati, per un naso in piena costruzione, che potrà dare sorprese nel tempo.</p>
<p>Il Podere Ritorti ’13, proprio perché meno concentrato, è più gustoso e approcciabile. Sentito anche dopo 24 e 48 ore, ha dimostrato una integrità ed una forza notevole, dando il suo meglio alla distanza, in progressione, smussando le sue durezze acide e le agritudini di gioventù.</p>
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<p style="text-align: center;"><b>Batzella</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p><b>Tàm ’12                      91-92</b></p>
<p><b>Tàm ’11                      93</b></p>
<p><b>Tam ’10                      91-92   </b></p>
<p><b>Peàn ’13                     90-91</b></p>
<p><b>Peàn ’12                     89-90</b></p>
<p><b>Peàn ’11                     90</b></p>
<p><b>Peàn ’10                     89</b></p>
<p><b>Vox Loci Syrah ’10     89</b></p>
<p><b>Vox Loci Syrah ‘12     89-90</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-4.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-382" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-4.jpg" alt="unnamed-4" width="928" height="696" /></a></p>
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<p>Il Tàm 2011 (65% Cabernet Sauvignon, 35% Cabernet Franc e circa 24 mesi di barrique) è stato uno degli assaggi più goduti ed appaganti di questo intero lavoro. Un grandissimo rosso, completo, assoluto, perentorio già in questa sua prima veste, perché parliamo di un vino oggi soltanto nella iniziale fase del suo lungo tragitto. Impenetrabile dunque al colore, con uno straordinario naso, netto, fitto, terso, scintillante, in cui si affacciano ribes e mirtilli intarsiati di legni preziosi e mentolati, poi spezie, incensi, lampi di goudron. Con la mente a richiedere a quel punto un assaggio immediato, tanto attrattivo, dolce e in nitida, totale armonia appariva il suo ventaglio aromatico.</p>
<p>Portare così questo rosso alle labbra e ricevere le medesime, emozionanti suggestioni è stato un piacere totale. Bocca davvero perfetta, euritmica, carica di bellezza e preziosità, in cui si assapora un frutto di incredibile dolcezza e complessità, che lascia contemporaneamente avvertire la solidità e l’eleganza, il manto prezioso e la gustosità profonda, la succosità ed il carattere, anche la tenebrosità dell’insieme, la sua parte dark di inchiostri e liquirizie, rese luminose dalla grassezza elegantissima del frutto. E tenute tutte queste sensazioni insieme da un’estrema e solida nobiltà di tannini.</p>
<p>Assaggio imperativo dunque, che ci piacerebbe ripetere negli anni, quando virerà verso il tartufo, le cioccolate, fuse in fondali di goudron dall’impressionante chiaroscuro.</p>
<p>Un grande punto di arrivo (e, auguriamo, di ripartenza) per Franco Batzella e sua moglie Khanh Nguyen, proprietari di questa piccola azienda bolgherese di circa 8 ettari, con vigne impiantate nel 2000, soprattutto a Cabernet Sauvignon, poi Cabernet Franc e Syrah, per quanto riguarda le varietà a bacca rossa. La fittezza è di 7.000 ceppi per ettaro, il sistema di allevamento è il cordone speronato unilaterale.</p>
<p>La collaborazione enologica dal 2003 (loro prima vendemmia) di Attilio Pagli. Ma non credo sia estranea alla bellezza di questo vino la cultura internazionale dei proprietari, i loro lunghi decenni trascorsi all’estero, a Washington in particolare, e così i viaggi, la scoperta e l’abitudine ai grandi vini del mondo. Con la scelta infine di Bolgheri per tentarne uno proprio.</p>
<p>Ma, a dirla tutta, anche più di uno, perché, se il Tam è davvero un grande Bolgheri Superiore, il Peàn è un Bolgheri Rosso (dunque un secondo vino) di bellezza ed intensità tanto particolare, da lasciarci sempre molto colpiti.</p>
<p>La 2013, che è stato in pratica l’ultimo nostro assaggio (ed appena uscito in commercio), ci ha poi stranamente sorpreso e molto in positivo, perché ha fatto intravedere quasi un cambio di marcia, una sorta di maturazione stilistica nell’esprimere vini grandi ed intensi, ma che si possono approcciare al loro meglio anche prima.</p>
<p>A questo punto è necessario però un passo indietro, riavvolgere il nastro, per raccontare come entrambi questi rossi abbiano avuto sin dal loro primo apparire la caratteristica di essere estremamente concentrati, densi, ricchi di frutto e nello stesso tempo molto forti nella struttura tannica e nervosa, decisi poi nel dosaggio del legno, necessitando così di tempi lunghissimi in bottiglia.</p>
<p>Lo stesso proprietario si fa carico inoltre di un loro considerevole affinamento, che rende di fatto queste etichette le ultimissime ad uscire in commercio tra quelle del territorio.</p>
<p>Il Tàm, nella fattispecie, è ora in vendita con il 2010. Ed il favoloso 2011 lo sarà tra breve.</p>
<p>Il Peàn (taglio di Cabernet Sauvignon e Franc, maturato per 12 mesi nelle barrique) dovrebbe dunque essere il suo fratello minore, appena meno concentrato nel colore (che resta comunque assai bello, intenso e profondo). Eppure ha sempre manifestato forza ed intensità da vendere, così come una notevole propensione alla longevità, virile poi nel carattere e di ottima fattura tecnica.</p>
<p>Ho avuto modo in questi mesi di assaggiarlo dal 2009 al 2012, riportandone ogni volta impressioni assai positive. Dovevo quindi essere preparato a questa 2013. Eppure la sua bellezza è riuscita lo stesso a sorprendermi.</p>
<p>Probabilmente me lo aspettavo più laconico, più chiuso, data la gioventù, invece i profumi si sono innalzati subito carichi di succosità, intarsiati di frutti neri, succulenti ed attrattivi. Questo vino è come scattato, bello e smagliante, tanto ricco di elementi positivi e così in equilibrio da possedere a nostro avviso una longevità considerevole, riuscendo ad esprimersi già oggi però, senza veli o sigilli che lo imbriglino.</p>
<p>Insomma un secondo rosso mirabile, che consigliamo a tutti di provare, che anticipa le movenze ed il passo del fratello maggiore, con profumi da acquolina in bocca, intrisi di frutti neri di bosco e primi accenni inchiostrati di goudron. La bocca poi è sontuosa con tannini vivi, pieni e dolci, che conciliano rigorosità e crema, profondità e dolcezza, volume e saporosità. La stessa bottiglia, assaggiata poi nell’arco di tre giorni, non ha mostrato mai una piega o un cedimento gusto-olfattivo, tanto da rimanere nella mia memoria (assieme al Donne Fittipaldi) come miglior secondo vino di tutto questo intero lavoro.</p>
<p>Del Tàm riportiamo anche i punteggi del 2010 e del 2012, il primo appunto in commercio ed il secondo che lo sarà nel prossimo anno. Medesimo il voto, ma ovviamente parliamo di vini abbastanza differenti.</p>
<p>Come era anche logico aspettarsi, la 2012, pur essendo ancora cruda, rigorosa (in pieno e completo stile aziendale), è quella più vicina a schiudersi ed ad ampliarsi, ad accennare un sorriso e ad emanare una gioia gustativa. Il grande caldo dell’estate gli ha dato anche un accenno di sontuosità. E’ insomma un bellissimo vino (anche se non raggiunge la profondità del 2011), che avrà un picco di bontà tra 3-4 anni, perché stiamo parlando di un rosso solido e armonico, molto intrigante nella sua composizione aromatica di frutti di bosco, inchiostri e mente balsamiche, che nel mio assaggio ha dato il meglio 15-20 ore dopo la sua apertura.</p>
<p>Il 2010 è oggi un Tàm assai più indietro, più acuto e nervoso rispetto al ’12, molto raffinato e crudo, avviluppato, che merita sicuramente diversi altri anni di bottiglia per elaborare il suo ventaglio aromatico. E’ adesso un gran vino, lungo e ancora stretto, una sorta di scrigno racchiuso. Consigliamo così di non avere fretta, saperlo conservare ed attendere, affinché esprima tutta l’ampiezza di un potenziale originalissimo.</p>
<p>Ultima notazione infine sul Syrah di questa azienda, qui presente su un ettaro di vigneto. Dall’utilizzo in purezza di questo vitigno è nata un’etichetta chiamata Bliss nei suoi esordi ed ora Vox Loci Syrah.</p>
<p>Il nostro recente assaggio è stato sulla vendemmia 2010 (attualmente in commercio) e sulla 2012, ancora in affinamento.</p>
<p>Tra le due versioni preferisco di un’incollatura la seconda, che oltre tutto possiede ulteriori margini di crescita. In questo caso il Syrah, vitigno che dà il suo meglio nelle estati assai calde, proprio perché lì matura perfettamente i suoi acini, esprime un vino di maggiore ricchezza e armonia tra aromi e polpa. C’è ancora da smussare una certa aggressività tannica, ma parliamo comunque di un rosso, molto buono, ampio e solido, palpitante, in bell’equilibrio compositivo e con positive prospettive di crescita.</p>
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		<title>Bolgheri e la nostra storia Sassicaia, Ornellaia, Le Macchiole</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Feb 2018 22:27:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[2017]]></category>
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		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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<p>Ho già accennato all’impressione che mi lasciò l’assaggio del Sassicaia ’68. Parliamo appunto di molto tempo fa. Era l’autunno del 1974. Ma le grandi emozioni hanno il potere di rimanerci dentro, come se tutti gli anni che ce ne separano non siano mai trascorsi. Noi restiamo incisi nella loro scena, assieme alle persone di quella serata, e sentiamo riapparire quel profumo, il suo incantevole aprirsi di aromi, che continuano a salire e variare, straordinariamente preziosi e ignoti fino ad un momento prima. Con lo stupore e l’improvvisa percezione di quali confini si possano valicare in un vino, quando si possiede un mondo aromatico tanto incantatorio e inedito. Qualcosa da raccontare dunque, da approfondire, da poterci dedicare anche una vita magari.</p>
<p>Solo per dare un’idea di quel tempo, diciamo che assaggiavo vini importanti già da qualche anno e che negli ultimi mesi c’era stata un’impennata di viaggi nei territori. Sostanzialmente comunque mi ero costruito a Sangiovese e Nebbiolo. Ed ero dentro quel meglio che la produzione italiana aveva offerto fino a quel momento. Che non era ancora granché però, occorre dirlo.</p>
<p>Ricordo come la prima sensazione nell’assaggio del Sassicaia sia stata quella di essere entrato nel colore e nel sonoro, quasi nei tempi precedenti avessi visto solo piccoli cortometraggi muti e in bianco e nero. Con l’effetto di capire che nel vino esistevano altre dimensioni e nuovi territori, con spazi grandissimi ancora da esplorare.</p>
<p>E non credo poi di essere stato il solo a provare questo. Non mi riferisco tanto ad un generico pubblico italiano, in quel tempo assai esiguo nel numero, quanto ai produttori e ai tecnici più attenti. Perché negli anni successivi il nostro vino rosso è profondamente mutato. Si può anzi dire che, in senso estetico, ha da lì cominciato davvero ad evolversi, ad arricchirsi e a correre. Avendo chiaro come non fosse una semplice, banale questione di Cabernet Sauvignon e Franc oppure di vitigni autoctoni, quanto di interpretazione del vino, di gusto e di visione. La nostra modernità è nata allora.</p>
<p>“Di fatto il Sassicaia era lontano anni-luce dai parametri cui eravamo abituati, da vini cioè molto evoluti nelle tradizionali grandi botti, a volte scarichi di colore, piuttosto acidi, con profumi assai maturi, a volte stanchi, spesso vecchi. Il Sassicaia appariva invece come un’esplosione di giovinezza concentrata, con profumi incantevoli di frutti rossi di bosco, più attorno, a corolla, una preziosa dolcezza di vaniglia e legni aromatici. Era di fatto una rivoluzione … Per la prima volta un vino importante appariva anche come qualcosa di radioso, di felice ed appunto di fresco e giovane, con in più un’eleganza, un senso della misura impressionante. Per la prima volta la giovinezza e la complessità si fondevano … Era l’approdo ad una nuova idea del vino, che avrebbe via via puntato, ed in modo sempre più consapevole, al raggiungimento di una freschezza importante e sontuosa, a profumi che sapessero di frutto ed in un’espressione sempre più concentrata e preziosa, coinvolgendo via via in questo lavoro anche i nostri vitigni e con risultati profondamente innovativi”.</p>
<p>E’ quello che ho scritto più di vent’anni fa nel mio, di fatto, unico libro sull’intero corpo dei vini italiani. Nel rileggerlo mi è sembrato di non poter aggiungere altro. E così, orrendamente, mi cito, risparmiando però tempo ed energia per tutti.</p>
<p>Volevo comunque allargare il discorso, perché mi sono reso conto via via negli anni come e quanto il vino importante fosse anche spazio, sensazione di vita e dunque storia e antropologia. Ci sono insomma avvenimenti, suoni, immagini, fatti, parole, e dunque profumi e sapori, che cambiano la storia e il nostro modo di essere, che restano indelebili dentro di noi e ti fanno capire che da quel momento in poi tutto sarà diverso.</p>
<p>E’ così negli uomini e nelle generazioni. Ed è facilmente rilevabile se partiamo da quegli eventi pubblici, che ci hanno colpito profondamente anche nel nostro privato.</p>
<p>Nei racconti di mio padre il giorno in cui seppe che era finita la guerra, mentre era in un campo di prigionia in Germania. Per la mia generazione l’improvvisa notizia dell’assassinio di John Kennedy, quando ero un ragazzo. Poi quella del rapimento Moro. O, più tardi, il crollo delle Torri Gemelle.</p>
<p>Ma esistono anche avvenimenti più lievi e lieti, che hanno comunque il potere di modificarti in qualcosa. Non potrò, ad esempio, mai dimenticare quella sera dell’autunno del 1963, quando in televisione, su un programma che si chiamava TV7, presentarono un reportage su un gruppo inglese del tutto sconosciuto in Italia, ma che iniziava a furoreggiare in Gran Bretagna. E per la prima volta, filmati in un concerto, vedevo e sentivo i Beatles nell’attacco di “Please please me”. Quel suo hook completamente nuovo di chitarra elettrica e armonica a salti ricorrenti di ottava sono per me il trascinante, indelebile ingresso nella modernità e nella giovinezza. Capivo che da lì in poi la musica ed il mio gusto sarebbero totalmente cambiati. Ma non era qualcosa che riguardava solo me, perché il giorno dopo a scuola (c’erano in fondo soltanto due canali televisivi) non si parlava d’altro. Ed era tutto un rincorrersi di “Ma li hai visti? Li hai sentiti?”.</p>
<p>Potrei andare avanti all’infinito. Voglio però tornare al nostro argomento e appunto a come ho vissuto il primo assaggio del Sassicaia.</p>
<p>Dopo aver sentito quei profumi, niente mi pareva restasse uguale. Si era aperto un varco e bisognava andare avanti in quella direzione. Io volevo progredire, volevo crescere. C’era inoltre un altro elemento che mi colpiva, perché in quel vino, anche in tutta la sua complessità e sfaccettata ricchezza (ma mai troppo ostentata, anzi con un senso della misura davvero mirabile, che il Sassicaia ha poi sempre mantenuto), io avvertivo e mi veniva addosso una fortissima sensazione di gioia, di vivezza, di radiosità. E questo sconvolgeva tutti i miei parametri, perché mi rendevo conto di aver bevuto fino a quel momento rossi italiani, per la stragrande maggioranza, sostanzialmente tristi, rigidi, monotoni, noiosi. Ora di colpo prendevo coscienza di non voler più sentire vini vecchi, acidi, ossidati e stantii. Perché esisteva una verità diversa, fatta di bellezza e profondità di frutto. Ed esisteva anche un suono felice nel grande vino, con un suo lungo filo armonico, pieno di collegamenti e riferimenti, che mi intrigava infinitamente e solo a tutto questo nuovo sentivo di voler appassionarmi e dedicare il mio tempo.</p>
<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/02/Sassicaiaetichetta.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-367" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/02/Sassicaiaetichetta.jpg" alt="Sassicaiaetichetta" width="297" height="415" /></a></p>
<p>Il Sassicaia ho poi continuato a seguirlo. Quando il ’68 era ormai finito nelle enoteche di Roma, chiamai direttamente l’azienda e me ne feci spedire altre sei bottiglie, con l’ultimo stipendio preso.</p>
<p>Quando mi arrivarono, aprii il cartone con una lenta venerazione. E guardai le bottiglie, la loro elegante, raffinata etichetta. Le sfiorai, le sollevai. Mi accorsi solo allora che non avevano però la retroetichetta (che il Sassicaia ha portato fino all’annata ’81).</p>
<p>Rimasi per un attimo nel panico.</p>
<p>Chiamai l’azienda e mi spiegarono che quelle erano le ultimissime bottiglie rimaste, che in un primo tempo non pensavano affatto di mettere in commercio, perché erano in sostanza il lotto privato della famiglia Incisa. Visto poi il successo e l’insistenza di alcuni clienti, ne avevano a quel punto distribuite un centinaio.</p>
<p>Possedevo di fatto dei Gronchi rosa. Quando poi, qualche settimana dopo, stappai la prima bottiglia (e, lo confesso, con un minimo di apprensione), constatai come il vino fosse meravigliosamente lo stesso. Perfetto, sublime.</p>
<p>Ricordo poi l’annata ’70, la ’71, la ’75. Era sicuramente un vino molto caro per il mio stipendio di insegnante, ma si fanno sempre scelte verso quello che ci attrae. E del resto la felicità che mi davano quei Sassicaia nelle occasioni importanti e nelle cene che segnavano quegli anni era impagabile. Così sottoscrivo con totale, partecipata convinzione una frase di Mario Soldati che mi è rimasta impressa (dedicata però ad un altro rosso), quel “costa un occhio della testa, ma per me ne vale due”.</p>
<p>Devo dire che nella scoperta del Sassicaia mi meravigliava non poco il fatto che il territorio di Bolgheri fino a quel momento non si fosse mai distinto per alcun vino particolare, nessuno che uscisse di fatto dall’anonimato. In un certo senso questo capolavoro sbucava dal nulla. E veniva così subito da immaginare quanto infinito ci fosse ancora da tentare ed elaborare in Italia, per scoperte poi davvero stupefacenti. Quanto lavoro c’era da fare, su vitigni più idonei e poi biotipi, portainnesti, fittezze, nuovi terreni. E quante possibilità e tesori meravigliosamente e autenticamente positivi nascondevano i luoghi del nostro paese. Eravamo insomma solo ai primordi della nostra preistoria.</p>
<p>Ma il Sassicaia conteneva in sé altre grosse verità. Era chiaro che, per arrivare a risultati simili, occorreva una grande intelligenza, una grande tenacia, un’estrema sensibilità, una conoscenza enologica profonda ed anche una capacità economica a poter tentare, sperimentare. Per tutto questo poi ci vuole sempre tempo, estro, anche fortuna.</p>
<p>Ora è fin troppo nota la storia di Mario Incisa della Rocchetta, che tenta il Cabernet Sauvignon nella sua vigna di Castiglioncello, appena sopra i terreni della Sassicaia, fin dagli anni della Guerra. E poi il suo sodalizio non sempre idilliaco e facile con Giacomo Tachis, il grande enologo del cugino Niccolò Antinori, il padre di Piero e Lodovico.</p>
<p>E’ questa una delle storie basilari del nostro vino e del suo ramo più innovativo e moderno. Tanto nota che mi sembra inutile iniziare a raccontarla ancora una volta. Aggiungo solo di essere straconvinto che per arrivare al grandissimo vino ci voglia, sopra ogni cosa, genialità, là dove ci sono infinite mosse da indovinare per arrivare all’apice, all’incanto.</p>
<p>L’accoppiata Mario Incisa della Rocchetta-Giacomo Tachis, pur in qualche asperità, è stata la base profonda per questo esito. Da un lato l’aristocratico proprietario, educato ad un gusto internazionale, testardo, autoritario, ma teso ad andare oltre, a rischiare per il miglior vino possibile, pur senza una specifica preparazione tecnica, che lo rendevano uno sperimentatore naif. Dall’altro un enologo raffinatissimo, sensibile, consapevole di quanto alcune cose potessero funzionare, ma altre no. Entrambi piemontesi e dalle marmoree convinzioni.</p>
<p>Una volta Maurizio Zanella mi ha detto che il grandissimo vino può farlo solo il produttore. “L’enologo ad un certo punto si ferma, non può rischiare di mandare in malora la produzione dell’anno. E’ portato così fin dalla vigna e poi nei tempi di vendemmia, nelle mosse di cantina a non osare troppo, a non esagerare, perché, se il risultato va male, rischia il licenziamento. Il produttore capace, con l’ambizione al miglior valore, può invece spingersi al punto limite, all’estremo, magari superarlo ed arrivare così al grandissimo risultato”.</p>
<p>Però, per arrivare a tanto, occorre anche molta e consapevole scienza. E nel Sassicaia il connubio produttore-enologo ha funzionato splendidamente, anche perché lo spirito di Mario Incisa spingeva ad osare, la capacità e la sapienza di Giacomo Tachis a contenere questo sforzo e questa tensione in una raffinatezza positiva, concreta, dalla suprema armonia.</p>
<p>Così, dopo un vino tanto grande, non mi sono meravigliato che un territorio di diamanti come Bolgheri, per molto tempo dopo quella vendemmia ’68, non abbia tirato fuori altre etichette perentorie.</p>
<p>Certo, è anche una questione di umane dinamiche. Altre aziende sono di fatto poi nate a Bolgheri. Ma, perché un nuovo suo rosso mi facesse scattare sul serio l’emozione, dovevo arrivare agli inizi degli anni ’90.</p>
<p>Parlo appunto dell’Ornellaia, caso poi anche emblematico, perché Lodovico Antinori, che fonda questa nuova azienda, è il nipote di Mario Incisa. Ma fino a quel momento non si è occupato direttamente di vino. La sua è stata una vita anche avventurosa, che si compie in gran parte all’estero, piena di viaggi, esperienze, attività lavorative diverse (anche reporter e fotografo negli anni della guerra in Viet-Nam). Uomo dunque di grande curiosità culturale, moderno, aperto alle sfide, credo anche con una sana incontentabilità. Che porta con sé in questa nuova azienda e nell’avventura del suo progetto tutta una lunga serie di intelligenze enologiche internazionali.</p>
<p>Sulle prime vigne dell’Ornellaia ha camminato ed assaggiato le uve una figura mitica dell’enologia come quella di André Tchelistcheff. Lo stesso vino volutamente non riportava in etichetta stemmi nobiliari o elementi di ancestrale toscanità. Il disegno del semplice casale di campagna e dei suoi dintorni, inciso a filo di inchiostro seppiato, è infatti dal pieno sapore californiano o nuovomondista. Ed è comunque un chiaro indizio di novità e rottura con il passato.</p>
<p>La composizione di questo rosso, oltre il Cabernet Sauvignon e Franc, sarà poi significativamente data anche dal Merlot, che, nei punti argillo-ferrosi dei suoi vigneti, troverà una spettacolare vocazione. Ma soprattutto l’Ornellaia, sin dalla sua nascita (la prima vendemmia sarà la 1985), ma ancor più come le vigne man mano maturano, propenderà per una diversa manifestazione di stile e, via via sempre più dichiaratamente, verso un’espressione quasi provocatoria e fuori misura della più ricca potenza ed opulenza del frutto.</p>
<p>Quando insomma le sue annate cominciano a distendersi nel mercato, diventerà una specie di emblema del grande rosso da uve bordolesi quanto mai concentrato, impenetrabile al colore, infinitamente e meravigliosamente grasso e sontuoso.</p>
<p>Se questo vino non farà particolarmente impazzire gli eunuchi di casa nostra, avrà invece un successo ed una fama immediata nel mercato internazionale, portando molto in alto il nome di Bolgheri. E lasciando intuire come questo territorio sia in grado di esprimere rossi di altra categoria.</p>
<p>Perché qui c’è l’altro aspetto che infrange le conoscenze e quelli che erano un po’ i luoghi comuni della nostra viticoltura, visto che l’anfiteatro di Bolgheri è in riva al mare e da lì il terreno sale di poco. Vigneti dunque senza una particolare altitudine, ma su un suolo ciottoloso di riporti alluvionali e di limo e argille. Soprattutto poi con un microclima dolcissimo, fatto di giochi di correnti e brezze marine che mitigano le calure e nel lungo fresco delle notti calmiera le sue uve bordolesi, riuscendo a donare una gradualità, un continuum di maturazioni che le ricolma di magnificenza e di una dolcissima grazia. Microclima dunque mediterraneo e ventilato, senza ristagni di piogge e nuvole nel periodo vendemmiale, quindi salubre, mitigato e senza eccessi, dove tutto cresce in una progressione solare e felice.</p>
<p>A quel punto poi è l’uomo. Sarà lui e tocca lui raccogliere questi grappoli, “seguire virtute e conoscenza”, se ne ha, per farne qualcosa di strepitoso, di cui essere orgogliosi e che porti una nobiltà fortissima al territorio ed al paese.</p>
<p>Tornando all’Ornellaia occorre dire come nei decenni successivi, pur passando di mano nella proprietà (e assai contesa proprio per essere diventata un’azienda famosissima), i suoi vini si siano sempre mantenuti fedeli a questa loro espressione e tipologia di stile, oltre che ad una qualità costantemente altissima. Ed è obbligatorio aggiungere come con la vendemmia ’87 abbia qui fatto il suo esordio anche l’etichetta del Masseto, da uve di Merlot in purezza, vino monumentale, gigantesco e formidabile (a mio avviso, tra i più grandi mai apparsi al mondo), che esprimerà una specie di nuovo, travolgente ed epico universo a sé.</p>
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<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/02/Masseto_label.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-368" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/02/Masseto_label.jpg" alt="Masseto_label" width="315" height="441" /></a></p>
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<p>Ricordo che lo assaggiai per la prima volta sulla vendemmia 1992 (credo fosse l’estate del ’96) e rimasi del tutto, felicemente e letteralmente, esterrefatto. Vino mitico, ripeto, epico, dalla fisicità prorompente ed anche selvaggia, che, assaggiato in tante annate, non ha mai mostrato debolezze o cedimenti. E che per un certo, recente periodo di tempo mi ha fatto anche pensare di non assaggiare più vino e non scriverne nemmeno più.</p>
<p>E’ un fatto questo accaduto solo un anno fa, quando, nel famoso trasloco di cui ho detto, ho ritrovato negli anfratti della mia cantina una bottiglia di Ornellaia 2004 assieme a un Masseto della stessa annata. La tentazione, la curiosità sono state troppo forti, per non immolarle poche settimane dopo al fine di una cena travolgente, dove entrambi i vini, nel loro diverso peso e misura, sono stati davvero totali e abbacinanti.</p>
<p>Ora può sembrare strano, ma non so davvero cos’altro dire o aggiungere su questi vini in quella serata, avendo come un vuoto a questo punto. Io di fatto non li so davvero raccontare, né descrivere, perché ho constatato allora sulla mia pelle cosa possa essere l’attacco repentino e paralizzante di una vera e propria sindrome di Stendhal, e cosa possa diventare nei suoi effetti più negativi, che hanno poi nei giorni successivi come immobilizzato la mia mente.</p>
<p>E’ totalmente reale che per il tempo che ne è seguito io non sono più stato capace di scrivere di vino (ed il mio sito, da più di un bel po’ a secco, ne è la riprova).</p>
<p>Avevo attraversato in quella serata i sapori più buoni che mi fossero mai capitati. Nella mente non mi appariva altro, non poteva esserci più altro. Ero in una sorta di shock da estasi. In un abbaglio accecante. Non mi andava nemmeno di assaggiare altri vini, come se lì avessi toccato una gioia, una perfezione, un piacere non più superabile e nemmeno avvicinabile. Avevo la sensazione che dall’intero mondo del vino io non potevo raccogliere più altro. E dovevo ormai cambiare appunto interessi, curiosità, argomenti, vita.</p>
<p>In questa stasi, anche di sofferenza, dopo alcuni giorni di vera e propria paralisi, ho ripreso tra le mani quello “strano e complicato romanzo”, che mi porto appresso da più di vent’anni.</p>
<p>E’ stato come se l’assaggio di questi vini mi avesse scosso al punto da farmi ritrovare, ma in un altro verso e in un’altra direzione, finalmente chiarezza, lucidità, intuizioni. E nell’arco e nel lavoro dei mesi successivi sono riuscito alla fine a completare e chiudere definitivamente tutte le storie del romanzo (ora devo trovare l’editore, ma vabbé).</p>
<p>C’è però ancora un’azienda che ha segnato, a mio avviso, profondamente il territorio e la moderna storia dei vini di Bolgheri, con un’idea, uno stile, un’intensità tutta propria, particolare e diversa. Mi riferisco a Le Macchiole. Che si apre (come sempre è l’uomo ad agire, mettere in discussione, creare) su un personaggio ed una storia.</p>
<p>Con Eugenio Campolmi, persona in questo caso (e finalmente) nata e cresciuta a Bolgheri, ho avuto soprattutto lunghe conversazioni telefoniche. Poco sapevo del suo prima. Lui mi ha raccontato di essere stato un ragazzo scarsamente interessato agli studi, un po’ svogliato.</p>
<p>La sua famiglia comunque già nel 1975 aveva comprato un podere, appena verso il mare, per fare vino. Ma la costruzione, qualche anno dopo, della Variante-Aurelia che dovrà passare proprio sopra quel loro terreno, porterà in breve all’esproprio.</p>
<p>Da questa vicenda, che può inizialmente sembrare una disgrazia, nasce invece una fortuna. Perché il ragazzo, ormai cresciuto e colpito nel frattempo da una folgorante passione per i grandi vini, individua alcune aree più nell’interno di Bolgheri, dal terreno più complesso e posto più in alto, su cui impiantare vigne fitte, per tentare il massimo in qualità.</p>
<p>A partire dunque dal 1983, divisi per parcelle, i terreni vengono via via studiati per individuare non solo i vitigni più idonei, ma anche i cloni e portainnesti più vocati in quel particolare contesto.</p>
<p>Sarà sua inoltre l’intuizione a puntare sul Cabernet Franc come vitigno a maggiori potenzialità del territorio, così come l’idea che il meglio della produzione vada vinificato e imbottigliato poi separatamente, come monovarietà.</p>
<p>Con il 1989 nasce così il Paleo (che dalla 2001 sarà appunto costituito da solo Cabernet Franc). Con la ’94 fanno la loro apparizione il Merlot Messorio ed il Syrah Scrio. E a partire dal 2002 le vigne saranno condotte interamente in biologico.</p>
<p>Bassissime le rese. Barrique praticamente nuove per ognuno di questi vini ed anche in tempi assai abbondanti. Prendono allora corpo dei rossi meravigliosi, concentratissimi, ma inizialmente assai duri, tesi, di splendida fattura ed anche rigorosissimi, ancora pieni di nervosità, tutti tendini e muscoli, con una forte combinazione tannini-legno-acidità e la necessità dunque di molti anni di vetro poi per formarsi, crescere, aprirsi e concedere il loro mondo di aromi e sapori.</p>
<p>Mi piacevano molto, lunghissimi di persistenza, anche se davvero crudi al primo impatto. Volutamente non avevano in sé quella morbidezza cremosa, matura e generosa che porta comunque i vini a darsi, in particolare poi quando venivano presentati a 3 anni dalla vendemmia. Erano nei fatti vini nati per affinarsi e definirsi molto nel successivo tempo di bottiglia.</p>
<p>D’altra parte io dovevo recensirli allora, quando erano in commercio e non certo 10 anni dopo. Capivo e sentivo che quei rossi possedevano un potenziale enorme. E nello stesso tempo il punteggio che ero obbligato a dare doveva tener conto di quello che erano ed esprimevano però in quel momento.</p>
<p>Insomma ero nel dilemma, coscientemente consapevole di quanto il punteggio non dica nulla del vino. Inevitabilmente fotografa un bambino con il peso e l’altezza di quel momento. Così negli articoli cercavo soprattutto di spiegare il Paleo, il Messorio, il loro carattere, il valore. Mi raccomandavo poi di saperli conservare a lungo. E qui ho un ricordo di Eugenio che ancora mi brucia e di cui mi vergogno, che fa veramente capire quanto la vanità renda totalmente stupido il genere umano.</p>
<p>Dovevamo essere nei primi mesi del 2002. Avevo recensito i vini de Le Macchiole su Repubblica. Avevo avvisato l’azienda dell’articolo, ma, dopo un mese, nessuno mi aveva richiamato.</p>
<p>Telefono così ad Eugenio. Lo trovo un po’ taciturno. Gli chiedo del mio articolo, se per caso lo ha letto. Accenno al fatto di non essere stato richiamato … E lì Eugenio mi dice “Sì, ma io sto morendo”.</p>
<p>Aveva quarant’anni. Non mi sarei mai aspettato una cosa simile e rimasi di sasso. Non riuscivo più a fiatare davanti ad una cosa tanto terribile e definitiva.</p>
<p>La moglie Cinzia Merli ha però continuato l’opera di Eugenio con una determinazione tenacissima ed esemplare, che mi ha sempre molto colpito. Devo anzi dire, negli assaggi di tutti questi anni, che lei ha fatto crescere i vini ancora di più, così come del resto maturavano i vigneti (con l’aiuto dell’altro personaggio che ha avuto un grosso ruolo a Le Macchiole sin dalle primissime annate, che è appunto l’enologo Luca Dattoma).</p>
<p>Questi rossi si sono dunque sicuramente ancor più approfonditi e definiti negli anni e rappresentano magnificamente la terza stella di un triangolo, che è la storia iniziale di Bolgheri. Il Sassicaia con la sua incontaminata grazia ed eleganza, i vini dell’Ornellaia con la potente, maestosa sontuosità e ridondante, tracimante, morbida grassezza. Infine Le Macchiole, sicuramente con rossi meno piacioni e facili nell’immediato, ma profondissimi, con una superba trama fitta di intensità, lunghissima, intarsiata, rigorosa e con un’infinità di futuri bagliori.</p>
<p>Se c’è una fine nelle storie è che davvero tutto torna, la vita scorre, ritrova il suo corso, torna a bagnare l’alveo prosciugato.</p>
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<p>Abbiamo così davanti la foto di Elia e Mattia Campolmi. I due figli che dovranno proseguire l’opera dei genitori. Ed è impressionante come il più grande dei due sia il ritratto di Eugenio, mentre il secondo abbia i lineamenti del viso della madre. Personalmente non li conosco, ma auguro loro tutto il miglior futuro e il miglior lavoro. E, per concludere questa introduzione, devo tornare ancora una volta alla mia cantina, che in questi tempi calamitosi e abbastanza deprimenti resta sempre una confortante riserva e miniera di nascoste delizie. Perché tra le ultime bottiglie scovate e che hanno avuto davvero un senso in questi mesi c’è stata quella di un Messorio 1998.</p>
<p>Dicevo che, quasi per una legge di contrappasso, nel nostro lavoro si assaggiano inevitabilmente vini giovani e crudi, imbottigliati da troppo poco tempo, ma ormai sul mercato. Di questi si vuole sapere. Ed è così un continuo, frenetico aggiornarsi su nuove etichette.</p>
<p>Ho già detto poi come i vini delle Macchiole abbiano cromosomi di durezza e tenuta negli anni davvero particolari. Così non mi è parso vero di poter assaggiare un Messorio con 19 anni di età.</p>
<p>Gli effetti della sindrome di Stendhal erano di fatto già scomparsi, ma non la loro memoria. Ed ero ormai nel pieno del lavoro sul romanzo, quando ho aperto questa bottiglia, che è apparsa tanto meravigliosa da diventare una riconciliazione con il vino e con il tempo.</p>
<p>Il colore che avevo davanti appariva totalmente impenetrabile, il naso di un fascino grandioso e di poderosa complessità, con strati quasi rabbiosi (davvero insoliti in un Merlot) di polpa di frutto e inchiostri. E man mano, come il vino si apriva, affioravano e fluttuavano nel loro divenire le prime note ematiche, superbamente tartufate e intimamente dolci.</p>
<p>Con quasi vent’anni di età questo vino appariva giovanissimo ed in grado di poter ancora ulteriormente crescere. Ma oramai la bottiglia era aperta. Dico così dell’indicibilità della bocca. Sentivo come il tempo fosse trascorso dentro questo Messorio, decenni durante i quali io ero vissuto, avevo viaggiato, discusso, assaggiato, mentre questa bottiglia riposava, dormiva (sognava forse?) e cresceva. Così l’impressione sempre provata nei grandi rossi de Le Macchiole a poca distanza dalla loro vendemmia (quella cioè di una loro intelaiatura strutturale fittissima, serrata che sommergeva e imbrigliava di fatto il frutto, rendendo così il vino crudo, austero) finalmente si era dissipata. La trama e l’ordito erano sempre presenti, vividi, forti, ma in tutto questo tempo (che trascorre a volte anche perché si compia qualcosa di positivo e felice) avevano iniziato a disserrarsi finalmente, a schiudersi, rimanendo sempre più ricolmi di colori, di polpe e creme complesse (in un loro altissimo, rigoroso diapason), eppure deliziose, godibilissime ora, che a quella densità di frutti di bosco, inchiostri, goudron, tartufo, tabacco aggiungevano alla bocca una maestosa, densa, conturbante, sontuosa cioccolatosità.</p>
<p>Insomma un grande rosso, da brividi, tra i più buoni mai assaggiati, che lasciava la sensazione di poter elaborare, essere e diventare qualcosa di ancora più grande con ulteriori anni di bottiglia.</p>
<p>Personalmente non so quanti anni io ancora ho, ma questo Messorio ’98 è stato sicuramente un assaggio splendido, che ho pienamente e consapevolmente goduto, una mia tappa nel percorso di appassionato del vino e di come questo possa essere una chiave di lettura del mondo, dell’esistenza, pensando appunto a come il tempo rimane, opera, agisce, ha un senso e compie anche cose di travolgente bellezza.</p>
<p>Questo dunque il mio rapporto e la mia storia durante la prima, fondamentale epoca di Bolgheri. Ed è evidente come abbia poi seguito con la più grande curiosità il suo sviluppo e la crescita successiva di nuovi produttori, proprio perché immense erano ormai le mie attese.</p>
<p>Tutti gli anni del nuovo millennio sono stati così costellati da degustazioni comparate, appuntamenti a volte organizzati dal Consorzio, qualche viaggio, ma più spesso, data l’età sempre più veneranda, con campioni che mi arrivavano a casa.</p>
<p>Ecco, il loro arrivo (e lo confesso anche nei confronti di altri vini italiani che i vari, altri Consorzi mi proponevano) creava uno stacco da tutto il resto e ne faceva un mondo a sé, per quel senso di gioia che provavo nell’assaggiarli. Erano rossi insomma con una loro riconoscibilità territoriale, che potrei definire di soavità ricca, di grazia felice, sempre in una cremosità dolce e un’armonia perfetta tra eleganza e pienezza, carichi di aromi deliziosi dal superiore equilibrio.</p>
<p>Non erano infatti poche le etichette che davano un’interpretazione magistrale dell’uvaggio bordolese, e sempre in chiave toscana, perché quella morbidezza, quella crema, il tessuto stesso e la sua consistenza, la particolarità ed il tono dei profumi avevano dentro di loro una straordinaria ed incantevole, radiosa riconoscibilità.</p>
<p>Ecco, nei migliori vini di Bolgheri ho sempre colto uno stato di grazia degli aromi e del loro corpo, assieme ad un baricentro perfetto dei volumi.</p>
<p>Oltre la simmetrica classicità degli equilibri, mi sembra inoltre, rispetto ai bordolesi di altri territori italiani, che in questi rossi tutto si dilati e cresca, si infittisca, pur rimanendo nei confini di una eleganza deliziosa e incomparabile.</p>
<p>Credo, oltre la composizione dei terreni, che ha di certo un suo peso, giochi qui molto questo elemento climatico e di correnti aeree, di ventilazioni, che dona grande freschezza a tutto l’anfiteatro bolgherese, con davanti il mare ed alle spalle il progressivo sollevarsi delle colline. E’ dunque il continuo alzarsi, girare e rincorrersi di correnti anche nel pieno dell’estate (che resta il momento fondamentale per le uve) a donare quella salubrità, equilibrio e progressione dinamica ad ogni acino ed a segnare poi con quell’allure di incontaminata finezza i vini futuri. Come già non capita, ad esempio, nella Maremma più meridionale, appena 20-30 chilometri più a sud, dove l’insolazione è più forte e meno schermata dai venti, con il risultato di un appesantimento del patrimonio delle uve ed una certa matura mollezza poi nei vini.</p>
<p>Un’ultima nota di memoria infine mi viene dall’esperienza di lavoro. Se ho ricordi ancora positivi dei miei ultimi Vinitaly, sono tutti dentro il “Salotto di Bolgheri”, almeno così io lo chiamavo in quegli anni. Dove prenotavo per tempo l’appuntamento. E lì, in uno spazio separato e arioso, isolato dal bailamme frastornato e vociante che si consumava appena fuori, seduto su una comoda sedia, mi venivano serviti uno dopo l’altro i Bolgheri Rosso e Superiore delle nuove annate, dentro calici rigorosamente avvinati da sommelier competenti e discreti.</p>
<p>Un tempo (meraviglioso e proficuo, pieno di grandi vini, uno dopo l’altro) durante il quale mi si affacciavano nuove etichette con il frutto dei loro sapori, i loro caratteri, i suoni, le tonalità, gli stili, i siti, le diversità nella composizione dell’uvaggio, così come mi apparivano via via luoghi, pensieri e sensibilità differenti.</p>
<p>Ho imparato molto in questi assaggi, ho incamerato informazioni, si sono sedimentate impressioni e idee su quello che andava accadendo a Bolgheri. Quali erano i vini che potevano avere il destino di un grande futuro oppure sembravano invece rimanere in una media, seppur alta (fare qui rossi cattivi è sempre possibile, ma è anche difficile).</p>
<p>E comunque tutto il Vinitaly dovrebbe essere così, un luogo dove poter assaggiare e ponderare con molta attenzione. Mi rendo conto di sembrare esagerato, però ritengo che l’assaggio abbia una sua doverosa sacralità. In fondo si valuta, raccolto lì in quel calice, il lavoro ed il progetto di tantissime persone, che vi hanno speso il loro tempo, il loro ingegno, la loro fortuna. E tutto questo credo che meriti un rispetto ed un’attenzione estrema.</p>
<p>Così ho alla fine smesso di  andare al Vinitaly con la sua sarabanda di stand, di padiglioni surriscaldati e maleodoranti, tra centinaia di incontri e incroci, baldorie frenetiche di bicchieri non sempre puliti e nasi infilati a sentire chissaché, fiati pesanti che ti parlano e da cui occorre fuggire con la massima fretta …</p>
<p>Torno così alla finalità di questo lavoro: indicare quei Bolgheri ancora poco conosciuti oggi. Quelli che mi sono apparsi, negli assaggi di questi ultimi anni, i più vicini (per qualità, continuità, bellezza, per la lucentezza e il respiro che posseggono) a diventare molto famosi, ad essere in futuro nominati, premiati e contesi. I rossi a cui mi affido, se voglio trascorrere una bella serata, non so, un’occasione, festeggiare il ritorno di mia figlia (è un’anima davvero errabonda, quanto bella e nobile) o colpire la fantasia, il gusto di ospiti e persone amiche con etichette che non conoscono.</p>
<p>Sono grandi vini che escono dai cliché, dalle consuetudini, dalle ovvietà, dai margini noti. Ed hanno sicuramente molti, ulteriori spazi di crescita, ora che sono in bottiglia (ma soprattutto e inoltre nelle vendemmie a venire), nascendo da vigne oggi ancora piuttosto giovani.</p>
<p>C’è bellezza e talento in questi rossi e c’è dunque vita, movimento, futuro, il fascino di quello che sarà. Ma sono anche l’indicazione dei decenni di lavoro che si è fatto a Bolgheri, le verifiche sui vitigni, fittezze, portainnesti. La qualità e la magia inoltre che qui manifesta in particolare il Cabernet Franc, che ormai molte aziende propongono in purezza, con il suo carattere proditorio, con una personalità che sorprende di vendemmia in vendemmia, un’aromaticità ed una verticalità che nessuno immaginava 20-30 anni fa, quando invece sembrava il Cabernet Sauvignon il grande vitigno di riferimento. Per non parlare poi (minori nel numero) anche di alcuni grandi Merlot che qui sono nati.</p>
<p>Vorrei tuttavia spendere le ultime parole su una considerazione intorno all’uvaggio bordolese. Questa rincorsa al vino da monovitigno mi sembra l’importante tappa di una necessaria ricerca, che ha portato alla scoperta di vigne e di sicuri grandi vini con etichette superbe, che ovviamente andranno mantenute e, se possibile, ulteriormente migliorate con la maggiore età delle vigne e la progressiva esperienza incamerata.</p>
<p>La ritengo tuttavia anche la riprova di un momento iniziale, di un primo step nella giovane storia di Bolgheri, la dimostrazione di quanto si stia indagando in vigne e siti, incamerando un patrimonio di dati che saranno futuri e fondamentali punti di riferimento.</p>
<p>Personalmente però io sono dell’avviso che l’uvaggio bordolese contenga dentro di sé diverse marce in più come ulteriori possibilità espressive. Ed in questo senso proprio l’approfondimento dell’esperienza sui singoli vitigni può portare a qualcosa di ancora più esaltante nel loro mix, frutto della selezione dei migliori risultati ottenuti dai tre vitigni (quattro, se in vigna si ha anche il Petit Verdot).</p>
<p>Sull’etichetta da uvaggio insomma ritengo che i produttori dovrebbero credere molto di più. Un vino che di volta in volta potrebbe, a mio avviso, dare il massimo risultato in ognuna delle aziende di Bolgheri, certamente diverso nella composizione da produttore a produttore ed anche in base appunto a quello che in ogni vendemmia la natura ha saputo offrire nella qualità dei singoli vitigni.</p>
<p>Però la possibilità di dosare al massimo quanto ognuna di queste varietà possiede (similari per un certo mondo aromatico, ma differenti nel carattere, nell’umore, nel peso, nel volume, nella profondità e nella disposizione a concedersi) è un’opportunità splendida ed incomparabile, una tavolozza bianca da saper riempire ogni anno di colori, aggiungendo note, sfumature e suggestioni. Toccando così la complessità più profonda di un suono orchestrale, dove saper dimostrare appunto il gusto, la capacità, l’estro, la bravura ed il sentimento del miglior produttore di vino, il suo senso estetico e la capacità di dominare e sfidare quello che è il tempo. Perché questi rossi possiedono, fermi e racchiusi dentro di sé, i cromosomi per crescere davvero per molti, favolosi decenni.</p>
<p><b>A breve uscirà la seconda parte “I Grandi Emergenti di Bolgheri”</b></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com/bolgheri-e-la-nostra-storia-sassicaia-ornellaia-le-macchiole/">Bolgheri e la nostra storia Sassicaia, Ornellaia, Le Macchiole</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com">I migliori vini della nostra vita</a>.</p>
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