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	<title>I migliori vini della nostra vita &#187; I vini dell&#8217;anno</title>
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	<description>Luciano Di Lello</description>
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		<title>I più grandi rossi emergenti di Bolgheri</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2018 14:41:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[2018]]></category>
		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ecco dunque, dopo il precedente articolo sul mio rapporto con i vini storici di Bolgheri, il risultato sui suoi migliori rossi emergenti. </p>
<p>E’ il frutto di assaggi iniziati alla fine del 2016, accurati, lenti, ripetuti, che hanno avuto anche il malessere di dover escludere quanto non mi convinceva del tutto. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/bolgheri-suvereto-img-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-376" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/bolgheri-suvereto-img-2.jpg" alt="bolgheri-suvereto-img-2" width="924" height="380" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco dunque, dopo il precedente articolo sul mio rapporto con i vini storici di Bolgheri, il risultato sui suoi migliori rossi emergenti.</p>
<p>E’ il frutto di assaggi iniziati alla fine del 2016, accurati, lenti, ripetuti, che hanno avuto anche il malessere di dover escludere quanto non mi convinceva del tutto.</p>
<p>Fa parte del mio lavoro (ed in fondo della vita di ognuno di noi) operare continuamente una selezione, scegliere quello che più ci persuade, come persone, ipotesi, mete delle nostre giornate e futuro. Ed anche così per il cibo ed appunto il vino, che ne rappresenta la parte spirituale.</p>
<p>Queste sei aziende sono quanto resta ed è brillato in questo tempo durato più di un anno (periodo non continuativo, come ho già detto, perché nel cuore di molti di questi mesi ho lavorato e finalmente concluso un romanzo, nel quale sono raccolti decenni di energie e l’intera creatività che mi è stata data).</p>
<p>I vini che racconto sono dunque l’espressione più bella, a mio avviso, più giovane e, se vogliamo, ancora in gestazione di Bolgheri.</p>
<p>Per lo sguardo di una persona anziana queste etichette appaiono come adolescenti, come nipoti pieni di qualità e di voglia di lanciarsi nel mondo, viaggiare, capire, studiare, crescere.</p>
<p>In questi rossi c’è molta bellezza e molto spazio. Nel senso che ogni vino ha in sé l’imponderabilità di non essere completamente compiuto. La prossima vendemmia potrà appunto occupare ulteriori spazi di gusto e di estetica. A seconda di quanto la natura offrirà, potranno non esserci necessariamente passi in avanti, magari saranno per una volta di lato o di ampiezza, ma daranno comunque un visione ed una visuale differente, via via più ampia, sostanziosa e piena però, di profumi e di sapori, nel tempo che continuamente avanza.</p>
<p>E’ quello che ho sempre percepito in questi decenni, in particolare nei rossi del nostro paese. Il loro non avere una storia particolarmente lunga alle spalle e che vanno dunque costruendo man mano la loro dimensione, giungendo ad una stabilità sempre più vasta, sapendo mettersi in discussione (per crescere e non omologarsi) in ogni successiva vendemmia.</p>
<p>Dico infine che assaggiare questi vini di Bolgheri è stata una fatica meravigliosa ed uno dei ricordi più belli che porto della mia intera vita di lavoro.</p>
<p>Può darsi che questo sito non abbia per un po’ nuovi articoli. E’ giusto che adesso segua l’esito del mio romanzo e di quella che sarà la sua avventura.</p>
<p>Ringrazio comunque anche tutto quello che c’è di anonimo e di impersonale, di non visto dai miei occhi in questo tempo del web, le decine di migliaia di contatti che mi risultano (dovrei forse, chi lo sa?, ringraziare l’esistenza di un dio-contatto), i fantomatici, ignoti lettori che hanno avuto la sorte di inoltrarsi in questi miei racconti.</p>
<p>Per tutti loro un caro “a presto”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><b>Donne Fittipaldi</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><b>Bolgheri Superiore ’13                93</b></p>
<p><b>Bolgheri Superiore ’12                93</b></p>
<p><b>Bolgheri Superiore ’11                92-93</b></p>
<p><b>Bolgheri Rosso ’13                       90-91</b></p>
<p><b>Bolgheri Rosso ’11                       90-91</b></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-377" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed.jpg" alt="unnamed" width="1048" height="696" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Azienda che ho scoperto anni or sono sulla vendemmia 2008. Si trattava di un Bolgheri Superiore che mi è parso maestoso e incantatorio, con in sé la precisione millimetrica che possiedono i grandi rossi assieme ad una travolgente, esplosiva godibilità e voluttà espressiva. Si aggiunga a questo un Bolgheri Rosso solo di poco diverso, appena meno complesso, appena meno conciato nei legni, più fresco, ma con una trascinante, concentrata gustosità, una dolcezza e ricchezza di frutto da primato, un’incantevole, ubertosa bellezza, che si è andata confermando poi in tutte le vendemmie successive (con il solo cruccio della 2012 che per tutta una serie di ragioni non sono riuscito a rintracciare e così ad assaggiare).</p>
<p>Giudicati ora, a distanza di qualche anno, e con un sostanzioso incameramento di continue grandi impressioni, questi vini, sia il Superiore che il Rosso, accomunati entrambi da una originale e fascinosa etichetta (ma forse troppo simile, il Superiore si distingue in sostanza per la sottile cornice dorata), mi sembrano un perentorio manifesto di cosa possa essere, al suo meglio, un uvaggio bordolese italiano e quanto di superbo, solenne e di una classicità felice e portentosa riesca ad esprimere questo lembo di costa dell’Alta Toscana.</p>
<p>L’azienda di 46 ettari è disposta lungo la via Bolgherese, con 9 ettari di superficie vitata. Le uve bordolesi sono state impiantate nel 2004 su terreni di medio impasto, ricchi di scheletro e a forte componente ferrosa. Il sistema di allevamento è a cordone speronato monolaterale, con circa 6.500 piante ad ettaro su portainnesto 420 A.</p>
<p>Le tre vendemmie consecutive ’11, ’12 e ’13 che ho valutato, seppure diverse (la prima sicuramente calda, ma nel complesso importante e felice, la seconda assai siccitosa, caldissima e con un vento di scirocco che ha disidratato molte piante, la terza invece assai più equilibrata e che darà luogo a vini più dinamici e longevi) ha dato comunque qui tre Bolgheri Superiore (taglio di un 30% rispettivamente di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot + 10% di Petit Verdot) dalla mastodontica opulenza e ricchezza, con inoltre una magnifica dolcezza e gustosità espressiva. Vini grassi, impetuosi, molto ricchi in grado alcolico, dal superbo estratto, che, se vogliamo rapportarli ad una espressione tra i vini storici di Bolgheri, si dirigono verso il solco dell’Ornellaia, mantenendo ovviamente la peculiarità di proprie vigne, tutte particolari e diverse.</p>
<p>A questi 3 vini, segnati, ripeto, da una particolarissima opulenza, ho dato punteggi molto vicini, ad ulteriore dimostrazione di quanto un semplice numero racconti poco o nulla dei vini e delle loro differenze. In questo senso la 2013 è l’annata che esprime il maggiore margine di migliorabilità e di futura crescita. Parliamo di un poderoso rosso oggi assai crudo, con un manto olfattivo di enorme suggestione, ma anche avviluppato, trattenuto, che deve ancora digerire il tostato e distendere il boisé. Però (come sempre accade nella categoria di rossi così opulenti) anche questa sua cruda nervosità è completamente avvolta di polpe e creme in formazione, di mirtilli maturi assieme all’accenno graffiante e profondo di goudron, liquirizie, inchiostri. Vino virulento e sostanzioso, straordinariamente folto, dalla fisicità prorompente e propulsiva, eppure ricolmo di preziosità e suggestioni, su cui gli anni a venire doneranno ulteriori dimensioni e profondità.</p>
<p>La 2012 è poi il Superiore che mi ha più convinto tra tutti i Bolgheri di pari annata. Abbiamo detto come questa estate sia stata anche a su questo lembo di costa toscana di una certa sofferenza per le piante, con frutti che rischiavano di seccare, più che maturare. Molti vini di questa vendemmia mi sono apparsi così un po’ seduti e molli.</p>
<p>Ma il Donne Fittipaldi ’12 è invece un vero prodigio, dal colore impenetrabile, dal naso nitido e delizioso di ribes maturi irrorati da inchiostri e tartufi. Straordinaria poi la sua pienezza e dolcezza alla bocca, con la sensazione di bere un rosso assoluto e completo, dal nitore impeccabile, in cui gli aromi ed il peso tannico appaiono perfettamente calibrati, ad ulteriore indizio di una mano tecnica di grandissimo livello. Ed in tale senso onore ad un giovane enologo come Emiliano Falsini, che lavora in azienda sin dalle sue prime vigne e che dimostra come la migliore perizia tecnica sia quella di non lasciarla trasparire affatto nel vino, ma di far emergere solo la bellezza e la purezza netta del frutto. Che qui è appunto in uno stato di grazia meraviglioso, che manterrà sicuramente per qualche anno.</p>
<p>Le sensazioni dell’assaggio mi danno anche impressioni di freschezza e gioventù invidiabili. Però un’annata di questo tipo, con quel particolare andamento climatico, mi suggeriscono comunque di non conservare il vino ad oltranza, ma di goderlo con infinito piacere in questo suo spazio di espressività felicissima.</p>
<p>Il Superiore 2011 è infine delle tre annate quello che più definisce il suo picco di opulenza e concentrazione, dalla impenetrabilità del colore, al naso intensamente folto e tartufato, in cui appare contemporaneamente anche un accenno di surmaturo, che, a paragone con le altre due annate, lo rende appena più statico.</p>
<p>La ricchezza del suo ventaglio olfattivo è comunque straordinaria, forse appena sovrabbondante e barocca nel momento dell’apertura della bottiglia, ma che man mano ha trovato nel calice un suo sontuoso equilibrio, visto che poi ho continuato ad assaggiarlo per i due giorni successivi, così come scendeva man mano il suo livello ed aumentava l’ossigenazione.</p>
<p>In tutto questo tempo non c’è stato alcun cedimento, il vino ha mantenuto una preziosità e bellezza olfattiva ragguardevole, solenne e matura, ma dando anche l’impressione di essere in un punto limite di concentrata e appena sovraccarica ricchezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><b>Casa di Terra</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><b>Casa di Terra ’13                       93</b></p>
<p><b>Casa di Terra ’12                       92</b></p>
<p><b>Maronea ’13                              91-92</b></p>
<p><b>Maronea ’12                              91-92</b></p>
<p><b>Maronea ’11                              92</b></p>
<p><b>Maronea ’10                              91-92</b></p>
<p><b>Poggio Querciolo ’12                 89-90</b></p>
<p><b>Poggio Querciolo ’11                 90</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-378" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-1.jpg" alt="unnamed-1" width="795" height="696" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ un’azienda interessantissima questa, con il segno di vini dalla particolare cremosità e morbidezza, assai sapidi, generosi, aperti e molto gustosi al palato. Caratteristica che riteniamo nasca proprio dai suoli delle sue vigne, cui si aggiunge una notevole bravura tecnica ad estrarre ed esprimere in grande nitore il buono delle uve che qui nascono, le sue creme e la dolce saporosità del loro frutto.</p>
<p>L’azienda dispone oggi di quattro nuclei di vigneti nel comprensorio di Bolgheri, con impianti che sono iniziati a nascere nel 2002 (per una fittezza di 5.600 piante ad ettaro allevate a cordone speronato monolaterale), continuando ad espandersi via via fino al 2013. Notevolissimo così il potenziale su vigne che devono ancora maturare perfettamente. E seguendo questi rossi da diversi anni, abbiamo registrato ogni volta una sostanziosa costanza qualitativa nelle vendemmie.</p>
<p>La nascita infine di un’etichetta da Cabernet Franc in purezza, che nella 2013 è stata uno dei migliori assaggi del nostro intero lavoro, ha mostrato la possibilità e la volontà di questa azienda a cercare ulteriori spazi interpretativi e creativi attraverso questo vitigno, che nella sua complessa grandezza è riuscito ad innervare ed approfondire una materia tanto soave, fascinosa e morbida, fino a toccare un superiore livello di espressione qualitativa, in una sorta di quadratura del cerchio tra la consueta gustosità, piacevolezza ed il rigore, la tenuta, la tensione, la razza aristocratica dei rossi assoluti.</p>
<p>Il Casa di Terra, cui appunto è stato dato il nome aziendale, è soltanto alla sua seconda uscita, dopo una già buona 2012, ma ci appare come una delle più importanti future etichette del comprensorio bolgherese. Di questo Cabernet Franc ’13 colpisce la classe, la nettezza smagliante ai profumi, la loro freschezza di frutti di bosco, l’intensità, la vastità del grande rosso che si presenta con un manto dai colori profondi e luminosi.</p>
<p>Vino oggi giovanissimo, che crescerà ulteriormente in anni di bottiglia, e che già presenta un diapason aromatico di eleganza e bellezza completa.</p>
<p>L’impatto è dunque di notevole attrazione, un trionfo di dolcezza, di succosità, di apertura, una bontà che è nelle caratteristiche dei rossi di questa azienda, che sono appunto dichiarati, sereni, carichi di profumi appetitosi. Ma in questo Casa di Terra si avverte come ogni impressione possa ulteriormente tendersi, dilatarsi e svolgersi con una profondità, una fittezza, una vigoria ed un’aristocraticità più alta.</p>
<p>Certamente oggi il vino appare crudo, con un tragitto assai lungo davanti, ma è anche attraversato e pervaso da una polpa fittissima e dolce, tanto da lasciarsi approcciare con vero piacere e gioia. Rosso insomma con una grande anima, folto, nobile, ora al suo primo formarsi di inchiostri e goudron che complessizzano la sericità preziosa dei suoi frutti di bosco.</p>
<p>Il Maronea Bolgheri Superiore è poi l’uvaggio bordolese aziendale da Cabernet Sauvignon (in prevalenza) e Franc. Rimane qui la notevole, fascinosa godibilità di un vino dall’impatto sereno, aperto, come è nel timbro e nel segno aziendale. E che potrebbe ingenerare l’equivoco di sembrare anche facile, semplice.</p>
<p>Nella realtà però in queste quattro vendemmie consecutive degustate il Maronea non ha mai manifestato un minimo di cedimento o smagliatura. E ci è sempre parso un gran rosso prestante, intenso, succoso e vasto ai profumi, carico di freschezza, che fa il suo esordio al naso con un leggero tocco ematico, poi vira verso le rose, i balsami, le polpe, le creme, i frutti di bosco e man mano, nel tempo di bottiglia, si evolve verso il rabarbaro, il goudron, il tartufo, la cioccolata.</p>
<p>Vino di estremo piacere al palato, generoso, positivo, illuminato, potente e gentile, dai tannini levigati e setosi, esemplare dimostrazione dell’aspetto soave e del frutto deliziosamente cremoso di Bolgheri.</p>
<p>Segnaliamo infine il Poggio Querciolo, a prevalenza di Syrah + un 15% di Cabernet Sauvignon, da impianti di vigne nate tra il 2005 ed il 2007. Piante dunque ancora assai giovani e che con il raggiungimento di una progressiva maturità esprimeranno una materia più profonda. Ma l’assaggio della 2011 e 2012 dona comunque un vino impetuoso, concentrato (non particolarmente complicato nella ’12, che rimane comunque un’annata non certamente energica e longeva), materico, grasso, ridondante di frutto. Denso e pieno di ricchezza e gustosità infine ai sapori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><b>Fornacelle</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><b>Foglio 38 ’13                           92-93</b></p>
<p><b>Foglio 38 ’12                           93</b></p>
<p><b>Foglio 38 ’11                           92-93</b></p>
<p><b>Guarda Boschi ’13                 91</b></p>
<p><b>Guarda Boschi ’12                 90</b></p>
<p><b>Guarda Boschi ’11                  90-91</b></p>
<p><b>Merlot Erminia ’15                 89     </b></p>
<p><b>Merlot Erminia ’11                90</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/fornacelle-vigna.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-379" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/fornacelle-vigna.jpg" alt="fornacelle vigna" width="990" height="500" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Foglio 38 è, a mio avviso, uno dei migliori vini rossi di Bolgheri e della Toscana. Ho ancora il ricordo dell’assaggio della 2004, sua prima vendemmia, avvenuto nei saloni dell’Hilton di Roma. Eravamo probabilmente nell’autunno del 2007 e il Consorzio di Bolgheri presentava lì i suoi produttori.</p>
<p>Di tutte quelle serate ho una memoria un po’ nostalgica (per il tempo che è intanto trascorso), ma anche un po’ perplessa per quella sequela confusa di bottiglie ed etichette, il braccio teso verso affollati banchi di sommelier, il bicchiere che era oramai diventato un disordinato mix di odori dei vini precedenti, nell’impossibilità di poter avvinare ogni volta. Qualcosa che nei fatti era molto distante da un assaggio ponderato e serio. Anche se mi rendo conto che quegli eventi avevano comunque una loro ragione d’essere ed era poi difficile poter fare sempre in altro modo.</p>
<p>Eppure il Foglio 38 è la riprova che, anche in quei casi e nel disordine di quelle modalità, il fuoriclasse alla fine emerge. E, quando si possiede una marcia in più, lo stacco diventa evidente e perentorio.</p>
<p>Questo Foglio 38 (anche il nome poi indovinato, ad individuare quella particolare parcella di terreno, e che ti si incastra bene e positivamente nella memoria, come qualcosa di preciso ed accurato) mi era apparso subito come un vino elegantissimo, netto, vibrante, con profumi di incontaminata verticalità e suggestione, uno dei primissimi Cabernet Franc inoltre a venire presentato in purezza.</p>
<p>Rosso dunque di grande personalità, che da lì ho poi continuato ad assaggiare in tutte le successive annate, seguendo i continui progressi di questa piccola azienda, con il giovane proprietario Stefano Billi e la moglie Silvia a lavorare sui circa 8 ettari di vigneto via via impiantati.</p>
<p>Avventura che era iniziata di fatto nel 1998 con i primi filari di Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc. Ed una fittezza che andava da 6.000 ad 8.000 piante ad ettaro, allevate, a seconda dei vitigni, a guyot oppure a cordone speronato, con la consulenza di Fabrizio Moltard.</p>
<p>Il Foglio 38 ha poi sempre mantenuto nelle sue varie vendemmie una grande riconoscibilità. E’ un vino che nasce appunto così, in quel particolare sito di Bolgheri, completamente diverso da tutte le altre partite aziendali. Che viene vinificato in barrique aperte, utilizzando solo i lieviti delle stesse uve, con follature a mano e macerazioni sulle bucce di circa 20 giorni. Elevato poi per 18 mesi nelle stesse barrique nuove. Ed affinato per un anno in bottiglia infine, prima di essere messo in commercio.</p>
<p>Nonostante un suo grado alcolico anche importante e generoso, è un vino lungo, con i cromosomi di un’anima alta, nervosa ed uno scrigno di profumi raffinatissimi e preziosi. Delle tre ultime vendemmie, che prendo in considerazione, può sembrare paradossale come il punteggio più alto lo abbia dato alla 2012, che è stata sicuramente, per il suo andamento climatico, come ho già detto, l’annata più calda e complicata per le piante.</p>
<p>Però ribadisco ancora una volta che nell’assaggio si coglie l’attimo di un vino. E se in questi giorni io devo assaggiare o consigliare (anche e soprattutto a chi non lo ha mai sentito) il Foglio 38, allora dico di cominciare proprio dalla 2012, che esprime la sua versione più aperta, ampia, in questo caso anche sontuosa e folta.</p>
<p>Parliamo appunto di un rosso di grande classe, raffinatissimo, dai toni alti, acuti. Ma la calura estiva lo ha qui anche leggermente dilatato e maturato. E’ un vino ancora giovanissimo all’impatto, molto elegante, preciso, splendente, radioso, ma che già si apre alle rose appassite, ai toni sensuali di cassis e vaniglie, su cui man mano affiorano balsami, mente e via via poi si apre un panorama sempre misurato e complesso di inchiostri e goudron.</p>
<p>Alla bocca i tannini appaiono perfettamente rasati, dolci, flessuosi, masticabilissimi e intrisi di creme. Nello stesso tempo però è un vino palpitante, pieno di echi raffinati, colto, che rimane con un’anima acuta. Ed in questa annata 2012 è più propenso a mostrarla in una magnificenza ampia, vasta, cosa che in altre vendemmie avrebbe probabilmente concesso solo dopo molti altri più anni di bottiglia.</p>
<p>Questo Foglio 38 è così oggi prossimo ad essere tanto ricco di espressività, tanto al suo apice di bellezza da meritare il punteggio più alto, proprio perché la sua godibilità si apre e si adagia, completa, serena, splendente.</p>
<p>Il 2013 invece è sicuramente più indietro e trattenuto. Vino che appare ancora serrato, chiuso, ma in un certo senso più in linea con la versione consueta del Foglio 38, teso e tagliente cioè come una spada, che ha bisogno dei suoi tempi per concedersi. Con il consiglio dunque di saperlo conservare per anni, quando il suo punteggio potrebbe ulteriormente salire.</p>
<p>Se si è curiosi però di assaggiarlo ora, dategli una lunga ossigenazione, anche in un decanter. Lasciate che cominci a schiudere la sua ricchezza di aromi, le note elegantissime di ribes e le liquirizie, il catrame, che oggi tende a prevalere sul frutto, perché parliamo di un gran vino appunto crudo, nervoso, pieno di spigoli, scalpitante, che si deve ancora svolgere e sviluppare completamente, manifestando comunque sin d’ora l’impronta della sua aristocratica nobiltà, la fermezza e la stabilità del suo mondo.</p>
<p>Il Guarda Boschi è poi il miglior uvaggio bordolese di Fornacelle e la conferma di come in molti produttori del territorio la selezione da monovitigno finisca per essere superiore all’uvaggio (tema su cui ho appunto fatto le mie considerazioni, concludendo il precedente articolo su Bolgheri).</p>
<p>Occorre dire che si avverte un’ovvia aria di famiglia tra i due vini, nel profilo, nei lineamenti. Il Guarda Boschi è però leggermente più magro e sottile, ha appena meno massa e questo dà al vino un approccio anticipato rispetto ai tempi assai più lunghi del Foglio 38. E, contemporaneamente, ritengo proprio che questa leggera minor densità gli fa esprimere un profilo assai più chiaroscurato e severo.</p>
<p>La 2013 ci è sembrata una sua ottima versione, con un naso molto inchiostrato e tartufato. Prevalgono cioè suggestivi echi di spezie, balsami e goudron, più che larghezze e creme di frutto. Rosso dunque austero, tendineo, nervoso, ma di notevole bellezza estetica, in un quadro di profumi dalla particolare raffinatezza espressiva.</p>
<p>La sua bocca mostra tutti i suoi spigoli, ma è vibrante, forse un filo magra, ma di notevole, fresca giovinezza e fascino, che saprà ancora crescere nel futuro.</p>
<p>Il Merlot Erminia è poi l’altro rosso che ci intriga, prodotto finora soltanto in tre vendemmie, la 2009, la 2011 ed infine la 2015 (che uscirà in commercio nel corso di questo anno).</p>
<p>Se può avere un suo limite è nella complessità (ma quanti sono nel mondo i Merlot complessi?), elemento questo che non è appunto nelle corde del vitigno. E nel pacchetto di offerta di Fornacelle questo vino rappresenta il rosso importante, in cui prevale appunto la polpa, la larghezza, un certo sorriso, una voluttuosità sincera, a controbilanciare il rigore anche austero degli altri due vini.</p>
<p>Allora diciamo subito che l’Erminia ’15 è oggi davvero crudo e giovanissimo. Promette molto bene, ma consigliamo di lasciarlo ancora in bottiglia per 1-2 anni.</p>
<p>Il 2011 mostra invece la sua completa espressività, il colore profondo, il naso varietale e dolce, succoso di frutto con accenni di ribes e catrami. Non profondissimo, ma soave, con grazia, un Merlot non rabbioso, ma gentile, molto piacevole sul piano dei volumi, della palatalità, della dolcezza. E con un notevole nitore tecnico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><b>Giovanni Chiappini</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><b>Guado de’ Gemoli ’13                      91</b></p>
<p><b>Guado de’ Gemoli ’12                   89- 90</b></p>
<p><b>Guado de’ Gemoli ’11                   90-91</b></p>
<p><b>Lienà Cabernet Franc ’13             91-92</b></p>
<p><b>Lienà Cabernet Franc ’12            90-91</b></p>
<p><b>Lienà Cabernet Franc ’11             91</b></p>
<p><b>Lienà Cabernet Sauvignon ’13      92</b></p>
<p><b>Lienà Cabernet Sauvignon ’12      89-90</b></p>
<p><b>Lienà Cabernet Sauvignon ’11      91</b></p>
<p><b>Lienà Petit Verdot ’13                    91-92</b></p>
<p><b>Lienà Petit Verdot ’12                    89-90</b></p>
<p><b>Lienà Petit Verdot ’11                    91         </b></p>
<p><b>Lienà Merlot ’13                            89-90</b></p>
<p><b>Lienà Merlot ’12                            89</b></p>
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<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-380" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-2.jpg" alt="unnamed-2" width="891" height="696" /></a></p>
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<p>Azienda con una buona collocazione dei vigneti sopra la Strada Bolgherese, ad un altitudine già interessante, su cui dal 1996 sono stati impiantate le classiche varietà bordolesi ad una fittezza di 6.500 ceppi per ettaro. Nel sistema d’allevamento si è utilizzato sia il guyot che il cordone speronato, con potature corte per una raccolta finale di uve intorno agli 800 grammi per pianta. La conduzione è divenuta completamente biologica dal 2010.</p>
<p>Il segno di questi vini è in una generosità intensissima, in colori nerastri, molto concentrati e profumi densi, grassi, alcolici, a riprova di un importante e mirato lavoro di vigna. Seguiamo l’azienda dalla vendemmia 2005. E nelle ultime annate abbiamo registrato un’impennata magnifica con la 2013, dove questi vini appaiono sempre mastodontici, ma nello stesso tempo carichi di bellezza, di energia, di sapori, camminando su di un filo in cui opulenza e nerbo si conciliano, per un possibile tragitto di longevità davvero assai lungo davanti.</p>
<p>Inoltre questi ultimi assaggi 2013 ho avuto modo di protrarli per 2, 3, fino a 4 giorni, con il livello del vino che via via scendeva nella bottiglia, aumentando così il contatto con l’ossigeno. Ed ho potuto constatare in essi una stabilità straordinaria, con le migliori impressioni incredibilmente tra il secondo ed il terzo giorno. Potrei così suggerire, se volete assaggiare ora questi giovanissimi 2013, che non sarebbe affatto sbagliato porli per ore in un decanter, al fine di gustarli in una condizione di maggiore apertura espressiva.</p>
<p>Vorrei appunto iniziare con la linea Lienà, che è quella che indica la superselezione dei monovitigno. Quattro vini, appunto il Merlot, il Cabernet Sauvignon, il Cabernet Franc ed il Petit Verdot, in poche migliaia di esemplari.</p>
<p>Nessuna azienda del bolgherese presenta una linea così completa. E, credo, a tale livello di qualità, nessun altra al mondo. Quindi è doveroso un plauso a Giovanni Chiappini e alla sua famiglia, oltre che per la bellezza di questi vini, per la possibilità che dà al pubblico degli appassionati di capire cosa significhino questi vitigni e questi vini a Bolgheri e nel particolare delle sue vigne.</p>
<p>Devo dire che assaggiarli ripetutamente in queste settimane è stato per me infinitamente istruttivo ed importante. Mi ha fatto molto pensare, riflettere. E credo appunto che il bello del vino, la sua magia sia contenuta in questa capacità ad allargare i nostri orizzonti, a farci percepire e immaginare qualcosa sul nostro privato a volte, ma anche sul nostro lavoro, sui nostri rapporti. Il grande vino in qualche modo illumina le nostre giornate e noi dobbiamo appunto saperne fare buon uso.</p>
<p>Inizio dunque dal Petit Verdot, che di fatto viene considerato una sorta di quarta gamba dell’uvaggio, che tra l’altro non tutti, nemmeno a Bolgheri, hanno impiantato. Vitigno un po’ tardivo, un po’ selvaggio nel suo bagaglio espressivo, più di forza che di eleganza, che comunque in queste vigne cresce e matura assai bene, addolcendo le asperità e smussando in spessore la durezza dei suoi tannini.</p>
<p>Ho anche imparato a capire in questi assaggi come i monovitigno, forse proprio perché meno polifonici, maturano più lentamente o, diciamo meglio, i loro ingredienti espressivi, proprio perché minori nel numero e non accompagnati e fusi ad altri, rimangono duri, serrati e nascosti più a lungo (oltretutto la 2013 possiede i cromosomi completi per una longevità assai importante).</p>
<p>Tanto per essere chiari, il miglior Lienà Petit Verdot che ho assaggiato in questi mesi è stato un 2005, ritrovato nella mia solita cantina. Era un grande rosso, ancora impenetrabile al colore, espressivo, graffiante al naso, aggressivo e di grande, sonora polpa alla bocca, dove si lasciava andare, masticabilissimo ed intenso.</p>
<p>Però devo a questo punto anche aggiungere che nei vini di Bolgheri io mi pongo ogni volta verso l’assoluto completo. Non c’è nulla da fare, mi piacciono troppo e l’aspettativa così è ogni volta altissima. E allora se vogliamo ragionare in questa ottica, dico che questo Petit Verdot ’05 era certo un grande vino, ma non totale e assoluto. Nel senso che gli mancava qualcosa per essere tale. Degli elementi, qualcosa nella vastità degli aromi, dei movimenti, degli spazi, della grazia.</p>
<p>Ho avuto insomma la riprova che questo vitigno, e quindi il vino che ne deriva, più che da solo, vada benissimo nel taglio bordolese. In una certa dose il Petit Verdot può dare al mix finale una componente di consistenza e di rabbiosità, di virilità, di massa e di profondità che non mi dispiace affatto, che ritengo anzi indispensabile. Però, da solo, ripeto, manifesta ed esprime soltanto taluni aspetti del grande vino.</p>
<p>Ma è un’esperienza comunque da fare. Aiuta a capire. E, se avete un Lienà Petit Verdot, sappiate che è un vino in grado di maturare molto bene e per molti anni in bottiglia. Però è un vino comunque da scoprire e tentare. E se è giovane, provatelo, ma lasciandolo respirare con tanto anticipo.</p>
<p>Arrivo così al Merlot, che appare il più debole dei quattro. E, detto che anche qui la 2013 mi è parsa la migliore tra le vendemmie assaggiate, impeccabile oltre tutto sul piano tecnico, trovo che il suo limite sia in questa semplicità di fondo del vitigno. Ripeto, il vino è molto ben fatto, di ottima concentrazione, ad indizio di un lavoro di vigna encomiabile, ma, per spiccare il volo, per possedere un altro corredo espressivo, il Merlot ha bisogno di terreni altri e particolarissimi.</p>
<p>Sfrondate così le ali, arriviamo ai due Cabernet, che sono gli assi portanti dell’uvaggio. E dunque, assaggiati ogni volta in contemporanea, questi due rossi erano splendidi, estremamente ricchi, suggestivi, vasti, potenti, con una loro solenne sontuosità. Il Cabernet Franc è più acuto, più aromatico, con dei tocchi ai profumi di bellezza e raffinatezza davvero rari. Ha anche bisogno di più tempo per esprimersi.</p>
<p>Il Cabernet Sauvignon invece dà più volumi, più sensazione di grassezza, di peso e di passo solenne. Se vogliamo tentare di esemplificarli in una immagine, il primo ha più la voce del violino, il secondo più il timbro del pianoforte. Entrambi comunque vini ancora assai aggressivi, spigolosi, che si devono comporre ed hanno bisogno di anni di bottiglia, ma che esprimono sicuramente una definizione da grande vino.</p>
<p>Però, anche qui, (e torno al mio assoluto) mi appaiono ad un passo dall’essere totali e completi, nel senso che sembrano davvero nati per stare assieme, per crescere e completarsi l’uno con l’altro, fondendosi. Ed il meglio (nel vino io devo provare, tentare, è nella mia natura) lo hanno appunto dato, quando, a fine degustazione, ho provato a immaginare un loro mix.</p>
<p>Da soli insomma si aveva la sensazione che ad ognuno dei due mancasse il pizzico di qualcosa per essere immenso. Assieme però lo diventavano davvero (e, per dirla tutta, anche una leggera aggiunta di Petit Verdot non guastava per nulla, anzi rendeva il tutto ancora più orchestrale). Erano rossi mastodontici e sfaccettati, ponderosi, un po’ materici, ma di una solennità e di un andamento fantastico. Ed era meraviglioso vedere come, nell’unirli in modo attento, meditato, il loro bagaglio aromatico cresceva, si moltiplicava e si complessizzava, i loro spigoli si andavano ad incastrare perfettamente. Le acidità allora si smussavano, si fondevano, davano più volume. Si sommavano così gli strati, tra polpe di frutto ed inchiostri, per un vino gigantesco e perentorio che avrebbe, in Italia e non solo, assai pochi rivali.</p>
<p>E’ stata un’esperienza bellissima, che mi sono sentito in dovere di raccontare. Tra l’altro (ed è questa la magia ed il mistero) il vino diventava anche più aperto, dichiarato e nello stesso tempo profondo. Cambiava misura, cresceva. E contemporaneamente era più godibile.</p>
<p>Proprio questo mi ha fatto considerare come l’uvaggio, con la grande polifonia di componenti e di spessori che così si raggiunge, renda il vino sicuramente longevo per decenni, ma anche, nel suo maggiore equilibrio, godibile e decifrabile prima. E con un impatto sicuramente più vasto e completo per l’assaggiatore.</p>
<p>Anche nei due Cabernet l’annata che ho preferito è stata la 2013. La trovo tecnicamente la più felice e quella destinata a dare vini più longevi. Mentre invece la 2012 è stata un po’ l’anello debole tra le ultime vendemmie. L’estate torrida ha qui dato uve che tendono ad una leggera surmaturazione, che si avverte nei vini, molto alcolici, ma anche un po’ molli.</p>
<p>Veniamo ora al Guado de’ Gemoli, etichetta che esprime l’uvaggio bordolese dell’azienda e che conferma un’altra volta come assai spesso nell’area di Bolgheri si tenda a privilegiare il monovitigno.</p>
<p>Sin dal colore infatti questo vino dimostra minore profondità rispetto ai vari Lienà. Il taglio poi è Cabernet Sauvignon 80% e Merlot 20%. E questo, ad essere sincero, faccio fatica a capirlo (dico perché non si utilizzi anche il Cabernet Franc ed il Petit Verdot), se non nel fatto che forse tutto dipende da quanto si possiede nelle vigne ed il poco di questi ultimi due vitigni si vada a concentrare tutto nei Lienà.</p>
<p>Ad ogni modo il Guado de’ Gemoli, in particolare ancora una volta il 2013, anche così è un vino molto interessante e piacevole, che si apre agli inchiostri ed alla liquirizia su un caldo sfondo ematico. Rosso dal carattere poderoso ed alcolico, disposto a concedersi, con tannini rasati, rigoglioso alla bocca, dove dà il meglio di sé nel suo impatto carnoso, masticabilissimo e dolce.</p>
<p>La vicinanza dei punteggi con i Lienà comunque non confonda, in quanto questi ultimi sono oggi molto lontani dal loro picco ed hanno ancora bisogno di tantissimo vetro, mentre il Guado de’ Gemoli è più pronto.</p>
<p>Però (e mi rivolgo a Giovanni Chiappini, che non conosco direttamente) l’impressione di tutti questi miei assaggi è che lei abbia in mano alcune delle più belle basi di vino che io abbia assaggiato nel corso degli ultimi anni. Però queste sono appunto basi, ognuna con un qualche suo piccolo, microscopico oppure grande limite. Perché non farne, assiemandole in modo armonico, uno dei più grandi, perentori rossi del nostro paese?</p>
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<p style="text-align: center;"><b>I Luoghi</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><b>Campo al Fico ’13                                 90-91</b></p>
<p><b>Campo al Fico ’12                                 91</b></p>
<p><b>Campo al Fico ’11                                 91-92</b></p>
<p><b>Podere Ritorti ’13                                  89</b></p>
<p><b>Podere Ritorti ’12                                 88</b></p>
<p><b>Podere Ritorti ’11                                 89-90</b></p>
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<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-3.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-381" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-3.jpg" alt="unnamed-3" width="700" height="467" /></a></p>
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<p>Stefano Granata è un giovane ingegnere elettronico. E lavora già da tempo in questo settore, quando nel 1999 decide di cambiare totalmente e radicalmente vita. Assieme alla moglie Paola torna a Bolgheri, con il progetto, che non può avere ripensamenti, di diventare viticoltore, facendo così nascere una vigna, seguendo con naturalità tutto il suo necessario processo di crescita, senza alcun compromesso, con passione e precisione, per arrivare al miglior vino possibile.</p>
<p>Appunto nel 2002 inizia sul proprio podere di 5 ettari la posa a dimora dei primi impianti di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, più pochi filari di Merlot e Syrah. La fittezza è di 7.900 piante ad ettaro allevate a cordone singolo e doppio. La consulenza enologica è di Gioia Cresti.</p>
<p>Vengono banditi in vigna sin dall’inizio diserbanti e prodotti chimici di sintesi, limitate le concimazioni, valorizzando ogni accorgimento naturale perché le piante crescano sane ed in armonia con il territorio.</p>
<p>In vendemmia sono tenute separate le varietà e le singole parcelle. Nelle fermentazioni non si utilizzano lieviti selezionati e le macerazioni sulle bucce durano circa 20 giorni, in piccole vasche di acciaio con quotidiane follature e rimontaggi. La fermentazione malolattica avviene poi spontaneamente sia nell’inox che in legno. Ed i vini a questo punto, tenuti sempre separati, maturano nelle barrique dai 14 ai 20 mesi.</p>
<p>In base alla qualità ed alla evoluzione di tutte le singole micro-vinificazioni, si valuta infine l’assemblaggio nelle due etichette aziendali.</p>
<p>E’ stato sulla vendemmia 2006 che ho iniziato a conoscere i due vini così nati. Parlo del Campo al Fico Bolgheri Superiore e del Podere Ritorti Bolgheri Rosso. In essi mi hanno colpito diverse cose. A partire dall’eleganza, da un senso di precisione che si avvertiva, la meticolosità poi dei dettagli, delle particolarità olfattive, cui non era estranea una sostanziosa carica di legno, oltre quell’impressione di cultura e di rigore che si coglieva. Infine la parallela vicinanza, per caratteristiche e movenze, tra le due etichette.</p>
<p>Certamente il Campo al Fico aveva più concentrazione, si avviava ad una vita più lunga, era appena più graffiante e virile. Però il Podere Ritorti era un Bolgheri Rosso davvero super, ricchissimo di profumi dolci e vanigliati, sicuramente più femmineo, snello, setoso, come una elegante, dolce ragazza, ma appena algida, piena di controllo, molto sulle sue, che si annuncia a sguardi, a occhiate improvvise.</p>
<p>Eravamo di fatto alla prima-seconda vendemmia de I Luoghi (nome aziendale che tra l’altro trovo bellissimo e di evocative suggestioni). In questi casi, con le piante così giovani, il frutto si dovrebbe concedere ed aprire prima. Per quanto era però rigoroso ed austero tutto l’insieme, con questa loro precisione controllata, i vini emanavano certo una grande classe, ma dicevano al tempo stesso di non essere ancora pronti per essere assaggiati. Se posso fare un riferimento territoriale, ma solo come idea, sembravano un po’ nel solco dei vini de Le Macchiole, ovviamente differenti anche nei colori, meno concentrati e profondi, però con una certa anima dura e trattenuta, una composizione tannini-legno-acidità che solo il tempo poteva far sviluppare e sciogliere.</p>
<p>Ho continuato poi a seguire l’azienda nelle annate successive, la 2007, 2009, 2010. Mi capitava di fare una serie di considerazioni su questi rossi e sulla loro dominante austera, spigolosa, severa.</p>
<p>“Esprimessero un po’ più di polpa, di grasso, un’unghia di frutto in più, sarebbero davvero spaziali” mi trovavo a pensare. Perché sono cosciente di quanto un certo livello di opulenza nel grande vino non mi dispiaccia affatto. E non ne faccio un dramma, anzi lo proclamo serenamente. C’è poi da valutare, ovviamente, modo e misura, disposizione, armonia e gusto, bellezza. Ma un grande vino, a mio avviso, non può non avere ricchezza di frutto e così dilatazione, sostanza, spessore. Non sono certo gli unici elementi per un grandissimo risultato, però, credo, ci debbano anche sicuramente essere, nel loro contenuto, nel loro insieme, nella loro avvertibilità.</p>
<p>Comunque il fascino ed il piacere che questi rossi de I Luoghi emanavano, mi portava poi a consumare, gustarmi ed esaurire i due campioni ad etichetta che mi arrivavano ogni anno. Nei fatti in questi mesi, pure cercando nella mia cantina, non ho trovato bottiglie storiche da poter valutare, annate lontane che mi sarebbero state invece assai utili in questo lavoro.</p>
<p>L’averle esaurite però è l’ennesima verifica di quanto ritengo autentiche, sofferte e meditate queste due etichette. Mi appaiono davvero come opere, che appunto rispecchiano in pieno il carattere, l’indole, le idee ed il senso estetico del loro autore.</p>
<p>Più volte nel degustarli, nel portare il calice al naso mi ha colpito questa loro eleganza ritrosa, questa ricchezza di terziario più che di frutto, di vaniglie tostate, di mente, di inchiostri e tutta una gamma di spezie e sensazioni minerali.</p>
<p>Mi è anche capitato di pensare come entrambi questi vini, a loro modo e nascendo poi da vitigni diversissimi e in un territorio inoltre abissalmente differente e lontano, in qualche misura baroleggiassero, così pieni di nuances e suggestioni, così nervosi, così tendinei, anche eterei. Raffinati, ma in qualche modo anche laconici, con l’impressione che lasciano di possedere molto di più di quanto non vogliano ora darti.</p>
<p>Assaggiandoli, mi è venuto da pensare come il vino certamente fa dialogare gli uomini, in una cena, un incontro. Ma è anche un confrontarsi tra l’autore (con il suo territorio) e, dall’altra parte poi, chi assaggia, che evidentemente ha anche lui il suo mondo e il suo retroterra.</p>
<p>Pur con tutta l’eticità, il distacco, se vogliamo, anche il mestiere tecnico con cui un degustatore onesto valuta un vino, è inevitabile che dentro di noi ci sia un particolare e privato modo di intendere il grande rosso. Abbiamo inevitabilmente un nostro gusto, un nostro modello intimo, un immaginario, che si è formato negli studi, nelle letture, nei viaggi, nei rapporti, negli assaggi. E tutto questo si riflette nel nostro modo di valutare un vino. E’ qualcosa che dalla percezione di un odore, di un sapore fa scoccare dentro di noi una scintilla, una scoperta, un senso di piacere.</p>
<p>Sono quindi perfettamente cosciente del relativismo di ogni nostro parere. Ogni nostro giudizio ha evidentemente dei limiti, è segnato da un’individualità, da un gusto e da una storia. Ed io, ripeto, non nascondo come nei grandi vini mi piaccia anche una certa opulenza.</p>
<p>L’assaggio per questo lavoro è così avvenuto sulle ultime 3 vendemmie poste in commercio, con vini che sono, come è ovvio, ancora sicuramente crudi, acerbi. E l’età delle piante, che è via via cresciuta, ne accentua inoltre la longevità, allungando e allontanando così ulteriormente i tempi di fruizione e di godibilità.</p>
<p>Non è dunque un caso che le impressioni migliori e più articolate me le abbia offerte la vendemmia 2011, appunto più lontana nel tempo, con maggiore affinamento nel vetro, ma che, mi sembra, anche di qualità ed esito superiore rispetto alle altre due.</p>
<p>La sensazione è appunto che in questa annata le uve de I Luoghi abbiano avuto la possibilità di maturare in modo più compiuto, solido e completo.</p>
<p>Il Campo al Fico ’11 (taglio 80% Cabernet Sauvignon, 20% Cabernet Franc) è più profondo già al colore, il naso annuncia ricche nuances tartufate, prime sciabolate di goudron (anche in questi vini è estremamente utile un’apertura anticipata della bottiglia), che si vanno riempiendo via via di una bella polpa di frutti neri pieni di velluto e dolcezza, in cui si coniuga concentrazione e notevole classe. Bocca poi sontuosa, densa, catramata e balsamica.</p>
<p>Nella sua accennata opulenza è il Campo al Fico che più si avvicina al mio modo di intendere il grande rosso. Lo vedo assai più disponibile a concedersi (sono anche vecchio e non ho più tra le mani troppo altro tempo per attendere). Possiede quell’unghia grassa che ammanta e schiude la serrata combinazione tannini-legno-acidità, di cui parlavo. Mi appare più solare, più rotondo e meno geometrico, con meno spigoli.</p>
<p>Anche il Podere Ritorti ’11 (medesimo l’uvaggio, ma con piccole aggiunte del Merlot e Syrah presenti in vigna) mi sembra il più bello, riuscito e risolto dei tre. Senza aver perso nulla della sua smagliante eleganza, appare di una rotonda sontuosità ai profumi, femmineo e sorridente, con note di cassis, vaniglia tostata, caramello ed un primo sfondo di spezie dolci. Composizione assai bella e goudroneggiante alla bocca, tenuta da un filo acido e tannico che lo manterrà vivo ancora a lungo. Per un rosso che ha già percorso un suo cammino in bottiglia e parecchio ancora ne ha davanti.</p>
<p>La 2012 è frutto di una vendemmia più difficile, più complicata da gestire in vigna. Portare troppo in là la raccolta rischiava di bruciare gli aromi ed il tenore acido delle uve, anticiparla di comprometterne invece la maturità fenolica.</p>
<p>In questo caso il Podere Ritorti è un po’ più piccolo e sottile. Molto intrigante come al solito ai profumi, raffinati, pieni di liquirizia e inchiostri, meno pieno alla bocca, dove appare anche in un suo apice.</p>
<p>Il Campo al Fico ’12 è più svettante e profondo (frutto anche di una selezione drastica), che merita ancora una lunga evoluzione nel bicchiere, dove via via si apre dall’iniziale nota lignea e vanigliata ai catrami mentolati, alle spezie, con un lungo finale di opulenza inchiostrata.</p>
<p>La 2013 è certamente la più cruda ed acerba. E qui il Campo al Fico paga appunto questo essere assai distante da una soglia di godibilità, in particolare alla bocca, dove la durezza acida consiglia di lasciar evolvere il vino per altri anni nel vetro. I profumi però lanciano già importanti bagliori preziosi, eterei e mentolati, per un naso in piena costruzione, che potrà dare sorprese nel tempo.</p>
<p>Il Podere Ritorti ’13, proprio perché meno concentrato, è più gustoso e approcciabile. Sentito anche dopo 24 e 48 ore, ha dimostrato una integrità ed una forza notevole, dando il suo meglio alla distanza, in progressione, smussando le sue durezze acide e le agritudini di gioventù.</p>
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<p style="text-align: center;"><b>Batzella</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p><b>Tàm ’12                      91-92</b></p>
<p><b>Tàm ’11                      93</b></p>
<p><b>Tam ’10                      91-92   </b></p>
<p><b>Peàn ’13                     90-91</b></p>
<p><b>Peàn ’12                     89-90</b></p>
<p><b>Peàn ’11                     90</b></p>
<p><b>Peàn ’10                     89</b></p>
<p><b>Vox Loci Syrah ’10     89</b></p>
<p><b>Vox Loci Syrah ‘12     89-90</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-4.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-382" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/03/unnamed-4.jpg" alt="unnamed-4" width="928" height="696" /></a></p>
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<p>Il Tàm 2011 (65% Cabernet Sauvignon, 35% Cabernet Franc e circa 24 mesi di barrique) è stato uno degli assaggi più goduti ed appaganti di questo intero lavoro. Un grandissimo rosso, completo, assoluto, perentorio già in questa sua prima veste, perché parliamo di un vino oggi soltanto nella iniziale fase del suo lungo tragitto. Impenetrabile dunque al colore, con uno straordinario naso, netto, fitto, terso, scintillante, in cui si affacciano ribes e mirtilli intarsiati di legni preziosi e mentolati, poi spezie, incensi, lampi di goudron. Con la mente a richiedere a quel punto un assaggio immediato, tanto attrattivo, dolce e in nitida, totale armonia appariva il suo ventaglio aromatico.</p>
<p>Portare così questo rosso alle labbra e ricevere le medesime, emozionanti suggestioni è stato un piacere totale. Bocca davvero perfetta, euritmica, carica di bellezza e preziosità, in cui si assapora un frutto di incredibile dolcezza e complessità, che lascia contemporaneamente avvertire la solidità e l’eleganza, il manto prezioso e la gustosità profonda, la succosità ed il carattere, anche la tenebrosità dell’insieme, la sua parte dark di inchiostri e liquirizie, rese luminose dalla grassezza elegantissima del frutto. E tenute tutte queste sensazioni insieme da un’estrema e solida nobiltà di tannini.</p>
<p>Assaggio imperativo dunque, che ci piacerebbe ripetere negli anni, quando virerà verso il tartufo, le cioccolate, fuse in fondali di goudron dall’impressionante chiaroscuro.</p>
<p>Un grande punto di arrivo (e, auguriamo, di ripartenza) per Franco Batzella e sua moglie Khanh Nguyen, proprietari di questa piccola azienda bolgherese di circa 8 ettari, con vigne impiantate nel 2000, soprattutto a Cabernet Sauvignon, poi Cabernet Franc e Syrah, per quanto riguarda le varietà a bacca rossa. La fittezza è di 7.000 ceppi per ettaro, il sistema di allevamento è il cordone speronato unilaterale.</p>
<p>La collaborazione enologica dal 2003 (loro prima vendemmia) di Attilio Pagli. Ma non credo sia estranea alla bellezza di questo vino la cultura internazionale dei proprietari, i loro lunghi decenni trascorsi all’estero, a Washington in particolare, e così i viaggi, la scoperta e l’abitudine ai grandi vini del mondo. Con la scelta infine di Bolgheri per tentarne uno proprio.</p>
<p>Ma, a dirla tutta, anche più di uno, perché, se il Tam è davvero un grande Bolgheri Superiore, il Peàn è un Bolgheri Rosso (dunque un secondo vino) di bellezza ed intensità tanto particolare, da lasciarci sempre molto colpiti.</p>
<p>La 2013, che è stato in pratica l’ultimo nostro assaggio (ed appena uscito in commercio), ci ha poi stranamente sorpreso e molto in positivo, perché ha fatto intravedere quasi un cambio di marcia, una sorta di maturazione stilistica nell’esprimere vini grandi ed intensi, ma che si possono approcciare al loro meglio anche prima.</p>
<p>A questo punto è necessario però un passo indietro, riavvolgere il nastro, per raccontare come entrambi questi rossi abbiano avuto sin dal loro primo apparire la caratteristica di essere estremamente concentrati, densi, ricchi di frutto e nello stesso tempo molto forti nella struttura tannica e nervosa, decisi poi nel dosaggio del legno, necessitando così di tempi lunghissimi in bottiglia.</p>
<p>Lo stesso proprietario si fa carico inoltre di un loro considerevole affinamento, che rende di fatto queste etichette le ultimissime ad uscire in commercio tra quelle del territorio.</p>
<p>Il Tàm, nella fattispecie, è ora in vendita con il 2010. Ed il favoloso 2011 lo sarà tra breve.</p>
<p>Il Peàn (taglio di Cabernet Sauvignon e Franc, maturato per 12 mesi nelle barrique) dovrebbe dunque essere il suo fratello minore, appena meno concentrato nel colore (che resta comunque assai bello, intenso e profondo). Eppure ha sempre manifestato forza ed intensità da vendere, così come una notevole propensione alla longevità, virile poi nel carattere e di ottima fattura tecnica.</p>
<p>Ho avuto modo in questi mesi di assaggiarlo dal 2009 al 2012, riportandone ogni volta impressioni assai positive. Dovevo quindi essere preparato a questa 2013. Eppure la sua bellezza è riuscita lo stesso a sorprendermi.</p>
<p>Probabilmente me lo aspettavo più laconico, più chiuso, data la gioventù, invece i profumi si sono innalzati subito carichi di succosità, intarsiati di frutti neri, succulenti ed attrattivi. Questo vino è come scattato, bello e smagliante, tanto ricco di elementi positivi e così in equilibrio da possedere a nostro avviso una longevità considerevole, riuscendo ad esprimersi già oggi però, senza veli o sigilli che lo imbriglino.</p>
<p>Insomma un secondo rosso mirabile, che consigliamo a tutti di provare, che anticipa le movenze ed il passo del fratello maggiore, con profumi da acquolina in bocca, intrisi di frutti neri di bosco e primi accenni inchiostrati di goudron. La bocca poi è sontuosa con tannini vivi, pieni e dolci, che conciliano rigorosità e crema, profondità e dolcezza, volume e saporosità. La stessa bottiglia, assaggiata poi nell’arco di tre giorni, non ha mostrato mai una piega o un cedimento gusto-olfattivo, tanto da rimanere nella mia memoria (assieme al Donne Fittipaldi) come miglior secondo vino di tutto questo intero lavoro.</p>
<p>Del Tàm riportiamo anche i punteggi del 2010 e del 2012, il primo appunto in commercio ed il secondo che lo sarà nel prossimo anno. Medesimo il voto, ma ovviamente parliamo di vini abbastanza differenti.</p>
<p>Come era anche logico aspettarsi, la 2012, pur essendo ancora cruda, rigorosa (in pieno e completo stile aziendale), è quella più vicina a schiudersi ed ad ampliarsi, ad accennare un sorriso e ad emanare una gioia gustativa. Il grande caldo dell’estate gli ha dato anche un accenno di sontuosità. E’ insomma un bellissimo vino (anche se non raggiunge la profondità del 2011), che avrà un picco di bontà tra 3-4 anni, perché stiamo parlando di un rosso solido e armonico, molto intrigante nella sua composizione aromatica di frutti di bosco, inchiostri e mente balsamiche, che nel mio assaggio ha dato il meglio 15-20 ore dopo la sua apertura.</p>
<p>Il 2010 è oggi un Tàm assai più indietro, più acuto e nervoso rispetto al ’12, molto raffinato e crudo, avviluppato, che merita sicuramente diversi altri anni di bottiglia per elaborare il suo ventaglio aromatico. E’ adesso un gran vino, lungo e ancora stretto, una sorta di scrigno racchiuso. Consigliamo così di non avere fretta, saperlo conservare ed attendere, affinché esprima tutta l’ampiezza di un potenziale originalissimo.</p>
<p>Ultima notazione infine sul Syrah di questa azienda, qui presente su un ettaro di vigneto. Dall’utilizzo in purezza di questo vitigno è nata un’etichetta chiamata Bliss nei suoi esordi ed ora Vox Loci Syrah.</p>
<p>Il nostro recente assaggio è stato sulla vendemmia 2010 (attualmente in commercio) e sulla 2012, ancora in affinamento.</p>
<p>Tra le due versioni preferisco di un’incollatura la seconda, che oltre tutto possiede ulteriori margini di crescita. In questo caso il Syrah, vitigno che dà il suo meglio nelle estati assai calde, proprio perché lì matura perfettamente i suoi acini, esprime un vino di maggiore ricchezza e armonia tra aromi e polpa. C’è ancora da smussare una certa aggressività tannica, ma parliamo comunque di un rosso, molto buono, ampio e solido, palpitante, in bell’equilibrio compositivo e con positive prospettive di crescita.</p>
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		<title>Bolgheri e la nostra storia Sassicaia, Ornellaia, Le Macchiole</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Feb 2018 22:27:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[2017]]></category>
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		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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<p>Ho già accennato all’impressione che mi lasciò l’assaggio del Sassicaia ’68. Parliamo appunto di molto tempo fa. Era l’autunno del 1974. Ma le grandi emozioni hanno il potere di rimanerci dentro, come se tutti gli anni che ce ne separano non siano mai trascorsi. Noi restiamo incisi nella loro scena, assieme alle persone di quella serata, e sentiamo riapparire quel profumo, il suo incantevole aprirsi di aromi, che continuano a salire e variare, straordinariamente preziosi e ignoti fino ad un momento prima. Con lo stupore e l’improvvisa percezione di quali confini si possano valicare in un vino, quando si possiede un mondo aromatico tanto incantatorio e inedito. Qualcosa da raccontare dunque, da approfondire, da poterci dedicare anche una vita magari.</p>
<p>Solo per dare un’idea di quel tempo, diciamo che assaggiavo vini importanti già da qualche anno e che negli ultimi mesi c’era stata un’impennata di viaggi nei territori. Sostanzialmente comunque mi ero costruito a Sangiovese e Nebbiolo. Ed ero dentro quel meglio che la produzione italiana aveva offerto fino a quel momento. Che non era ancora granché però, occorre dirlo.</p>
<p>Ricordo come la prima sensazione nell’assaggio del Sassicaia sia stata quella di essere entrato nel colore e nel sonoro, quasi nei tempi precedenti avessi visto solo piccoli cortometraggi muti e in bianco e nero. Con l’effetto di capire che nel vino esistevano altre dimensioni e nuovi territori, con spazi grandissimi ancora da esplorare.</p>
<p>E non credo poi di essere stato il solo a provare questo. Non mi riferisco tanto ad un generico pubblico italiano, in quel tempo assai esiguo nel numero, quanto ai produttori e ai tecnici più attenti. Perché negli anni successivi il nostro vino rosso è profondamente mutato. Si può anzi dire che, in senso estetico, ha da lì cominciato davvero ad evolversi, ad arricchirsi e a correre. Avendo chiaro come non fosse una semplice, banale questione di Cabernet Sauvignon e Franc oppure di vitigni autoctoni, quanto di interpretazione del vino, di gusto e di visione. La nostra modernità è nata allora.</p>
<p>“Di fatto il Sassicaia era lontano anni-luce dai parametri cui eravamo abituati, da vini cioè molto evoluti nelle tradizionali grandi botti, a volte scarichi di colore, piuttosto acidi, con profumi assai maturi, a volte stanchi, spesso vecchi. Il Sassicaia appariva invece come un’esplosione di giovinezza concentrata, con profumi incantevoli di frutti rossi di bosco, più attorno, a corolla, una preziosa dolcezza di vaniglia e legni aromatici. Era di fatto una rivoluzione … Per la prima volta un vino importante appariva anche come qualcosa di radioso, di felice ed appunto di fresco e giovane, con in più un’eleganza, un senso della misura impressionante. Per la prima volta la giovinezza e la complessità si fondevano … Era l’approdo ad una nuova idea del vino, che avrebbe via via puntato, ed in modo sempre più consapevole, al raggiungimento di una freschezza importante e sontuosa, a profumi che sapessero di frutto ed in un’espressione sempre più concentrata e preziosa, coinvolgendo via via in questo lavoro anche i nostri vitigni e con risultati profondamente innovativi”.</p>
<p>E’ quello che ho scritto più di vent’anni fa nel mio, di fatto, unico libro sull’intero corpo dei vini italiani. Nel rileggerlo mi è sembrato di non poter aggiungere altro. E così, orrendamente, mi cito, risparmiando però tempo ed energia per tutti.</p>
<p>Volevo comunque allargare il discorso, perché mi sono reso conto via via negli anni come e quanto il vino importante fosse anche spazio, sensazione di vita e dunque storia e antropologia. Ci sono insomma avvenimenti, suoni, immagini, fatti, parole, e dunque profumi e sapori, che cambiano la storia e il nostro modo di essere, che restano indelebili dentro di noi e ti fanno capire che da quel momento in poi tutto sarà diverso.</p>
<p>E’ così negli uomini e nelle generazioni. Ed è facilmente rilevabile se partiamo da quegli eventi pubblici, che ci hanno colpito profondamente anche nel nostro privato.</p>
<p>Nei racconti di mio padre il giorno in cui seppe che era finita la guerra, mentre era in un campo di prigionia in Germania. Per la mia generazione l’improvvisa notizia dell’assassinio di John Kennedy, quando ero un ragazzo. Poi quella del rapimento Moro. O, più tardi, il crollo delle Torri Gemelle.</p>
<p>Ma esistono anche avvenimenti più lievi e lieti, che hanno comunque il potere di modificarti in qualcosa. Non potrò, ad esempio, mai dimenticare quella sera dell’autunno del 1963, quando in televisione, su un programma che si chiamava TV7, presentarono un reportage su un gruppo inglese del tutto sconosciuto in Italia, ma che iniziava a furoreggiare in Gran Bretagna. E per la prima volta, filmati in un concerto, vedevo e sentivo i Beatles nell’attacco di “Please please me”. Quel suo hook completamente nuovo di chitarra elettrica e armonica a salti ricorrenti di ottava sono per me il trascinante, indelebile ingresso nella modernità e nella giovinezza. Capivo che da lì in poi la musica ed il mio gusto sarebbero totalmente cambiati. Ma non era qualcosa che riguardava solo me, perché il giorno dopo a scuola (c’erano in fondo soltanto due canali televisivi) non si parlava d’altro. Ed era tutto un rincorrersi di “Ma li hai visti? Li hai sentiti?”.</p>
<p>Potrei andare avanti all’infinito. Voglio però tornare al nostro argomento e appunto a come ho vissuto il primo assaggio del Sassicaia.</p>
<p>Dopo aver sentito quei profumi, niente mi pareva restasse uguale. Si era aperto un varco e bisognava andare avanti in quella direzione. Io volevo progredire, volevo crescere. C’era inoltre un altro elemento che mi colpiva, perché in quel vino, anche in tutta la sua complessità e sfaccettata ricchezza (ma mai troppo ostentata, anzi con un senso della misura davvero mirabile, che il Sassicaia ha poi sempre mantenuto), io avvertivo e mi veniva addosso una fortissima sensazione di gioia, di vivezza, di radiosità. E questo sconvolgeva tutti i miei parametri, perché mi rendevo conto di aver bevuto fino a quel momento rossi italiani, per la stragrande maggioranza, sostanzialmente tristi, rigidi, monotoni, noiosi. Ora di colpo prendevo coscienza di non voler più sentire vini vecchi, acidi, ossidati e stantii. Perché esisteva una verità diversa, fatta di bellezza e profondità di frutto. Ed esisteva anche un suono felice nel grande vino, con un suo lungo filo armonico, pieno di collegamenti e riferimenti, che mi intrigava infinitamente e solo a tutto questo nuovo sentivo di voler appassionarmi e dedicare il mio tempo.</p>
<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/02/Sassicaiaetichetta.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-367" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/02/Sassicaiaetichetta.jpg" alt="Sassicaiaetichetta" width="297" height="415" /></a></p>
<p>Il Sassicaia ho poi continuato a seguirlo. Quando il ’68 era ormai finito nelle enoteche di Roma, chiamai direttamente l’azienda e me ne feci spedire altre sei bottiglie, con l’ultimo stipendio preso.</p>
<p>Quando mi arrivarono, aprii il cartone con una lenta venerazione. E guardai le bottiglie, la loro elegante, raffinata etichetta. Le sfiorai, le sollevai. Mi accorsi solo allora che non avevano però la retroetichetta (che il Sassicaia ha portato fino all’annata ’81).</p>
<p>Rimasi per un attimo nel panico.</p>
<p>Chiamai l’azienda e mi spiegarono che quelle erano le ultimissime bottiglie rimaste, che in un primo tempo non pensavano affatto di mettere in commercio, perché erano in sostanza il lotto privato della famiglia Incisa. Visto poi il successo e l’insistenza di alcuni clienti, ne avevano a quel punto distribuite un centinaio.</p>
<p>Possedevo di fatto dei Gronchi rosa. Quando poi, qualche settimana dopo, stappai la prima bottiglia (e, lo confesso, con un minimo di apprensione), constatai come il vino fosse meravigliosamente lo stesso. Perfetto, sublime.</p>
<p>Ricordo poi l’annata ’70, la ’71, la ’75. Era sicuramente un vino molto caro per il mio stipendio di insegnante, ma si fanno sempre scelte verso quello che ci attrae. E del resto la felicità che mi davano quei Sassicaia nelle occasioni importanti e nelle cene che segnavano quegli anni era impagabile. Così sottoscrivo con totale, partecipata convinzione una frase di Mario Soldati che mi è rimasta impressa (dedicata però ad un altro rosso), quel “costa un occhio della testa, ma per me ne vale due”.</p>
<p>Devo dire che nella scoperta del Sassicaia mi meravigliava non poco il fatto che il territorio di Bolgheri fino a quel momento non si fosse mai distinto per alcun vino particolare, nessuno che uscisse di fatto dall’anonimato. In un certo senso questo capolavoro sbucava dal nulla. E veniva così subito da immaginare quanto infinito ci fosse ancora da tentare ed elaborare in Italia, per scoperte poi davvero stupefacenti. Quanto lavoro c’era da fare, su vitigni più idonei e poi biotipi, portainnesti, fittezze, nuovi terreni. E quante possibilità e tesori meravigliosamente e autenticamente positivi nascondevano i luoghi del nostro paese. Eravamo insomma solo ai primordi della nostra preistoria.</p>
<p>Ma il Sassicaia conteneva in sé altre grosse verità. Era chiaro che, per arrivare a risultati simili, occorreva una grande intelligenza, una grande tenacia, un’estrema sensibilità, una conoscenza enologica profonda ed anche una capacità economica a poter tentare, sperimentare. Per tutto questo poi ci vuole sempre tempo, estro, anche fortuna.</p>
<p>Ora è fin troppo nota la storia di Mario Incisa della Rocchetta, che tenta il Cabernet Sauvignon nella sua vigna di Castiglioncello, appena sopra i terreni della Sassicaia, fin dagli anni della Guerra. E poi il suo sodalizio non sempre idilliaco e facile con Giacomo Tachis, il grande enologo del cugino Niccolò Antinori, il padre di Piero e Lodovico.</p>
<p>E’ questa una delle storie basilari del nostro vino e del suo ramo più innovativo e moderno. Tanto nota che mi sembra inutile iniziare a raccontarla ancora una volta. Aggiungo solo di essere straconvinto che per arrivare al grandissimo vino ci voglia, sopra ogni cosa, genialità, là dove ci sono infinite mosse da indovinare per arrivare all’apice, all’incanto.</p>
<p>L’accoppiata Mario Incisa della Rocchetta-Giacomo Tachis, pur in qualche asperità, è stata la base profonda per questo esito. Da un lato l’aristocratico proprietario, educato ad un gusto internazionale, testardo, autoritario, ma teso ad andare oltre, a rischiare per il miglior vino possibile, pur senza una specifica preparazione tecnica, che lo rendevano uno sperimentatore naif. Dall’altro un enologo raffinatissimo, sensibile, consapevole di quanto alcune cose potessero funzionare, ma altre no. Entrambi piemontesi e dalle marmoree convinzioni.</p>
<p>Una volta Maurizio Zanella mi ha detto che il grandissimo vino può farlo solo il produttore. “L’enologo ad un certo punto si ferma, non può rischiare di mandare in malora la produzione dell’anno. E’ portato così fin dalla vigna e poi nei tempi di vendemmia, nelle mosse di cantina a non osare troppo, a non esagerare, perché, se il risultato va male, rischia il licenziamento. Il produttore capace, con l’ambizione al miglior valore, può invece spingersi al punto limite, all’estremo, magari superarlo ed arrivare così al grandissimo risultato”.</p>
<p>Però, per arrivare a tanto, occorre anche molta e consapevole scienza. E nel Sassicaia il connubio produttore-enologo ha funzionato splendidamente, anche perché lo spirito di Mario Incisa spingeva ad osare, la capacità e la sapienza di Giacomo Tachis a contenere questo sforzo e questa tensione in una raffinatezza positiva, concreta, dalla suprema armonia.</p>
<p>Così, dopo un vino tanto grande, non mi sono meravigliato che un territorio di diamanti come Bolgheri, per molto tempo dopo quella vendemmia ’68, non abbia tirato fuori altre etichette perentorie.</p>
<p>Certo, è anche una questione di umane dinamiche. Altre aziende sono di fatto poi nate a Bolgheri. Ma, perché un nuovo suo rosso mi facesse scattare sul serio l’emozione, dovevo arrivare agli inizi degli anni ’90.</p>
<p>Parlo appunto dell’Ornellaia, caso poi anche emblematico, perché Lodovico Antinori, che fonda questa nuova azienda, è il nipote di Mario Incisa. Ma fino a quel momento non si è occupato direttamente di vino. La sua è stata una vita anche avventurosa, che si compie in gran parte all’estero, piena di viaggi, esperienze, attività lavorative diverse (anche reporter e fotografo negli anni della guerra in Viet-Nam). Uomo dunque di grande curiosità culturale, moderno, aperto alle sfide, credo anche con una sana incontentabilità. Che porta con sé in questa nuova azienda e nell’avventura del suo progetto tutta una lunga serie di intelligenze enologiche internazionali.</p>
<p>Sulle prime vigne dell’Ornellaia ha camminato ed assaggiato le uve una figura mitica dell’enologia come quella di André Tchelistcheff. Lo stesso vino volutamente non riportava in etichetta stemmi nobiliari o elementi di ancestrale toscanità. Il disegno del semplice casale di campagna e dei suoi dintorni, inciso a filo di inchiostro seppiato, è infatti dal pieno sapore californiano o nuovomondista. Ed è comunque un chiaro indizio di novità e rottura con il passato.</p>
<p>La composizione di questo rosso, oltre il Cabernet Sauvignon e Franc, sarà poi significativamente data anche dal Merlot, che, nei punti argillo-ferrosi dei suoi vigneti, troverà una spettacolare vocazione. Ma soprattutto l’Ornellaia, sin dalla sua nascita (la prima vendemmia sarà la 1985), ma ancor più come le vigne man mano maturano, propenderà per una diversa manifestazione di stile e, via via sempre più dichiaratamente, verso un’espressione quasi provocatoria e fuori misura della più ricca potenza ed opulenza del frutto.</p>
<p>Quando insomma le sue annate cominciano a distendersi nel mercato, diventerà una specie di emblema del grande rosso da uve bordolesi quanto mai concentrato, impenetrabile al colore, infinitamente e meravigliosamente grasso e sontuoso.</p>
<p>Se questo vino non farà particolarmente impazzire gli eunuchi di casa nostra, avrà invece un successo ed una fama immediata nel mercato internazionale, portando molto in alto il nome di Bolgheri. E lasciando intuire come questo territorio sia in grado di esprimere rossi di altra categoria.</p>
<p>Perché qui c’è l’altro aspetto che infrange le conoscenze e quelli che erano un po’ i luoghi comuni della nostra viticoltura, visto che l’anfiteatro di Bolgheri è in riva al mare e da lì il terreno sale di poco. Vigneti dunque senza una particolare altitudine, ma su un suolo ciottoloso di riporti alluvionali e di limo e argille. Soprattutto poi con un microclima dolcissimo, fatto di giochi di correnti e brezze marine che mitigano le calure e nel lungo fresco delle notti calmiera le sue uve bordolesi, riuscendo a donare una gradualità, un continuum di maturazioni che le ricolma di magnificenza e di una dolcissima grazia. Microclima dunque mediterraneo e ventilato, senza ristagni di piogge e nuvole nel periodo vendemmiale, quindi salubre, mitigato e senza eccessi, dove tutto cresce in una progressione solare e felice.</p>
<p>A quel punto poi è l’uomo. Sarà lui e tocca lui raccogliere questi grappoli, “seguire virtute e conoscenza”, se ne ha, per farne qualcosa di strepitoso, di cui essere orgogliosi e che porti una nobiltà fortissima al territorio ed al paese.</p>
<p>Tornando all’Ornellaia occorre dire come nei decenni successivi, pur passando di mano nella proprietà (e assai contesa proprio per essere diventata un’azienda famosissima), i suoi vini si siano sempre mantenuti fedeli a questa loro espressione e tipologia di stile, oltre che ad una qualità costantemente altissima. Ed è obbligatorio aggiungere come con la vendemmia ’87 abbia qui fatto il suo esordio anche l’etichetta del Masseto, da uve di Merlot in purezza, vino monumentale, gigantesco e formidabile (a mio avviso, tra i più grandi mai apparsi al mondo), che esprimerà una specie di nuovo, travolgente ed epico universo a sé.</p>
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<p><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/02/Masseto_label.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-368" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2018/02/Masseto_label.jpg" alt="Masseto_label" width="315" height="441" /></a></p>
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<p>Ricordo che lo assaggiai per la prima volta sulla vendemmia 1992 (credo fosse l’estate del ’96) e rimasi del tutto, felicemente e letteralmente, esterrefatto. Vino mitico, ripeto, epico, dalla fisicità prorompente ed anche selvaggia, che, assaggiato in tante annate, non ha mai mostrato debolezze o cedimenti. E che per un certo, recente periodo di tempo mi ha fatto anche pensare di non assaggiare più vino e non scriverne nemmeno più.</p>
<p>E’ un fatto questo accaduto solo un anno fa, quando, nel famoso trasloco di cui ho detto, ho ritrovato negli anfratti della mia cantina una bottiglia di Ornellaia 2004 assieme a un Masseto della stessa annata. La tentazione, la curiosità sono state troppo forti, per non immolarle poche settimane dopo al fine di una cena travolgente, dove entrambi i vini, nel loro diverso peso e misura, sono stati davvero totali e abbacinanti.</p>
<p>Ora può sembrare strano, ma non so davvero cos’altro dire o aggiungere su questi vini in quella serata, avendo come un vuoto a questo punto. Io di fatto non li so davvero raccontare, né descrivere, perché ho constatato allora sulla mia pelle cosa possa essere l’attacco repentino e paralizzante di una vera e propria sindrome di Stendhal, e cosa possa diventare nei suoi effetti più negativi, che hanno poi nei giorni successivi come immobilizzato la mia mente.</p>
<p>E’ totalmente reale che per il tempo che ne è seguito io non sono più stato capace di scrivere di vino (ed il mio sito, da più di un bel po’ a secco, ne è la riprova).</p>
<p>Avevo attraversato in quella serata i sapori più buoni che mi fossero mai capitati. Nella mente non mi appariva altro, non poteva esserci più altro. Ero in una sorta di shock da estasi. In un abbaglio accecante. Non mi andava nemmeno di assaggiare altri vini, come se lì avessi toccato una gioia, una perfezione, un piacere non più superabile e nemmeno avvicinabile. Avevo la sensazione che dall’intero mondo del vino io non potevo raccogliere più altro. E dovevo ormai cambiare appunto interessi, curiosità, argomenti, vita.</p>
<p>In questa stasi, anche di sofferenza, dopo alcuni giorni di vera e propria paralisi, ho ripreso tra le mani quello “strano e complicato romanzo”, che mi porto appresso da più di vent’anni.</p>
<p>E’ stato come se l’assaggio di questi vini mi avesse scosso al punto da farmi ritrovare, ma in un altro verso e in un’altra direzione, finalmente chiarezza, lucidità, intuizioni. E nell’arco e nel lavoro dei mesi successivi sono riuscito alla fine a completare e chiudere definitivamente tutte le storie del romanzo (ora devo trovare l’editore, ma vabbé).</p>
<p>C’è però ancora un’azienda che ha segnato, a mio avviso, profondamente il territorio e la moderna storia dei vini di Bolgheri, con un’idea, uno stile, un’intensità tutta propria, particolare e diversa. Mi riferisco a Le Macchiole. Che si apre (come sempre è l’uomo ad agire, mettere in discussione, creare) su un personaggio ed una storia.</p>
<p>Con Eugenio Campolmi, persona in questo caso (e finalmente) nata e cresciuta a Bolgheri, ho avuto soprattutto lunghe conversazioni telefoniche. Poco sapevo del suo prima. Lui mi ha raccontato di essere stato un ragazzo scarsamente interessato agli studi, un po’ svogliato.</p>
<p>La sua famiglia comunque già nel 1975 aveva comprato un podere, appena verso il mare, per fare vino. Ma la costruzione, qualche anno dopo, della Variante-Aurelia che dovrà passare proprio sopra quel loro terreno, porterà in breve all’esproprio.</p>
<p>Da questa vicenda, che può inizialmente sembrare una disgrazia, nasce invece una fortuna. Perché il ragazzo, ormai cresciuto e colpito nel frattempo da una folgorante passione per i grandi vini, individua alcune aree più nell’interno di Bolgheri, dal terreno più complesso e posto più in alto, su cui impiantare vigne fitte, per tentare il massimo in qualità.</p>
<p>A partire dunque dal 1983, divisi per parcelle, i terreni vengono via via studiati per individuare non solo i vitigni più idonei, ma anche i cloni e portainnesti più vocati in quel particolare contesto.</p>
<p>Sarà sua inoltre l’intuizione a puntare sul Cabernet Franc come vitigno a maggiori potenzialità del territorio, così come l’idea che il meglio della produzione vada vinificato e imbottigliato poi separatamente, come monovarietà.</p>
<p>Con il 1989 nasce così il Paleo (che dalla 2001 sarà appunto costituito da solo Cabernet Franc). Con la ’94 fanno la loro apparizione il Merlot Messorio ed il Syrah Scrio. E a partire dal 2002 le vigne saranno condotte interamente in biologico.</p>
<p>Bassissime le rese. Barrique praticamente nuove per ognuno di questi vini ed anche in tempi assai abbondanti. Prendono allora corpo dei rossi meravigliosi, concentratissimi, ma inizialmente assai duri, tesi, di splendida fattura ed anche rigorosissimi, ancora pieni di nervosità, tutti tendini e muscoli, con una forte combinazione tannini-legno-acidità e la necessità dunque di molti anni di vetro poi per formarsi, crescere, aprirsi e concedere il loro mondo di aromi e sapori.</p>
<p>Mi piacevano molto, lunghissimi di persistenza, anche se davvero crudi al primo impatto. Volutamente non avevano in sé quella morbidezza cremosa, matura e generosa che porta comunque i vini a darsi, in particolare poi quando venivano presentati a 3 anni dalla vendemmia. Erano nei fatti vini nati per affinarsi e definirsi molto nel successivo tempo di bottiglia.</p>
<p>D’altra parte io dovevo recensirli allora, quando erano in commercio e non certo 10 anni dopo. Capivo e sentivo che quei rossi possedevano un potenziale enorme. E nello stesso tempo il punteggio che ero obbligato a dare doveva tener conto di quello che erano ed esprimevano però in quel momento.</p>
<p>Insomma ero nel dilemma, coscientemente consapevole di quanto il punteggio non dica nulla del vino. Inevitabilmente fotografa un bambino con il peso e l’altezza di quel momento. Così negli articoli cercavo soprattutto di spiegare il Paleo, il Messorio, il loro carattere, il valore. Mi raccomandavo poi di saperli conservare a lungo. E qui ho un ricordo di Eugenio che ancora mi brucia e di cui mi vergogno, che fa veramente capire quanto la vanità renda totalmente stupido il genere umano.</p>
<p>Dovevamo essere nei primi mesi del 2002. Avevo recensito i vini de Le Macchiole su Repubblica. Avevo avvisato l’azienda dell’articolo, ma, dopo un mese, nessuno mi aveva richiamato.</p>
<p>Telefono così ad Eugenio. Lo trovo un po’ taciturno. Gli chiedo del mio articolo, se per caso lo ha letto. Accenno al fatto di non essere stato richiamato … E lì Eugenio mi dice “Sì, ma io sto morendo”.</p>
<p>Aveva quarant’anni. Non mi sarei mai aspettato una cosa simile e rimasi di sasso. Non riuscivo più a fiatare davanti ad una cosa tanto terribile e definitiva.</p>
<p>La moglie Cinzia Merli ha però continuato l’opera di Eugenio con una determinazione tenacissima ed esemplare, che mi ha sempre molto colpito. Devo anzi dire, negli assaggi di tutti questi anni, che lei ha fatto crescere i vini ancora di più, così come del resto maturavano i vigneti (con l’aiuto dell’altro personaggio che ha avuto un grosso ruolo a Le Macchiole sin dalle primissime annate, che è appunto l’enologo Luca Dattoma).</p>
<p>Questi rossi si sono dunque sicuramente ancor più approfonditi e definiti negli anni e rappresentano magnificamente la terza stella di un triangolo, che è la storia iniziale di Bolgheri. Il Sassicaia con la sua incontaminata grazia ed eleganza, i vini dell’Ornellaia con la potente, maestosa sontuosità e ridondante, tracimante, morbida grassezza. Infine Le Macchiole, sicuramente con rossi meno piacioni e facili nell’immediato, ma profondissimi, con una superba trama fitta di intensità, lunghissima, intarsiata, rigorosa e con un’infinità di futuri bagliori.</p>
<p>Se c’è una fine nelle storie è che davvero tutto torna, la vita scorre, ritrova il suo corso, torna a bagnare l’alveo prosciugato.</p>
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<p>Abbiamo così davanti la foto di Elia e Mattia Campolmi. I due figli che dovranno proseguire l’opera dei genitori. Ed è impressionante come il più grande dei due sia il ritratto di Eugenio, mentre il secondo abbia i lineamenti del viso della madre. Personalmente non li conosco, ma auguro loro tutto il miglior futuro e il miglior lavoro. E, per concludere questa introduzione, devo tornare ancora una volta alla mia cantina, che in questi tempi calamitosi e abbastanza deprimenti resta sempre una confortante riserva e miniera di nascoste delizie. Perché tra le ultime bottiglie scovate e che hanno avuto davvero un senso in questi mesi c’è stata quella di un Messorio 1998.</p>
<p>Dicevo che, quasi per una legge di contrappasso, nel nostro lavoro si assaggiano inevitabilmente vini giovani e crudi, imbottigliati da troppo poco tempo, ma ormai sul mercato. Di questi si vuole sapere. Ed è così un continuo, frenetico aggiornarsi su nuove etichette.</p>
<p>Ho già detto poi come i vini delle Macchiole abbiano cromosomi di durezza e tenuta negli anni davvero particolari. Così non mi è parso vero di poter assaggiare un Messorio con 19 anni di età.</p>
<p>Gli effetti della sindrome di Stendhal erano di fatto già scomparsi, ma non la loro memoria. Ed ero ormai nel pieno del lavoro sul romanzo, quando ho aperto questa bottiglia, che è apparsa tanto meravigliosa da diventare una riconciliazione con il vino e con il tempo.</p>
<p>Il colore che avevo davanti appariva totalmente impenetrabile, il naso di un fascino grandioso e di poderosa complessità, con strati quasi rabbiosi (davvero insoliti in un Merlot) di polpa di frutto e inchiostri. E man mano, come il vino si apriva, affioravano e fluttuavano nel loro divenire le prime note ematiche, superbamente tartufate e intimamente dolci.</p>
<p>Con quasi vent’anni di età questo vino appariva giovanissimo ed in grado di poter ancora ulteriormente crescere. Ma oramai la bottiglia era aperta. Dico così dell’indicibilità della bocca. Sentivo come il tempo fosse trascorso dentro questo Messorio, decenni durante i quali io ero vissuto, avevo viaggiato, discusso, assaggiato, mentre questa bottiglia riposava, dormiva (sognava forse?) e cresceva. Così l’impressione sempre provata nei grandi rossi de Le Macchiole a poca distanza dalla loro vendemmia (quella cioè di una loro intelaiatura strutturale fittissima, serrata che sommergeva e imbrigliava di fatto il frutto, rendendo così il vino crudo, austero) finalmente si era dissipata. La trama e l’ordito erano sempre presenti, vividi, forti, ma in tutto questo tempo (che trascorre a volte anche perché si compia qualcosa di positivo e felice) avevano iniziato a disserrarsi finalmente, a schiudersi, rimanendo sempre più ricolmi di colori, di polpe e creme complesse (in un loro altissimo, rigoroso diapason), eppure deliziose, godibilissime ora, che a quella densità di frutti di bosco, inchiostri, goudron, tartufo, tabacco aggiungevano alla bocca una maestosa, densa, conturbante, sontuosa cioccolatosità.</p>
<p>Insomma un grande rosso, da brividi, tra i più buoni mai assaggiati, che lasciava la sensazione di poter elaborare, essere e diventare qualcosa di ancora più grande con ulteriori anni di bottiglia.</p>
<p>Personalmente non so quanti anni io ancora ho, ma questo Messorio ’98 è stato sicuramente un assaggio splendido, che ho pienamente e consapevolmente goduto, una mia tappa nel percorso di appassionato del vino e di come questo possa essere una chiave di lettura del mondo, dell’esistenza, pensando appunto a come il tempo rimane, opera, agisce, ha un senso e compie anche cose di travolgente bellezza.</p>
<p>Questo dunque il mio rapporto e la mia storia durante la prima, fondamentale epoca di Bolgheri. Ed è evidente come abbia poi seguito con la più grande curiosità il suo sviluppo e la crescita successiva di nuovi produttori, proprio perché immense erano ormai le mie attese.</p>
<p>Tutti gli anni del nuovo millennio sono stati così costellati da degustazioni comparate, appuntamenti a volte organizzati dal Consorzio, qualche viaggio, ma più spesso, data l’età sempre più veneranda, con campioni che mi arrivavano a casa.</p>
<p>Ecco, il loro arrivo (e lo confesso anche nei confronti di altri vini italiani che i vari, altri Consorzi mi proponevano) creava uno stacco da tutto il resto e ne faceva un mondo a sé, per quel senso di gioia che provavo nell’assaggiarli. Erano rossi insomma con una loro riconoscibilità territoriale, che potrei definire di soavità ricca, di grazia felice, sempre in una cremosità dolce e un’armonia perfetta tra eleganza e pienezza, carichi di aromi deliziosi dal superiore equilibrio.</p>
<p>Non erano infatti poche le etichette che davano un’interpretazione magistrale dell’uvaggio bordolese, e sempre in chiave toscana, perché quella morbidezza, quella crema, il tessuto stesso e la sua consistenza, la particolarità ed il tono dei profumi avevano dentro di loro una straordinaria ed incantevole, radiosa riconoscibilità.</p>
<p>Ecco, nei migliori vini di Bolgheri ho sempre colto uno stato di grazia degli aromi e del loro corpo, assieme ad un baricentro perfetto dei volumi.</p>
<p>Oltre la simmetrica classicità degli equilibri, mi sembra inoltre, rispetto ai bordolesi di altri territori italiani, che in questi rossi tutto si dilati e cresca, si infittisca, pur rimanendo nei confini di una eleganza deliziosa e incomparabile.</p>
<p>Credo, oltre la composizione dei terreni, che ha di certo un suo peso, giochi qui molto questo elemento climatico e di correnti aeree, di ventilazioni, che dona grande freschezza a tutto l’anfiteatro bolgherese, con davanti il mare ed alle spalle il progressivo sollevarsi delle colline. E’ dunque il continuo alzarsi, girare e rincorrersi di correnti anche nel pieno dell’estate (che resta il momento fondamentale per le uve) a donare quella salubrità, equilibrio e progressione dinamica ad ogni acino ed a segnare poi con quell’allure di incontaminata finezza i vini futuri. Come già non capita, ad esempio, nella Maremma più meridionale, appena 20-30 chilometri più a sud, dove l’insolazione è più forte e meno schermata dai venti, con il risultato di un appesantimento del patrimonio delle uve ed una certa matura mollezza poi nei vini.</p>
<p>Un’ultima nota di memoria infine mi viene dall’esperienza di lavoro. Se ho ricordi ancora positivi dei miei ultimi Vinitaly, sono tutti dentro il “Salotto di Bolgheri”, almeno così io lo chiamavo in quegli anni. Dove prenotavo per tempo l’appuntamento. E lì, in uno spazio separato e arioso, isolato dal bailamme frastornato e vociante che si consumava appena fuori, seduto su una comoda sedia, mi venivano serviti uno dopo l’altro i Bolgheri Rosso e Superiore delle nuove annate, dentro calici rigorosamente avvinati da sommelier competenti e discreti.</p>
<p>Un tempo (meraviglioso e proficuo, pieno di grandi vini, uno dopo l’altro) durante il quale mi si affacciavano nuove etichette con il frutto dei loro sapori, i loro caratteri, i suoni, le tonalità, gli stili, i siti, le diversità nella composizione dell’uvaggio, così come mi apparivano via via luoghi, pensieri e sensibilità differenti.</p>
<p>Ho imparato molto in questi assaggi, ho incamerato informazioni, si sono sedimentate impressioni e idee su quello che andava accadendo a Bolgheri. Quali erano i vini che potevano avere il destino di un grande futuro oppure sembravano invece rimanere in una media, seppur alta (fare qui rossi cattivi è sempre possibile, ma è anche difficile).</p>
<p>E comunque tutto il Vinitaly dovrebbe essere così, un luogo dove poter assaggiare e ponderare con molta attenzione. Mi rendo conto di sembrare esagerato, però ritengo che l’assaggio abbia una sua doverosa sacralità. In fondo si valuta, raccolto lì in quel calice, il lavoro ed il progetto di tantissime persone, che vi hanno speso il loro tempo, il loro ingegno, la loro fortuna. E tutto questo credo che meriti un rispetto ed un’attenzione estrema.</p>
<p>Così ho alla fine smesso di  andare al Vinitaly con la sua sarabanda di stand, di padiglioni surriscaldati e maleodoranti, tra centinaia di incontri e incroci, baldorie frenetiche di bicchieri non sempre puliti e nasi infilati a sentire chissaché, fiati pesanti che ti parlano e da cui occorre fuggire con la massima fretta …</p>
<p>Torno così alla finalità di questo lavoro: indicare quei Bolgheri ancora poco conosciuti oggi. Quelli che mi sono apparsi, negli assaggi di questi ultimi anni, i più vicini (per qualità, continuità, bellezza, per la lucentezza e il respiro che posseggono) a diventare molto famosi, ad essere in futuro nominati, premiati e contesi. I rossi a cui mi affido, se voglio trascorrere una bella serata, non so, un’occasione, festeggiare il ritorno di mia figlia (è un’anima davvero errabonda, quanto bella e nobile) o colpire la fantasia, il gusto di ospiti e persone amiche con etichette che non conoscono.</p>
<p>Sono grandi vini che escono dai cliché, dalle consuetudini, dalle ovvietà, dai margini noti. Ed hanno sicuramente molti, ulteriori spazi di crescita, ora che sono in bottiglia (ma soprattutto e inoltre nelle vendemmie a venire), nascendo da vigne oggi ancora piuttosto giovani.</p>
<p>C’è bellezza e talento in questi rossi e c’è dunque vita, movimento, futuro, il fascino di quello che sarà. Ma sono anche l’indicazione dei decenni di lavoro che si è fatto a Bolgheri, le verifiche sui vitigni, fittezze, portainnesti. La qualità e la magia inoltre che qui manifesta in particolare il Cabernet Franc, che ormai molte aziende propongono in purezza, con il suo carattere proditorio, con una personalità che sorprende di vendemmia in vendemmia, un’aromaticità ed una verticalità che nessuno immaginava 20-30 anni fa, quando invece sembrava il Cabernet Sauvignon il grande vitigno di riferimento. Per non parlare poi (minori nel numero) anche di alcuni grandi Merlot che qui sono nati.</p>
<p>Vorrei tuttavia spendere le ultime parole su una considerazione intorno all’uvaggio bordolese. Questa rincorsa al vino da monovitigno mi sembra l’importante tappa di una necessaria ricerca, che ha portato alla scoperta di vigne e di sicuri grandi vini con etichette superbe, che ovviamente andranno mantenute e, se possibile, ulteriormente migliorate con la maggiore età delle vigne e la progressiva esperienza incamerata.</p>
<p>La ritengo tuttavia anche la riprova di un momento iniziale, di un primo step nella giovane storia di Bolgheri, la dimostrazione di quanto si stia indagando in vigne e siti, incamerando un patrimonio di dati che saranno futuri e fondamentali punti di riferimento.</p>
<p>Personalmente però io sono dell’avviso che l’uvaggio bordolese contenga dentro di sé diverse marce in più come ulteriori possibilità espressive. Ed in questo senso proprio l’approfondimento dell’esperienza sui singoli vitigni può portare a qualcosa di ancora più esaltante nel loro mix, frutto della selezione dei migliori risultati ottenuti dai tre vitigni (quattro, se in vigna si ha anche il Petit Verdot).</p>
<p>Sull’etichetta da uvaggio insomma ritengo che i produttori dovrebbero credere molto di più. Un vino che di volta in volta potrebbe, a mio avviso, dare il massimo risultato in ognuna delle aziende di Bolgheri, certamente diverso nella composizione da produttore a produttore ed anche in base appunto a quello che in ogni vendemmia la natura ha saputo offrire nella qualità dei singoli vitigni.</p>
<p>Però la possibilità di dosare al massimo quanto ognuna di queste varietà possiede (similari per un certo mondo aromatico, ma differenti nel carattere, nell’umore, nel peso, nel volume, nella profondità e nella disposizione a concedersi) è un’opportunità splendida ed incomparabile, una tavolozza bianca da saper riempire ogni anno di colori, aggiungendo note, sfumature e suggestioni. Toccando così la complessità più profonda di un suono orchestrale, dove saper dimostrare appunto il gusto, la capacità, l’estro, la bravura ed il sentimento del miglior produttore di vino, il suo senso estetico e la capacità di dominare e sfidare quello che è il tempo. Perché questi rossi possiedono, fermi e racchiusi dentro di sé, i cromosomi per crescere davvero per molti, favolosi decenni.</p>
<p><b>A breve uscirà la seconda parte “I Grandi Emergenti di Bolgheri”</b></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com/bolgheri-e-la-nostra-storia-sassicaia-ornellaia-le-macchiole/">Bolgheri e la nostra storia Sassicaia, Ornellaia, Le Macchiole</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com">I migliori vini della nostra vita</a>.</p>
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		<title>Il Chianti Classico, Riecine e una riconciliazione</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2016 10:25:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[2016]]></category>
		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>In quella che è stata la mia storia il Chianti Classico ha ricoperto il ruolo di territorio più ricco e sorprendente per tutti gli anni ’80 e ’90. Quando ogni nuovo viaggio mi confermava come lì nulla rimanesse statico, con continui nuovi vini ed etichette ad apparire, ad incuriosirmi. E tutti gli assaggi diventavano pure avventure dello spirito, in un fuoco d’artificio di ipotesi e sapori, dentro quello che è stato per vent’anni il nostro più grande laboratorio a cielo aperto di sperimentazioni gustative e dunque estetiche.</p>
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<p><b>Riecine di Riecine 2012       93-94</b></p>
<p><b>Riecine di Riecine 2011       92-93</b></p>
<p><b>La Gioia 2012                      92</b></p>
<p><b>La Gioia 2011                      92</b></p>
<p><b>La Gioia 2010                      91      </b></p>
<p><b>Chianti Classico 2013         86-87</b></p>
<p><b>Chianti Classico 2012         88</b></p>
<p><b>Chianti Classico 2011         87-88</b></p>
<p>In quella che è stata la mia storia il Chianti Classico ha ricoperto il ruolo di territorio più ricco e sorprendente per tutti gli anni ’80 e ’90. Quando ogni nuovo viaggio mi confermava come lì nulla rimanesse statico, con continui nuovi vini ed etichette ad apparire, ad incuriosirmi. E tutti gli assaggi diventavano pure avventure dello spirito, in un fuoco d’artificio di ipotesi e sapori, dentro quello che è stato per vent’anni il nostro più grande laboratorio a cielo aperto di sperimentazioni gustative e dunque estetiche.</p>
<p>Sono cresciuto e mi sono formato in quei luoghi, dove lavoravano le migliori immaginazioni e personalità del nostro vino (anche se molto spesso lontane e distanti nelle ipotesi e nelle idee), riunite però in un rettangolo in fondo di non troppi chilometri, a ridisegnare vigne e metodologie. Mettendo in discussione tutto, vitigni, uvaggi, portainnesti, sistemi di allevamento, fittezze, tecniche di vinificazione, legni. Sfidandosi certamente tra di loro, ma molto più spesso sfidando l’assoluto e l’intentato (anche quando si voleva essere il più possibile vicini alla tradizione). Compiendo comunque in un paio di decenni la distanza che andava dalla preistoria del vino al viaggio sulla luna. E raccogliendo un patrimonio di informazioni, di cui hanno poi beneficiato tutti gli altri territori della Toscana, oltre che dell’intera Penisola.</p>
<p>Il mio primo viaggio in Chianti Classico era stato nella primavera del 1974, solo qualche settimana dopo quello a Montalcino. Nella mente un corredo di articoli di Veronelli e un’infinita curiosità di capire, di assaggiare.</p>
<p>Ma era tutto primordiale allora. Ogni passaggio doveva ancora avvenire. E a tramortirmi nella sequela delle sue colline c’era soltanto la bellezza abbacinante del paesaggio.</p>
<p>Spesso fermavo la macchina per fissare meglio gli scorci che apparivano oltre un crinale, all’improvviso. Non avrei parole da poter utilizzare oggi. Ognuna è stata così logorata e mortificata, abusata. Ma c’era davvero qualcosa di stupefacente dentro quelle linee che vedevo per la prima volta, una radiosità di colori e di quinte che si susseguivano sempre più sfumate, uno splendore che mi tramortiva, con la sua natura raggiante, boscosa, benigna, e accanto, ma appena con un suo tocco leggero, posato man mano nei secoli e ogni volta con gusto, con discrezione, quasi a non voler apparire, l’esistenza dell’uomo, la sua mano civile, giusta, il senso di un’idea. Un casale, una minichiesa sulla cresta della collina con il colore di quelle stesse pietre, qualcosa dentro cui abitare o rimanere a pregare, fissando attorno quegli spazi supremi.</p>
<p>Non avevo allora nemmeno padronanza delle strade che si inerpicavano nei borghi. Quella prima volta pronunciai il nome di un paese che mi pareva uno scioglilingua musicale. “Scusi, la strada per arrivare a Gàiole …?” domandai in un incrocio. E la ragazza mi guardò, scoppiando quasi a ridere. “A Gaiòle” disse dopo.</p>
<p>Viaggio dopo viaggio scoprivo Radda, Panzano, Làmole, Castellina, i loro luoghi. A rivederli nella memoria, sembrano passati 2 secoli per quanto si sono modificate le cose e moltiplicati poi i produttori, nati e cresciuti vini che allora non si potevano nemmeno immaginare.</p>
<p>Andavo in quella primavera del 1974 alla caccia di piccoli produttori dai vini giovani e gustosi, ma ancora molto semplici, spesso rustici. Ricordo il Chianti di La Bricola, di Montoro e Selvole, il Le Pici. Sconfinavo poi fino all’Impruneta per la superba Riserva 1970 di La Querce.</p>
<p>Quello che si sarebbe cominciato ad elaborare da lì a poco era il tema del Sangiovese, se tentarlo da solo e al meglio, in un’area dove storicamente era prevalsa l’idea di un mix di vitigni. Abbassando drasticamente le rese, reimpiantando a maggiori fittezze, rinnovando il parco legni.</p>
<p>Sarebbero iniziate così le avventure di personaggi e aziende oggi famose. Ma, se vogliamo porre una data e segnare uno spartiacque nella futura storia di questo territorio, dobbiamo partire inevitabilmente da un vino, che è il Tignanello 1971.</p>
<p>La sua uscita in commercio è da collocarsi tra la fine del 1974 e l’inizio del 1975. Per lo meno io, che ero una sorta di appassionato follemente seriale ed anche compulsivo, ne lessi in quel tempo sul poco di stampa che c’era allora e comprai le mie bottiglie. In contemporanea al Sassicaia 1968, distribuito nei suoi primi anni proprio da Antinori. Ricordo che anche il prezzo (intorno alle 5.000 lire) era simile.</p>
<p>Tralascio ora il tema del Sassicaia, perché voglio riprenderlo più in là, in un lavoro interamente dedicato ai vini di Bolgheri. Ma l’impatto che offriva il Tignanello ’71 nel panorama del tempo era fortissimo. Un vino chiantigiano, ma assolutamente non paragonabile a nessun altro nel territorio. C’era una tale modernità, una tale diversità di concezione che lasciava sbalorditi, c’erano anni-luce di differenza rispetto agli altri vini degli anni ’70.</p>
<p>Io ne ero entusiasta, un rosso totalmente nuovo, dal frutto pieno, giovane e delizioso, che apriva di colpo ipotesi, spazi inediti, morbidezze, che faceva venire idee, lampi. E superava così di 10.000 spanne i Chianti Classico Riserva di quegli anni, sempre un po’ maderizzati, asfittici, vecchi, secchini, scarichi, sfiniti, in una parola, vini tristi.</p>
<p>Nel mio gusto in formazione il Tignanello ’71 (ed il Sassicaia ’68, come poi racconterò) ha avuto un’influenza enorme. Un po’ come quando, sedicenne, ero obbligato all’estenuante lettura ed analisi, pagina dopo pagina, rigo dopo rigo, dei Promessi Sposi. E all’improvviso scoprivo i romanzi di Stendhal, Dostojevskij, poi Proust, Kafka, Mann, Joyce.</p>
<p>Un salto nel futuro e nell’essere vivi. Quel vino portava finalmente la nostra enologia dentro il XX secolo, dava una sterzata, una ventata e una linfa nuova. Non era certo l’unica possibilità (i vini sono grandi nel loro prodigioso ventaglio di ulteriori spazi e linee), ma offriva finalmente un varco, un cammino, una concezione. Ed era poi buonissimo.</p>
<p>Io ne feci incetta, nei limiti delle mie possibilità di giovane insegnante. Ne compravo almeno 2-3 al mese, quando prendevo lo stipendio. Acquistavo soprattutto in un’enoteca di Campo de’ Fiori, andando ad esaurire a poco a poco le loro scorte. Ricordo ancora il proprietario, che ormai mi riconosceva, domandarmi una delle ultime volte, un po’ in forte sospetto e a malomuso “Ahò, ma che te le rivendi?”.</p>
<p>Il grande vino moderno doveva dunque avere un frutto vivo, ricco, nitido e per questo andava ripensato in vigna, riuscendo ad ottenere grappoli più maturi, concentrati e densi, dal bel grado zuccherino. Ed assai diverso doveva essere poi il controllo dei mosti in cantina ed infine del tempo di legno, della loro qualità, dimensione e freschezza.</p>
<p>Da lì cambieranno un po’ tutte le idee e i movimenti, le dinamiche tecniche del nostro vino rosso. Ma è bene sapere come quel Tignanello ’71 fosse molto avanti nei tempi, troppo nei confronti del gusto del consumatore nazionale ed in fondo anche del mercato estero, che in quegli anni si aspettava tutt’altro da un vino italiano.</p>
<p>Quel 1971 fece così molta fatica ad essere completamente venduto (nonostante gli sforzi volenterosi di qualche timido insegnante) e verrà poi riproposto solo dalla vendemmia 1974 e su una tiratura di bottiglie (per quei primi anni successivi) decisamente più bassa.</p>
<p>Ma c’era qualcosa d’altro in quel Tignanello a far discutere, a sparigliare, ad accendere le menti, le discussioni, i pareri, gli scontri. La presenza cioè al suo interno di una percentuale consistente (25-30%) di Cabernet Sauvignon. Questo cambiava la filosofia, l’idea, la strategia, cambiava certamente anche il gusto del vino. In un territorio che si andava lanciando proprio in quegli anni con i suoi primi nuovi pionieri, che andavano valutando il personale progetto di come fare un grande rosso in Chianti Classico.</p>
<p>Per questo il Tignanello ha svolto anche il ruolo di spartiacque. Bisognava decidere già dalla nuova vigna, se seguire il suo solco e andare magari ancora oltre nel percorso o separarsene invece completamente. E siccome nel nostro paese viviamo tutto in modo viscerale ed anche partigiano, spesso ho sentito raccontare questo momento come uno schierarsi etico, filosofico, un vero e proprio “da che parte stare”.</p>
<p>Ma oltre a capire il clima del tempo occorre anche avere davanti il panorama del nostro vino in quei suoi primordi e quali punti di riferimento ci fossero per chi puntava ad un rosso importante, complesso, longevo da monovitigno autoctono, che in Chianti Classico era appunto il Sangiovese.</p>
<p>Nonostante le distanze territoriali, ritengo che per tutti un riferimento di forte aurea e storia fossero il Barolo ed il Barbaresco, da un vitigno appunto diverso e particolare come il Nebbiolo. Più vicino e con meno storia c’era poi l’esempio del Brunello, che partiva invece proprio dallo stesso vitigno chiantigiano ed andava allora allargando anno dopo anno il numero dei suoi produttori, iniziando una sua fortuna anche commerciale che lasciava molto pensare.</p>
<p>Quando poi ho iniziato a scrivere di vino un primo panorama era già delineato. Ed io che ero vissuto fino a tutti quegli anni come ai margini del suo mondo (un dilettante esterno, appassionato delle sue dinamiche, che cercava di mettersi alla pari, controllando tutte le novità in enoteca, aggiornandosi con la nuova stampa e le nuove guide che uscivano), avevo da lì finalmente una chiave di ingresso per quell’universo che mi affascinava e di cui ero curiosissimo.</p>
<p>Ricordo come qualcosa di esaustivo la gioia del mio primo articolo che usciva su Repubblica nella Pasqua del 1987. Poi non ci si fa più caso, tutto rientra in una consuetudine, una ovvia routine di mestiere. Ma quella prima volta è come se ti segnasse, ti esplodesse dentro, immunizzandoti da ogni futuro dolore. E venivo fuori inoltre, assieme a mia moglie, da molti mesi di gravi vicissitudini e preoccupazioni, con nostra figlia nata nell’anno precedente fortemente prematura (ma, tanto per dare subito il finale, lei è oggi una giovane bellissima, con i suoi giusti tormenti di illustratrice grafica ed artista, <a href="http://www.donnamymistake.com">www.donnamymistake.com</a> , se vi va per caso di dare un’occhiata. E qualche frammento di sue vecchie opere le ho pure utilizzate nel mio sito).</p>
<p>La gioia che mi capitava così di essere pubblicato confesso di averla vissuta in quei giorni anche come un premio, un contrappasso del destino e della sorte che ti concede respiro finalmente, dopo averti messo tanto alla prova, averti portato davanti ad un precipizio che ti fa perdere tutto.</p>
<p>Adesso dunque potevo conoscere i produttori, parlare con loro e così con gli enologi, ascoltare, imparare, fare confronti, approfondire. Come degustatore, come assaggiatore sono nato di fatto allora. Mi sono formato in quegli anni di test continui, comparati, in cui incameravo il Sangiovese di Castenuovo Berardenga oppure di Gaiole, di San Casciano o di Greve, poi di Vagliagli. E da solo o assieme al Canaiolo oppure al Cabernet Sauvignon, al Merlot.</p>
<p>Non ne ho mai fatto una questione etica, sui vitigni, né di schieramento. Credo occorra del buon senso. Sempre. Io mi chiedevo, con tutta la sincerità e l’onestà possibile, se quel vino fosse buono o no. E poi quanto, fino a che punto buono. Se tanto, tantissimo o fosse solo ad un livello medio. Se dentro quel bicchiere ci fosse qualcosa di straordinario o soltanto il risultato di una buona tecnica. Se insomma il rosso che avevo nel calice potesse crescere ancora, in prossimi passaggi, in correzioni, in future vendemmie, se ci fossero ulteriori margini per diventare davvero emozionante oppure no.</p>
<p>Era una appassionante e pura ricerca estetica ed è la cosa bellissima di questo lavoro, che ricorderò e mi rimarrà dentro per sempre. La scrittura poi è successiva. Non nego che amo molto la mia lingua, mi piace scrivere e mi pongo dei problemi, proprio di composizione, su come far arrivare al lettore quanto ho percepito e capito nell’assaggio. Ma tutto questo viene dopo, è la resa in parole di quanto si è avvertito.</p>
<p>L’irripetibilità e l’emozione, quando c’è, quando l’assaggio è meritevole, arriva prima ed è la molla del tutto, che rende unico e magnifico il senso di questo mestiere. Si comprende cosa significa sentire qualcosa che non esisteva, che va oltre la nostra vita precedente, che si proietta nel futuro e gli dà presenza. La vera parte nobile, spirituale e misteriosa del vino.</p>
<p>Ma, per tornare a quel tempo, il metro ed il riferimento, la concezione del buono che tutti noi avevamo allora si fondava inevitabilmente su quanto eravamo riusciti ad assaggiare e conoscere in quegli anni. Nel caso del Sangiovese, su quanto di fatto si era riusciti finora a creare, perché tutti quanti noi, produttori, enologi, assaggiatori eravamo in un territorio inedito, dai confini possibili, sicuramente superabili, ma al momento completamente sconosciuti.</p>
<p>Per me dunque non aveva importanza quali vitigni ci fossero dentro (le migliori etichette del resto portavano la dicitura di “vino da tavola”, libere cioè da ogni vincolo), mi interessava solo se fossero buoni. E certamente mi chiedevo a quel punto anche perché. Ci ragionavo sopra. Se fosse dovuto al sito, ai vitigni, alla bravura dell’uomo &#8230;</p>
<p>Ho avuto la ventura di stringere subito una sincera amicizia con due personaggi che di fatto esprimevano due visioni contrapposte. Sergio Manetti a Monte Vertine era il punto di riferimento per un grande rosso da vitigni chiantigiani classici. E poi Alceo Di Napoli, uno straordinario, autentico principe vignaiolo, che nel suo Castello di Rampolla a Panzano coltivava Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Progettava anzi sin dai giorni della nostra conoscenza una nuova vigna a grande fittezza su cui impiantare solo quel vitigno bordolese.</p>
<p>Ricordo pochi anni dopo, una sera dei primi di aprile del ’91. Eravamo in pieno Vinitaly, invitati a cena da un produttore veneto. Avevo Giacomo Tachis di fronte a me, quando arrivò la notizia della morte di Alceo. La fronte di Tachis, che era suo amico fraterno, si aggrottò, incisa come da una coltellata. Poi lui si alzò, scomparve.</p>
<p>Io rimasi intontito, mentre mi raccontavano che Alceo si era sentito male proprio su quella sua vigna tanto desiderata, era caduto giù quando si stavano ormai impiantando le ultime viti.</p>
<p>Pochi giorni fa ho riassaggiato il Vigna d’Alceo ’96, prima vendemmia, prodotta poi dai figli che ne hanno meritoriamente continuato l’opera. Una bottiglia scovata all’improvviso, per caso (ma esiste il caso?) nella mia cantina, mentre cercavo altro.</p>
<p>Un rosso di 20 anni, nato da piante di fatto bambine. Ed era un vino straordinario, dal colore impenetrabile, dal naso succoso e profondo, ricchissimo di complessità, con tannini setosi e nobili ed un gran frutto masticabilissimo e solenne. Un rosso meraviglioso che, a dir poco, rende onore alla terra e agli uomini che l’hanno generato.</p>
<p>Sbagliato allora impiantare vitigni bordolesi in Chianti Classico? Anche in quei primi anni mi sembrava folle solo pensarlo.</p>
<p>Ma certo il grande tema del territorio era logicamente il Sangiovese. Cosa poteva essere, cosa poteva diventare, fin dove poteva arrivare questo vitigno?</p>
<p>Ho vissuto 15 anni sulle sue tematiche e sui suoi assaggi, legandomi a grandi amicizie con produttori ai loro primi passi importanti, assieme a cui condividevo impressioni, perplessità, esaltazioni, dubbi e la gioia poi, la sorpresa su una grande annata ancora nei legni che mostrava orizzonti molto più ampi, articolati, complessi. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/Panzano-in-Chianti_Fototeca-Unione-Viticoltori-dii-Panzano-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-358" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/Panzano-in-Chianti_Fototeca-Unione-Viticoltori-dii-Panzano-2.jpg" alt="panzano-in-chianti_fototeca-unione-viticoltori-dii-panzano-2" width="3425" height="1927" /></a></p>
<p>Félsina, Fontodi, Ama, Montefili, Capannelle, Isole e Olena, Fonterutoli, San Giusto a Rentennano, poi La Massa sono stati i luoghi di tutto questo tempo. E sono un pezzo della mia vita che mi resta indelebile nella memoria, perché quei viaggi erano una gioia ed una crescita, legati, come sempre nel vino, anche al piacere dei racconti, al sapore di cibi magnifici che poi li accompagnavano a pranzo, all’essere in pace con se stessi e con gli altri attorno, alla civiltà della parola, dello stare a tavola e così ricordare, confidarsi, aprirsi, guardare anche nel presente con la sua attualità, dentro la sua storia senza sentirsi soli, immaginare il mondo, osservare le utopie e le vicissitudini, anche la sua politica, che per noi in quegli anni non era una cosa losca.</p>
<p>Si erano andati man mano sviluppando così in quei due decenni tutta una serie di filoni di ricerca, che approdavano poi, dopo vendemmie sperimentali, ad etichette di vini definiti.</p>
<p>Un percorso, forse piccolo sul piano delle quantità, ma assai importante su quello della scuola e dell’acquisizione di dati per giungere ad un rosso superbo (dall’impostazione della vigna alle tecniche di cantina), era quello che aveva fatto nascere vini in purezza da vitigni bordolesi (valga per tutti l’esempio dell’Apparita). L’altro più grosso fiume era dato, come già detto, dalle nuove vigne di Sangiovese. Che approdavano poi ad etichette da questo vitigno in purezza, rare volte con la dicitura di Chianti Classico, assai più spesso imbottigliate come “vino da tavola”.</p>
<p>Esisteva poi la terza possibilità, assai tentata e diffusa per la verità, di continuare cioè il filone del Tignanello, mischiando il Sangiovese ai vitigni bordolesi.</p>
<p>Alla lunga, come più verificavo, mentre tali etichette crescevano nel numero, questa terza ipotesi iniziò a non convincermi più, a stancarmi.</p>
<p>Era il Chianti Classico un territorio a cui mi sentivo legatissimo e non potevo tacere, fare il pesce in barile dicendo che era tutto buono e splendido. Quei rossi, tecnicamente anche assai ben fatti, mi apparivano sempre più come degli ibridi, avevano perso il sapore, le caratteristiche del Sangiovese ed accennavano appena al profilo dei bordolesi (che essendo vitigni aromatici “marcavano”, anche in percentuali minoritarie), ma soltanto, è questo il punto, come delle loro pallide, diluite brutte copie. Non erano insomma più una cosa e non erano nemmeno l’altra. Comunque non mi sembravano vini immortali e quel territorio poteva, a mio avviso, esprimere molto di più.</p>
<p>Ne scrissi per anni, come editorialista esterno nella rubrica “Contrappunto”, che curavo sul Gambero Rosso. Coniai quella definizione di Gran Meticcio, che non mi fece guadagnare grandi simpatie tra i produttori e gli enologi chiantigiani. Però credo che in quei vini ci fosse una carenza di personalità e di riconoscibilità. Mi sembravano, esteticamente, delle scimmiottature. Non era quello il futuro che mi auguravo per il Chianti Classico, non era quella la strada per arrivare a rossi assoluti, ma solo un modo per correggere, in una certa parte e fino ad un certo punto, un vino da Sangiovese con dei limiti.</p>
<p>Dopo anni di tentativi e di studi sviluppati da tante aziende, mi sembrava chiaro che rimanessero in piedi le altre due ipotesi per un territorio che mirava ai vini top del mondo. Proporre cioè in taluni casi un uvaggio bordolese in purezza (o da suo monovitigno ovviamente), sapendo di misurarsi a questo punto con le migliaia di altre etichette similari prodotte nel mondo. E con la coscienza così di dover esprimere la grandezza e la vocazione a vini estremi di questo territorio anche su vitigni non storici.</p>
<p>Oppure (e principalmente) produrre un Sangiovese in purezza, là (e se) le vigne e le annate davano un risultato eccelso, avendo in questo caso un rosso di fortissima identità ed originalità territoriale, non ripetibile altrove, perché questo vitigno restituisce profondamente quel particolare terreno, sito, microclima. E l’appassionato, il collezionista, il cittadino del mondo, che vuole conoscere il sapore ed il profumo del Chianti Classico al massimo del suo livello e della sua storicità, solo da un vino del genere può ricevere soddisfazione e risposte.</p>
<p>Ovviamente nell’arco di quel ventennio seguivo anche altri territori e appunto contemporaneamente viaggiavo molto per Montalcino, stesso il vitigno, diverso tutto il suo multiforme areale, poggiato su quattro versanti e con altitudini che andavano dai 200 metri ai 500. Aggiungiamo pure che in quei primi anni erano ancora sostanzialmente pochi i produttori di Brunello e scarso l’apporto di enologi e consulenti.</p>
<p>Per me, che assaggiavo in contemporanea i Sangiovese del Chianti Classico ed i Brunello di Montalcino, appariva chiaro come i primi fossero molto più colti, più elaborati e consapevoli, migliori nella fattura, inappuntabili nella pulizia tecnica, nella raffinatezza di forme. Il Chianti Classico era in sostanza molto più avanti.</p>
<p>Il Brunello inoltre pagava lo scotto di un Disciplinare a mio avviso punitivo, con l’obbligo di una sosta nei legni lunga ben 4 anni (ridotti in quel ventennio di convegni e battaglie a 36 mesi, poi 30 mesi, infine 24 mesi).</p>
<p>Però, nonostante i limiti, la rusticità complessiva in molti produttori e la sensazione di vini già parecchio maturi (proprio per la lunga sosta nelle botti), veniva fuori un altro dato (per lo meno da tutte quelle vigne intorno ai 300 metri che ne rappresentavano la stragrande maggioranza), che cioè le uve di Brunello possedevano in sostanza tutt’altri parametri, come un’altra misura e densità. Il vino aveva un superiore estratto, una massa più grassa, un corredo più ampio e concentrato. Un rosso insomma completamente diverso. Nonostante poi fosse più basso in acidità (in particolare nel versante di Sant’Angelo e Castelnuovo), quel Sangiovese dimostrava negli anni di botte una sua particolare e straordinaria forza espansiva, riusciva cioè a fondersi nei legni (quanto più questi erano buoni e nuovi), ad intridersi, a cremizzarsi, ad ampliarsi, a dilatarsi, fino a sensazioni di straordinaria complessità, dolcezza, originalità.</p>
<p>Insomma in concreto la materia prima era splendida. Poi c’erano molte altre cose da rivedere sui passaggi di cantina. L’uso e la qualità del legno si poteva discutere. Si partiva in sostanza da una cultura al grande vino che a Montalcino era stata minima, con dunque ancora molto da studiare, tentare e migliorare. Le basi delle uve però erano grandiose. Ed è chiaro che, vendemmia dopo vendemmia, durante tutti gli anni ’90 i risultati crescevano esponenzialmente. L’arrivo poi anche di nuove culture e proprietari da fuori Montalcino stava dando un suo apporto sostanzioso, per non dire fondamentale.</p>
<p>Contemporaneamente in Chianti Classico però, come più si avvicinava la fine del vecchio millennio, cominciavo ad avvertire sensazioni meno entusiasmanti, come se lì si andasse invece perdendo velocità. Insomma le recenti vendemmie che si aggiungevano e che verificavo mi sembrava che non portassero più novità sostanziali. Si era ormai fermata anche la corsa di nuove aziende che comparivano con etichette importanti. Questo però non era così rilevante e significativo. E’ che i vini già noti, che seguivo da sempre, se prima crescevano instancabilmente ad ogni nuova annata, arricchendosi in tasselli di profumi, eleganze, complessità, spessore, ora mi apparivano invece come fermi o in qualche modo al passo. Insomma, a mio avviso, i migliori vini da Sangiovese si stavano ripetendo nei risultati, non andavano più oltre, come se avessero in quegli anni toccato un loro acme ed il picco di cime non più superabili. Avevo in parole povere l’impressione che la forza propulsiva e creativa in Chianti Classico si andasse via via esaurendo.</p>
<p>E’ una cosa che continuò a confermarsi per alcuni anni. Ed inoltre mi sembrava che ci fosse anche un problema di focalizzazione su quel Sangiovese, la cui grandezza e bellezza (a parte le aree più calde, ad esempio, di Castelnuovo Berardenga) era nell’altezza dei profumi, nell’eleganza e nell’acutezza dei tratti. A differenza di Montalcino, che esprimeva un Sangiovese grasso, poderoso, alcolico, largo, anche ruvido, che il tempo di legno poi educava, svelleva dei suoi spigoli, quello del Chianti Classico, nascendo in un microclima più freddo e quasi sempre da vigne più alte, era decisamente più duro e nervoso, con un insieme di forme più snelle, lucide, svettanti. Un patrimonio sicuramente profondo, ma al tempo stesso delicato come un cristallo e dunque anche più difficile da plasmare, che andava probabilmente più assecondato nelle sue caratteristiche di levità, di fragranza, di mineralità, piuttosto che essere invece superconciato e concentrato nei legni.</p>
<p>La stessa formula moderna del Sangiovese + barrique (utilizzata da un po’ tutti quelli che nella mia classifica erano i migliori produttori) iniziava a lasciarmi dei dubbi, mostrandomi i suoi limiti di ripetitività. I profumi ed il frutto del vitigno mi apparivano sempre più come soffocati, raggelati, compressi nella massa di quello sbuffo dolce di vaniglia e tostato, che ne sigillava e racchiudeva i tratti, rendendo così ognuno di quei rossi omogeneo, similare.</p>
<p>Quello che mi aveva tanto affascinato ed emozionato negli anni ’80, replicandosi di continuo, stava dunque perdendo man mano il suo fascino. Ed è inoltre strano, visto, come ho già detto, il dispiegamento di forze e di intelligenze del vino a disposizione e al lavoro su quelle vigne.</p>
<p>Possibile che non ci fosse un altro modo, un’altra idea da sviluppare su quel Sangiovese per mantenere l’integrità inconfondibile ed il puro nitore del suo frutto, per valorizzare al meglio quel patrimonio di profumi, di sapori?</p>
<p>Comunque ad un certo punto mi sembrò che tutto fosse ormai un po’ troppo visto e sentito. Avevo davvero l’impressione di una stasi, di un fermo. Quei vini non mi emozionavano più. Ed io sono un’anima in pena, che ha sempre bisogno di nuove suggestioni, di nuovo stupore.<a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/sergio-manetti-new-1152x759.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-359" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/sergio-manetti-new-1152x759.jpg" alt="sergio-manetti-new-1152x759" width="1152" height="759" /></a></p>
<p>Ci fu un avvenimento allora che mi turbò profondamente. Ho già detto che ero molto legato a Sergio Manetti ed ai suoi vini di Monte Vertine. Lui era per me un punto di riferimento importante, tra le prime persone che avevo conosciuto in Chianti Classico e che stimavo enormemente.</p>
<p>Sergio era stato male negli anni precedenti, ma, dopo un’operazione, sembrava tutto superato e risolto.</p>
<p>Eravamo verso la fine della vendemmia 2000, quando Sergio mi telefonò. Strano, era dopo cena. La sua voce sempre roca, ma molto affaticata stavolta, mi disse di colpo “Sto morendo. Mi piacerebbe rivederti”.</p>
<p>Ne ho i brividi e una memoria costante. Quelle parole e quel tono mi rimbalzano ancora nella mente. Non mi ricordo invece cosa fui capace di dire. Ero pietrificato. Dentro di me provavo a cancellare la notizia, a minimizzarla, a tentare qualcosa di impossibile davanti alla crudezza di quegli istanti.</p>
<p>Non so con che parole, ma promisi di andare, che ci saremmo rivisti. Ricordo che fu una telefonata brevissima, un rimandare ogni conversazione alla mia prossima visita. Ma ero terrorizzato. L’ho visto poi con altre persone, con i miei genitori. La morte è come se non riuscissi ad ammetterla. Non la voglio vedere.</p>
<p>Il vino lo vivo come continuità, dialogo, passione, idee, lavoro, attività. E io non volevo guardare Sergio moribondo. Volevo ricordarlo gesticolare, mentre raccontava, parlava, si infervorava. Ma sentivo anche quanta vigliaccheria, quanta povertà, quanta chiusura ci fosse in quel mio comportamento, in tutto quel mio terrore.</p>
<p>Traccheggiavo così. Rimandavo. Valutavo quale potesse essere il giorno giusto per il viaggio, ma non so quanto fossi sinceramente convinto di farlo.</p>
<p>Due settimane dopo mi arrivò la notizia che Sergio era morto.</p>
<p>Non sono più ritornato a Monte Vertine. E i pochissimi viaggi che ci sono stati poi in Chianti Classico li ho vissuti dentro un forte malessere.</p>
<p>Sono cosciente di aver perso così altri amici, di averli delusi, di non aver dato spiegazioni per quel mio non andare più a trovarli. Ma la mia avventura in Chianti Classico, nata nel 1974, sentivo che stava finendo lì.</p>
<p>Sublimavo l’assenza del suo Sangiovese in quei primi anni del nuovo millennio con il Brunello di Casanova di Neri, di Cerbaiona, di Poggio di Sotto. E mi dedicavo poi a nuovi territori come l’Alto Adige, a vitigni come l’Aglianico, il Sagrantino, il Montepulciano, poi negli ultimi anni ai meravigliosi vini di Bolgheri e di tutta l’Alta Costa Toscana.</p>
<p>C’era però anche un’altra azienda dentro quel lotto di produttori chiantigiani che seguivo, che non ho nominato in precedenza, perché merita ora un discorso più articolato. E parliamo appunto di Riecine.</p>
<p>Era, nei primi anni successivi alla fondazione, davvero una miniazienda, con poco più di un ettaro e mezzo di vigna, appena sotto il bel casale restaurato da una coppia di mezz’età. Lui John Dunkley, pubblicitario londinese che non vedeva l’ora di andare in pensione per coltivare il suo sogno nel Chiantishire, e sua moglie Palmina Abbagnano (nipote del filosofo) erano una coppia piacevole e solare. Ed in quella vigna intorno ai 500 metri, interamente esposta a sud sulla vallata di Gaiole, avevano imparato sin dai primi anni ’70 a fare il vino rigorosamente da Sangiovese. Coadiuvati poi vent’anni dopo dall’arrivo di un giovanissimo Sean O’Callaghan, nato nello Sri Lanka, dove il padre inglese dirigeva una piantagione di tè (che, per me che ne ho il culto, con acquisti annuali dall’Inghilterra di selezioni prevalentemente di Assam, per dei tè portentosi e superconcentrati da mitigare appena con un filo di crema di latte, è un biglietto da visita tutt’altro che banale).</p>
<p>Il ragazzo dunque era fresco di studi enologici appena ultimati nell’università di Geisenheim in Germania. Scuola di Riesling così e questo un qualche significato e peso lo avrà poi nella nostra storia, nel senso che lo studio del modello di un grande bianco non può prescindere dal rispetto delle caratteristiche, vorrei dire, antropologiche delle uve.</p>
<p>Mentre un enologo o un produttore è consapevole di poter lavorare sulle uve rosse in modo da portarle verso un determinato risultato. Intendiamoci, non è facile. Ma la differenza finale nei nostri grandi rossi, tra il vino appena svinato e quello che si assaggia dopo anni di cantina e botti dalla determinata tipologia, età e forma, è sostanziale. Dunque, nel migliore dei sensi, l’uomo può cercare di plasmare le sue uve rosse, domarle, portarle dalla sua parte in taluni casi. E comunque il suo pensiero e la sua azione hanno un peso, che può essere anche positivo nell’esito finale del vino.</p>
<p>Le uve bianche sono invece diverse, molto più difficili da indirizzare e piegare. Certo si può lavorare in vigna per tentare risultati migliori, il pensiero e l’azione dell’uomo hanno sempre un loro valore, ma poi conta moltissimo il frutto che quella vendemmia ha dato, che si può lavorare in cantina solo con mano estremamente delicata e leggera, assecondandolo, quasi direi proteggendolo, per valorizzarlo davvero.</p>
<p>Ora questo ragionamento (e compio qui uno spericolato passo in avanti, come in un vertiginoso flash forward) è per dire in sostanza che le uve di Sangiovese di queste meravigliose colline a 500 metri di altitudine hanno qualcosa a che vedere con le caratteristiche delle grandi uve bianche. Ho l’impressione e l’idea cioè che vadano più protette ed esaltate nei loro valori che non domate, plasmate e troppo conciate nei legni, perché questo, per tutta quella che è stata la mia esperienza, poi non le migliora, ma in qualche misura le violenta e le peggiora, comunque le banalizza.</p>
<p>Avevo, ad esempio, durante tutti quegli anni ’80 e ’90, il culto per il Chianti Classico di Riecine, un vino-base, d’accordo, ma tra i più belli ed eleganti della sua categoria, sempre ai primi posti nei miei assaggi. Chiaramente era un vino meno deciso e concentrato rispetto alla sua Riserva ed in particolare a La Gioia, che aveva esordito con la vendemmia 1982.</p>
<p>Per dirla tutta, onestamente e ovviamente, nei miei punteggi il Chianti Classico finiva sempre per raccogliere qualcosa in meno rispetto ai suoi fratelli maggiori. Era oggettivamente un vino più semplice, differente per misura, peso e selezione sin dalla nascita rispetto agli altri due. Mi appariva tuttavia (lavorato in modo più leggero in cantina e con meno legno) come un vino molto più centrato, più in armonia nei propri elementi e parametri, tutti perfettamente valorizzati e in equilibrio. Per fare un paragone un po’ azzardato (ma sì, proviamoci), era come una squadra di Serie B, con giovani calciatori sconosciuti, che gioca però un calcio bellissimo, dove tutti i movimenti si legano e partecipano all’unisono, creando un sincrono di azioni continue, veloci e armoniose, che è un piacere guardare. E squadra dunque che può creare molti grattacapi anche a quelle di rango superiore.</p>
<p>Era (è) un rosso più di freschezza, appunto con un tempo di legno assai più ridotto. Io francamente allora non pensai <i>“Ma se si usasse la stessa, più leggera metodologia di cantina con la migliore selezione possibile di Sangiovese, che vino verrebbe fuori a quel punto?”. </i>Non ebbi questa intuizione ed erano quelli poi anni lontani e diversi. Io stesso ero molto infatuato ed anche un po’ impantanato nel discorso-barrique. Aborrivo i legni vecchi e grandi per tutta la rovina che avevano causato a basi di vino che mi erano parse assai buone appena svinate.</p>
<p>Però l’esperienza che andavo compiendo dagli anni di fine millennio sul Brunello Poggio di Sotto (raccontata in questo sito ne <i>Gli anni di</i> …) cominciava a farmi aprire gli occhi sull’apporto di botti medio-grandi (in quel caso da 28 quintali), <b>ma totalmente nuove</b>, che davano sul Sangiovese ben altri esiti.</p>
<p>Comunque la Riserva di Riecine e La Gioia erano certamente dei vini molto belli, tra i migliori e più eleganti risultati del territorio, ma, come appunto tutti i più importanti del Chianti Classico, presentavano una specie di sfocatura. Era evidente che si rincorresse cioè una concentrazione, una massa, una voluminosità, che si voleva poi levigare e tostare, vanigliare. Ma, a mio avviso, non era quella la via per esaltare quei vini, perché particolari e diverse erano le caratteristiche, i valori intimi e profondi, quelli più buoni e veri delle sue uve.</p>
<p>Credo, ripeto, si stesse andando fuori strada e che lì si sia perso del tempo in tutto il Chianti Classico, dopo averne guadagnato molto all’inizio.</p>
<p>Pochi mesi fa però, impensabilmente, portando al naso un calice di vino chiantigiano che bevevo per la prima volta, ho fatto una scoperta che mi ha lasciato felice e stupito. E’ stata una cosa tanto improvvisa e inaspettata da lasciarmi di stucco. Ho anche pensato lì per lì, con un sorriso, che la storia avanza, il tempo ci sorprende e porta con sé delle correzioni, degli aggiustamenti. L’umanità, i territori procedono nel loro corso lento e placido, che tutto il pensiero respira e cammina insomma benissimo, anche senza di noi, pure lontano da noi.</p>
<p>E questa sorpresa è avvenuta assaggiando il Riecine di Riecine 2012. Un rosso incantevole, magnifico, innovativo, che solo all’annusarlo, mi ha trascinato in un commosso <i>effetto-madelaine,</i> assieme ad una grande emozione ed una vera gioia, perché è stato come avvertire improvvisamente il frutto e gli aromi del Chianti Classico che avevo stampati però nel desiderio della mente, quelli che avrei voluto sentire da sempre, con la loro luminosità e fragranza, la loro bellezza e la loro franchezza, ma questa volta anche con uno spessore fulgido, adamantino, con un’intensità di profumi alti, tesi, tersi, sguainati, puri, senza che nulla li coprisse, li velasse e li sviasse, in un certo senso li contaminasse.</p>
<p>Sono stato lì a rigirarmi il calice, mentre sentivo un’ampiezza nervosa, vivida, una freschezza di fiori e frutto, una corolla ancora spigolosa e minerale dolcissima, assieme a tutta la vastità, la larghezza aromatica che il Sangiovese manifesta in taluni casi, quando si sublima.</p>
<p>In quella sua più intima varietalità, in purissima chiave Chianti Classico, mi sono tornati alla mente taluni rossi di Borgogna. Ed è questa la traccia che lasciano in noi i grandi vini, diversissimi i vitigni, lontane le zone, ma ad accomunarli è la superiorità, la dimensione e le movenze del loro respiro, quella fascinosa larghezza, quel continuo variare nel calice, quando nulla li comprime, li devia e possono così salire, crescere nell’aria, cambiare in un crescendo di variazioni, di vortici, che fanno la vera differenza tra un vino medio, che rimane statico, ripetitivo, senza cambiamenti (perché non li possiede dentro di sé e non può far altro che replicarsi). Ed il vino emozionante, che riesce a stupirti ogni volta con l’ampiezza, le continue mutazioni e sollecitazioni del suo corredo aromatico, pieno di nuove apparizioni.</p>
<p>Mi sono informato subito di cosa fosse questo Riecine di Riecine ’12, da cosa e come nascesse un vino simile. Sua origine, vita e miracoli. E nulla arrivava a caso, come più continuavo a verificare. Etichetta dunque via via messa a punto dalla vendemmia 2010, frutto del miglior Sangiovese della più vecchia vigna aziendale, proprio quella originaria, sotto il casale, con il suo terreno di quarzo, rocce, argille, in una altitudine importante come 500 metri e completamente esposta a sud. Uve raccolte con estrema delicatezza, per miniparcelle e pigiate poi con i piedi per evitare la rottura dei vinaccioli che darebbero amaritudini ai mosti. Fermentazioni naturali lentissime, senza lieviti aggiunti, così come le macerazioni sulle bucce che arrivano ai 40 giorni.</p>
<p>Ma particolarissime poi sono le modalità di elevazione, che nel Riecine di Riecine 2012 vede i suoi tre anni prima dell’imbottigliamento distribuiti tra vasca inox e, soprattutto, vasca di cemento Nomblot e anche tonneaux usati. Una mutazione copernicana che porta ad un risultato di raggiante bellezza, che schiude e protegge il frutto e che può diventare un punto di riferimento per nuovi percorsi chiantigiani sui suoi più grandi Sangiovese.</p>
<p>Doveroso, indispensabile a questo punto sentire tutti i vini di Riecine usciti negli ultimi anni, recuperando così il mio povero tempo perduto. E devo dire che sono stati assaggi illuminanti, che mi sono gustato con patriarcale lentezza, con la serenità che dona l’età che avanza, nel piacere di verificare vini che centrano i tasselli, che trovano un grande ordine, una bellissima disposizione del gusto, che posseggono ed emanano un’estrema finezza estetica. Bottiglie che ho poi continuato ad assaggiare anche a distanza di 1 giorno e di 2 (quando un minimo ne era rimasto), verificandone ulteriormente l’integrità e la tenuta.</p>
<p>Occorre poi tener conto di come l’azienda sia cresciuta nel frattempo fino a 21 ettari di filari, acquisendo man mano terreni di gran valore e piccoli appezzamenti sempre limitrofi alla vigna-madre (processo che era già cominciato con John Dunkley), in cui rimane una costante di altitudine tra tutti loro, ma con una più ricca varietà e diversità nelle particolarità e composizioni dei suoli, per arrivare così ad una più vasta ampiezza di variazioni e complessità nei vini.</p>
<p>Fittezza delle viti che è passata poi dalle 3.400 ad ettaro degli anni ’70 alle 5-6.000 dello scorso decennio. Il sistema di allevamento è sempre stato il Guyot, ma si allargato negli ultimi filari anche all’alberello, vista la mutazione climatica in atto.</p>
<p>A queste ulteriori possibilità di selezione va aggiunta poi la nuova cantina, proprio sotto il vecchio casale, che nei suoi ampi spazi ha consentito, dai tavoli di cernita dei grappoli e dei migliori acini, la continua sperimentazione e messa a punto poi di tutta una serie di nuovi metodi per estrarre il frutto delle uve e mantenerlo sempre più integro, con fermentazioni in piccoli contenitori aperti e l’immersione del cappello più volte al giorno e ancora nuove vasche di cemento, dèlestage, controlli termici. Ma va soprattutto sottolineato come sia stata l’intera filosofia agricola ad evolversi in questi ultimi 15 anni, con le lavorazioni in vigna sempre più indirizzate verso una naturalità assoluta, giungendo ad una viticoltura biologica e biodinamica su tutti i filari. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/Riecine_La-cantina-e-le-vigne-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-360" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/Riecine_La-cantina-e-le-vigne-2.jpg" alt="riecine_la-cantina-e-le-vigne-2" width="2480" height="1500" /></a></p>
<p>Inizio così proprio dall’assaggio in contemporanea de La Gioia e del Riecine di Riecine che hanno confermato di toccare il loro punto più alto con la vendemmia 2012, a riprova certamente di una grande annata, ma anche, nel Riecine di Riecine, di una messa a punto sempre più sicura e centrata del vino.</p>
<p>Ripeto ancora una volta che sono piuttosto avaro (ma forse è meglio dire oculato) nei punteggi, che fotografano solo l’oggi di quella particolare etichetta. Mi sembra l’unica cosa corretta e possibile da fare. E mi rimane un bel dubbio poi su questo Riecine che tanto mi ha colpito. Nel senso che vorrei veramente sapere cosa il 2012 potrà diventare tra 3, 5 o 10 anni. Perché il suo potenziale è enorme, essendo un vino giovanissimo e freschissimo, certo oggi con una forte propensione alla godibilità, assai gustoso, ma con un’anima davvero cruda e brada, che deve ancora svolgere, elaborare e sviluppare la fase più profonda e complessa del suo mondo.</p>
<p>A questo proposito poi una mia recente esperienza mi ha fatto molto pensare. Riassumendo rapidamente, per particolari vicissitudini e miserie del nostro quotidiano, ho dovuto lasciare una cantina che possedevo, piena di vini della seconda metà degli anni ’90. Il loro trasferimento in un nuovo locale ha riportato alla luce (ed alla fruizione) un mare di vini rossi delle vendemmie ’93, ’95, ’96, ’97, ’99 e così via. C’erano ovviamente anche rossi del Chianti Classico e la cosa che mi ha colpito è stato il constatare come i Chianti Classico base, che avevano appunto avuto un tempo di cantina e di legno assai più leggero, stessero da un punto di vista di tenuta e di freschezza gustativa assai meglio dei loro fratelli maggiori da Sangiovese, che nascevano da selezioni certamente migliori, ma che erano anche stati superconciati nei legni. Allo stato dei fatti molti di questi più importanti vini erano oramai al loro termine, piuttosto sfiniti, stanchi e palliducci. Insomma non è stato un grandissimo piacere degustarli.</p>
<p>I Chianti Classico invece, che erano nei fatti dei rossi-base, pur senza manifestare una particolare complessità (che per selezione di origine non avevano nemmeno in gioventù), erano quasi sempre estremamente prestanti, freschi, vivi e insomma godibilissimi.</p>
<p>Allora un qualche ragionamento occorre pur farlo. E sappiamo tutti che il tempo di legno è anche un tempo ossidativo nel vino. Così mi vado convincendo ancora di più che un lungo periodo di barrique su questi Sangiovese sia sbagliato. Intanto per ragioni estetiche, perché trucca e camuffa il vino in forme che non gli sono proprie e congeniali. E sia inoltre anche controproducente, perché di fatto ne riduce le possibilità di tenuta e dunque di vita futura.</p>
<p>Allora meditiamo tutti con tranquillità e senza partigianerie. A me sembra che questo Riecine di Riecine ’12 abbia trovato una soluzione rilevante, una quadratura del cerchio nobilissima. E’ altrettanto vero poi che la sua ricetta non è applicabile in uno schema rigido. Ogni grande vino di questo vasto territorio ha la sua verità e particolarità. C’è dunque tutto un lavoro da fare per ogni azienda del Chianti Classico. Ma esiste anche un’intuizione, un’idea di fondo importantissima che può essere colta e dare benefici ed accelerazioni alla grandezza dei suoi migliori Sangiovese.</p>
<p>Allora, tornando agli assaggi, mi sono concesso il piacere del Riecine di Riecine ’12 accanto al La Gioia di pari annata (che ha innovativamente maturato due anni in tonneaux invece che in barrique, come era stato nel passato, oltre ad avere una differente origine di vigna).</p>
<p>Così assaggiare questi due grandi vini è stato quanto mai intrigante, perché raccontavano la storia in fondo recente del Chianti Classico, il suo cammino moderno, ma anche la sua possibile evoluzione verso una focalizzazione più perentoria della vigna e della sua espressione di frutto.</p>
<p>La Gioia dunque spingeva più sul volume, sulla massa, la concentrazione. Il colore manifestava una tonalità appena più profonda, con un naso severo, cupo, importante, appena chiuso, da cui emergevano note di frutto affumicato, sottobosco, nocciolato, principio di spezie. Oltre che risultato di una bellissima vendemmia a Gaiole, questo La Gioia appariva al naso alleggerito nei legni rispetto alle precedenti versioni. Anche la bocca al primo impatto era più fresca di quanto non mi aspettassi. Poi man mano si avvertiva il grasso, la consistenza, la materia, il volume del vino, tutto percorso comunque da note tostate e lignee qui decisamente presenti, in un gran rosso denso, pieno di sfumature, che deve oggi ancora amalgamare e fondere i suoi componenti. Rosso che tutto sommato rimane legato alla concezione e al disegno dei Supertuscan da Sangiovese degli scorsi decenni, ma che tenta al tempo stesso di alleggerirsi e modernizzarsi.</p>
<p>Ora è evidente che La Gioia è un’etichetta storica, che ha i suoi cultori e non può essere troppo modificata. Però confesso che in quel momento avrei voluto sentire un vino con lo stesso tragitto di cantina del Riecine, per capire e godermi il diverso sapore delle sue vigne, il differente frutto per la diversa composizione di suoli, dei quantum di luce ricevuti, e tutte le incredibili variabili e sfumature che esprime il Sangiovese da vigneti anche molto vicini.</p>
<p>Così, accanto, era il Riecine di Riecine ’12 a colpirmi maggiormente. Era la novità assoluta, la modernità ed esprimeva l’altezza perentoria dei profumi della sua vigna, alti e smaglianti, con il loro frutto agile e bellissimo, tra viole, lamponi e ciliege, purissimo e senza veli, senza coperture, nitido e nervoso. Così come il vino appariva poi incredibilmente setoso e rasato alla bocca, in una fase totalmente giovanile eppure godibilissima, piena di dolci scaglie minerali, che mi lasciava una curiosità estrema sul suo possibile futuro. Le note di legno non erano minimamente avvertibili, come se il suo ruolo, che, seppure in modo ridotto, c’era comunque stato, fosse solo servito a stabilizzare e proteggere il frutto di questa vigna, senza coprirlo o modificarlo, senza dargli belletti, ciprie e parrucche, lasciandolo così vivo e libero.</p>
<p>Assaggiavo dunque un rosso splendido, terso, che apre portali e idee, rimasto poi elegantemente integro e palpitante anche nei 2 giorni successivi, dove, in quel lunghissimo arieggiamento, lasciava presagire, in nuovi lampi di profumi, con nuove luminosità e chiaroscuri, una straordinaria e profonda importanza evolutiva.</p>
<p>Anche in questo secondo assaggio, che andava a riconfermarsi, devo confessare di aver provato un senso segreto e gioioso di mia riconciliazione con il territorio. Mi sono sentito riappacificato con la sua storia, i suoi personaggi, con gli amici che ad un certo punto ho trascurato ed ho perso, con i viaggi non più compiuti. Per tutto quello che era stato, per questo lungo tempo di separazione, trovavo un nuovo vino che diventava un inizio, una rinascita. Perfettamente agganciato al suo mondo e al suo passato, da una vigna di Sangiovese con 45 anni di età, che si apre a perdifiato sulla valle di Gaiole e poi sui suoi monti, per tutti i suoi spiragli ancora possibili e straordinari che lasciava intravedere.</p>
<p>Anche La Gioia 2011 poi confermava (come vedremo) un appoggio più leggero nei legni rispetto al passato. E l’anno in più di bottiglia gli conferiva un assetto già maggiormente compiuto e ordinato nei profumi, come un gran rosso della prima maniera Supertuscan, che mostra muscoli e morbidezze vanigliate e tostate, dove si iniziano ad affacciare creme, inchiostri, goudron. Vino molto elegante e colto, in cui si avverte un pensiero, un’estetica. E al primo impatto, in quei primi minuti nel calice, proprio nel bilanciamento, nella consistenza ed in quella sua dolce, levigata grazia espressiva, in quella bellezza di fattura e di composizione, quasi lo preferivo al Riecine di Riecine ’11, che invece, per alcuni, primi momenti, appariva crudo e statico.</p>
<p>Poi però quest’ultimo vino ha cominciato ad ossigenarsi. Si è aperto e si è staccato. Sono saliti volumi di fiori e tutto con una naturalezza, una levità, un brio di forza, di slancio. Ecco, se c’è una cosa che mi ha stupito, è come sembrasse non poter essere più imbrigliato da nulla. Questo Riecine aveva una pulita energia minerale che si apriva, si dispiegava, dando il sapore della vigna, quel timbro, l’anima pura del Sangiovese di Gaiole, la vigna alta con il suo frutto, la grande ampiezza che si apre a corolle di tabacco e cacao, un accenno di fumo ed essenze. E che, rispetto al La Gioia, rimaneva più crudo e selvaggio, ma anche più vero ed autentico, più cristallino, più anarchico e libero. Con un tessuto di altissima sericità alla bocca, nudo, fresco, di una classe e giovinezza estrema.</p>
<p>Rispetto al ’12, questo 2011 lo trovo con un cenno appena di minor precisione nella messa a punto, forse anche un filo di minor energia a dispiegarsi. Ma grande vino certamente.</p>
<p>Infine La Gioia 2010 mi è apparsa in qualche misura, complice anche l’annata opulenta, il prototipo al suo meglio del classico Supertuscan da Sangiovese ed il massimo risultato che si può ottenere dalla sua ricetta, ma che ne evidenzia anche tutti i limiti. La grande vendemmia solare ci dona un rosso molto alcolico e massiccio, molto muscolare e grasso (seppure poi tutto questo è sempre mitigato dall’altitudine), assai profondo al colore e con un naso vanigliato, dolce, in cui appare chiaro l’intero disegno della costruzione, con i suoi due anni di barrique in questo caso.</p>
<p>E’ indiscutibilmente un vino di notevole fattura, con, alla bocca, una buona freschezza acida unita ad una sensazione lignea che stacca ancora un po’ e che si fonderà meglio nel tempo, che tende alla crema voluminosa, ad una muscolarità gustosa, che accenna le prime note di goudron e di bruciato, in un frutto che appare però fortemente soverchiato e coperto. Classico ed esemplare Sangiovese di nuova generazione, che meno mi persuade e mi prende, perché vede prevalere, in parole povere, la cantina sulla vigna. Con una bellissima architettura, probabilmente datata, ma molto da godere nella sua sapienza costruttiva, nelle sue volute e nei suoi intarsi, in cui però il territorio, il suo frutto e la sua vigna fanno molta fatica a vedersi ed a capirsi. Ed è questo ad un certo punto che mi ha portato ad allontanami dal Chianti Classico.</p>
<p>Sono sempre più convinto che il suo Sangiovese, quando è grandissimo, debba essere lasciato libero. L’arte, l’intelligenza del produttore è in questo saper innescare il suo frutto, quando è ancora bambino, saperlo proteggere e far crescere. Poi, ad un certo punto, essere capaci di lasciarlo andare.</p>
<p>Ma c’erano i Chianti Classico ancora da verificare, in una miniverticale delle vendemmie 2013, 2012, 2011. Ho già detto come questa etichetta fosse in passato ai miei vertici tra i pari categoria. E ho avuto il piacere di vederli confermarsi in assaggi magnifici, bilanciatissimi e profumati, che rispecchiano perfettamente le differenti vendemmie.</p>
<p>A distanza di più di dieci anni, durante i quali il nostro gusto cammina, si evolve, continuamente sollecitato dai tanti nuovi vini apparsi in questo tempo, li ho ritrovati come se parallelamente, separati da me, avessero comunque compiuto un tragitto similare. E qui ritengo che i passaggi di vigna siano stati fondamentali, l’abbandono della chimica, l’infittimento delle piante condotte a bassissime rese, l’inerbimento tra i filari, una prima vendemmia a metà settembre dei grappoli più verdi e lontani dalla pianta, in modo da lasciare più linfe nelle settimane finali solo ai grappoli più colorati e maturi. Con un cammino in sostanza similare poi al Riecine di Riecine in cantina, con le uve pigiate delicatamente. Fermentazioni naturali con vasche aperte e tini di cemento, usati poi anche per la maturazione dei vini, assieme a botti e botticelle usate. Anche se poi l’utilizzo pieno della nuova cantina con i nuovi contenitori si è potuto avere solo a partire dalla 2012. E non è dunque un caso se anche qui i migliori risultati li ho verificato appunto su questa vendemmia, che probabilmente, come esito finale delle uve, poteva avere anche un decimale in meno rispetto alla 2011. Ma fare il vino a questi livelli è un’intuizione ed un’arte, che necessariamente ha bisogno di spazi, di strumenti e di tempi, proprio per poter così fare a meno di ogni intervento invasivo o di un eccessivo soggiorno nei legni, perché non si hanno a disposizione altri contenitori o vasche.<a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/BP15-20319.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-361" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/10/BP15-20319.jpg" alt="bp15-20319" width="5081" height="3387" /></a></p>
<p>In più ho avuto la sensazione nell’assaggio di tornare ad un inizio, ad un cerchio che trova il suo raccordo. Questi Chianti Classico, più piccoli nelle dimensioni rispetto alle selezioni migliori, avevano però fin dalla loro nascita in molti casi centrato il punto, trovata la soluzione su come valorizzare al meglio le uve da cui nascevano. Bisognava ripartire da lì. Era quello il modo, ne eravamo ad un passo. Il Sangiovese superiore, la sua migliore selezione doveva solo ampliare nettamente il peso, la vastità, l’altezza, la complessità e la profondità del suo Chianti Classico base, senza modificare i propri tratti, senza deviare e truccare i propri lineamenti.</p>
<p>C’è voluto del tempo, ma, se si è arrivati a capirlo, tutto trova poi un senso ed una felicità, perché niente così è trascorso invano.</p>
<p>Il Chianti Classico ’12 dunque mi è davvero parso come la porta d’ingresso al Riecine di Riecine, la sua anticamera gustosa e colorata. E’ un giovane rosso un po’ acerbo, certo più piccolo, più scorrevole, più nobilmente quotidiano, ma carico di energia, squillante, masticabilissimo e dai tannini vivi e saporosi. Un vino ancora in piena evoluzione, con un suo primo accenno ad un frutto che si va ad ammorbidire verso le creme.</p>
<p>La 2013 è stata invece decisamente una vendemmia più fresca e umida, diciamo, più difficile. Ma abbiamo qui un vino lungo, intenso, nervoso, incisivo, floreale, che crescerà nel tempo, anche se rimane più sottile rispetto alla ’12. Comunque assai fine ai sapori, elegante, gustoso anche se un po’ crudo in bocca, ma con sapida, masticabile freschezza.</p>
<p>Il Chianti Classico 2011 infine è il più ricco e maturo, anche il più boisé, frutto di una vendemmia calda e generosa. Grasso e denso dunque, alcolico, è il più corporale dei tre e nello stesso tempo il più compiuto e pronto in un suo apice bilanciatissimo e saporoso.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Redigaffi o della più grande giovinezza</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2016 10:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il mondo in una stanza o per essere precisi in uno studiolo 2 metri per 2. E’ lo spazio in cui prende vita il fantomatico romanzo (prima o poi sarà pronto. Non c’è fretta, … purché sia bello) e tutti gli scritti sui migliori vini della mia vita.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><b>Redigaffi 1999                 92</b></p>
<p><b>Redigaffi 2003                 94</b></p>
<p><b>Redigaffi 2004                 91-92</b></p>
<p><b>Redigaffi 2005                 92-93</b></p>
<p><b>Redigaffi 2006                 95</b></p>
<p><b>Redigaffi 2010                 92-93         </b></p>
<p><b>Redigaffi 2011                 95</b></p>
<p><b>Redigaffi 2012                 92-93</b></p>
<p><b>Redigaffi 2013                 94-95</b></p>
<p><b>Redigaffi 2014                 94 ?</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mondo in una stanza o per essere precisi in uno studiolo 2 metri per 2. E’ lo spazio in cui prende vita il fantomatico romanzo (prima o poi sarà pronto. Non c’è fretta, … purché sia bello) e tutti gli scritti <i>sui migliori vini della mia vita.</i></p>
<p>Ma è comunque una bellissima avventura scrivere, di totale libertà, di incoscienza e onnipotenza, in cui qualche rara volta si ha anche la percezione di aver toccato un segno, di averlo colto e sollevato da un precedente intrico di idee e pulsioni, come per qualcosa che resta ed era nel destino.</p>
<p>Una volta un amico, dopo aver casualmente letto uno di questi articoli, forse anche pensando di fare un complimento, mi ha detto “Bello, peccato però che sia sul vino”.</p>
<p>Ma io devo molto al vino importante e non rinnego niente. Seguirlo nella sua crescita, nei suoi sviluppi mi ha dato almeno due lezioni. Una è etica, perché ho avuto sempre più la riprova, in ormai decine di migliaia di assaggi, che un grande vino è anche il frutto di una onestà fortissima. Per arrivare a quei livelli bisogna fare sacrifici, studiare, mettersi in gioco continuamente, rischiare, dare il proprio meglio. Si è su un crinale dove si può essere soltanto se stessi, non si bara e non esistono maschere, né finzioni o scorciatoie.</p>
<p>La seconda è estetica, perché ho imparato molto da come un grande vino si propone, si lascia intravedere e leggere oppure nasconde intimità e segreti. E’ il dipanarsi di una trama, i profumi scoccano ed iniziano ad aprirsi nelle loro particolarità. Possono emanare gradevolezza oppure importanza, i primi lampi di complessità o stanno invece sulle loro, accennano, lasciano soltanto immaginare.</p>
<p>Percepire un grande vino, vederlo crescere nel calice ha molto della lettura di una storia o della visione di un film. Poi, quando si ha la fortuna di assaggiare la sequenza verticale di diverse annate di un vino da sogno, è come osservare i sentieri, le trame, le biforcazioni e gli strati di una di quelle serie tv in cui il cinema americano, per qualità delle storie, cura di regia ed attori, sembra stia oggi dando il meglio di sé.</p>
<p>Appunto il modo di esprimersi e disporsi di un vino è diventato per me una lezione ed un modello di scrittura, su come si possa incuriosire ed appassionare, ma anche tenere avvinto e sospeso un lettore.</p>
<p>Così è assolutamente certo che ai grandi vini consegno una buona parte del mio tempo attuale, ma ne vale la pena.</p>
<p>C’è stato poi un altro elemento ad entrare in gioco e a colpirmi. Ne ho avuto la prima coscienza con il Redigaffi, in modo quasi oscuro inizialmente. Ma la fortuna è stata di poter sentire questo vino più volte e su diverse annate negli ultimi mesi. Si è sempre ripetuta così questa impressione di appartenenza in un senso davvero forte, come se nella autenticità di un vino che ti emoziona si possa riconoscere una parte di noi stessi, di memoria, di gusto, anche di esistenza vissuta. Ogni volta, nell’assaporare il Redigaffi, mi sono rivisto giovanissimo, ho riprovato dentro di me questa impressione, come se mi tornasse addosso un sentimento che avvertivo una volta e che forse è stato anche generazionale.</p>
<p>Credo che assaggiare grandi vini provochi sicuramente un senso di evocazione, di memoria, di dilatazione del pensiero. Ma accostarmi ad un Brunello, un Barolo, un Barbaresco, una tipologia cioè di vini dagli aromi più avanzati e maturi, buonissimi in taluni casi, ma di una categoria e genere completamente diverso, più di complessità, di cerebralità, mi riporta ad altri pensieri, altre epoche della vita mia, personale e di quella collettiva che abbiamo vissuto, con i suoi avvenimenti, le sue illusioni.</p>
<p>Il Redigaffi invece esprime un carattere di giovinezza in una tipologia del tutto speciale. E proverò a spiegarmi, premettendo che da anni questo rosso è uno dei miei pochi e profondi vini del cuore. L’avevo già raccontato ne <i>I Migliori Vini della Nostra Vita</i>, accompagnandolo ai suoi fratelli di vigna, nell’articolo <i>Tua Rita. </i>Lo concludevo con l’auspicio, pur nella mia canuta pigrizia, di visitare un giorno l’azienda, camminare magari tra quei filari, assaggiare i vini dalle barrique, provare a capirne un po’ di più.</p>
<p>E poi questo viaggio c’è stato, l’ho fatto. Ne scrivo ora, a distanza di diversi mesi. Ma le cose le devo macerare dentro per averle più chiare. E sono pronto solo adesso.</p>
<p>Cantina di Tua Rita dunque. Mattina sul presto. Con me il cantiniere e Luca D’Attoma. Spaziando liberamente su tutto quello che c’era in quel momento dentro le barrique. Vendemmie 2013 e 2014.</p>
<p>Esperienza attesa, molto desiderata. Ed assaggiare coscienziosamente i vini dai legni, separati per vitigno, parcella di vigna o diverso tempo di raccolta delle uve, è qualcosa di totalmente coinvolgente ed intenso. Come partecipare ad una prova d’orchestra su una partitura inedita dal grande futuro. Sentire separatamente i violini e gli archi, poi gli strumenti a fiato, il pianoforte, il coro, gli <i>assolo</i>. Occorre un’estrema lucidità e fantasia per riuscire ad immaginare la miglior fusione possibile. Ed è una delle cose bellissime cui ho assistito nella mia vita, quando si ha a che fare con vini importanti. Vedere tutto ancora in movimento ed in fieri, tutto possibile e migliorabile, mentre i nostri sensi avvertono come e cosa stia prendendo forma, quale sia la sintonia dei profumi, come progressivamente si vadano ad occupare gli spazi che a quella barrique e a quella base mancano, ma che sono contenuti in altre e come così, man mano, il grande puzzle dell’annata arrivi a compiersi, salgano gli aromi, i sapori si completino in un’armonia sempre più vicina. Il vino nasce. E dentro di noi resta allora l’impressione come di un suono che ha trovato il suo percorso, una voce che si è finalmente sollevata e composta.</p>
<p>Allora tutto il 2013 e parte del 2014 assaggiato nel legno erano in sostanza le componenti del futuro Giusto di Notri (da Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc), gran rosso certamente, ma, come scrivevo nel finale del precedente articolo, che pagava il confronto con la perentorietà del Redigaffi e del Syrah Per Sempre.</p>
<p>Ebbene l’impressione che ho avuto è che il tema di un uvaggio bordolese ancora più perentorio sia stato via via messo a fuoco. Diverse cose sono ormai in movimento, con attenzioni e selezioni in vigna che sono state ancora più serrate, in un tempo di legno poi che viene anche prolungato. Ed il Giusto di Notri delle vendemmie a venire (che siano propizie anche le divinità delle stagioni e della natura) avrà dunque un’ulteriore, più sicura marcia in più. Che proverò a raccontare, quando questi Giusto saranno in commercio.</p>
<p>Torno così a quella mattina e all’assaggio del Redigaffi 2014, allora in pieno elevamento in barrique (mentre il 2013 era invece già stato posto in bottiglia).</p>
<p>Osservavo in silenzio il vino che veniva prelevato dalla botticella. Il “ladro” in vetro penetrava nel suo profondo, in quella capacità invisibile e ne risaliva carico di un colore profondissimo, che guardavo poi scivolare nel calice che avevo in mano.</p>
<p>A portarlo al naso, quel Merlot, che doveva ancora trascorrere diverse stagioni nel legno, arrivava già con una sua riconoscibilità fortissima. E’ come se il vino estremo abbia in sé delle stimmate, contenga un segno particolarissimo fatto di microscopiche spore e infinite componenti che legano e sigillano il terreno con il vitigno, quasi indipendentemente dal fattore umano.</p>
<p>Certamente l’uomo è fondamentale nella grandezza di un vino, a partire dalla progettazione, dalla sua idea. Ed in questo senso mi sembra doveroso il ricordo di Virgilio Bisti che nel 1988 (che appare oggi come una sorta di data preistorica nella vicenda del nuovo vino italiano) ebbe l’intuizione di impiantare nell’area più argillosa del suo podere i primi filari di Merlot, coltivandoli poi a basse rese.</p>
<p>Ma si possono seguire tutte le regole più severe, gli intendimenti più rigorosi. Se però non esiste la scintilla tra vitigno-terreno-microclima, il risultato non andrà mai oltre quello che può essere un vino solo buono e onesto. Perché nasca invece il fuoriclasse occorre qualcosa che appunto prescinda anche dalle migliori intenzioni dell’uomo e da tutto quello che è il nostro attuale bagaglio di scienza. E che insomma in quella particolare parcella di vigna scatti una simbiosi totale tra i biotipi di vitigno impiantati e le componenti del terreno, che tutto vada così ad incastrarsi magicamente. E dunque la Fortuna per una volta non sia solo folle e cieca, ma faccia scoccare in quel particolare punto di terra una scintilla generosa e propizia, dalle alchimie nemmeno immaginabili, né pienamente spiegabili.</p>
<p>Dalle barrique del Redigaffi ’14, che continuavo ad assaggiare, emergeva così la sua massa di frutto incantevole e compatto, il carico di aromi soavi e rari, la loro simmetria di linee e di forme, come nello schema di una classicità suprema.</p>
<p>Avvertivo il grande controllo, la misura, il senso perfetto di eleganza. Perché il Redigaffi non è un vino ostentato, i suoi profumi non hanno niente di gridato, di rabbioso o di clamoroso, di aggressivo, come, per fare l’esempio di un altro Merlot nobile, nel Masseto. Il frutto del Redigaffi è di una grazia celeste, soffuso, purissimo, senza orpelli o chiassose ridondanze, senza alcuna enfasi. E di un timbro inoltre con una sua riconoscibilità netta, che supera la diversità di ogni vendemmia.</p>
<p>Come nei vini assoluti, pur nel differente e variegato percorso di ogni stagione e annata, il Redigaffi possiede una sua voce inconfondibile, il suo segno, un tocco di leggerezza chopiniana, che è però nello stesso tempo quanto mai fermo e stabile. Vino insomma molto più complesso, articolato e profondo di quanto non voglia apparire. E di una bellezza tale da non aver bisogno di abiti migliorativi, né di sedute estetiche di trucco o parrucche. Gli stessi 20 mesi di barrique (tra poco vi darò tutte le sue informazioni tecniche) non lo modificano nella sostanza, ma gli conferiscono solo, a mio avviso, una necessaria, levigata stabilità.</p>
<p>Mentre continuavo gli assaggi delle diverse barrique, sentivo la sua massa scivolare tra le labbra, rasata e dolce. Era una crema che si adagiava deliziosa, saporita e soffice, preziosa e densa. Si assaporava e non si poteva resistere che pochi secondi. Perché poi l’ordine inconscio della mente ti portava ad inghiottire, ad appropriarsene, a farne omaggio al proprio corpo. E l’altro elemento che emergeva e restava nell’animo, era il senso fortissimo di giovinezza che il vino emanava, con quella leggerezza d’animo e di prospettive che si prova solo in gioventù, di serenità senza mai ombre, di sorriso, di sguardo pieno, sicuro.</p>
<p>Certamente sto scrivendo di un rosso 2014 e potrebbe ora apparire ovvio parlare di gioventù. Ma credo che il Redigaffi viva ed esprima nel suo carattere e modo di essere un forte, sereno senso di giovinezza, di quella più grande, ferma, radiosa e che questo sia nella sua natura, nella sua forma e colore. Ma ci ritornerò sopra nel racconto delle annate più mature, affinché tutto risulti più chiaro.</p>
<p>Ora è tempo di entrare nella storia e nella vicenda di questo vino, con il suo primo nucleo di vigna a nascere appunto nel 1988, quando vengono impiantati a cordone speronato 4.000 ceppi di Merlot su 8.000 metri quadrati di terreno, costituito da scisti, argille rosse e galestro. Siamo leggermente all’interno della costiera bolgherese, ad un passo dal borgo medievale di Suvereto.</p>
<p>Tra il 1996 ed il ’97 poi, visto la straordinaria grandezza dei primi risultati (la vendemmia 1994 segna il suo esordio su un numero limitatissimo di bottiglie), vengono impiantati altri 6 ettari di Merlot, su confinanti lenti di terreno, similari per composizione, con una fittezza di 9.000 ceppi ad ettaro, allevati a cordone speronato doppio. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/05/MG_8702.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-350" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/05/MG_8702.jpg" alt="MG_8702" width="1024" height="683" /></a></p>
<p>Le vendemmie avvengono nei primi di settembre e le uve selezionate, dopo la pigiadiraspatura, sono poste a fermentare in tini di legno tronco-conici da 45 ettolitri, con tempi di macerazione sulle bucce tra i 30 e i 35 giorni. Dopo la svinatura il Redigaffi viene elevato poi per 18-22 mesi in barrique nuove. E la sua produzione si manterrà comunque sempre bassissima, oscillando nelle ultime vendemmie tra le 8.000 e le 12.000 bottiglie.</p>
<p>L’assaggio così delle tante annate di Redigaffi parte oggi (siamo a fine aprile 2016) da un campione 2014 preso dalla vasca, con il vino che ha ormai completato il tempo di legno, le barrique sono state assiemate e tra poche settimane avverrà l’imbottigliamento.</p>
<p>Per una regola ovvia a questa annata assegno un punteggio assai cauto e con un punto interrogativo, visto che non è ancora in bottiglia. Ma l’impressione è stata fortissima e sono convinto che con 1-2 anni di vetro questo Redigaffi scalerà ulteriori vette, quando i suoi profumi, già raggianti e radiosi, si ammanteranno di quelle preziosità balsamiche e inchiostrate, goudroneggianti, che appaiono ora nel movimento del suo fondale, che sta appena iniziando a sollevarsi.</p>
<p>Ma qui una considerazione, sul grande cammino che ha compiuto l’uomo e la migliore enologia italiana, va fatta. E segno ne è appunto l’assaggio del Redigaffi che va dal 2014 al 2011. Quattro vendemmie diversissime, che hanno comunque dato qui risultati sempre molto grandi.</p>
<p>La 2014 è stata dunque, un po’ in tutta la penisola, un’annata decisamente brutta e molto a rischio per i grandi vini rossi, con piogge continue ad ostacolare una perfetta maturazione dei grappoli (mi fa tornare in mente la 1972, non so, la 1992, la 2002). Però la gestione della vigna è oggi infinitamente più sapiente ed oculata. Su questo vigneto poi c’è stata un po’ di fortuna nelle settimane di vendemmia, oltre che una forte selezione nella scelta dei grappoli. Ed abbiamo così potuto avere anche nella ’14 un’altra espressione memorabile del Redigaffi. Certo le bottiglie prodotte sono solo 8.000. L’epoca di raccolta delle uve è stata inoltre posticipata, compiendosi tra il 10 ed il 18 di settembre. Ma il Merlot è appunto una varietà precoce e questo aiuta, perché il ritardo nella vendemmia non comporta alcun problema (sono le varietà tardive, quelle che maturano nella terza decade di ottobre, a correre rischi enormi in stagioni simili).</p>
<p>Ho ritrovato dunque in questi giorni quel Redigaffi ’14, assaggiato mesi fa in barrique, quando ha ormai completato il suo percorso nel legno. Mi ha colpito subito la bellezza fascinosa dei profumi, la loro eleganza, la delicata, innocente gentilezza del tocco, eppure nello stesso momento quell’intimità succulenta, morbida e dolcissima che il vino contiene, piena di fragoline di bosco, ribes, vaniglie. Mi sono domandato cosa potranno essere e diventare questi profumi, quando si compatteranno e si concentreranno dopo un ragionevole tempo di bottiglia.</p>
<p>Insomma in un’annata così difficile il vino esprime una bellezza ed una integrità folgorante, pur in un’anima morbida e deliziosamente carezzevole. E’ un Redigaffi certificato con il timbro, riconoscibilissimo nella sua femminilità, con tutte le movenze di deliziosità setosa, che, come più il vino respira nel calice, si apre a dolcezze di creme mentolate e balsamiche, a leggeri lampi inchiostrati (solo però in un accenno delle loro vibrazioni, perché nel suo complesso mi è difficile trovare un vino più sereno, di bellezza tanto giovanile, pura, confortevole).</p>
<p>Si può poi anche aggiungere che non ne ho sprecato nulla. Non era proprio possibile. E comunque non sono stato capace (perdonatemi) di far cadere dalla mia bocca nemmeno una goccia nel recipiente che mi tengo accanto in queste occasioni e che per decenza, anche se impropriamente, chiamo qui <i>seau à glace</i>. Con il Redigaffi ’14 ho sentito di stare nutrendo il mio corpo, che ora sta davvero benissimo.</p>
<p>La vendemmia 2013 è poi un’altra vendemmia difficile (ma meno della ’14), estate fresca, con diverse piogge. Tua Rita però è vicino al mare, con tutti i suoi effetti benefici di ventilazione e soleggiamento, ad un’altitudine sui 100 metri. La raccolta delle uve è avvenuta tra il 5 ed il 15 di settembre. E l’assaggio di questo rosso mirabile mi dà la conferma che, su varietà precoci come il Merlot, l’estate fresca possa dare poi dei vini anche migliori, più lunghi, complessi ed importanti. Le piante di fatto non sono mai entrate in uno stress da siccità, da eccesso di calura, non si sono mai fermate ed hanno continuato ad elaborare e a dare ai loro grappoli un patrimonio straordinario di sostanza, di linfe segrete, intense e preziose.</p>
<p>Il Redigaffi 2013 è così in una versione bellissima, ma anche particolare. Va inoltre premesso che il vino è stato imbottigliato solo 10 mesi fa. E’ dunque oggi molto crudo. Sarà certamente uno dei Redigaffi più longevi e sono convinto che tra 1-2 anni sfiorerà i 96 punti. Ma quello che mi preme sottolineare è come questo 2013 disegni uno spazio nuovo del Redigaffi, come un indizio di quello che potrà essere forse un tratto inedito del suo futuro profilo, con piante che iniziano già ad avere una buona maturità.</p>
<p>La particolarità insomma dell’andamento stagionale gli ha conferito dei lineamenti sicuramente più virili e pensosi. In nessuna delle sue precedenti versioni avevo sentito tanto chiaroscuro, tanto goudron, tanti profumi catramati e inchiostrati. E la bottiglia vuota che conservo da giorni (anche qui nessuna goccia è andata perduta, ma è ognuna impressa e sigillata nel mio corpo, cosa lo dico a fare?) continua ad emanare meravigliosi profumi di grafite, essenze di frutti di bosco, goudron, spezie balsamiche.</p>
<p>Un risultato dunque estremamente fascinoso, di grande ampiezza e profondità. E vino che suggeriamo di aprire con un certo anticipo, lasciando che cresca sempre più nel calice ed esprima questo suo primo incedere nella giovinezza con lo sguardo di un adolescente tenebroso.</p>
<p>Abbiamo dunque uno splendido rosso (tra i più buoni mai sentiti in questi mesi), che nasconde i suoi 15 gradi di alcol per quanto è pieno di nervosità, energia, dinamicità. I suoi aromi si aprono con iniziali note appena compresse, vanigliate e lignee, che man mano svelano fragoline e frutti di bosco, liquirizie, note speziate e catramate su un elegantissimo fondo fumé.</p>
<p>La bocca è poi saporitissima, setosa e piena di luce, con echi di balsami, polpa di ribes, legni preziosi. Attacco assai sontuoso, ma non invasivo, in cui si conferma il sonoro segno di eleganza del Redigaffi ed assieme un viluppo segreto e bellissimo carico di splendida gioventù. Sono convinto insomma che si aprano nuove intelaiature su questo vino, che lo renderanno ancora più complesso e profondo. Ed il consiglio che posso dare su questo 2013 è di saperlo collezionare, farne saggia scorta, come grandissimo rosso che progredirà prepotentemente con gli anni di bottiglia.</p>
<p>Con la 2012 abbiamo invece una vendemmia totalmente opposta, dentro un’estate caldissima, torrida, siccitosa. La raccolta del Merlot è stata questa volta necessariamente anticipata, vendemmiando di corsa i grappoli tra il 25 agosto al 3 settembre, con taluni acini che già accennavano un rischio di appassimento. Vendemmia appunto sicuramente più difficile per le varietà precoci, con le piante che hanno sofferto nel mese di agosto, hanno dovuto fermare la loro ultima elaborazione per la siccità, il caldo. Frutti dunque non perfettamente omogenei, non completamente maturi.</p>
<p>Eppure ci troviamo davanti ad un Redigaffi delizioso e soave (e credo che sia occorsa molta maestria nel seguire prima le vicende e le esigenze della vigna, poi nella selezione e nella vinificazione delle uve), che farebbe un figurone assaggiato isolatamente. Nel mio caso però aveva accanto, ad esempio, la vendemmia 2011.</p>
<p>Intendiamoci, in assoluto è un vino splendido, luminoso, di una grande levità e dolcezza. C’è però qualche squilibrio tra l’alcolicità e gli spigoli acidi della sua massa, come una punta di verde e acerbo nell’anima, che non ne aiuta e non ne espande l’armonia.</p>
<p>E’ un Redigaffi che manifesta tutta la sua aria di leggiadria squisita, ma che appare anche più leggero rispetto alle migliori versioni e che ritengo dia il suo meglio in questa vasta freschezza giovanile dagli accenni inchiostrati, in questo tessuto serico di creme fini. Lo trovo dunque di notevole bellezza, più delicato e fragile però, in un suo equilibrio di cristallo, rispetto ad altre annate. E, al contrario che nella 2013, non credo che il suo punteggio (comunque ragguardevole) potrà crescere negli anni futuri.</p>
<p>Con la 2011 ci troviamo invece davanti ad una delle migliori versioni in assoluto del Redigaffi e, a mio avviso, la più compiuta e completa tra le ultime vendemmie proposte. Il suo andamento stagionale può ricordare climaticamente la 2012, ma è stato meno esasperato, con qualche pioggia che ha rinfrescato l’estate. E le piante (è in fondo lì che si gioca molto o tutto) non hanno sofferto come nel ’12, potendo così nutrire e proteggere meglio i frutti. In questo caso la vendemmia è stata anche leggermente anticipata, realizzandosi tra il 20 ed il 25 di agosto, con uve comunque perfette.</p>
<p>Il vino è insomma stentoreo, impressionante già nell’osservare il suo colore profondissimo, impenetrabile, nerastro. Ed in questi 3 anni ho potuto assaggiarlo in diverse occasioni. La prima volta in una cena (una sorta di anteprima) di fine autunno 2013, avendo accanto e di fronte molte delle migliori etichette italiane. Ma nella mia personale classifica questo Redigaffi risultava di gran lunga il più bello, fascinoso, sensuale della serata. I suoi profumi erano una vera delizia e mi sembravano la prova manifesta di quale grande cammino avesse percorso la nostra viticoltura. Un rosso del genere, di quella classe, di una bellezza che conteneva in sé una sorta di impalpabilità suprema, non era nemmeno immaginabile 10 o 15 anni fa. I suoi sapori e aromi allora non me li sarei nemmeno potuti sognare, perché non li avevo mai sentiti, non esistevano.</p>
<p>Seduto a quel tavolo lo richiesi più volte ad una paziente sommelier. Lo assaggiai e lo bevvi ripetutamente, rischiando l’incidente diplomatico con i diversi produttori vicini, che magari volevano un minimo d’attenzione per i loro vini. Ma io ero in uno stato di beatitudine suprema che non ammetteva deroghe, esitazioni e, meno che mai, cambiamenti peggiorativi. Avevo trovato il Santo Graal della serata, con quella sfericità che possiedono i grandissimi vini, quando nascono in completo equilibrio. Era certamente un Redigaffi assai giovane, ma di una tale armonia da potersi già godere. Era tutto molto alto, tutto estremo. C’erano certamente superbi parametri di ricchezza, di concentrazione. Eppure nello stesso tempo tutto appariva soave, delicatissimo, delizioso e immacolato, all’interno di una trama olfattiva completamente sorridente e serena. Mi sentivo come quando, da giovane, scoprivo quelle meravigliose commedie di Lubitsch. E mi sorprendevo a godermele con il sorriso stampato sulle labbra, dall’inizio alla fine.</p>
<p>Poi, più di un anno dopo, un secondo assaggio fu molto buono, ma meno entusiasmante. Poteva apparentemente dipendere dalla mitizzazione di una serata magica, dalla memoria che porta sempre ad ingigantire quello che ci è parso molto bello. Nella realtà credo che il Redigaffi 2011 fosse allora in una prima fase di passaggio, da quella che era una sua espressione adolescenziale, quasi primigenia, a quella di una giovinezza più complessa e decisa. Di fatto però era a metà strada. Non era più una cosa, ma non era ancora l’altra.</p>
<p>Quando l’ho riassaggiato poi a fine 2015 ho ritrovato un vino strepitoso. Non era la quindicenne purissima e fatata della prima volta, ma una splendida ventenne che si sta inoltrando nella giovinezza, che frequenta l’università ed è bellissima e piena di sogni.</p>
<p>Con le stesse fattezze e sensazioni ho infine ritrovato il Redigaffi ’11 nell’assaggio di questi giorni (sono un uomo fortunato e benvoluto dagli dei, sì, lo so), un vino immenso, dal potenziale ancora inespresso, che esprime una gioventù compatta, felice, tanto assoluta da non ammettere la minima intrusione di altre età e lascia intravedere balsami deliziosi, leggeri graffi di goudron, intuizioni e profondità inaudite, vino che lascia poi pensare, porta avanti idee, impressioni. E qui entra in gioco l’appartenenza, quell’affinità che troviamo in un vino, lo spazio personale che c’è sempre in un assaggio e come quei profumi e sapori si incastrino nella nostra vita, ne sommuovano i ricordi.</p>
<p>E’ strano e misterioso il loro perché e come ogni volta, nell’assaggiare questo vino, mi ritorni dentro e riprovi lo stato d’animo del mio corpo diciottenne. Estate del 1966, a camminare nel cuore di una Londra che ricordo stranamente assolata. Mi sembrava fatta solo di colori e suoni, forse per la folla coloratissima che brulicava attorno. Visi di ragazze dai trucchi immaginifici che ti fissavano, ti guardavano. Le luci. Piccadilly. Le vie a riquadro di Soho …</p>
<p>Tutto quello che è accaduto dopo è partito da lì. Era il primo viaggio all’estero e sarei rimasto in quella città per molti mesi, parlando un’altra lingua assieme a coetanei europei. C’era un’innocenza e un’aspettativa immensa in quell’estate. Eravamo pieni di convinzioni e di futuro. Il mio grande amico di quei giorni era un ragazzo di Parigi, che si sarebbe perso nel maggio del ’68.</p>
<p>Ma dopo si sarebbe incanaglito tutto, le lotte ideologiche, gli odi, Praga, l<i>’autunno caldo</i>, le bombe, le stragi, il Cile, il terrorismo. Appunto però, sarebbe accaduto anni dopo. In quei giorni invece si fissava il futuro in modo radioso, sereno ed anche semplice, certo. Eravamo giovanissimi, ascoltavamo musica al Marquee Club di Wardour Street. I Beatles uscivano con <i>Revolver</i>, i Rolling Stone cantavano <i>Paint it black</i>. La sera eravamo a Le Kilt alla fine di Greek Street, tra i tessuti tartan alle pareti e sui divani, con l’incredibile diligenza piena di dischi in vinile da cui partiva la musica del DJ. Ho visto lì le più belle ragazze di Londra. Non so cosa ne è stato dopo di Sylvia, Pamela, poi Jane. Non so chi siano ora. E, a ripensarmi, ho come l’impressione di parlare di un figlio, un nipote, che sta ascoltando una musica lieve, una specie di piccola ballata che ripeteva “I want you” e la cantava la voce di un Bob Dylan, giovanissimo anche lui.</p>
<p>Il Redigaffi insomma è per me anche questo. Il carattere, il genere dei suoi profumi, quel senso di giovinezza immacolata che avverto, di candore, di bellezza, mi riportano sempre (stranamente, misteriosamente, fate voi) ad un tratto della mia giovinezza totalmente privo di nuvole, prima insomma che il disincanto e le ferite successive la turbassero.</p>
<p>Ma di questo vino ho avuto anche un’ulteriore panoramica in una verticale di annate più vecchie. Evento pubblico dunque, a cui per la verità partecipo di rado. E probabilmente sono oggi molto più asociale rispetto a quei lontani anni ’60. Però, parlando di questo lavoro, ho visto anche troppe degustazioni trasformarsi in un profluvio di fiere delle vanità a chi la spara più grossa. Nel loro piccolo (anche nel loro minimo) mi hanno spesso intristito, mi sono sembrate un deprimente spaccato della nostra società, con tutti i suoi vizi atavici, le sue macchiette, i rampanti, gli incompetenti, i tromboni, chi maschera la propria invidia dietro il nome di testate importanti. Certo, è sempre bene sorriderci su e perdonare magnanimamente (ma ho anche ascoltato cose che voi umani …).</p>
<p>In queste occasioni mi sono reso comunque conto di amare in modo smodato solo la parte migliore dell’umanità, quella che crea arte, bellezza, vini come il Redigaffi e poi lavoro, benessere, quella che apre alla generosità, al futuro, al pensiero. E non la trovo facilmente, mi sembra anzi di vivere in una fase di grande opacità e ristagno delle menti, in cui il nostro paese sta forse tirando fuori tutto il suo peggio.</p>
<p>Preferisco starmene così abbastanza solo. E una cosa seria e felice come quella di assaggiare vini importanti la vivo nella mia casa, potendoli testare più volte, appena aperti, a distanza di un’ora, poi di altre e così via, sempre in calici vocati a quel particolare vino, supersperimentati e, ovviamente, avvinati con molta cura.</p>
<p>Però, per una verticale del Redigaffi … Insomma, questo ed altro. Così “Arrivo!!!”.</p>
<p>Ed è stata, per la verità, un’esperienza positiva e molto utile.</p>
<p>Torno allora alle cose belle di questo mestiere, come seguire il grande filo conduttore che abbracciava le annate del Redigaffi, l’aria di naturale raffinatezza che le attraversava, quel loro tocco, la misura estrema. Partendo dalla valutazione del calice vendemmia 2010, che sulla costa dell’alta Toscana (al contrario che nel suo interno) non è stata un’annata grandissima, funestata da un po’ di piogge nel suo finale. Il Redigaffi però è anche una superselezione. E questo 2010 mi appariva di notevole bellezza, intensità, massa, con quella fisicità felice, libera, quel gran senso di vita piena che questo vino emana. Insomma bellissima versione, un po’ più spostata sulla solidità. Se vogliamo trovargli un limite che lo differenzia dalle annate maggiori, è nell’impressione di avvertirlo appena statico ai profumi. Parliamo appunto di una bottiglia e di un bicchiere sentito lì per un’ora. Ci metto dunque meno la mano sul fuoco, mi è parso però in un’espressione aromatica appena meno attiva, meno movimentata, rispetto alle migliori versioni.</p>
<p>La 2006 invece, frutto di una vendemmia grandissima e solare, era uno strepitoso Redigaffi, superbo nel colore, carico, quasi traboccante di frutto e di peso, estremamente ricco, maturo, dolce e delizioso agli aromi, baluginante di spezie. Tra tutti i campioni appariva con un carattere tanto mediterraneo da mostrare quasi una punta di opulenza barocca (chi sa, forse da vendemmiare un paio di giorni prima), ma vino che trovo comunque meraviglioso, grasso, infinitamente masticabile, espresso, in un suo netto, altissimo apice sferico. E ritengo che di tutti i Redigaffi assaggiati solo il 2011 ed il 2013 (che mi sembra nascano in un equilibrio più teso) potranno fare meglio e guadagnare nel tempo dei punti in più.</p>
<p>La 2005 è poi un’annata che ricordo bene, perché è stata quella da cui ho iniziato a seguire in modo continuo questa etichetta. Vendemmia che non si porta dietro una particolare fama, visto che nel centro della Toscana è stata funestata da molte piogge. La situazione però nel litorale è stata meno negativa, il mare ha sempre un effetto calmierante. E devo confessare, avendolo assaggiato 7-8 anni fa, che non me lo aspettavo così fresco, vivo, dinamico (a confermarmi ancora una volta come le annate piuttosto fresche diano vini lunghi, magari non grassissimi, ma che si evolvono magnificamente nel tempo). Molto buono ed appagante poi ai sapori, intrigante, anche con un suo bell’equilibrio e con quella particolare cremosità che è nel patrimonio intimo di questo vino.</p>
<p>Devo dire invece che la 2004, sulla quale nutrivo molte aspettative, perché è stata una grande annata un po’ in tutta la Toscana, mi ha sicuramente meno coinvolto. Ovviamente parliamo di un vino importante, in cui però i tannini prevalgono sul frutto e sulla polpa in modo fin troppo deciso, uno di quei rossi che al mio gusto appaiono un po’ aridi, disidratati, in un equilibrio insomma tutto spostato verso la loro parte scheletrica, che esprimono dunque più l’ossatura e i tendini della struttura che la dolcezza della loro carne e della loro polpa. Mi sembra per certi aspetti un vino un po’ antico e meno in linea rispetto al carattere ed allo spirito del Redigaffi, così prodigo invece di frutto delizioso, di crema morbida, di giovinezza, di gioia. Mi rendo conto, è una versione che potrà anche piacere molto, ma è di fatto meno nelle mie corde.</p>
<p>Sorprendente invece il 2003, visto che la memoria di quella estate torrida che si scatenò dai primissimi giorni di giugno su tutta la penisola la vivo ancora come un incubo. E poi, man mano, i vini che mi sono capitati di quell’annata, ovviamente di vario peso e misura, apparivano sempre segnati e piegati da mollezze, da note surmature, languori. Insomma rossi spenti, da bere in fretta, prima che potessero peggiorare ancora.</p>
<p>Le mie aspettative così erano davvero minime. Ero anche perplesso che un’annata del genere fosse stata scelta per una verticale di Redigaffi. Ed invece la sorpresa era dietro l’angolo, impensabilmente. Versione 2003 dunque fantastica, direi esemplare anche nel definire questo vino in tutti i suoi spazi espressivi. Mi sorprendeva la sua crema, l’estrema morbidezza e nello stesso tempo la fittezza decisa delle maglie, del tessuto, la finezza balsamica e mentolata che lo cospargeva su un vasto sfondo goudroneggiante. Un rosso bellissimo, carico di respiro, di gioventù, liscio, rasato al contatto, soave, raffinatissimo e contemporaneamente di totale naturalezza.</p>
<p>Il 1999 infine è un superbo vino al suo apice, che rende evidente come il Redigaffi sin dalla sua nascita sia partito così, con quegli aromi balsamici, quella crema ed al tempo stesso con quella forza. Nonostante il lungo tempo che ci separa da questa vendemmia, il vino appariva ancora soavemente terso e concentrato, vivo, pieno di voluminosità. Le note minerali, che pervadevano il frutto, ne segnavano come l’impronta digitale, lo collocavano in quel punto della terra, dicendo che il Redigaffi è lì e che alcuni uomini hanno avuto l’intuizione e la ventura di scoprirlo, di portarlo alla luce con quel vitigno, con quella meticolosità e quel lavoro.</p>
<p>E’ vero, parlo raramente degli uomini. Credo che in questo momento storico sia più importante focalizzarsi sui vini, cercare di capire cosa essi rappresentino realmente, concretamente, cosa significhi la dinamica espressiva di quell’etichetta nel panorama giovane del nostro nuovo vino. E quando leggo articoli sui personaggi del vino, ho spesso la sensazione di intravedervi della piaggeria, della complicità, strizzatine d’occhio e tutta una serie di comportamenti che poco mi persuadono.</p>
<p>Però alla fine di questo lavoro, che mi sono covato dentro per mesi, mi piace ed in fondo mi sembra bello e onesto pubblicare la foto che riunisce le persone vive che sono dentro la piena storia del Redigaffi, coloro che lo hanno progettato e seguito nel tempo, che lo hanno cresciuto in tutti i suoi giorni.</p>
<p>Impressa in un suo momento, è anche un’immagine che rappresenta le generazioni e l’esistenza che scorre. Con la bellezza di vita della viticoltura, la forza, il suo senso di progressivo e di continuità. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/05/MG_6055.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-351" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/05/MG_6055.jpg" alt="MG_6055" width="1024" height="687" /></a></p>
<p>Ho già detto di Virgilio Bisti. Abbiamo così al centro della foto la signora Rita Tua, compagna di una vita di Virgilio, a segnare l’inizio del Redigaffi. Accanto a lei, la loro figlia Simena con, sull’altro lato, il marito Stefano Frascolla, altro fondamentale autore e continuatore di questo vino, a rappresentarne il presente. Al centro infine il loro figlio Giovanni, cui spetta il futuro e a cui auguriamo tutta l’umiltà, la creatività e la passione possibile per lo sviluppo e la crescita del Redigaffi, che, essendo appunto un’opera aperta, si rinnova ogni anno e avrà davanti ancora luoghi e percorsi.</p>
<p>Perché c’è una considerazione da fare al termine di tutti questi assaggi e su quanto in particolare ci hanno detto le ultime quattro vendemmie, ognuna appunto completamente diversa nell’andamento stagionale, in qualche caso anche assai problematico, ma che ha comunque espresso ogni volta un suo risultato perentorio.</p>
<p>La mia sensazione forte è che il Redigaffi stia entrando in una nuova dimensione, ancora più vasta, sicura, profonda e che questa impennata sarà più evidente, quando il grosso delle piante avrà compiuto e superato i 20 anni.</p>
<p>Anche per questo è bellissimo il mondo del nostro vino. I 20-30 anni che abbiamo alle spalle sono stati di scuola, di prove, lezioni ed apprendimento, quasi sempre con piante in vigna non più che bambine. Il prossimo decennio segnerà l’età adulta, quando si andranno ad unire il fondamentale patrimonio di informazioni che si è accumulato nelle conoscenze dei viticoltori e la ricchezza e l’ulteriore complessità che saranno in grado di dare le viti, ormai nel pieno delle loro qualità espressive.</p>
<p>In questo senso il Redigaffi ha già compiuto un percorso straordinario, che lo pone in un altissimo vertice, ma è sicuramente un vino tuttora in pieno movimento. La 2013 dà un forte indizio di questo. E’ rabbioso come non è mai stato, cerca e scava in profondità, traccia nuovi solchi. La 2014, pur in mezzo alle traversie di un’annata difficilissima, scova un tratto di soavità ancora più vasto e perfetto.</p>
<p>Per le vendemmie a venire ho così aspettative davvero alte. Sono convinto che nel nostro vino, e così nel Redigaffi, ci siano spazi del gusto tuttora intentati e inesplorati. E’ la positiva progressività del suo mondo a lasciarmi curioso, gli ulteriori luoghi da raggiungere, le possibili espressioni che ci daranno nuove sorprese e stupore, tanto da far scomparire il timore per il tempo che dovrà pure passare.</p>
<p>Del resto l’aspettativa credo sia la molla della nostra esistenza, immaginare il futuro è il nostro atto e cammino quotidiano, quando si sta bene e la vita ci piace molto, ci intriga.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com/redigaffi-o-della-piu-grande-giovinezza/">Redigaffi o della più grande giovinezza</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com">I migliori vini della nostra vita</a>.</p>
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		<title>I vini 2011 della Tenuta di Biserno</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2015 13:55:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[2015]]></category>
		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ci sono serate di pura gioia che si aprono all’improvviso, sensazioni di completa beatitudine, di ammirazione estetica che paiono finalmente scuoterti e portare altrove quei cupi pensieri che i fatti di questi giorni, con i loro lutti, le violenze, le sopraffazioni, sembrano averci confitto nella mente, come un filo spinato. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Lodovico 2011    95 (96)</b></p>
<p><b>Biserno 2011   94</b></p>
<p><b>Il Pino di Biserno 2011  92</b></p>
<p>Ci sono serate di pura gioia che si aprono all’improvviso, sensazioni di completa beatitudine, di ammirazione estetica che paiono finalmente scuoterti e portare altrove quei cupi pensieri che i fatti di questi giorni, con i loro lutti, le violenze, le sopraffazioni, sembrano averci confitto nella mente, come un filo spinato.</p>
<p>Devo dire che poche sere fa l’assaggio contemporaneo di tre vini meravigliosi, la loro bellezza incantatoria, la qualità armoniosa e superba che esprimevano, il pensiero accurato, meticoloso che sottintendevano assieme a tutto un intero, lunghissimo percorso di civiltà, mi hanno fatto avvertire non solo un sentimento di felicità, ma anche quello assai più raro di orgoglio per il paese in cui sono nato e per la cultura italiana ed europea, di cui questi rossi sensazionali sono frutto e figli.</p>
<p>Mi sono sentito insomma completamente felice di averli potuti assaggiare, di essere vissuto in questi anni e di appartenere a questa civiltà, che dalla coltivazione di una pianta ha saputo ricavare qualcosa di infinitamente complesso, irripetibile e sfaccettato come la terra in cui nasce, che muta e cresce nel tempo, solletica la mente, ne porta avanti i sentimenti ed i pensieri, apre così portali, idee.</p>
<p>Ci saranno aromi, ci saranno possibili sapori in un’altra vita? Certamente non lo so. Ma l’impressione di questi, quando sono, come nei tre vini assaggiati, al loro più alto livello di bellezza, spero di poterla ritrovare e che tutto questo possa compiersi e durare oltre quello che a noi ora appare solo infinito tempo che scorre.</p>
<p>Queste sono state le impressioni provate, le sollecitazioni, avviluppate come può essere un’emozione forte, che proverò ora a spiegare, scusandomi subito se devo suggerire di cliccare sulla sezione <i>I vini dell’anno</i> 2014 (quando il lettore lo vorrà) ed andare all’articolo <b>Tenuta di Biserno</b> di un anno fa, in cui racconto le mie impressioni di assaggio sulle vendemmie precedenti. Non voglio insomma ripetere, per la salvezza di tutti, quanto già scritto su questa azienda e sulla sua storia. Ma provo ad andare oltre, focalizzandomi su questa meravigliosa vendemmia 2011 attualmente in commercio, in cui tutti i vini della Tenuta compiono un formidabile salto di passo, ad indizio di una prima maturità per le vigne, che sono iniziate a nascere nel 2002, e che da questo punto di vista moltissimo possono ancora di più dare.</p>
<p>Tuttavia questa annata si posiziona già come un punto fermo. L’andamento stagionale praticamente perfetto, anche il caldo dell’estate costantemente mitigato dalle brezze su questo pendio dalla bilanciatissima composizione di terreno alluvionale, ciottoli, calcare attivo, argille, carbonato di calcio, ci offre l’indicazione di quanto la scelta di Lodovico Antinori, a studiare l’area di Biserno già nel 1995, quando ancora guidava l’Ornellaia, fosse stata intuitiva del suo sontuoso potenziale, ma assieme anche quanto sia stata poi lungamente ponderata e meditata in ogni successivo passaggio, a partire dall’individuazione precisa di quei vitigni e cloni che si possono esaltare in questo particolare contesto di terreno, microclima, altitudine.</p>
<p>Le varietà poste qui a dimora sono state appunto di un taglio particolare e diverso. A prevalere nettamente è il Cabernet Franc, poi, nelle sue lenti di argille, il Merlot, infine il Cabernet Sauvignon + una piccola percentuale di Petit Verdot. La fittezza delle piante è di 6.500 ad ettaro a cordone speronato, con una resa delle uve che si può sostanzialmente quantizzare nell’ottenimento di un chilo a pianta.</p>
<p>Allora confesso anche di essere un po’ stanco dei dilettantismi che ci circondano, in tutti i campi. Credo che questo paese si possa salvare con la competenza più seria, più alta e poi con tanta passione, con il lavoro. Sono portato sempre più a credere che il vino ha un bisogno estremo di abilità, discernimento, esperienza, buon senso, arte. E la sorpresa di questi rossi che avevo davanti era nell’avvertire la presenza completa di questo sicuro filo conduttore, che portava a vini tanto belli quanto inaspettati, che andavano per una strada di aromi e di sapori che non avevo mai conosciuto.</p>
<p>Era appunto la sorpresa dell’inedito a colpirmi. Avevo assaggiato tantissimo per decenni, ma questi profumi e sapori non li avevo mai sentiti. Sono andato così a ritroso per capire i motivi di tali risultati. Dal sito in grado di giganteggiare con quei particolari vitigni, poi l’equilibrio in vigna, con basse rese delle piante, ma senza controproducenti esasperazioni (una volta un produttore mi ha raccontato di aver potato le sue piante in modo che dessero solo un grappolo d’uva per quell’anno. Risultato poi molto modesto in vendemmia e piante che hanno avuto successivi problemi, come per aver subito amputazioni).</p>
<p>Credo, negli anni di lavoro che ho trascorso, di aver capito questo, che le piante devono stare bene per dare grandi risultati, in armonia con il suolo e con l’aria che respirano attorno. Le piante devono essere felici, non devono portare troppi grappoli, che le sfiancherebbero e diluirebbero ogni loro linfa. Ma la vigna non può nemmeno trasformarsi in un ospedale da campo, riempiendo la pianta di ferite, proprio nel momento del suo maggiore sforzo e delle sue più complesse elaborazioni.</p>
<p>Mettere dunque le viti in condizione di offrire il loro meglio è la grande prova di sapienza, saper poi scegliere il momento massimo per vendemmiare, giungere a raccogliere il frutto lì dove la vite non può fare di più, né aggiungergli altro. Indovinare insomma l’apice di quella annata. Ed ancora una rigorosa cernita dei grappoli, eliminare quelli non maturi, togliere anche ogni possibile impurità da quelli che sono i migliori frutti, qualche acino vizzo o con una prima prurigine di muffa, niente insomma che possa contaminare e impoverire l’esito del vino futuro. Poi la sapienza delle fermentazioni, dove tutto si trasforma e nascono i nuovi profumi, le bucce cedono quanto hanno aggregato nelle stagioni e il mosto si riempie di colore, dei tannini migliori, compiendo giorno dopo giorno i primi sapori. E’ un momento magico e allo stesso tempo quanto mai delicato. Sbagliare un solo passaggio amputa il vino di non so quante possibilità espressive e le rende per quell’anno irrecuperabili.</p>
<p>Potrei ancora andare avanti così, all’infinito. Ma quello che ritengo insomma fondamentale è la conoscenza appassionata, tenace di ogni passaggio, l’abilità professionale di chi dirige e poi dell’intero staff che lo accompagna. Ripeto, non conosco personalmente Lodovico Antinori, ma dietro i vini che ho appena assaggiato si avvertiva l’idea, l’estro importante di un autore che mira a toccare un’espressività estrema e assieme c’era la messa a fuoco di tutti quelli che sono i suoi valori e le possibilità, senza trascurare alcun dettaglio.</p>
<p>In un certo senso un vino è come un film. Noi vediamo scorrere la pellicola e la storia sullo schermo, possiamo godere di quella trama e di quei dialoghi che si concentrano in un paio d’ore di visione. Ma dietro c’è un regista che ha diretto per mesi un’intera troupe di attori, sceneggiatori, architetti, maestranze. E’ lui, è il suo taglio, il suo stile che permette alla storia di crescere, emozionarci, toccare i nostri pensieri. E’ nella sua abilità. E Lodovico Antinori nella Tenuta di Biserno ha accumulato e raccolto la sua intera esperienza del vino, ha scelto i luoghi, i vitigni e dunque gli attori, ma poi anche i collaboratori e tecnici, al culmine di una vita che è stata anche una lunga avventura attraverso il vino (e mai banale, né commerciale).</p>
<p>A questo aggiungo una nota di numeri, che possono dare un’ulteriore dimensione della selezione che qui c’è stata alle spalle di ogni etichetta. Parliamo di una tenuta con 47 ettari di vigne, immerse nei boschi e piantate tra il 2002 ed il 2003. Da tutto questo la produzione della vendemmia 2011 è stata di 54.000 bottiglie de Il Pino di Biserno, 50.000 di Biserno, 6.000 di Lodovico. L’eliminazione dei grappoli non soddisfacenti, per giungere a rossi di questa portata, offre dunque una media di 2.340 bottiglie ad ettaro.<a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/11/8A4T1175.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-315" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/11/8A4T1175.jpg" alt="8A4T1175" width="848" height="243" /></a></p>
<p>Dico questo perché la sensazione evidente nell’aprire i tre vini, nell’avvinare i bicchieri, lasciando roteare le prime gocce all’interno del cristallo, osservando quel loro sontuoso andamento scuro e denso, grasso e glicerico. E poi, ultimata questa operazione, facendo scorrere i vini nei calici, che si riempivano di colori impenetrabili e, ancora, quel primo colpo di naso … Insomma suonava tutto come la conferma e la definizione di essere davanti a qualcosa di molto serio, di profondo, meditato e assieme di inedito.</p>
<p>Per me, che ho la fortuna di assaggiare migliaia di vini l’anno, l’impressione complessiva in quei primi minuti è stata di trovarmi davanti al grandissimo esito di un progetto calcolato in modo millimetrico ed al tempo stesso con la smisurata passione di una sfida. Perché questi rossi grandiosi rivelavano una straordinaria misura, un senso del gusto, della perizia, di classicità spaziale verso il concetto dell’uvaggio bordolese, con una precisione altissima. Ma al tempo stesso non c’era alcuna algidità, la bravura tecnica appariva anzi sopraffatta dalla ricchezza superba del frutto ed ai profumi era tutto un traboccare sensuale di aromi, di suggestioni, di echi, incroci, rimandi. Rossi insomma colti, meditati, originalissimi e intimamente passionali. Ma anche con una fortissima impronta territoriale e, direi, di dichiarata toscanità ad avvolgerli.</p>
<p>Per una volta vorrei iniziare dal terzo vino aziendale, appunto Il Pino di Biserno 2011. E dunque taglio di Cabernet Franc al 50%, Merlot 30%, Petit Verdot 12%, Cabernet Sauvignon 8%. Con la premessa che non ho mai dato nella mia vita ad un secondo-terzo rosso aziendale il punteggio di 92/100 (e per la verità poche volte l’anno riesco a dare questa valutazione). Eppure ero lì con questo vino superbo dal colore nerastro, il primo che avevo annusato dei tre che mi erano davanti. E mi domandavo cosa sarebbe stato di questo rosso in una degustazione cieca, a cosa poteva paragonarsi, come si sarebbe comportato al confronto di altri vini più noti e costosi?</p>
<p>Difficile comunque scambiarlo e confonderlo con altre etichette, perché il quadro olfattivo era originalissimo ed al tempo stesso virile, sicuramente attraente, ma anche con un suo notevole aplomb di seria compostezza. Oltre questa impronta, c’era però qualcosa di spettacolare in quel calice. Ed ovviamente Il Pino ’11 è stato il primo ad aprirsi e a definire la sua architettura, dando quella sensazione di offrire qualcosa di molto serio, complesso ed intenso.</p>
<p>Per chi ama il vino si apriva una grande emozione dei sensi, del pensiero, del piacere. Con la presenza del Merlot ad essere la prima a farsi avvertire. La sua immediata carica olfattiva tendeva ad una sensazione di carne appena fumé, ad un ricordo ematico ed anche ad un senso di caldo e di familiare. Man mano poi, così come ruotava il bicchiere e trascorreva il tempo, si sollevava la sensazione di frutti neri in un respiro bellissimo, che mi lasciava sempre più curioso e cresceva assieme la sensazione balsamica, la leggera tostatura del legno, su cui tracimavano i frutti di bosco deliziosamente e potentemente composti su una prima traccia di goudron. Rosso poi straordinariamente appetitoso alla bocca, meravigliosamente equilibrato e dunque di una masticabilità appagante ed assoluta. Vino che si beveva con immenso piacere, che si scandiva man mano nella bocca, con cui si provava la sensazione di compiere dei passi, tale la solenne, profonda fittezza, che, via via che lo assaporavi, ti accompagnava nei pensieri.</p>
<p>Un’esperienza bellissima, ponderata, meditata, che consiglio a tutti caldamente di fare. Rosso che è oggi al suo 70-80% di espressività, che si può tranquillamente conservare positivamente per altri 4-5 anni e (da non trascurare mai) dal magnifico rapporto qualità-prezzo.</p>
<p>Arrivo così al Biserno, in cui il mix di uve ricalca in sostanza quello de Il Pino con Cabernet Franc e Merlot a prevalere nettamente. Vi ho già detto dei miei assaggi sulle vendemmie 2009 e 2010. Ma le piante qui sono cresciute di un altro anno e l’andamento stagionale 2011 è stato poi praticamente perfetto. L’inevitabile risultanza è che questo Biserno ha una ricchezza, qualità, concentrazione di elementi, di linfe, vorrei dire di segreti, assolutamente superiore (tutti noi sulla esatta composizione dei vini, nelle sue infinite particelle elementari, abbiamo praterie scientifiche ancora tutte da indagare e percorrere). Così i tempi di espressione per un rosso di tale calibro inevitabilmente si dilatano e di molto.</p>
<p>Ora è un bel problema annoso quello dell’affinamento di un vino in bottiglia e quanto un produttore debba aspettare, prima di metterlo in commercio. Tema poi di conduzione economica, nella quale mi muovo anche con molto impaccio, perché ovviamente il vino va venduto ed è l’unico sostentamento per un’azienda che ha le sue quotidiane spese vive, i suoi stipendi da pagare e così via. Però di fatto questo Biserno 2011, grandissimo, emozionante, inizia oggi appena a definire il proprio spazio e la propria dimensione, direi quella che è la sua identità e tratto di profumi e sapori, che appaiono ora solo al loro primo accenno.</p>
<p>Così ho assaggiato questo vino, ne sono rimasto molto colpito, sono convinto che attraversi ed indichi territori gusto-olfattivi intentati, che mi intrigano enormemente. E mi resta come un malessere, un rimpianto per averlo già bevuto, consumato, perché tra 3-4 anni sarà sicuramente assai più espresso, più maturo, più poderosamente originale e delineato nelle traiettorie che già accenna.</p>
<p>Il suo colore è totalmente impenetrabile. L’impressione immediata al naso è stata quella di maestosa profondità, un monumentale totem del nuovo vino italiano, profondamente confitto nel terreno, carico di echi e di toscanità. Era davvero tutto molto vasto, serrato ed al tempo stesso, nonostante questa concentrazione, il Biserno emanava un’idea di eleganza, di accuratezza raffinata, di purezza soffusa, cremosa. Dopo più di un’ora nel calice ha iniziato ad esprimere la sua sarabanda cromatica di aromi, petali di fiori dolci essiccati che se n’andavano finissimi nell’aria, poi il corpo dei mirtilli, la cioccolata, le spezie, i balsami in una loro assoluta freschezza. E alla bocca colpiva il suo corpo sereno e imponente, con meravigliosi tannini perfettamente bilanciati al frutto traboccante. E tutto attraversato da una lunga vena fumé e inchiostrata. Un rosso strepitoso, che non finivo mai di annusare, assaggiare, come di impadronirmene, in cui convivono la razionalità e l’anima, la dolcezza e la rigorosità.</p>
<p>Per il Lodovico 2011 infine vale con ancora più forza il discorso fatto sul Biserno 2011. Credo che oggi questo meraviglioso vino (cui assegno il punteggio più alto che ho mai dato finora, anche se obbligatoriamente in divenire) esprima oggi a malapena un 20% del potenziale e direi che, per chi ha la fortuna di possedere una simile bottiglia, sarebbe bene non aprirla prima di 5 anni.</p>
<p>Inutile poi dire che ho rapportato a questo assaggio il ricordo fortissimo che avevo del Lodovico 2008, sentito un anno fa. Diciamo dunque che c’è una differenza di 2 anni, di gioventù e tempo di vetro, nel mio assaggio, su vendemmie poi diverse, con piante in questo caso che sono più mature di 3 anni. E insomma il 2008 era molto più delineato (ho avuto anche l’impressione che dovesse aver avuto più tempo di legno), più conciato, già più inciso nei suoi tratti e così osservabile, gustabile.</p>
<p>Questa vendemmia 2011 è però sicuramente superiore nel passo, nella ricchezza, nella solennità, nella maestosità dell’andatura, con l’impressione di un vino gigantesco, crudo e giovanissimo, che è la selezione esasperata dei migliori grappoli della Tenuta, qui a larghissima prevalenza di Cabernet Franc, poi Merlot e piccola percentuale di Petit Verdot. E la cosa bellissima inoltre era anche nella profonda diversità tra il Lodovico ed il Biserno, che rimiravo nei due calici davanti a me, con i loro impressionanti colori nerastri. Aggiungiamo infine che il Lodovico ha avuto bisogno di un’ora in più per uscire fuori, respirare, emergere, dilatarsi ed andare poi in crescendo, staccando l’altro.</p>
<p>Si tratta comunque di due opere nel complesso assai diverse tra loro, molto forti nel carattere, ma con traiettorie gusto-olfattive del tutto separate. Il Biserno, come detto, era pervaso da una leggiadria ed eleganza suffusa, baluginava in sfumature, in tocchi, in fascinazioni. Pure nella sua concentrazione echeggiava un’anima dolce, alta e femminile.</p>
<p>Il Lodovico era più profondo, virile e carnale. C’era in lui più furore ed al tempo stesso (ed è anche il questo la sua grandezza assoluta) appariva pieno di preziosità. In qualche modo il suo quadro e ventaglio olfattivo poteva ricordare quello de Il Pino, ma su un’altra dimensione, infinitamente più concentrata, più profonda, più tenace e rabbiosa, vorrei quasi dire più drammatica. Anche qui i toni del Merlot erano i primi ad avvertirsi. Poi man mano si dipanavano ricordi deliziosi di pasticceria, vaniglie e ancora via via frutti neri di bosco su toni fumé e così si aprivano in successione strati di inchiostro e liquirizie, che scavavano e affondavano le loro sequenze infinite, aprivano nuovi aromi e suggestioni, delineavano tratti di un paesaggio e di una prospettiva che nessun altro vino italiano, a mio avviso, ha mai attraversato.</p>
<p>Anche qui, devo ripetere, avrei voluto assaggiarlo con cinque anni di bottiglia in più, in un gioco spazio-temporale davvero impossibile all’uomo. Ma è quello che ho pensato per tutta la sera, seduto a quel tavolo. E’ stato l’unico sottile e profondo filo di malinconia che ho avvertito in ore davvero indimenticabili. Il Lodovico ormai non c’era più. Ne rimaneva solo una traccia nel calice che provavo ancora a sentire, a scoprire.</p>
<p>Occorre anche dire però, che se il naso, nella sua meravigliosa, ma terribile gioventù, era ancora non compiuto, la bocca invece, nella sua consistenza imponente, nella qualità serica e morbidissima dei tannini, in quel senso di velluto che non ho mai sentito con quella qualità, erano di una generosità travolgente, a esemplare dimostrazione di bellezza, talento e maestria straordinari. Gli strepitosi accenni chiaroscurati dei profumi direi che si scioglievano in deliziose e al tempo stesso imponenti cremosità alla bocca, che traboccava di frutti dalla persistenza infinita.</p>
<p>Se il Biserno rivelava un corpo sereno, il Lodovico era più profondo e catramato, più complesso e pensoso, giovanissimo, d’accordo, e ancora inquieto, attraversato così da lampi, pensieri, da viaggi e territori tutti da vedere e conoscere negli anni a venire.<a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/11/e-hunyady_20131214_052_.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-316" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/11/e-hunyady_20131214_052_.jpg" alt="e-hunyady_20131214_052_" width="4288" height="2848" /></a></p>
<p>Mi piace allora concludere questo articolo (che possa essere benaugurante per un vino ed un’azienda in fondo alle sue prime apparizioni) con l’immagine di Lodovico Antinori assieme alla sua giovane figlia a Biserno, accanto ad una vigna d’inverno, che sta riposando prima di riprendere la nuova stagione.</p>
<p>Vedo sempre il vino come l’emblema di una cultura e della sua possibile continuità. Abbiamo un assoluto bisogno dei nostri figli, affinché questa rimanga viva e si rinnovi, magari si ampli, cresca. E’ tutto quello che possiamo lasciare e l’affidiamo al loro futuro, alle loro mani.</p>
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		<title>Anticipazioni da Trinoro</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2015 16:46:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[2015]]></category>
		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non mi è accaduto molto spesso, però a volte una giornata che si annuncia importante e piena di aspettative può diventare ancora più sorprendente. Non so, la trama di una romanzo, che all’inizio non ti prende, si trasforma in una profonda avventura dello spirito, un primo appuntamento a vent’anni con una ragazza, che ti intriga appena un po’, esplode in una cotta travolgente. Insomma a volte gli avvenimenti ti possono stupire in positivo.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Tenuta di Trinoro 2014  (95 ?)</b></p>
<p><b>Camagi 2014  (94-95 ?)</b></p>
<p><b>Tenaglia 2014  (93 ?)</b></p>
<p><b>Magnacosta 2014  (92 ?)</b></p>
<p><b>Palazzi 2014  (91 ?)</b></p>
<p><b>Tenuta di Trinoro 2013 (94 ?)</b></p>
<p><b>Magnacosta 2013  (93 ?)</b></p>
<p><b>Palazzi 2013  (92 ?)</b></p>
<p><b>Tenuta di Trinoro 2012   94-95</b></p>
<p><b>Palazzi 2012   93</b></p>
<p><b>Magnacosta 2012  92-93</b></p>
<p>Non mi è accaduto molto spesso, però a volte una giornata che si annuncia importante e piena di aspettative può diventare ancora più sorprendente. Non so, la trama di una romanzo, che all’inizio non ti prende, si trasforma in una profonda avventura dello spirito, un primo appuntamento a vent’anni con una ragazza, che ti intriga appena un po’, esplode in una cotta travolgente. Insomma a volte gli avvenimenti ti possono stupire in positivo. E le cose belle poi vanno dette, raccontate. La vita non è solo una eterna sfilza di disgrazie. Ci sono anche grandi piaceri nell’esistenza, improvvise scoperte e cose che ti meravigliano, ti tolgono il respiro, nonostante già si parta da aspettative alte. E ultimamente io quelli che si lamentano e basta, che profetizzano solo catastrofi, leopardianamente <i>li prendo a schivo</i>. Ho voglia di guardare al mondo con un po’ di sorriso, appunto, provare a prendere il meglio.</p>
<p>Tornando al vino, quello che mi è successo con gli ultimi assaggi di Trinoro ha a che fare con quanto raccontavo all’inizio.</p>
<p>Mi trovavo dunque, in un raro e recente viaggio in Toscana, non lontanissimo dalla Val d’Orcia. Butto così la telefonata ad Andrea Franchetti “Sto abbastanza vicino. Se domani faccio un blitz a Trinoro, diciamo in tarda mattinata?”.</p>
<p>“Io sto a Roma però” mi risponde lui. Ci pensa su un attimo “Ok, vai, parto domani mattina. Ci vediamo a Trinoro per mezzogiorno. Ci sono novità da sentire”.</p>
<p>Ora il pranzo a Trinoro, preceduto dall’assaggio dei vini in prossima uscita, è, come ho vagamente già accennato, una delle grandi gioie di questo ultimo paio di lustri, che mi distillo curativamente per quell’una o due volte l’anno, a dissipare malesseri e cattivi pensieri. Davvero una superiore medicina alla vita e alla bellezza, una specie di viaggio nel tempo o nel Tibet, con una inedita sequela di nuovi vini dai colori impenetrabili che mi verso lentamente nei calici, dopo averli avvinati (va da sé), prima dell’arrivo dei cibi (tutti, come dice Andrea, pasta a parte, nati e cresciuti a Trinoro).</p>
<p>D’inverno siamo nella grande cucina dall’aria antica e vissuta. Con il bel tempo si pranza all’aperto, sotto la tettoia di canne, davanti il paesaggio che precipita nel silenzio delle vigne e dei boschi attorno e si innalza poi, oltre l’Orcia, verso la rocca di Radicofani e, ancora più lontano, dentro i colori dell’Amiata.</p>
<p>I vini (adesso ci arrivo) sono sicuramente il motore pulsante ed il suggello della giornata. Ma tutto il loro cuore appassionato (perché i vini di Trinoro sono delle bombe di sentimento) deve mettere sotterraneamente in circolo filtri, umori, memorie. Così quel pranzo si tramuta nel ritorno a quello che eravamo decenni or sono, in quei pensieri, dentro la percezione di una Roma diversissima che ci respirava addosso, in uno stato d’animo e una dimensione di epoca, che ha inciso la mia giovinezza e quella di tutti gli altri attorno a me.</p>
<p>Alle volte, ridendo, parliamo nel gergo di quei decenni, con le parole, le espressioni che si usavano negli anni ’60-70 (perché nel linguaggio c’è tutto il codice genetico di quello che abbiamo visto e vissuto), quando eravamo dei ragazzetti (che il vocabolario orrido e banale dei dominanti di allora definiva con il termine insopportabile di) contestatori e gli sguardi di giovani coetanee ci facevano sembrare immenso ed eterno il futuro.</p>
<p>Ma non c’è stato mai un graffio di malinconia in quei pranzi, tutto mi è sempre apparso sospeso in un tempo immoto di serenità e spesso anche in un’atmosfera di trasparente allegria tra due persone della stessa generazione, della stessa città, anche se di quartieri e ceti sociali diversi, ma sicuramente con delle affinità elettive, che hanno camminato nella giovinezza lungo parallele separate, ritrovandosi poi all’improvviso in questo nuovo millennio. E ora si incontrano una-due volte l’anno, ma solo in questo lembo ancora un po’ selvaggio della Val d’Orcia.</p>
<p>Allora, a farla breve, erano giunte a questo punto le aspettative per il giorno dopo. Io ero ormai pronto a godermi la festa e l’immersione in questa specie di <i>come eravamo</i>.</p>
<p>Ora (altra piccola parentesi) confesso di essere un uomo arcaico. Il telefonino lo tengo così bello spento e morto. Né mi articolo su facebook, twitter, linkedin, whatsApp o quant’altro. Del resto vivo quasi sempre dentro casa, metà del tempo al computer (spesso a leggere o scrivere e-mail). Sono dunque, per chi vuole, facilmente raggiungibile. E nei miei rari viaggi accendo il cellulare, faccio la telefonata in quel momento necessaria. Poi lo rispengo e via. Del resto o sto in macchina o ad assaggiare vini e rispondere lì ad una chiamata diventa terribilmente urticante, quando non pericoloso.</p>
<p>Prima di lasciare l’albergo dunque il mattino dopo, chiamo casa in una consueta routine e apprendo da mia moglie che Andrea mi sta cercando e che non ha capito bene cosa gli sia successo.</p>
<p>Già dalla voce poi trovo un Andrea trafelato e, direi, furioso. E’ appena uscito dalla stazione di Polizia per la denuncia. Sceso insomma di casa quella mattina, per arrivare a Trinoro, ha trovato la macchina con le quattro gomme squarciate. Capita dunque anche questo (e neanche raramente) nella nostra città, che si va imbarbarendo ormai sempre più.</p>
<p>Comunque l’appuntamento è saltato. “Senti, però passa” mi dice. “Ti faccio preparare i vini. Ci sono delle sorprese. Dimmi poi che ne pensi”.</p>
<p>Un’ora dopo ero a Trinoro. Ed, entrato nella cantina, c’era un cartone da 12 bottiglie che mi aspettava. Sacrale. Immenso. Totemistico e supremo contenitore di sogni e delizie. Me lo guardavo. Mi sembrava che brillasse come il Santo Graal. Solo per pudore non mi sono inginocchiato a pregare. Ma probabilmente avevo lo stesso sguardo stupefatto che avevo colto negli occhi di mia figlia, quando nel ’93 la portai per la prima volta da Hamleys.</p>
<p>Il pranzo era ormai andato, va bene, ma con il carico che trasportavo (io che non amo guidare) potevo viaggiare da solo fino al Polo Nord e tornare poi indietro a tutta velocità, fiordo a fiordo, curva a curva, senza mai un momento di sosta. Mentre continuavo a domandarmi cosa potesse esserci in quel misterioso e incantatorio cartone.</p>
<p>Vengo così ora ai vini (so di aver abusato della vostra pazienza), che ho scoperto solo una volta entrato a casa.</p>
<p>Campionatura completa allora di tutti i cru della vendemmia 2014 e della 2013, ovviamente non ancora imbottigliati e presi dai legni o dalle vasche (di questi vini do il punteggio tra parentesi e con il segno ? . Ci ritornerò su, quando saranno in bottiglia ed in commercio), poi i cru 2012 (imbottigliati nella primavera 2014) ed un superbo 2011 di Tenuta di Trinoro, a completamento del set e che fungerà da supremo balsamo lenitivo per qualche nuvoloso tempo a venire.</p>
<p>Questi 8 vini ’14 e ’13, presi dai legni o dalla vasca, andavano dunque assaggiati subito e sono stati così la cura, l’occupazione e lo stupore dei 2-3 giorni successivi, sperimentando anche la tenuta e l’integrità che avevano a bottiglia aperta, dopo 24, 48, 72 ore (oltre non posso dire, perché li avevo ormai tutti finiti e sgocciolati a dovere).</p>
<p>La sorpresa era sulla 2014, che presentava per la prima volta tre cru di Cabernet Franc (che è sempre stato il vitigno più importante a Trinoro). Quei nomi che avevo così visto, indicati sulla grande mappa delle parcelle di vigna, e che avevo attraversato spesso nel giro in macchina che facevamo tra i vigneti più alti, prima di pranzo, prendevano ora finalmente forma in nuove etichette.</p>
<p>Ma, come ho già detto, Andrea Franchetti da sempre vendemmia tardivamente per piccole parcelle, che tiene separate poi anche nei legni a capirne sviluppi, evoluzioni, particolarità. E questa esperienza oramai ventennale ha portato a conoscere e a individuare quei picchi che rendono il vino tanto completo e particolare, da non avere bisogno di altro apporto. Il risultato delle piante confinanti non aggiunge niente e rischia anzi di mascherarne i tratti, l’unicità degli aspetti. Le piante poi finalmente cresciute esprimono una personalità ed un carattere dichiarato ed unico.</p>
<p>E insomma in quelle bottiglie verificavo una delle (poche) verità in cui credo. Che cioè nel vino italiano il meglio debba ancora venire, che siamo solo alla prima generazione di grandi rossi. Con piante ed esperienza di più di venti anni, noi avremo ulteriori immagini, spessori, profumi e sapori. E chi avrà lavorato per andare e vedere oltre il crinale della collina, oltre quel buono (che quando viene meccanicamente ripetuto ogni anno diventa solo scontato), presenterà nuovi vini e etichette su cui interrogarsi e stupirsi, lasciando assaporare anche un po’ di gioia e di ottimismo, che è oggi ahimè così raro.</p>
<p>Allora preparatevi alla sorpresa 2014 di Magnacosta, poi Tenaglia, infine Camagi.</p>
<p>Ma una precisazione su questa vendemmia va fatta, perché è stata tra le più fredde e umide degli ultimi due decenni. E le notizie che mi arrivavano a settembre non erano buone. Ma Trinoro è in alto e particolare, spesso contraddice quanto detta il centro della Toscana (la sua 2010, ad esempio non è stata importante, mentre grandissime sono state la 2009 e la 2011). Qui poi è fondamentale il rush finale dell’ultimissimo tratto. Le raccolte, sempre manuali e pezzo a pezzo, che danno il segno all’annata e la incidono. Quelle che partono dalla decade finale di ottobre e si concludono anche al 10 di novembre su quei 600 metri dell’ultima vigna più alta.</p>
<p>Dentro i suoi vini nerastri c’è tutto il Tenuta. E così ognuno di essi diviene ogni anno profondamente diverso. La 2014 ha appunto tutto il segno di questi ultimi giorni di vendemmia (ma senza alcuna sensazione di sovrammaturo), dove, nel saper attendere, in una esasperante annata che sembrava ad un certo punto non voler concedere proprio niente, il grappolo ha maturato le sue linfe segrete, le ha elaborate di nascosto, non le ha fatte vedere a nessuno. Il rischio è rimasto a mille. Altre piogge avrebbero potuto far marcire tutto. Ma il cattivo tempo a quel punto si è placato. Qualche divinità ostile è rimasta distratta, occupata a fare altro. Le foglie dei grappoli colti in precedenza già arrossavano. Le notti erano fredde e di giorno brillava il sole.</p>
<p>E’ lì che si fa il vino estremo, in quello che avviene nei grappoli, nei precursori di futuri aromi e sapori, che vanno ora percorrendo spazi inediti in una trafelata corsa finale a quel qualcosa in più che va oltre le mode e l’attualità, giungendo lì dove non sono mai stati in quell’anno e nemmeno in tutti quelli precedenti. Mi viene in mente il Pascoli più visionario, il <i>“si cova/ dentro l’urna molle e segreta/ non so che felicità nuova”.</i></p>
<p>E dunque davanti a me i tre calici di Cabernet Franc dai loro colori impenetrabili, meravigliosamente nerastri. Il Magnacosta è della vigna più bassa, a 470 metri, quella dal suolo ciottoloso attorno alla cantina, dove, millenni or sono, scorreva un fiume. Il Tenaglia è più in alto, intorno ai 550 metri, in pieno pendio su una terra più profonda e sabbiosa. Il Camagi ancora più su, tra i 570-580 metri di altitudine, su un terreno povero, di roccia erosa, e poco profondo, dentro cui la competizione tra le piante è a mille.</p>
<p>Premetto che era la seconda volta che sentivo il Magnacosta, etichetta che era stata inaugurata con il 2011. Quel vino era sicuramente molto buono, ma in parte rimaneva sovrastato da Palazzi e Tenuta. Certo andrebbe oggi riassaggiato per capirne le evoluzioni. Allora mi era comunque sembrato bello ed algido (con quel minimo di freddezza didattica, che non ho mai trovato nei vini di Franchetti). Ma ci sta pure che in una prima annata ci si vada con i piedi di piombo, ci si possa accontentare di un bel vino definito, sicuramente varietale, in un certo senso da manuale del perfetto Cabernet Franc.</p>
<p>Con il 2014 cambia però l’intera musica, il vino mantiene certamente la sua definizione, ma è come approfondito ed al tempo stesso diffonde il suo contorno di eleganza, la grande florealità del naso, la penetrativa mineralità del suo suolo, la linearità bellissima e armonica della composizione, la lunghezza acuta e l’equilibrio della bocca.</p>
<p>Il Tenaglia 2014 poi presenta un varietale ancora più netto e straordinariamente dolce. Ed è dei tre Cabernet Franc quello che presenta più grasso e volume, probabilmente più estratto. Pur essendo pieno di forza tannica, tracima di una abbacinante ricchezza di frutto di more e ribes, risultando dolcissimo e con molta strada da percorrere ora nel legno e nelle vasche (parliamo ovviamente di vini svinati da pochi mesi, che hanno molto tempo per evolversi, mutare, crescere. E questo, non starò a ripeterlo, vale per tutti i vini che descriverò del 2014 e del 2013).</p>
<p>Il mio cuore confesso comunque di averlo lasciato nel Camagi 2014, un Cabernet Franc vertiginoso, il più profondo al colore, severo ed elegantissimo, con un’apertura aromatica più complessa, più graffiante, che già accennava inchiostro e goudron. Mi colpiva il suo nitore e la sua bellezza, la lunghezza e la persistenza alla bocca. Straordinariamente grasso e con un tenore acido a conferirgli una infinita dinamicità espansiva, penetrativa, minerale.</p>
<p>Sono terribilmente curioso di risentirlo ad evoluzione completata e sono altrettanto convinto che il Tenuta di Trinoro abbia ora trovato in casa un suo bel rivale. Ma questa non sarà mai una guerra, soltanto un bell’essere vivi nel confrontarli e berli.</p>
<p>E appunto veniamo al Tenuta ’14 che appare subito appena più vasto ed orchestrale, così come il Camagi era un solista abbacinante. Il Tenuta si offre subito pieno di note floreali che si vanno man mano aprendo in un naso maturo e prezioso. Mantiene quel fondo spettrale che avevo avvertito nel primo assaggio del Tenuta ’11 (quello preso dalla vasca), come una sua intima venatura di drammaticità, sopraffatta poi dalla sontuosa ricchezza dell’estratto, dalla vastità degli infiniti frutti che lo compongono. Eppure in bocca mantiene aplomb, nervosità, lunghezza straordinaria di sensazioni. Ed appare un vino dal potenziale altissimo.</p>
<p>Infine il Merlot Palazzi 2014, che dei rossi dell’annata è quello che meno mi ha entusiasmato, con una precisazione però, visto che l’assaggio migliore me lo ha dato 24 ore dopo l’apertura, nella mezza bottiglia rimasta.</p>
<p>Ribadisco qui come la descrizione di un vino svinato da qualche mese e da poco posto nel legno non può avere niente di ultimativo. Il vino deve ancora camminare, crescere, assestarsi, magari fermarsi, poi riprendere a correre ed evolversi, assai spesso in positivo. Attraversa insomma varie e diverse fasi in questa sua crescita e potrà essere molto diverso, quando sarà imbottigliato.</p>
<p>Tuttavia il Merlot, appunto vitigno precoce, non deve essere stato troppo aiutato dall’andamento di un’annata così fresca ed umida. L’assaggio ha dato un vino di notevole cremosità, anche grasso, tuttavia meno complesso degli altri ed un po’ molle. Curiosamente però dopo un giorno appariva con delle nuances inchiostrate e tanniche che non c’erano prima e gli davano ora più brio e durezza. Il tempo di legno così potrebbe fare miracoli. Ma ci ritorneremo sopra tra un paio di anni, quando questo rosso avrà fatto anche qualche tempo di bottiglia.</p>
<p>La 2013 poi è stata poi un’altra annata fredda, meno estrema della 2014, ma complicata per portare a grande maturazione e in sanità i grappoli delle piante.</p>
<p>Già un e-mail di Andrea mi aveva però messo sull’avviso. “Le annate freschine danno vini lunghi” mi scriveva, perché, nei piani dichiarati di quella visita, era la 2013 che volevo assaggiare, la più vicina all’imbottigliamento.</p>
<p>Ora nei tre grandiosi vini che avevo davanti, scurissimi, vividi, carichi di profumi ed energie, verificavo un’altra piccola verità, che cioè con piante di questa maturità e con l’esperienza che il produttore ha man mano incamerato, con questa durezza di selezione in vigna, si arriva ad una costanza di livello prima impensabile. Certo i rossi di Trinoro manterranno in ogni annata un loro timbro particolare e unico, perché le diverse stagioni li marcano e li segnano a quelle altitudini ogni volta in modo diverso. Ma lo standard di qualità rimane ormai perentorio.</p>
<p>Ricordo i risultati minori di vendemmie come la 2004 e 2005 a Trinoro, dopo che nella 2002 non era stato prodotto il Tenuta, e credo che siano state anche il frutto di inesperienze, di piante giovani e incostanti che dovevano ancora raggiungere il loro equilibrio, di piccoli errori di valutazione, che pesano però, quando l’obiettivo è il picco estremo.</p>
<p>Così con questi tre rossi superbi che avevo davanti agli occhi, traboccanti di spessori e aromi, mi veniva da pensare “Se questa è stata un’annata difficile, io le voglio tutte così”.</p>
<p>Il Merlot Palazzi ’13 appariva profondo, intenso, pieno di profumi, freschissimo e vibrante. La bocca era lunga, grassa, ricca di tannini e con una nota lignea, forse anche un pelo di malico da svolgere ancora, una piccola smagliatura che il tempo prima dell’imbottigliamento potrà correggere con calma. Ma avevo davanti a me un rosso intrepido, un Merlot di consistenza superba, profondo e chiaroscurato, come questo vitigno può esprimersi solo in casi eccelsi, ed assieme fitto, teso, dalle lunghe intensità e le grandi fattezze.</p>
<p>Il Magnacosta ’13 poi appariva perfetto, miglior esito per questa etichetta, prima della suddivisione in cru (ma, mi domandavo, un po’ di Camagi e Tenaglia ci sarà scappato dentro? Io l’avrei fatto). Comunque parliamo di un Cabernet Franc spaziale, penetrativo, lungo, elegantissimo, dritto come una spada, giovanissimo, serio, terso, pronto a crescere per decenni in bottiglia e poi compatto, denso, equilibrato come l’uomo di Vitruvio, solo muscoli e tendini, e contemporaneamente ricchissimo di sensazioni olfattive, che sfumano nel goudron inchiostrato e nel fumo.</p>
<p>Il Tenuta ’13 infine sicuramente più degli altri due denotava un senso di chiusura al naso. Vino inizialmente trattenuto, crudo, come l’annata fredda detta. Il colore poi talmente impermeabile alla luce, da dare quasi il segno di questo sigillo messo lì a non lasciarsi ancora accostare. Ma poi nel largo calice il vino ha cominciato a formarsi ed a salire in un crescendo incantatorio, rimanendo tuttavia con un suo carattere nordico, ancora freddo e in parte trattenuto, con particolarità olfattive però inedite, meno di frutto maturo, dolce e solare, più di inchiostri, catrame, tostato, spezie officinali, erbe preziose essiccate. Il suo è un fitto, complesso bouquet tutto ancora da comporsi. Vino infinitamente lungo e profondo, di nitore estremo, rigoroso e bellissimo, che crescerà per molti anni in bottiglia. Diventerà uno dei Tenuta più belli e longevi. Alla bocca dava già questi suoi preannunci, la concentrata ricchezza era tale da esprimersi in una magistrale masticabilità, densa di more e ribes inchiostrati, in una sensazione di bontà che non finiva mai.</p>
<p>Ora su tutti questi vini, che devono ancora evolversi in cantina e poi in bottiglia, ho dato un punteggio (oltre che con il punto interrogativo) sostanzialmente cauto. Insomma mi tengo piuttosto basso, considerandoli appunto dei vini non finiti, non ancora compiuti. E’ questa soltanto la loro fotografia di oggi, quando sono ancora bambini. Sicuramente ci tornerò poi su, quando saranno in bottiglia e con un tempo adeguato di primo affinamento. Ma quello che mi interessava era restituire l’emozione e l’impressione forte di quanto ho avvertito, nella casualità di grandi rossi <i>in progress,</i> che dovevano essere assaggiati informalmente a pranzo, come un test del momento. E che poi le casualità più impreviste mi hanno consentito di portare a casa e di poterli valutare accuratamente, anche in modo più distaccato e tecnico.</p>
<p>Devo inoltre sinceramente dire che questi 2-3 giorni dedicati ai loro assaggi mi hanno restituito un entusiasmo al vino, alla purezza primordiale delle sue sensazioni, che pensavo in certe giornate di non possedere più (capitano momenti in cui ti senti soffocato nel mestiere, nella routine di assaggi che non ti convincono. Pensi così di aver perso la curiosità, quel candore, quell’innocenza che davanti ad un vino devi obbligatoriamente offrire).</p>
<p>Questi vini invece mi hanno restituito fiducia e mi hanno confermato quanto spazio maggiore ogni nuova vendemmia può occupare e proporre, se il produttore è animato da un serio spirito di ricerca e di avanguardia, di novità, andando oltre il già sentito, anche rischiando, per giungere all’intentato, all’inedito. Mi viene in mente come in uno di questi pranzi all’aperto, mentre si parlava davanti ai bicchieri, si raccontava e probabilmente io gli commentavo i vini che sentivo, Andrea, con lo sguardo verso le vigne, si sia come lasciato sfuggire un pensiero, pronunciando a bassa voce “Voglio fare cose belle”.</p>
<p>Al tempo stesso però questi assaggi così ricchi, intensi, di uno splendore non immaginato, che non avevo mai visto e di cui mi mancavano come le coordinate, mi ha causato nei giorni successivi una sorta di sindrome di Stendhal. Mi sentivo talmente appagato, sazio, completo, quasi stordito da tanta bontà da non volere più assaggiare vini. Non solo, questa ridda di sensazioni erano tanto forti, ma nello stesso tempo così disordinate, confuse, aggrovigliate, da non riuscire nemmeno a scriverne. Dovevo lasciar sedimentare tutto. Per capire dovevo aspettare. Il fisico e la mente, con i loro tempi, dovevano immagazzinare e poi decodificare, dare ordine ai pensieri e permettere alla fine di riflettere.</p>
<p>E ne sto scrivendo solo ora, di fatto a distanza di due mesi da quei primi assaggi. Ma tant’è, questi sono i miei tempi.</p>
<p>C’era però anche il 2012, già imbottigliato, come detto, dalla primavera del 2014, in quel cartone. E così l’ho pilotato per una buona occasione.</p>
<p>Per il compleanno della donna che mi sopporta da tempo immemore, mi sono fatto questo superbo regalo. Costamagna, Palazzi, Tenuta di Trinoro a cena. Chi può dire d’aver fatto altrettanto?</p>
<p>Era passato di fatto già più di un mese dall’assaggio dei 2014 e 2013.</p>
<p>Venendo dunque alla 2012, è stata un’altra annata caldissima, ma, a Trinoro, meno rovente della 2011. Qui però tutto è particolare e si stempera con l’altura, la luce. Le piante poi stranamente sono andate avanti in modo lento per tutte le stagioni dell’anno (chi sa, forse erano stanche per i grandissimi frutti dati nell’autunno precedente o forse c’era una nascosta sapienza della natura in questo percorso lentissimo delle viti). Le prime fruttificazioni primaverili hanno comunque quasi preceduto le foglie, che hanno aperto le loro pareti in modo tardivo e pigro. Sembrava quasi che procedessero al risparmio. Quello che appariva all’esterno erano grappolini, chicchi piccoli che a malapena stentavano.</p>
<p>A metà estate Andrea era un po’ perplesso e preoccupato. Ma questo progredire, lentissimo, strisciante, eppure millimetricamente costante, questo rimanere indietro rispetto ai tempi delle altre annate, ha fatto sì che le piante non si siano poi mai fermate, nemmeno nel momento più torrido e siccitoso di agosto. Esse hanno continuato procedere e ad elaborare sostanze su sostanze in un progressivo continuum fino ai tempi canonici di raccolta. Da metà settembre ai primissimi di ottobre per il Merlot, dal 12 al 25 di ottobre per i due Cabernet, una settimana più tardi per l’ultimo Petit Verdot.</p>
<p>Non so se l’ho già scritto, ma va anche detto come a Trinoro si segua da sempre una completa naturalità, i trattamenti sono di argille, propoli, semi di pompelmo. Parliamo sostanzialmente, pur senza che siano dichiarati, di vini biologici. Dalla vigna ai lavori di cantina qui si respira una naturalità piena, totale. Fin dalla prima annata si seguono i cicli lunari anche nell’imbottigliamento.</p>
<p>Tornando comunque a questa vendemmia, la costante in tutte le varietà ormai raccolte era nelle tonalità nerastre dei colori dei mosti ed in un grado zuccherino più leggero rispetto alla 2011 (consideriamo però che in questa annata i vini avevano un grado alcolico di 16, mentre con la 2012 siamo intorno ai 14,5). Tutto è poi proceduto con la stessa lentezza nelle fermentazioni, ogni movimento continuava a susseguirsi a bassissima andatura.</p>
<p>Dopo le svinature Andrea Franchetti non ne era soddisfatto. I vini gli sembravano neri e piatti, in bocca non riusciva ad individuarne la sostanza, il carattere.</p>
<p>Poi però tutto quello che di segreto avevano mantenuto nell’intimo si è cominciato a rivelare sempre di più nei legni e nelle vasche, in ogni mese che via via trascorreva. Questi rossi insomma continuavano a crescere e a prendere forma. Si dilatavano, acquistavano respiro, approfondivano gli orizzonti, proponendosi alla fine ancora una volta come vini totalizzanti e completamente diversi da ogni precedente vendemmia.</p>
<p>Nell’assaggiarli ho avuto la sensazione, rispetto alla 2011, di una agilità sostanziosa. Per taluni aspetti mi sembrano in qualche modo più moderni, come se il loro segno sia in una diversa, ma profondissima essenzialità. Hanno qualcosa in meno in alcol, in orpelli, in peso, ma è come se in questo alleggerimento esprimano ora più energia, più forza viva, più tensione, dinamicità ed un’incomparabile elegante bellezza, profumatissima, nitida, radicata, che va dritta al cuore.</p>
<p>Magnacosta 2012 dunque, con Cabernet Franc in purezza dalla vigna omonima e da Camagi. Colore di una impenetrabilità vivida che è tutto un programma e profumi in cui la viva varietalità si ammanta di toni cioccolatosi di una lunghezza fisica, tattile. Lo trovo assai più ricco e complesso del 2011 e al tempo stesso giovanissimo, tannico, appena astringente e con bordate di frutto denso che si innalzano sempre più fino ad un’elegantissima sensazione di fumo. Grande aplomb e rosso che crescerà molto a lungo.</p>
<p>Il Palazzi 2012 appare poi decisamente diverso dalla ’11, che dava l’immagine di una florida, carnale donna rinascimentale. Qui il quadro è di una giovane dei nostri tempi, bellissima e snella, un po’ nevrotica, dallo sguardo intrigante e misterioso. Si conferma anche nel Merlot, che è vitigno sostanzialmente sorridente e aperto, questa impressione di un’annata 2012 solo al suo primo inizio di percorso, con un naso incredibilmente conturbante, inchiostrato, percorso da una sua trama fittissima di frutti neri in nuce che brillano di spezie raffinate e lunghi strati di goudron. Vino che non si finisce mai di bere, con meno carne del 2011, ma più penetrativo e poi intensissimo, profondo.</p>
<p>Il Tenuta di Trinoro 2012 è invece più similare alla dimensione del 2011, anche se nell’uvaggio c’è qui una prevalenza di Cabernet Sauvignon. Ma il carattere di opulenza, il segno riconoscibile di una superiore maturità e sovrana pacatezza c’è tutto. Rispetto alla 2011 è però più sereno, come un Budda che ti guarda, sgombro da dubbi e da nuvole. E’ un vino di ampiezza infinita, vastissimo nel ventaglio olfattivo, dove tutto conduce ad una finalità di dolcezza nobile, di spazioso respiro complesso. La grassezza saporosa di frutti di bosco e more di rovo si mescola alla tannicità inchiostrata in un finale polifonico, lunghissimo e sensuale, con la razza ed il peso di un grandissimo rosso monumentale, solidificato e come fuori dal tempo, che ti abbraccia, esteso, confortevole, rasserenante.</p>
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		<title>Tenuta di Trinoro</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2014 09:59:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[2014]]></category>
		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><b>Tenuta di Trinoro 2011     94-95</b></p>
<p><b>Palazzi 2011        93</b></p>
<p><b>Magnacosta 2001      91</b></p>
<p><b>Le Cupole  2011   89-90</b></p>
<p><b>Le Cupole  2006   90</b></p>
<p>Possono esserci luoghi e territori dove gli esiti vendemmiali restano sempre abbastanza costanti negli anni. Ma a Trinoro, l’altitudine, il microclima fresco, la necessità di attendere una fase assai avanzata della stagione, portano ogni volta a risultati non raffrontabili con il resto della Toscana. Inoltre in un territorio come questo, al limite estremo della vite, i vini saranno sempre profondamente differenti dalla vendemmia precedente e da quella successiva pure nella stessa, medesima vigna. E questo è anche uno dei fascini di Trinoro, quello di rossi dall’irripetibilità più totale.</p>
<p>Della vendemmia 2011 avevo avuto notizie a voce da Andrea Franchetti, prima di quello stesso Natale. Soddisfattissimo, dopo una estate calda che era sembrata non dare tregua alle piante. Poi a metà ottobre una terribile notte di pioggia e tempesta (poteva altrove essere il finale disastroso della vendemmia) e le piante di Cabernet Franc ne escono invece rinvigorite, riprendendo a maturare, a correre e ad elaborare sostanze e sapori fino al termine del mese ed anche ai primi di novembre poi con il Cabernet Sauvignon ed il Petit Verdot, che, piantato a più di 600 metri, è sempre l’ultimo ad essere raccolto.</p>
<p>A luglio del ’12 “Mi sembrano vini grandiosi” mi dice Andrea al telefono. “Ti mando dei campioni dalle botti. Sentili un po’”. Mi arrivano di venerdì. Qui l’antica, imperiosa regola veronelliana: o si assaggiano subito o dopo almeno due settimane. La curiosità è immensa. E vado così, senza problemi, per il subito.</p>
<p>Conservo ancora gli appunti di quell’assaggio. Una bottiglia di Tenuta ’11 ed una di Palazzi ’11, che dal 2009 rappresentava il Merlot in purezza di Trinoro.</p>
<p>Verso il vino nei calici, dopo averli avvinati. Colori impenetrabili, nerastri edi una consistenza quasi visiva. Probabilmente per una forma di rispetto verso il Tenuta (lasciamo che si ossigeni un po’, pensavo), porto al naso il Palazzi (il 2009 mi era piaciuto, ma presentava un filo di spigoli verdi ai profumi che non mi aveva convinto del tutto), così non mi aspettavo proprio per niente quella bordata di deliziosità di polpa avvolgente e mastodontica in arrivo, certo ancora grezza, ma carica di dolcezze cremosissime di more e frutti di bosco. Aveva di certo più rotondità e profondità del 2009, mantenendo assieme tutto il sorriso e la luce del Merlot, quando è davvero grande. Insomma un vino sferico, formoso e felice, con un che di davvero splendente e radioso.</p>
<p>Il Tenuta ’11, al 90% da Cabernet Franc, era molto più chiaroscurato, più tannico, più severo, un vino con un che di assai più ieratico e monumentale, più potente, inchiostrato ed assieme quasi spettrale. Se c’era qualcosa che mi veniva in mente era il suono di quegli ultimi quartetti di Beethoven, non so, l’Opera 132 con il suo attacco duro, inquieto, contrastato o poi quell’incredibile Molto adagio. Era insomma un vino meraviglioso, che posto, misurato accanto al Palazzi, appariva superiore, più grande ed esteso, che si spingeva a profondità abissali, eppure mi appariva anche, come dire?, più tetro, più fosco. Forse l’avrei preferito con un minimo di luce in più, che lo avrebbe reso più vasto, più universale.</p>
<p>Lo scrissi per e-mail il giorno dopo ad Andrea, cercando di articolare tutto il discorso, parlando di forme, buttandola su “volumetrie armoniche, sensazioni”.</p>
<p>La risposta mi arrivò subito dopo, lapidaria e fulminante, che non ammetteva ulteriori intrusioni “Lo voglio spettrale”.</p>
<p><img class="aligncenter  wp-image-156" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/10/Andrea-Franchetti-Palazzi-300x213.jpg" alt="Andrea Franchetti - Palazzi" width="438" height="328" />Questa l’introduzione e il primo approccio al vino che mi è più piaciuto in questo tempo, quando un anno e mezzo dopo l’ho ritrovato, dopo aver ultimato il tempo di legno, definitivamente assiemato, e con un primo, doveroso affinamento in bottiglia a farlo comporre. Parliamo di un rosso dai parametri esplosivi in estratto, volumetrie, ricchezze, alcol (tra i 16 e 16,5 gradi), un vino particolarissimo, che mi fa sempre più pensare come le zone estreme siano certo incostanti nei risultati, perché legatissimi all’andamento climatico, ma anche inarrivabili, quando la stagione diventa favorevole e la mano dell’uomo è capace e sapiente. Il Tenuta ’11 lo ritrovavo (ma il primo assaggio era stato su un taglio da barrique) con lo stesso indimenticabile timbro solenne e austero, ma appariva poi dilatato, cresciuto in aromi maturi, fittissimo di frutti che sovrapponevano i loro strati via via a complesse dolcezze in un’armonia superba ed opulenta. Sicuramente era meno “spettrale”, aveva evoluto certe cupezze adolescenziali e appariva in una boreale luminosità, tanta era fitta la grassezza, la sonorità, la concentrazione ricchissima di sensazioni preziose in un lunghissimo finale inchiostrato di goudron. Un vino totale, assoluto e una grande emozione berlo.</p>
<p>Il Palazzi 2011 mi appariva poi incantatorio come la prima volta, grandioso, aperto, con tutta la suggestione del suo sorriso, di una profondità completa ed al tempo stesso dalla gustosità infinita. Merlot setoso, avvolgente, dalle grandi, voluttuose forme rinascimentali e una bocca vasta e deliziosa, con volumi densi, corposi, per un vino fisico, dal corpo florido, sereno, con i seni di una morbida bellezza struggente.</p>
<p>Ha fatto poi il suo esordio in questa vendemmia il Magnacosta, da Cabernet Franc in purezza impiantato in 3 ettari più di 20 anni fa sul fondo ciottoloso di Trinoro, lungo il piano della cantina. Vino diverso dagli altri due, che considero più didattico sull’espressività varietale del Cabernet Franc, un vino da manuale su quello che è il mondo di questo vitigno, con toni aromatici assai lunghi e floreali, meno opulento dunque degli altri due, ma al tempo stesso assai lungo, vibrante, quasi nervoso al paragone, elegantissimo e con un lungo tono fumé ad attraversarlo. Vino questo che paga una certa crudezza e che maturerà con anni di bottiglia.</p>
<p>Ma assieme c’era anche un Le Cupole memorabile, uno di quelli che considero, in un’espressione un po’ antica, uno dei miei vini del cuore. Bevuto infinite volte in questi anni, non ha mai deluso. Rapporto qualità-prezzo travolgente.</p>
<p>Ricordo il 2002 (annata pessima e il Tenuta quell’anno non fu prodotto e sta dunque lì dentro). Ne avevo trovate due ultime bottiglie in cantina. Le porto ad un pranzo tra amici assieme ad altri vini (sono convinto di essere invitato in genere solo per questo mio traboccare di bottiglie). Nel versarlo il Le Cupole appare un po’ scarico al colore (ma è nato così). Si apre però al naso con una bordata di frutti di bosco maturi, vaniglie, spezie dolcissime e preziose che sono un vero colpo alla memoria. Torna in mente l’infanzia, l’adolescenza, il mare, qualche viso che avevamo dimenticato. Insomma, a farla breve, la seconda bottiglia non l’ho aperta. Ho brigato con altri vini, ho bofonchiato qualcosa. E alla fine, un po’ nascostamente e rischiando l’incidente diplomatico, me la sono riportata a casa. Ma tant’è.</p>
<p>Il Le Cupole però può davvero sorprendere e far commettere cattivi gesti. E’ il secondo vino di Trinoro (oggi dovremmo forse dire che è il quarto), ma è un rosso fantastico, nelle grandi annate poi superbo, confortevole anche nel prezzo. Certo meno esasperato e complesso del Tenuta, che resta insomma un vino da grandi occasioni, da momenti particolari. Ma ricordo un paio di mesi fa di aver trovato, nel mezzo di una cassetta in legno di un altro vino, un Le Cupole 2006. La vendemmia era stata assai buona. Ma, mi sono detto, come avrà tenuto il Le Cupole? L’ho aperto la sera stessa, spensieratamente, senza problemi. Ed è apparso dal bicchiere un gran rosso delizioso, perfettamente bilanciato, con una gamma di profumi intensi ed incantevoli che hanno reso bella una serata qualsiasi, allontanando ogni ombra, ogni preoccupazione.</p>
<p>Il Le Cupole 2011 è così uno dei migliori affari che si possa oggi fare, frutto di quella che ritengo complessivamente la migliore vendemmia di Trinoro. L’ho assaggiato più volte nel corso dell’anno, è appena crudo, e me lo terrei ancora 1-2 anni in cantina affinché maturi, si allunghi e componga meglio, si rinsaldi. Ma comunque, anche bevuto ora, può diventare una scoperta magnifica e un compagno di viaggio davvero inseparabile per il futuro.</p>
<p><i>(nella sezione Storie La Via di Trinoro)</i></p>
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		<title>Tenuta di Biserno</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2014 09:58:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non posso dire di conoscere personalmente Lodovico Antinori. Ricordo solo una nostra conversazione telefonica abbastanza lunga, quando ancora possedeva l’Ornellaia. In compenso ho assaggiato moltissime volte i suoi vini, ricavandone impressioni di curiosità e suggestione forte, sempre. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/10/Foto-Marchese-Lodovico-Antinori.jpg"><br />
</a>Lodovico 2008                 94</b></p>
<p><b>Biserno 2009                 92-93</b></p>
<p><b>Biserno 2010                   91</b></p>
<p><b>Il Pino  2010                   90</b></p>
<p>Non posso dire di conoscere personalmente Lodovico Antinori. Ricordo solo una nostra conversazione telefonica abbastanza lunga, quando ancora possedeva l’Ornellaia. In compenso ho assaggiato moltissime volte i suoi vini, ricavandone impressioni di curiosità e suggestione forte, sempre. Vini non per timidi, ma decisi, dichiarati, innovativi, che solleticano l’intelletto, il gusto, tesi inoltre verso un’idea dichiarata di bellezza, di godimento. Non c’è dubbio che con Lodovico Antinori ci troviamo di fronte ad una personalità e sensibilità straordinaria verso il vino, che ha vissuto molti anni all’estero, educato dunque a continui assaggi sulle più importanti etichette internazionali, poliglotta e poliedrico, con una conoscenza infinita dei territori, dei vitigni e di tutto il nuovo che si va proponendo nel mondo. Uomo, credo, anche di positiva inquietudine e mai soddisfatta aspettativa nei confronti del grande vino. E questo, posso dire, me lo rende caro, perché parliamo insomma di un vero e proprio autore, che vive tematiche che mi intrigano e, presumo, coinvolgano tutti gli appassionati a vini tutt’altro che banali.</p>
<p>Al tempo stesso occorre anche chiarire meglio come Lodovico Antinori non sia un autore di vini difficili e scabri, da culto. Se vogliamo allargare la metafora alla cinematografia, non è insomma un regista di delicate ed intense pellicole, un po’ autoreferenziali da presentare al Sundance Festival, ma sicuramente è più uno Steven Spielberg, meticoloso, un autore di film-fiume pieno di personaggi, maniacale in ogni particolare del lavoro e del mestiere, e al tempo stesso con una visione ed un respiro spettacolare e grandioso della propria opera.</p>
<p>I suoi vini partono da un punto fermo e certo, che è la Toscanità. Questo il suo centro nevralgico, il suo ombelico, il suo nucleo. Ma da qui inizia poi un’indagine sofisticata, colta, che mette in discussione e sotto la lente di ingrandimento tutto, territorio, microclima, singole parcelle di vigna, possibili vitigni, biotipi e le infinite tematiche che un rosso comporta, nella ricerca e nel metodo, per riuscire a plasmare secondo la propria idea e gusto il grande rosso. La mano dunque nei suoi vini si sente e vuole esserci, perché deve sbozzare il marmo, far uscire la forma, la quintessenza degli elementi contenuti.<img class="aligncenter  wp-image-201" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/10/Lodovico-Antinori-high-res-300x200.jpg" alt="Lodovico Antinori high res" width="403" height="268" /></p>
<p>Il progetto Tenuta di Biserno, pieno com’è di echi intellettuali, non può così non incuriosire, proprio perché è la sfida successiva all’Ornellaia, per giunta a pochi chilometri da lì, con vigne più in alto e di diverso assetto geologico.</p>
<p>Arrivo subito al Lodovico 2008, perché è stato nei fatti uno degli assaggi emozionanti dell’anno, una di quelle etichette che ti fanno pensare ed aiutano a capire un autore, un progetto e cosa può essere il vino. Sgomberiamo però subito il campo da un altro nome che potrebbe aleggiare come un fantasma in questa storia, che è appunto quello del Masseto, di cui Lodovico Antinori è stato il primo autore a partire da una prova dell’86, iniziando poi ad imbottigliare il vino con la vendemmia ’88. Parliamo in questo caso di un Merlot in purezza dallo stratosferico spessore, che approfondisce a tal punto il carattere del vitigno quasi da riscriverlo, ampliandone i confini ed i lineamenti, rosso tra i più belli ed importanti in assoluto al mondo. Ma che è anche il sorprendente risultato del vitigno in una (e solo quella) particolarissima lente di terreno. I tentativi ad allargarne l’area, sin da quei primissimi anni, non hanno mai dato risultati all’Ornellaia. Il Masseto dunque è quello, nasce così solo in quel determinato punto e terreno. In qualche misura, e paradossalmente, non è poi un vino così difficile da replicare in ogni successiva vendemmia, essendo il risultato felicissimo e fortunato, verrebbe da dire, il miracoloso incastro di una combinazione perfetta terreno-vitigno. Tant’è che i cambi di proprietà e di mano che si sono succeduti all’Ornellaia in questi decenni non hanno poi mai modificato il carattere e la riconoscibilià del Masseto, che da allora ha solo la naturale variazione offerta dalla singola e particolare vendemmia.</p>
<p>Proprio per tutte queste ragioni ritengo che sia proprio il Lodovico l’opera più importante e personale del minore dei fratelli Antinori, vino appunto diversissimo dall’altro già nella composizione dei vitigni, trattandosi in questo caso di Cabernet Franc in larga prevalenza, seguito da Merlot e piccoli quantitativi di Petit Verdot, ed opera appunto sicuramente più difficile da realizzare e dunque assai più pensata, meditata, voluta. Prodotta inoltre, da vigneti piantati nel 2002, solo nella vendemmia 2007, poi 2008 e, in divenire, 2011.</p>
<p>L’assaggio di questo 2008, sin dall’esordio nel bicchiere, è stato un colpo al cuore ed ai sensi per quanto i profumi erano originali ed innovativi, succulenti e profondi. La trama aromatica mi è rimasta nella memoria per la travolgenza inedita e contemporaneamente ricchissima di suggestioni di frutto intarsiate e levigate di continuo da raffinatissime vaniglie e dalle tostature del legno. C’è una trama in questo rosso, un viluppo di aromi, un’intensità ed al tempo stesso un virtuosismo sferico talentuoso e inebriante. Frutti di bosco maturi e profondi su strati di cioccolate, nocciole, erbe officinali affondate nell’inchiostro, nel goudron, nella grafite. Parliamo di un rosso di impronta caravaggesca, fortemente chiaroscurato, dalla concentrazione superba, ancora giovanissimo, opulento e grandioso, in cui il legno nuovo ha un ruolo ed un peso, ma tutto trattenuto in una complessità serrata e fresca, che deve dunque ancora pienamente sviluppare la sua epopea di aromi per lunghi anni di bottiglia.</p>
<p>Grandissimo rosso allora, un totem di infinita creatività e superiore prova d’autore su un prodotto eccelso di vigna. Ma perché non è stato riproposto nella 2009, grande vendemmia questa in tutta quell’area?</p>
<p>Mi è stato risposto “Grande vendemmia di sicuro la 2009, eppure in tutte le sue parcelle non c’era quel vino che Lodovico Antinori cercava”. Questo per dire come il rosso estremo sia un grande puzzle intellettuale e creativo, che nasce però e sempre da un risultato particolare ed esaltante di vigna.</p>
<p>Quel Lodovico 2009 non prodotto ci aiuta però a capire la grandezza del Biserno 2009, che appunto lo contiene, etichetta che esprime il grande rosso aziendale a partire dalla vendemmia 2006 in un blend di Cabernet Franc e poi a scalare Merlot, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot. Vino che è cresciuto via via esponenzialmente, con una prova già molto felice della 2008. Ma è poi la vendemmia 2009 che “ ci propone un rosso-capolavoro, immenso e intensissimo, di sicuro uno dei più grandi assaggi dell’anno. I suoi profumi, di una profondità e solennità avvolgente, si dipanano a strati chiaroscurati di goudron traboccanti di una polpa di frutti deliziosamente preziosi. La bocca è poi sontuosa e vasta, masticabilissima eppure aristocratica, in cui la solidità si armonizza con la grazia. Connubio di uve mirabili, felicità del luogo ed anche rara raffinatezza compositiva.” Riprendo qui (e mi scuso) quello che ho scritto su La Repubblica recensendolo. Magnifico rosso dunque grasso e opulento, ragguardevole nell’intero panorama italiano, senza tuttavia quell’originalità, direi quell’estremismo e quella complessa rabbia gusto-olfattiva del Lodovico. Qui è tutto più grasso, rilassato, riconoscibile, voluttuoso e sereno.</p>
<p>Il Biserno 2010 poi risente inevitabilmente di una vendemmia meno felice per tutto il comprensorio dell’Alta Toscana, con qualche pioggia di troppo nell’ultima fase di maturazione dei grappoli. Il naso di questa annata è dunque più elegante, articolato, aperto, dalla polpa meno opulenta e concentrata del 2009, ma piena di aromi, mossa, con uno charme più femminino per un tessuto assai vellutato in una trama di frutti neri, fumo, terra bagnata, menta.</p>
<p>Ma in questa annata è davvero ragguardevole la prova de Il Pino di Biserno, che sarebbe il secondo vino aziendale, quando la presenza del Lodovico non lo relega alla terza posizione. E qui occorre anche aggiungere come il rapporto qualità-prezzo sia buonissimo. Il Pino 2010 può essere certo considerata un’anticamera dei vini maggiori, ma già con magnifiche pitture, stucchi e trompe-l’oeil. Medesimo uvaggio bordolese, che tende ad uscire sicuramente prima nel tempo, da godersi appieno tra i suoi 5-8 anni, ma di impatto ragguardevole, armonico e severo, di notevole personalità e persistenza, deciso nel legno, come è nello stile aziendale, ma perfettamente fuso e sapientemente distribuito in una trama di succosi mirtilli maturi e virili bande fumé a percorrerlo in una notevole e vasta nobiltà gustativa. E assaggio davvero da tenere a mente e consigliare.</p>
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		<title>Tua Rita</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2014 09:56:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[I vini dell'anno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ho iniziato a seguire il Redigaffi in modo continuativo dalla vendemmia 2005. Mi intrigava il tema del Merlot, che in poche, rare etichette riesce a sublimarsi al punto da entrare in una nuova sfera, con tutt’altra profondità, e a perdere così i suoi limiti, quei toni piacioni, ma anche semplici, quel sorrisone stampato e aperto che può sconfinare in un’immediatezza banale. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Redigaffi 2011  94</b></p>
<p><b>Redigaffi 2010   93</b></p>
<p><b>Syrah Per Sempre  2011  92-93</b></p>
<p><b>Giusto dei Notri 2011  91</b></p>
<p>Ho iniziato a seguire il Redigaffi in modo continuativo dalla vendemmia 2005. Mi intrigava il tema del Merlot, che in poche, rare etichette riesce a sublimarsi al punto da entrare in una nuova sfera, con tutt’altra profondità, e a perdere così i suoi limiti, quei toni piacioni, ma anche semplici, quel sorrisone stampato e aperto che può sconfinare in un’immediatezza banale. Torno a dire che il primo urto in me è stato con il Masseto (era la vendemmia ’92). Ed in qualche modo ritengo che questa etichetta sia divenuta da tempo la boa di riferimento per tutti i viticoltori di Merlot nell’intera Italia, non solo in Toscana.</p>
<p>Da allora ho capito come questo vitigno, in quelle poche aree davvero elette, cambi profondamente i propri connotati, dimensione e carattere. In ognuna però in modo radicalmente diverso. I pochi, grandi Merlot che abbiamo sono così sempre totalmente distinti e riconoscibili, come mondi separati, a parte. E nel Redigaffi quello che mi ha colpito fin dal primo impatto è la sua superiore dimensione di grazia, di aericità sferica, di bellezza, con un’eleganza e un respiro che nessun altro Merlot italiano possiede. Nei suoi profumi c’è tutto un soave e incantatorio succedersi di creme, spezie, balsami, frutti intrisi di essenze mentolate, in un quadro femmineo di suggestione totale, di memoria botticelliana, piena di grazia serena.</p>
<p>Il Redigaffi 2011 è al momento quella che mi sembra la sua vendemmia più grande, immacolata e al tempo stessa perentoria ai profumi. Ma occorre anche dire che, se vado a scorrere i miei quaderni di assaggio degli anni precedenti, le differenze di valutazione sono davvero minime, di mezzo punto, massimo un punto, a riprova di un vino che ha raggiunto, anche con piante ormai mature, una estrema sicurezza espressiva. E le conversazioni con Stefano Frascolla che lo segue e lo crea da sempre ci confortano in questo senso “Il Redigaffi è così, ha quel carattere, quel timbro, nasce solo in quella determinata vigna di argille, già gli acini hanno un loro particolarissimo sapore …”. Il fatto poi che il Merlot maturi perfettamente in questo lembo della Toscana con la metà di settembre lo mette anche piuttosto al riparo dalle cattive stagioni, con una costanza di risultati dunque felicissima e confortante per il futuro.</p>
<p><img class="aligncenter  wp-image-203" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/10/MG_6156-300x200.jpg" alt="_MG_6156" width="467" height="312" />Ma c’è anche un altro elemento che amo in questo vino e che fa parte delresto in pieno del dna del Merlot. Benché il Redigaffi io lo abbia assaggiato anche su annate più vecchie, e so quindi quanto questo vino tenga benissimo negli anni, ammiro e trovo confortante quel suo sapersi concedere e lasciarsi godere, anche quando è relativamente giovane. La sericità dei tannini, la sua polpa carnosa di frutti di ribes maturi e cioccolatosi, la formosità delle linee ed al tempo stesso una classe ed un equilibrio superbo fanno sì che bere oggi la 2011 sia un’infinita gioia dello spirito, senza rimpianti, senza ansie e senza alcun ripensamento. Si è bevuto un vino sublime, con un ordine, una sequenza, un crescendo felice, sereno, e con una profondità che quasi non si vuole far vedere. Se nel Tenuta di Trinoro parlavo degli ultimi quartetti di Beethoveen, qui sembra di essere davanti a Mozart, fate voi, una di quelle meravigliose serenate o un concerto per pianoforte e orchestra, comunque con quella bellezza e forma inappuntabili, celesti, con una simmetria, una dolcezza incantevole di frutto, una classicità da vino eterno che lascia sognare e sperare. Ricordo che poi ho continuato ad assaggiare e valutare quel terzo di bottiglia rimasta per le 24-48 ore successive (di più non ce l’ho fatta) ed il Redigaffi non perdeva una virgola, non aveva un cedimento, né una smagliatura. Rimaneva sospeso e perfetto nella sua dimensione.</p>
<p>Quando leggo articoli di giornalisti, soprattutto americani, che parlano di un vino buono, non so, nel 2025, mi viene una fitta d’angoscia. Pietà! Cosa sarà di me nel 2025? Che senso ha dire una cosa del genere? Serve a convincere di un investimento? Ma un grande vino può essere solo un piacere da condividere in tempi umani con le persone più care. Quello è il suo fine più nobile, è un suscitatore di pensieri, di felicità, di affetti. E io so per certo che, se un vino non nasce da subito con un suo equilibrio ed armonia superiore, quel vino non sarà mai buono, 10 o 20 anni in più di bottiglia non lo salveranno dalla mediocrità o dal declino. Ecco, il Redigaffi nasce e parte ogni volta da una sua forma e proporzione eccelsa. Sa dare felicità anche da giovane, rendendo così più giovani, motivati, ottimisti, sereni (c’è del buono nel genere umano, se si riesce a creare qualcosa di tale qualità e livello). E si può così sperare anche in qualcosa che superi il nostro effimero, mentre si assapora uno dei più buoni e nobili vini dell’anno.</p>
<p>Venendo ora alle altre etichette di Tua Rita, occorre dire come sia andato crescendo in queste ultime vendemmie anche un Syrah di straordinario spessore che con la 2011 prende il nome di Per Sempre.</p>
<p>Parliamo di una vigna piantata nel 1998. E quando nei primi anni assaggiavo questo Syrah ne avvertivo la razza, ma anche come le piante fossero ancora troppo giovani per dare profondità. Il 2011 però, complice anche la grandezza della vendemmia, segna ormai il definitivo cambio di passo, l’ingresso in un’età adulta. E parliamo così un altro vino dalla personalità decisa, potente ed incantatorio sin dal primo affacciarsi nel bicchiere, per quanto è denso, fitto, impenetrabile al colore, e come al naso poi sia tutto un aprirsi di prime energie con quelle note di pepe e spezie che sono nel varietale del vitigno, che qui però si sublima e si supera.</p>
<p>Parliamo di un rosso dal frutto gigantesco, con la solennità potente e serena, l’ampiezza trascinante di un grande fiume che scorre, in cui tutti gli elementi sono ancora freschissimi e crudi. Ed in questo caso ritengo che il Per Sempre 2011 meriti e guadagni da un maggiore tempo di bottiglia. E’ un vino più muscolare e concentrativo del Redigaffi, che è appunto invece pura grazia aerea. Qui le note di frutti di bosco si mescolano al tartufo in una densità cremosa e terrena, che, certo inizia ad aprirsi, ma appare ancora trattenuta e un po’ serrata ai profumi, con una forza ed un’energia anche tannica che non lo lascia ancora andare del tutto.</p>
<p>In bocca invece la grandissima fittezza di sensazioni già si lascia più avvertire, godere e gustare, perché straripa e trabocca sui tannini in una dolcezza nobile e masticabilissima da vino vero e autentico, che nasce in un grande sacrificio di vigna e da una mirabile conduzione tecnica, che sa equilibrare la potenza dell’insieme con la bellezza purissima del frutto.</p>
<p>E’ chiaro dunque che dopo questi due vini così stentorei e caratterizzati sarebbe difficile per qualunque altro primeggiare. Ed il Giusto di Nostri 2011, che è sicuramente uno dei migliori uvaggi bordolesi italiani, perde così qualcosa nel confronto. Ma sicuramente guadagnerà in bottiglia, ricchissimo com’è di echi, di sonore complessità. L’uvaggio di Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc ha del resto anche tempi diversi e più lunghi di fusione rispetto ai vini da monovitigno, mentre la degustazione, l’assaggio solo è un’inesorabile fotografia del presente. Noi folgoriamo con un clic un bambino nel suo metro e 20 di altezza, quando poi, cresciuto, supererà magari il metro e 80. E’ inevitabilmente così, non può essere altrimenti, ed il Giusto 2011 è oggi un gran rosso in nuce, una miniera ancora pienamente da scoprire, in cui si avvertono di sicuro la superiore grazia di fondo assieme alla preziosità dell’insieme, ma tutto in una giovinezza cruda con accenni di creme e nettari, ricordi ematici, sfondo fumé e un grande aplomb carico di ritrosia a mostrarsi.</p>
<p>Di questo vino ho poi parlato al telefono con Stefano Frascolla. L’ho già detto, quando un vino mi intriga, so di essere fastidioso. Mi impiccio. Azzardo. Entro in cose che non mi competono. Ho accennato così al ruolo dei Cabernet. Se magari potevano essere raccolti con qualche giorno di maturazione in più. E che tutto potesse fondersi maggiormente, avere magari quell&#8217; ulteriore guizzo, considerando come un uvaggio offra poi anche mille opportunità in più, essendo un vino orchestrale.</p>
<p>Ne ho ricevuto così l’ennesimo invito a venire in azienda, ad assaggiare i vini in evoluzione nei legni. Ma io ormai viaggio poco, ho una certa età. Sono pigrissimo. Certo però sentire il Redigaffi ancora in barrique, poi il Syrah, via via queste famose basi di Cabernet … Sarebbe uno splendore. Anche un onore. Ci penserò. Vediamo. L’ho promesso. Se ce la faccio. Magari in treno, forse …</p>
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