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	<title>I migliori vini della nostra vita &#187; Territori</title>
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	<description>Luciano Di Lello</description>
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		<title>Grandi Montepulciano d&#8217;Abruzzo &#8211; I Vini</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 2016 10:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Del primo assaggio del Dante Marramiero ho un ricordo indelebile, che si riallaccia alla storia della mia famiglia. Potrebbe (adesso lo racconto) sembrare non lieto e certamente non lo è. Però il vino, nelle sue etichette più importanti, ha scandito tutta quella che è stata la mia vita dai 23-24 anni in poi. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/B60-COMPRESSO.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-328" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/B60-COMPRESSO.jpg" alt="B60 COMPRESSO" width="850" height="513" /></a>Grandi Montepulciano d’Abruzzo – I Vini</b></p>
<p><b>Marramiero</b></p>
<p><b>Dante Marramiero 2005       94</b></p>
<p><b>Dante Marramiero 2003       91-92</b></p>
<p><b>Dante Marramiero 2001       94-95</b></p>
<p><b>Dante Marramiero 1999       92</b></p>
<p><b>Dante Marramiero 1998       92-93</b></p>
<p><b>Inferi  2011                          89-90</b></p>
<p>Del primo assaggio del Dante Marramiero ho un ricordo indelebile, che si riallaccia alla storia della mia famiglia. Potrebbe (adesso lo racconto) sembrare non lieto e certamente non lo è. Però il vino, nelle sue etichette più importanti, ha scandito tutta quella che è stata la mia vita dai 23-24 anni in poi.</p>
<p>Ed ho voluto che fosse così. Dai ricordi di cene con ragazze che mi intrigavano molto. Anche se non era un vero e proprio modo di conquistarle, ma solo di imprimere quella serata e quel momento con il miglior vino possibile, segnarla, nobilitarla. Consumavo in questo modo buona parte del mio stipendio di giovane insegnante. Ed era come se volessi mettere dei punti di riferimento su ogni occasione meritevole. Così nel ritrovare vecchi amici doveva esserci una bottiglia degna. Oppure al pranzo domenicale dai miei genitori o nelle festività e ricorrenze con tutta la mia grande famiglia allargata (adesso ci arrivo), doveva comunque esserci una sequenza studiata di grandi vini, che sceglievo con cura e, maniacalmente, con settimane di anticipo.</p>
<p>Li ricordo tutti. Ogni etichetta si aggancia ad un episodio della mia vita e ad un viso. Il Tignanello ’71 è legato a quello di una ragazza che mi piaceva molto, la scoperta del Sassicaia ’68 al mio grande amico sin dagli anni di liceo ed al suo sguardo sbalordito davanti a profumi che per noi erano completamente nuovi, un Barolo Pira ’67 agli occhi di mio padre che quella sera aveva cucinato meravigliosamente un fagiano, una bottiglia di Champagne Belle Epoque mi fa ricordare una cena con mia moglie, il Masseto ’92 un caro amico, produttore di vino, oggi famosissimo, cui dicevo che doveva ancora migliorare e di molto …</p>
<p>Potrei andare avanti all’infinito, ma ci sono anche fasi diverse nella nostra esistenza, anche momenti meno felici. Ed io poi nasco da una famiglia assai particolare. Delle sue origini ho già detto, ma il fatto è che nel mio caso parliamo di tre sorelle sposate con tre fratelli. Tre famiglie che sono state di fatto una sola. Vissute, durante le estati, dentro la stessa grande casa di Villa Santa Maria e, a Roma, in appartamenti vicinissimi, trascorrendo di fatto assieme l’intera esistenza, in ogni singolo giorno.</p>
<p>In qualche misura è come se io avessi avuto tre padri e tre madri, in una intricata moltiplicazione di affetti, ma anche di dissidi, di amarezze. Sono state comunque persone che hanno avuto una vita serena e molto lunga, che è andata dai 90 anni fino a sfiorare i 100.</p>
<p>Io li vedevo perennemente accanto a me. Erano così tanti, così solidi e stabili, sempre in buona salute fino a poco prima di cadere, da sembrarmi eterni, prolungando dentro di me un infinito senso di giovinezza. Con tutti loro in vita sentivo di poter essere ancora un ragazzino, c’era un’impenetrabile trincea presidiata da loro a proteggermi da ogni insidia del tempo o della malattia. E potevo così permettermi il lusso di non pensare alla morte, potevo scrivere, assaggiare vini …</p>
<p>Era l’aprile del 2004 quando mi arrivò l’invito per la presentazione del Dante Marramiero 1998, prima annata per questa etichetta e di una azienda di cui già molto mi intrigava il suo Inferi. Ma qualcosa era accaduto una decina di giorni prima. E insomma Una dei Sei era stata colpita da un ictus, da cui non si sarebbe più ripresa. Era un primo cedimento della Grande Barriera che mi difendeva e che entro la fine di quel decennio sarebbe stata tutta inesorabilmente spazzata via.</p>
<p>Ricordo e sento quelle giornate come l’ingresso in una età adulta e per questo definitiva, con una diversa coscienza di me stesso e del tempo che rimane. Ora l’elmetto toccava a me. Ero anche io in prima linea a difendere lo spazio e il tempo per la nuova generazione che nel frattempo era nata, quella di mia figlia, dei miei nipoti.</p>
<p>Ma quella sera, ad assaggiare questo nuovo vino (il <i>Dante</i>, come già lo chiamavano, che è poi lo stesso nome di mio padre), mi appariva come una sosta, una parentesi, un soffio d’aria e una fuga dai cattivi pensieri di quel momento, dalle sale degli ospedali, dai turni al capezzale di un’ammalata grave.</p>
<p>Avevo, come detto, già assaggiato diversi Montepulciano davvero importanti, ma il primo impatto con il Dante Marramiero mi ha dato subito la dimensione e l’idea di quella che è un’anima particolare di questo vitigno, quando viene coltivato con rispetto. Immediatamente appariva la sua linea di profondità e severità, di rigore, di forza, senza mai ricorrere però a toni sgargianti o gridati. Era un mondo solido e austero il suo, con un forte senso della misura, della disciplina e di spazio originale a renderlo riconoscibile. E proprio questa sobrietà, questo non voler mettersi in mostra, non ostentare le proprie virtù, mi sembrava un segno del modo di essere della mia gente, della mia famiglia. Mi faceva pensare al legame intimo e fortissimo che c’è tra un vitigno ed il popolo che lo ha coltivato per secoli, alla progressiva simbiosi tra vite e persona.</p>
<p>Tornando comunque al Dante, per provare a semplificare, già in questa annata, che, come per tutte le etichette alla loro prima uscita, era ancora alla ricerca di un proprio stabile mondo espressivo (e, vista ormai a posteriori, rispetto alle successive vendemmie, la ’98 mi appare oggi come la sua versione in qualche modo più brada e rustica), questo vino esprimeva profondità, severità ed una solennità fisica, carnale in un pentagramma tutto di forti equilibri tra frutto, acidità, mineralità, spezie, sottobosco, poi carne, pelliccia, goudron, rivelando man mano una sua essenza assai lunga, ma non opulenta, proprio perché misurata, rigorosa, serrata e assieme aristocratica. Se vogliamo, appena cupa, laconica all’inizio, vino che se ne sta sulle sue e cresce poi nel bicchiere, diventando via via più chiaro, familiare e vasto.</p>
<p>Ecco, il suo segno distintivo era proprio nella vastità profonda, carnale e in una sua certa chiusura iniziale. Non a caso l’azienda ha poi via via prolungato l’affinamento in bottiglia, prima dell’immissione in commercio, fino ad arrivare ai 10 anni dalla vendemmia. E il Dante Marramiero ha in effetti bisogno di tutto questo tempo, dimostrando un carattere ed una longevità straordinaria, che è nel dna intimo del vitigno (ma che qui si accentua fino a farmi ritenere il Dante come il più longevo e complesso tra i Montepulciano), quale appunto grande rosso articolato e monumentale, ma non semplice né immediato, con tutta la sua serie di disegni e rilievi che si possono scoprire e dipanare solo in un arco di tempo assai lungo, da osservare e valutare allora nel loro continuum di progressione e di svelamento.</p>
<p>Anche qui poi, a dimostrazione di una ricerca enologica molto scrupolosa e accurata, diretta alla sostanza reale e concreta del vino (e non dunque alle opinabili querelle sul sesso degli angeli), riferiamo di una tecnica particolarissima nella sua vinificazione, messa sempre meglio a punto e che si basa in primo luogo su una selezione e qualità assoluta delle uve, che nascono in questo caso da un impianto a tendone di 50 anni nell’aerale di Rosciano, a 270 metri di altitudine. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/Vigneti-autunno.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-329" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/Vigneti-autunno.jpg" alt="Vigneti autunno" width="1365" height="591" /></a></p>
<p>Gli acini dunque, dopo la diraspatura, vengono posti in tini di legno troncoconici da 30 quintali e trattenuti, nel centro e nel cuore del mosto, dalle fitte maglie di una rete, rimanendo così a fermentare lentissimamente e a rilasciare via via le sostanze del loro intero patrimonio organolettico e genetico per (leggete bene, sì) <b>24 mesi</b>. Robetta seria insomma e, ritengo, nemmeno tentata nelle altre regioni o su altri vitigni. Con la svinatura che avviene dunque a più di 2 anni dalla vendemmia. Solo allora infatti il vino, dopo i travasi, inizia il suo elevamento in barrique per altri 24 mesi. E, alla fine di tutto questo tempo, lunghissimi anni poi di affinamento in bottiglia.</p>
<p>Recentemente ho potuto fare una verticale di tutte le annate poste finora in commercio, la 1998, la 1999, la 2001, la 2003, la 2005. La sorpresa era nel trovarmi davanti a vini ancora intatti, perfettamente integri, vini con la schiena dritta e con un cammino avanti a loro dalla durata davvero indefinibile. Già il colore ne era la prima dimostrazione, forte, nerastro ed impenetrabile in tutti i campioni, seppure con piccole sfumature tra le diverse annate.</p>
<p>La 1998, oltre questa spettacolare profondità nei toni visivi, rivelava un ventaglio olfattivo che emanava un’idea di potenza, di densità e subito dopo affioravano note di cioccolata, more di rovo (le more di Villa, ho pensato subito), sottobosco, tabacco, grafite, spezie. Rosso di spettacolare potenza espressiva alla bocca e, rispetto alle altre annate, con un che di brado e primitivo, come di indomito.</p>
<p>Il 1999 invece ne rappresentava la versione speculare nella diversità. Il naso appariva più fresco ed elegante, con note iniziali di spezie e canfore, poi un leggero filo ematico a percorrerlo e a riempirlo di questo senso materico, ma sempre teso, carico di energia muscolare e senza un’oncia di grasso. Alla bocca si avvertivano tannini più sottili e gentili. Ed il vino si lasciava andare morbido, cremoso e femminino, con una lunga persistenza di dolcezza mentolata. La sensazione complessiva era di un rosso più elegante, più ordinato, più moderno, forse appena più leggero, ma anche più prezioso.</p>
<p>La 2001 raggiungeva poi il livello espressivo più alto del Dante Marramiero. Era una sorta di grande quadratura del cerchio, un rosso imponente, frutto di un’annata perfetta, in cui tutte le qualità ed i contenuti si sono dilatati, sono cresciuti, toccando un loro picco massimo. Vino che comunque non ha raggiunto il suo apice e deve ancora esprimersi completamente e compiutamente. Vorrei davvero possedere bottiglie di questo 2001 per poterle valutare per i prossimi 10-15 anni e capire dove ancora possano arrivare e quali ulteriori profumi e sapori possano svilupparsi e compiersi.</p>
<p>Rispetto a tutte quante le altre, questa annata rivelava dunque una superiore, superba ricchezza, una maggiore densità, più sensazioni di frutto. E la bocca manifestava un meraviglioso mix di potenza, grassezza dolce, con il frutto nero pieno di echi speziati, avvolti da note affumicate, che continuavano poi ad emanare un incantevole senso di spessore dal finale profondo ed inchiostrato. Grande rosso deciso, anche con un che di antico e ieratico. Davvero qui mi è venuto in mente “Onorate i padri”. Mi sentivo in quei momenti radicato, al centro di questa terra e dentro tutti i suoi rimandi di memoria collettiva.</p>
<p>La 2003 poi, pur rimanendo nell’ambito gusto-olfattivo del Dante Marramiero, paga ancora oggi il dazio alla sua estate precoce e caldissima. Ricordo ancora quella bolla terrificante di caldo che avvolse la Penisola sin dai primissimi di giugno. Le viti, praticamente di tutti i territori, per proteggere i grappoli dalla calura e dalla siccità, sono entrate in una sorta di letargo, interrompendo un flusso di linfe che ormai non possedevano più, né erano in grado di elaborare. E questo sigillo, questo essiccamento si avverte in tutti i vini di questa annata, è una sorta di impronta digitale che li distingue con tannini un po’ aridi e disidratati. Nel Dante 2003 prevale così oggi un altro aspetto che è quello della mineralità. Il suo frutto è ancora sottile, deve tuttora farsi largo e questo fa sì che non ci siano in lui oggi tante variazioni e movimenti aromatici. Vino da seguire nella sua evoluzione e che, con più di 12 anni, appare ancora chiuso e nello stesso tempo giovane. Non sarà mai il 2001, però possiede, a mio avviso, margini di apertura e dunque di crescita.</p>
<p>La 2005 infine è una vendemmia di gloriosa bellezza. Nel confronto paga lo scotto di essere la più giovane e quella dunque con minor tempo di bottiglia. E’ certamente, accanto a tutti gli altri, ancora un po’ crudo, appare come teso ed essenziale, per certi aspetti baroleggia con un arsenale di profumi in pieno movimento, brulicante di una complessità terziaria di sottobosco, vaniglie, bruciato, caramello, cannella, spezie officinali, inchiostro. La bocca è poi di una compostezza spaziale, solenne, sontuosa con tannini vividi eppure setosi ed in un equilibrio teso tra potenza, austerità ed una virile dolcezza. Diamogli comunque altri anni, altro tempo e sarà sicuramente più grande ed espresso.</p>
<p>Ma nel pacchetto d’offerta aziendale non va dimenticato quell’Inferi, che oggi è giunto alla vendemmia 2011. Parliamo di un bel Montepulciano pieno, ricco, con una bocca estremamente appagante, immediata e popolare. Non possiede l’altezza aromatica del Dante, ma è vino più aperto e pronto, che si concede molto alla bocca, carico di magnifica gustosità e di frutto, che sfuma nel sottobosco, nelle bacche, nel fumo, nell’humus, con una palatalità cremosa e materica, carica di bella e solida dolcezza espressiva.</p>
<p><b>Pasetti</b></p>
<p><b>Harimann 2007     94-95</b></p>
<p><b>Harimann 2006      94-95</b></p>
<p><b>Harimann 2002      94-95</b></p>
<p><b>Testarossa 2011      90-91</b></p>
<p>E’ bene dichiararlo subito. L’Harimann appartiene a quella ristrettissima cerchia dei miei più privati vini del cuore, un rosso assoluto che mi ha colpito e sorpreso ad ogni assaggio e non ha smesso mai di stupirmi sin da quella sua prima vendemmia, la 2000, che scoprii in un evento che si teneva in un albergo di Roma.</p>
<p>Doveva essere la primavera del 2005, perché di questo vino ho scritto poco dopo su Repubblica nel giugno di quell’anno (è solo l’archivio ad aiutarmi, non che poi …). Comunque li conosciamo tutti quei pomeriggi di assaggi affastellati e confusi nella sarabanda di una grande sala. In piedi, davanti a tavolini e banchetti rutilanti di visitatori a frotte. Braccio teso e bicchiere ad invocare un po’ di spazio. Annusare poi ogni vino rapidamente, dentro un calice dilavato che non ha più nulla di vergine, e scansandosi in fretta, prima che una spalla altrui te lo rovesci addosso. Tirando avanti infine verso il tavolino accanto, provando faticosamente a scovare tra i corpi assiepati quale sia ora il nome del produttore successivo.</p>
<p>Tutte serate che abbiamo stravissuto, in cui è complicato districarsi e di cui forse è anche difficile fare praticamente a meno. Insomma io ero lì, giunto quasi all’ottantesimo assaggio, in un corridoietto che affiancava la sala principale, come dentro una più modesta sottozona, quando incrocio un vino che riscalda il cuore al primo impatto, il fuoriclasse perentorio che se ne infischia di tutto, dell’aria pesante dei tanti vini altrui, dell’afrore di cibi cotti che aleggiano, di salumi e formaggi nei vassoi ad un passo, ma anche del bicchiere che hai in mano, irrimediabilmente contaminato da decine di quelle che Veronelli definiva volgari <i>pocciacchere</i>.</p>
<p>Con quei suoi aromi superbi questo Harimann, a me ignoto, superava e sovrastava tutte le miserie del mondo, avvolgendole di creme dolci, infinite, purissime. Ed io ero lì a strabuzzare gli occhi come tanti decenni prima davanti al volto di Isabelle Adjani in <i>Adele H.</i> o, più recentemente, guardando il gol di Neymar nel novembre scorso al Villareal, qualcosa che esce dagli schemi, sfonda gli argini e ti tracima addosso in un senso di eccitante meraviglia. Perché sono sempre più convinto che il grande vino nell’intimo della sua sostanza esprima prima di tutto la gioia e la felicità di un’intuizione riuscita, una cosa bellissima da guardare, un nuovo gradino di conoscenza, una scoperta, una scintilla, un corpo vivo da respirare ed assaporare, l’impatto con un mondo sconosciuto che ti sorprende.</p>
<p>Poi possiamo farci sopra tutte le riflessioni dell’universo, sul vitigno, sul territorio, l’autore, il portainnesto, il biotipo ed il sistema di impianto. Ma il grande vino ti sa e ti deve folgorare al primo colpo, ti deve incuriosire e stupire, come per ogni opera dell’uomo che esca dalle regole, dal consueto, dalla banalità.</p>
<p>L’Harimann poi non mi ha mai deluso in tutte le sue vendemmie successive. Anche nella 2002, annata che ho sempre guardato con sospetto, è risultato uno dei migliori vini usciti in commercio tra il 2007 e 2008. E comunque quello è stato il mio primo impatto con un Montepulciano “di montagna” o per lo meno coltivato alle falde del Gran Sasso, ai 550 metri di altitudine di Pescosansonesco, in una vecchia vigna a tendone su un terreno ricco di scheletro, dove forti sono le escursioni termiche e le vendemmie avvengono nella prima decade di novembre, perché prima i frutti non possono essere perfettamente maturi. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/Pescosansonesco-PE-1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-330" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/Pescosansonesco-PE-1.jpg" alt="Pescosansonesco (PE) (1)" width="2519" height="1306" /></a></p>
<p>Inutile dire che qui, in chiave Montepulciano e dunque con tutte le differenze del caso e dei vitigni, la mia memoria possa andare a Trinoro. Stesse altitudini, stessi tempi di raccolta delle uve e qualcosa che li accomuna, quando li assaggio. Territori estremi, a rischio nelle vendemmie così tardive, ma con qualcosa di eroico, concentrato e denso nei risultati, via via da dipanare poi negli anni successivi, e con le stimmate di un’ancestralità nei vini, una solennità potente, primordiale e per niente effimera. Una profondità ed una verità territoriale che io cerco nei grandi rossi, che va oltre il solito <i>taglia e cuci</i> di tante efficienti cantine.</p>
<p>Personalmente ritengo che in questi vini di altitudine si vadano a sommare infiniti elementi nobili, che non sono tuttora chiari per quello che è lo stato attuale di conoscenza sulle uve, su cosa, quanto e come accumulino le loro qualità in contesti tanto particolari. Qualcosa si può probabilmente intuire nella gradualità delle maturazioni, se la stagione è clemente, e quanto i grappoli traggano beneficio da una pianta che matura progressivamente, senza lo stress degli eccessi di caldo estivo che si possono avere più in pianura, quanti aromi si possano elaborare nel contrasto delle lunghe notti fresche. Ma c’è almeno un altro elemento da tenere in considerazione per vigne così alte ed è nella <b>luce</b> incamerata, quanta dunque ne ricevano in più e di quale qualità poi, lunghezza e purezza essa sia.</p>
<p>Ricordo che fu Giacomo Tachis a parlarmi di questo tema più di 25 anni fa (<i>“i quantum di luce”</i> mi andava ripetendo) e raccontava come tale argomento fosse stato sempre pochissimo studiato, se non addirittura snobbato da agronomi ed enologi. Ma per lui aveva invece un valore dirimente, era quello che faceva fare al vino un superiore e fondamentale salto di qualità.</p>
<p>Ora l’Harimann nasce in un contesto davvero particolarissimo. Le uve, raccolte così tardivamente, sono un concentrato di essenze, linfe, zuccheri, polpe di frutto. E questo è avvenuto senza accumuli rapidi e vorticosi, dunque disarmonici, ma tutto si è sviluppato con lentezza e nella luce, elaborando, giorno dopo giorno, anche quei precursori degli aromi più complessi, profondi che vireranno poi nel catramato.</p>
<p>Dopo la raccolta, gli acini hanno fermentato sul proprio mosto per 2 settimane. Il tempo di barrique si è aggirato intorno ai 24 mesi. Un percorso di cantina, come dire, nella norma del vino di qualità. Ma l’eccezionalità è qui data dalle uve, il dono è nel loro patrimonio, dentro tutto quello che contengono e possiedono, con un futuro livello alcolico che oscillerà ogni volta tra i 15 ed i 15 gradi e mezzo.</p>
<p>Il risultato visivo è così in un gran rosso dal colore che brilla, pur essendo totalmente impenetrabile. C’è la percezione di un contrasto fortissimo luce-buio, come in una tela di Caravaggio. Ed il naso è tutto appunto di forti chiaroscuri, opulento, concentrato, eppure tracimante di polpe e bellezze. Se la ricchezza densa, cremosa è un suo sicuro e deciso segno distintivo, non c’è però in lui un filo di stucchevolezza, né niente di sovrammaturo. Nell’Harimann appare una grandiosità e solennità tersa, luminosa, i profumi sono un brillìo di aromi preziosi, vividi e complessi dalla straordinaria suggestione. Rosso monumentale, ma fresco, vibrante, per niente statico, che è una vera e propria gioia degli occhi e del naso, emozionante nel suo diapason espressivo e con qualcosa nell’intimo di indomito e di radioso. Perché non è appunto un vino reticente, laconico, ma un superbo rosso che parla e dice, ricchissimo d’accordo, ma anche con un completo senso della misura nella disposizione e nella qualità degli aromi, come un supremo ordine a scandirne i profumi, che irradiano un senso di incantevole e di preciso, di virile e di infinitamente goloso.</p>
<p>Occorre forse precisare come ogni assaggio che tentiamo percorra un cammino certamente tecnico, in cui si innesca comunque un mestiere e una pratica acquisita in decenni di lavoro. Inevitabilmente.</p>
<p>E’ però questo, di sicuro, anche un cammino e un moto privato e sentimentale, perché il vino grande scuote nello stesso tempo la memoria, la sua intermittenza, quello che si avverte nell’animo, la percezione di un’idea, poi quello che sentiamo e ci emoziona come bellezza, come piacere. E dunque l’Harimann evidentemente si avvicina moltissimo al mio personale ideale di vino. Ma, se provo a razionalizzare, i suoi profumi e sapori mi piacciono perché avverto in essi un’estrema profondità che si va ad unire ad una vastissima ampiezza. E’ lo sviluppo di questa unione, l’apertura totale degli estremi, questa simbiosi suprema dei suoi picchi a colpirmi, qualcosa che è difficilissimo possedere in una sintesi così armonica.</p>
<p>L’assaggio delle ultime due annate offre appunto due Harimann superbi, cui dò lo stesso punteggio, con l’avvertenza però che la 2007 ha un guizzo di energia in più, rivelando margini di ulteriore crescita, qualcosa potrà ancora scalare nel punteggio, con spigoli acidi e tannici da smussare ed altri possibili picchi evolutivi da esprimere. Non è insomma ancora pronto. Ma occorre anche dire che questo 2007 lo avevo assaggiato in anteprima 2 anni or sono e gli avevo dato un punteggio inferiore al 2006, proprio perché era troppo crudo e scomposto e quindi non ancora in grado di esprimersi, di dire e di dare. Oggi però che è in commercio, e che ha trascorso altri 24 mesi di bottiglia, il risultato cambia.</p>
<p>Racconto così dell’impressione solenne nell’osservare il suo colore impenetrabile, tra il viola ed il nero, mentre scivolava nel calice. E dell’intensità vasta, superba di un naso ancora in costruzione che saliva immediatamente nell’aria, mentre lo versavo, quei suoi aromi, lo spettro larghissimo in cui si concentravano i frutti di more inchiostrate con balsami, spezie, goudron.</p>
<p>Tutto era potentemente concentrato, grasso e nello stesso tempo valicabile, godibile, pieno di splendore. Perché nel carattere dell’Harimann (ovviamente trascorsi i necessari anni, affinché si componga armoniosamente e ogni tassello espressivo si assesti nel suo spazio) c’è questa apertura, questo manifestarsi radioso, lunghissimo. Vino, ripeto, con ampi spazi di crescita ai profumi, ma con una bocca che è spettacolare già oggi, dolce, inchiostrata, tannica, su cui tracima un frutto grasso di incontaminato splendore ed incredibile suggestione. A suo modo, è appunto un rosso straordinariamente profondo, ma che sa accennare al sorriso, alla luce, con una lunga intelaiatura di goudron che lo avvolge e lo mantiene solenne, complesso, estremamente solido, eppure calmo e vasto. A suo modo, sereno.</p>
<p>Assai similare è poi il quadro espressivo nella 2006, appena più matura e con un filo di energia futura probabilmente in meno. E’ però un rosso assoluto aperto all’oggi, a come siamo ora, morbido, denso, fluttuante di frutti e polpe preziose, con un corpo dichiarato, esposto, da godere e masticare, giunto in una sorta di primo apice nel quale rimarrà a lungo, carico di potenza grassa godibilissima e saporosa, che avvolge di creme e cioccolate l’energia inchiostrata e vibrante dei suoi meravigliosi tannini. Gran vino superbamente chiaroscurato, ripeto, con un’impronta caravaggesca, dalle proporzioni vaste, maiuscole. Risultato, penso a volte, di una sfida estrema, a rappresentare quel punto-limite che mi attrae.</p>
<p>Infine di ragguardevole bellezza, gustosità ed intensità al palato il Testarossa 2011, secondo Montepulciano di Pescosansonesco, solo meno esasperato nei tempi di raccolta. E dunque potente e lineare (qualcuno potrebbe dire meno esagerato ed io non so se lo perdonerei), rosso molto ben calibrato, che, a differenza del fratello maggiore che vive di eccezionalità, percorre una sua quotidianità altissima e felice. Ed anche lui, in tutte le vendemmie che ho assaggiato, non ha mai rivelato cedimenti o smagliature, sempre calibratissimo e centrato, pieno di sapori, che si apre e si manifesta, ovviamente in anticipo rispetto all’Harimann, con un intrigante brillìo di frutti rossi e neri su bello sfondo di tabacco e spezie. Definirlo un secondo vino sembra quasi una follia.</p>
<p>Dell’Harimann 2002 parlo alla fine di questa scheda, perché è un vino che ho scovato appena qualche giorno fa (per caso, rivoltando la cantina alla ricerca di altri Montepulciano). Ed è stato come un segno. Un assaggio meraviglioso (e non sorprendente) a concludere in bellezza tutti questi mesi di lavoro. La scheda era appunto già scritta e non ho voluto modificarla, ma solo aggiungere questo ultimo tratto del cammino, come una postilla.</p>
<p>Devo dire che l’Harimann 2002 lo avevo assaggiato l’ultima volta in una cena del 31 dicembre. L’anno era il 2009. Avevo radunato etichette che mi erano sempre piaciute, anche diversi vini del cuore, per una cena con amici cari a salutare un nuovo anno che si affacciava, nella speranza che, per una volta, fosse magnanimo e generoso con tutti noi (ci si prova sempre, ma poi …).</p>
<p>Comunque era l’unico Montepulciano accanto a diversi Brunelli e uvaggi bordolesi italiani, blasonati e carissimi. E ricordo che l’Harimann li strapazzò, così, in surplace, senza colpo ferire. Io sorridevo nel guardare il vino e nel berlo. Era decisamente il più buono e lo era anche per tutti i presenti. Probabilmente non mi aspettavo un risultato così netto, che in un certo senso diventava una lezione anche per me. Un Montepulciano che con quella sicurezza spaziava, si innalzava. C’era qualcosa che dovevo fare per questo vitigno.</p>
<p>Mi veniva da pensare che, se fosse stato un vino californiano o dell’Oregon, la stampa americana lo avrebbe reso un mito, con un profluvio di articoli e celebrazioni, costruendoci su poi monumenti, altari. Mentre dell’Harimann in casa nostra quali magnifiche penne e progressive si erano mai mosse?</p>
<p>Comunque, mentre ritrovavo questa annata dopo più di 6 anni e salivo in casa, ho pensato “Chissà? Avrà resistito?”. La 2002 non era stata affatto male per loro, d’accordo, ma non è certamente nemmeno stata la migliore annata di Harimann. E insomma qualche remora me la portavo dentro.</p>
<p>Poi ho aperto, ho stappato. Ed è sceso nel calice un colore meraviglioso ed impenetrabile (l’ennesima conferma della longevità imparagonabile di un grande Montepulciano), mentre saliva uno straordinario profumo di frutti e creme, pieno di intensità. E poi balsami, fumi, menta, eucaliptus. Era un vino grandissimo ed ancora assai giovane, ma tutto appariva depurato da ogni peso e pienamente assestato, sereno, rilassato, elegantissimo. Mi trovavo davanti un’esposizione di bellezza e potenza, di soavità ed energia. La morbidezza delle creme, la loro densità armoniosa avevano il portamento solenne e l’eleganza di una regina. La dolcezza nobile dei sapori era di una bontà struggente. Tutto quel vino mi sembrava una lezione di eleganza, che esiste e c’è nel Montepulciano sontuoso, maturo, l’armonia che non si misura mai nella taglia, ma che è tutta invece negli equilibri delle forme, nel gusto superiore, nella creatività, nella qualità dello stile, nel portamento. Avere così classe, grazia, uno stacco, un ordine supremo. Diventando allora una spallata alla pochezza, ai luoghi comuni del <i>Montepulciano è un vinone rozzo</i>, agli ipocriti, ai poveri di spirito, ai farisei, ai non puri di cuore.</p>
<p><b>Terra d’Aligi</b></p>
<p><b>Tolos 2009       91-92</b></p>
<p><b>Tolos 2008       94</b></p>
<p><b>Tolos 2007       92</b></p>
<p><b>Tolos 2006       93-94</b></p>
<p><b>Tolos 2005       90</b></p>
<p><b>Tolos 2004       92-93</b></p>
<p>La prima volta che ho assaggiato il Tolos (era al suo esordio, anche lui con la vendemmia 2000) ero consapevole di provare certamente una forte curiosità sentimentale, perché la vigna in cui nasce è nel territorio di Atessa. Ed è dunque, tra tutti i vini che racconto in questo lavoro, il più vicino geograficamente a Villa Santa Maria. Ma più verso il mare, dove la Val di Sangro si apre e comincia a distendersi nella piana che porta all’Adriatico.</p>
<p>Ero curioso, ma anche dubbioso in quella degustazione, perché la mia memoria dei lontani vini di Villa era ferma, come ho raccontato, su sensazioni non troppo positive. Ma c’è da dire che il territorio di Atessa è completamente diverso, diversa la solarità, la collocazione, la composizione dei suoi terreni, l’altitudine.</p>
<p>Poi mi aveva anche lasciato pensare un dialogo di alcuni anni prima con un produttore di Brunello, che, quando aveva saputo che ero originario di Villa, mi aveva detto che conosceva bene quel territorio e che lo aveva preso seriamente in considerazione con alcuni soci, tempo prima, per un grosso investimento vitivinicolo. Si riferiva proprio all’area sopra Villa, dunque sul versante sinistro del fiume Sangro, che per la tipologia dei suoli, microclima, esposizione ed anche una giusta altitudine era, a suo avviso, un territorio adattissimo a far nascere del grande Pinot Nero. Era stato però impossibile compattare l’acquisto in un corpo uniforme di diverse decine di ettari, tanto questi terreni erano polverizzati tra una miriade di proprietari ed eredi, sparsi e ormai irrintracciabili da generazioni su tutti i continenti della terra.</p>
<p>Avevano allora, pur a malincuore, dovuto desistere. Il progetto non era decollato. Ed io ero rimasto lì a riflettere … Il Pinot Nero a Villa. Però … Era come se mi si illuminasse la mente, con le miriadi di possibilità di questa nostra penisola, così incredibilmente diversificata, ma anche intentata, sconosciuta.</p>
<p>In effetti quanti siti potrebbero diventare terre famose per nuovi vini sorprendenti, impiantando vitigni diversi, là dove quelli storici non danno il meglio, quanti filari in territori adesso totalmente abbandonati, quanto lavoro potrebbe nascere, quanta fantasia potrebbe esprimersi … E quell’immagine dantesca che mi si riaffaccia spesso in mente, l’Italia come <i>giardino dell’Impero</i>, profetizzato, come la vocazione ad un destino migliore, più di 700 anni fa.</p>
<p>Tornando al Tolos, l’ho seguito così per diversi anni dopo il suo esordio fino alla vendemmia 2003. Sono andato a rileggermi le recensioni che avevo scritto su Repubblica. Gli avevo dato ottimi punteggi. Era un vino che mi colpiva per la forza, il carattere virile, un particolare ventaglio olfattivo che sfumava nel cacao, venandosi di un primo sentore di tartufo e goudron. Erano vini possenti, di grande spettro, che meritavano sicuramente più tempo di vetro.</p>
<p>Poi il Tolos lo avevo perso di vista, senza che ce ne fosse motivo. Perché non mi ero più fatto vivo con i suoi produttori?</p>
<p>Casualmente, proprio mentre cercavo nell’archivio del computer, ho fatto poi caso alla data di quella mia ultima recensione, il 2006. E’ stato l’anno della morte di mio padre.</p>
<p>Mi rendo conto, può sembrare tutto molto strano, anche in un’ottica di serietà professionale. Però il mio mestiere, questo mettersi ad assaggiare ed analizzare vini, l’ho sempre vissuto attraversando contemporaneamente gli umori e le passioni della mia esistenza. E Villa da quel giorno e da quell’avvenimento io l’ho davvero rimossa e per un lungo numero di anni. C’era troppo dolore.</p>
<p>Dentro questo paese, tra le sue case, da allora, sono dovuto tornare solo per altri morti, altri funerali, altri seppellimenti nel suo cimitero che guarda il Sangro. E tutto in un giorno, partendo da Roma e ritornando subito. Senza mai volermi fermare lì a dormire.</p>
<p>Ora è un tentativo di autoanalisi sommario e dilettantesco quello che sto provando. Però tutto quello che aveva a che fare con Villa, per diversi anni, ho cercato di scansarlo, allontanandomene velocemente. Il Tolos, totalmente incolpevole di tutto questo, lo collocavo in un’orbita di Villa, con i suoi ricordi, i suoi paesaggi. E così l’ho perso di vista. Non l’ho più cercato, immergendomi di fatto tra migliaia di altri vini.</p>
<p>Ma con il tempo, come è giusto che sia, i fantasmi passano. Oppure è forse più giusto dire che tornano a sorridere da capo, come quando erano vivi accanto a noi. E una volta che ho deciso di fare questo lavoro sul Montepulciano, il Tolos era tra quelli che più mi avevano convinto negli anni passati.</p>
<p>Mi sono rifatto allora vivo e ho avuto così la possibilità di una verticale su tutte le vendemmie uscite nel frattempo, dal 2004 al 2009, che mi ero perduto in quei miei anni. Mentre questi vini erano intanto potuti crescere ed evolversi nel vetro, avevano percorso il loro cammino durante il medesimo tempo, indifferenti, come è giusto che sia, alle gioie e ai dolori che erano accadute agli umani. Pronti però, all’occasione, a distillare il loro conforto, ad esprimere la loro bellezza.</p>
<p>Non assaggiavo più così (se non nel caso del 2009) un Tolos appena immesso in commercio, ma tutta una serie di vini in un magnifico livello di espressività, dopo lunghi anni di affinamento e da una vigna che era cresciuta di età.</p>
<p>E’ stata davvero una verticale sontuosa, con vini molto più sfaccettati e complessi di quanto non ricordassi (ma ogni prima vendemmia è un’esperienza che si trasferisce poi su tutte le altre successive) e la sorpresa di un grandissimo Tolos 2008, che mi ha lasciato di stucco, ad esprimere la personalità perentoria di un sito eletto. Siamo dunque in località Forca di Lupo, sui 250 metri di altitudine, selezione da 5 ettari di vigneto a Montepulciano di 25 anni di età, allevato a guyot con 4000 ceppi per ettaro, vendemmie nella seconda metà di ottobre, fermentazioni sulle bucce intorno alle 2 settimane, 1 anno di vasca, poi elevamento in barrique per 24 mesi.<a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/Forca-di-Lupo-filari-2.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-331" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/Forca-di-Lupo-filari-2.jpeg" alt="Forca di Lupo filari 2" width="1022" height="680" /></a></p>
<p>Si parte allora con il Tolos 2009, magnificamente impenetrabile al colore, che (va da sé) è il campione più crudo, il più bisognoso di altro tempo di vetro. Le note di frutto nero e tartufo già aleggiano sui primi precursori balsamici. Ma è un vino che terrei in cantina per almeno un altro paio di anni. Lo lascerei insomma tranquillo ad elaborare tutto il suo mondo di profumi, prima di ritentarlo. E mi gusterei intanto la spettacolare espressività del Tolos 2008, da una vendemmia bellissima e matura, uno dei grandi assaggi di tutto questo lavoro, in cui si esprime totalmente il carattere di questa vigna con un Montepulciano possente e maschio dalla perentoria bordata di profumi tartufati intrisi di inchiostro, more e frutti neri di bosco che ti assalgono al primo colpo. E poi si aprono alla menta, al cacao, alle spezie dolci ed inviano l’esplicito messaggio del rosso di grandissima razza, aristocratico, fiero, virile e al tempo stesso potentemente armonico.</p>
<p>La bocca è poi stratosferica, profonda, complessa, piena di spazi, con un frutto sontuoso che si apre a deliziosità balsamiche su uno sfondo di liquirizie, goudron e dolcezze tartufate. Rosso completo, assoluto, straripante, roccioso, rabbioso eppure possentemente equilibrato, che lascia un’infinita bellezza tra le labbra.</p>
<p>Il Tolos 2007, pur in un grande quadro di complessità, ha qualche spigolo più acido e verde, appare in qualche misura più sigillato ed imbrigliato, ma è anche frutto, a mio avviso, di una maturazione meno completa delle sue uve, pagando così dazio davanti alla sfericità del 2008.</p>
<p>Questo vino torna poi al pieno del suo splendore con la 2006. E se c’è una lezione che ho tratto da questa verticale è che il Tolos davvero grande si ottenga con vendemmie che si protraggono, spingendosi in là nei tempi di raccolta delle uve, anche correndo dei rischi. Il suo naso per essere al meglio, come in questa annata, deve esprimere la piena sensazione di frutti maturi, con note di mirtilli, sottobosco, leggero sfondo ematico e poi tanto tartufo bianco, humus, goudron, infine cioccolata. E’ un vino un po’ più avanti nell’espressività rispetto al 2008, possiede appena meno energia, ma è un vero gioiello di cremosità e dolcezza, con una beva di assoluto piacere.</p>
<p>La 2005 è poi apparsa nel confronto come l’annata più debole, giunta all’apice, direi anzi che il suo punto di maggior forza lo ha già superato. I profumi esprimono molto inchiostro, china, sottobosco, poi spezie officinali, alloro. Bocca un po’ astringente, più acuta ed acida, meno ricca di carne.</p>
<p>Il Tolos 2004 infine è il campione che ha voluto più tempo nel bicchiere per iniziare ad esprimersi, rimaneva lì con il suo incredibile colore dall’impenetrabilità nerastra. E dopo un’ora ha cominciato a crescere vistosamente in una sontuosità grassa di frutti neri maturi che andavano verso il sottobosco, la pelliccia, il goudron. Vino molto folto poi ai sapori, di una dolcezza carnosa e dalla vellutata rotondità.</p>
<p>Etichetta attentamente da seguire nelle prossime vendemmie.</p>
<p><b>Agriverde</b></p>
<p><b>Plateo 2009      93-94</b></p>
<p><b>Plateo 2008      90-91</b></p>
<p><b>Plateo 2007      94</b></p>
<p><b>Plateo 2004      94</b></p>
<p><b>Solaréa 2011     91</b></p>
<p>Per come ho vissuto tutto il rapporto con il Montepulciano e ne ho percorso poi la sua evoluzione negli ultimi 20 anni, il Plateo ha svolto un ruolo fondamentale ed è stato il primo a convincermi davvero sulla capacità e possibilità del vitigno a creare un grandissimo rosso moderno. Non e non solo insomma un Montepulciano potente, materico, di peso, ma un vino che saliva, cresceva, perdeva zavorra e si impossessava contemporaneamente di spazi estetici più alti, li riempiva ed estendeva fortemente il proprio diapason aromatico, manifestando un ventaglio assai più ricco, articolato e una qualità piena di sfaccettature inedite. Come se sollevasse di fatto il corredo dei profumi e la loro armonia ad un’altezza insolita, sprigionando così sapori di una intensità, un gusto ed una bellezza che non avevo mai sentito, sfidando nello stesso tempo gli altri vitigni, non solo italiani, con un patrimonio finalmente più esteso, vasto e complesso.</p>
<p>In qualche misura il Plateo ha fatto scoccare dentro di me una sorta di scintilla cognitiva. Dentro il Montepulciano c’erano cose straordinarie, tutte da indagare e saper estrarre con un diverso tragitto di vigna e di cantina, come poi le altre etichette che sono apparse negli anni successivi hanno pienamente confermato.</p>
<p>Ricordo (eravamo nella seconda metà degli anni ’90), nella settimana di vacanza che trascorrevo a Villa nella prima metà di agosto, quella serena ora di macchina fino ad Ortona.</p>
<p>Quando di infilata ne intravedevo il colore della spiaggia, mi veniva da pensare ogni volta, quasi in un rimbalzo improvviso del tempo e dello spazio, come lì, in quello stesso mare, mia madre e le sorelle andassero d’estate, quando erano bambine.</p>
<p>Poi, arrivato nella nuova cantina di questa azienda, iniziavano gli assaggi da tutte le barrique e saliva la finezza espressiva di queste vigne. Assaggi appunto illuminanti, che mi facevano capire il carattere del Montepulciano che andava crescendo nella campagna rigogliosa all’interno di Ortona. Un vecchio impianto a tendone, cui si andava progressivamente ad aggiungere il risultato di una vicina vigna più giovane, assai più fitta, allevata a cordone speronato, che ha oggi 25 anni. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/491.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-342" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/491.jpg" alt="491" width="1024" height="489" /></a></p>
<p>Si andava allora mettendo a punto tutta la dinamica del vino, con uve che venivano raccolte nella seconda metà di ottobre. Il mosto fermentava sulle proprie bucce intorno ai 15 giorni. E per un anno il vino riposava in vasche inox, prima di essere posto in barrique per 18-24 mesi.</p>
<p>Parliamo di un rosso tanto straordinario, quanto poco conosciuto in Italia, come quasi tutte le altre etichette che racconto in questo lavoro (ed è uno dei grandi misteri su cui mi interrogo, quando leggo di vini banali e scontati che vengono ripetutamente pluripremiati e che tutti si rimpallano beati e beoti, come in uno stolido mantra. Mi pare un altro segno manifesto di quanta mediocrità e conformismo, quanta sudditanza attraversi da sempre il nostro paese, quanti scopritori d’acqua calda, che poi non è nemmeno calda, impazzino sulla carta stampata e nel web. Va bé, adesso basta però, … pietà).</p>
<p>Dicevo allora, vino di grande corpo e bellezza, dai volumi solari, luminosi. Ho ancora in mente la prima vendemmia, 1995, poi la crescita esponenziale della ’97 e un’opulenta, sontuosa versione ’98, dove per la prima volta avvertivo decisamente nel Plateo una costante, golosa nota di cioccolata che lo pervadeva, ineffabile, serena come nel sorriso di un Budda, preziosissima.</p>
<p>Allora, se vogliamo dare un’idea di cosa sia questo vino, immaginatelo come un grande Montepulciano impregnato di sole, caldo, generoso. Ma il tutto su queste colline è sempre mitigato dai venti, dalle correnti e dal fresco notturno che viene dal mare di Ortona. Maturazione così lenta e piena dei frutti, in una campagna che in questi anni è stata guidata dall’azienda sempre più secondo i principi dell’ecosostenibilità e del biologico.</p>
<p>C’è un ulteriore elemento però che voglio sottolineare ed è nella superba bellezza della sua fattura. Nel Plateo c’è una sapienza compositiva, una mano che è tanto felice, quasi da non lasciarsi avvertire. Ed è un po’ il segreto delle cose belle. In un quadro sublime c’è l’incantesimo della figura oppure della forma, del colore ritratto, espresso. Il lavoro, il pensiero e la fatica di chi lo ha dipinto non si deve vedere, quanto più l’opera è riuscita.</p>
<p>Rosso dunque di particolare compattezza, di massa profonda ed al tempo stesso di straordinaria, morbida bellezza, dalle proporzioni perfette, euritmico, dalle movenze di carni formose in un vasto impatto rinascimentale. Solare, dicevamo, mediterraneo, splendidamente cremoso, ma senza mai niente di sovrammaturo. Il suo colore è impenetrabile, il frutto è concentrato, inchiostrato e carico assieme di preziosità dolci, lunghe, vibranti, tanto da risultare ricchissimo, potente, ma anche quanto mai raffinato e delizioso, nel gusto elegantissimo di tutte le sue articolate variazioni.</p>
<p>Posso dire che con un po’ di emozione ho aperto le bottiglie della piccola verticale (era un vino che nelle mie varie altalenanze di lavoro non assaggiavo di fatto da un 3-4 anni), iniziando dalla 2009, ultima ad essere posta in commercio, poi la 2008, 2007, 2004. E la sensazione nell’annusare, pur in un quadro compositivo molto complesso e che nelle ultime annate (così come sono cresciute le piante ed è maggiore l’esperienza di cantina) è divenuto sempre più virile, intenso e profondo (le primissime le ricordavo più leggere e femminine), è stata quella di un grande rosso sferico, sontuoso, dalla felice serenità, cui appunto non manca l’accenno del sorriso e dunque della godibilità, della approcciabilità.</p>
<p>Parliamo certo di una godibilità e di una gradevolezza importante, piena di movimento, echi, suggestioni e variazioni. Ma è un elemento questo che trovo determinante nell’accostarsi al grande vino. Un eccesso cerebrale di tannini sul frutto crea inevitabilmente uno squilibrio che segnerà per sempre quel rosso, rendendolo nei fatti arido, triste, vecchio. Nel Plateo invece c’è questo rigoglio controllato di frutto, questa impronta di gioventù e la sua radiosità felice all’interno di una impalcatura assai ricca e dunque complessa, vastissima di essenze.</p>
<p>La 2009 è ancora aggressiva al naso, un po’ cruda, ma già con un imperativo frutto di more di rovo che si apre ai primi accenni di tartufo bianco, poi inchiostro e cacao. Come sempre nel grande Montepulciano, se il naso è ancora in costruzione, quasi in cerca del suo allineamento perfetto, la bocca invece risponde già con estrema fascinosità e bellezza, tanto è potente e cremosa, generosamente e serenamente autentica, in un dolce brillìo di sapori. Vino che ha ora solo bisogno di altro vetro, con un pelo leggero di tannini da smussare, levigare. E dunque da collezionare, su cui saper attendere almeno un altro paio di anni.</p>
<p>La 2008 ci offre invece un Plateo di fatto più piccolo, sicuramente agile e più pronto. Possiede il bagaglio aromatico del vino ed evidenzia maggiormente la sua nota ematica, poi quella di cacao in un complesso di freschezza speziata, balsamica, con una dolce masticabilità al palato. E’ vino che comunque berrei, non mi sembra che possa crescere ancora.</p>
<p>Con il Plateo 2007 abbiamo invece una delle migliori performance di questo intero lavoro, vino di una bellezza poderosa, impenetrabile al colore, con profumi fortemente inchiostrati, fitti, densi, profondi, eppure con una loro potenza calma, classicheggiante. Bocca poi di eccezionale intensità, ma anche con una rigorosità e un controllo che gli dona un’eleganza superba. Ed è un gran vino che amo molto, perché ha ancora spazio da percorrere, racconti da dare, intarsi, luci e aromi da accendere, che insomma possiede in sé altro futuro. Le sue volumetrie hanno un sommo respiro, le sue essenze possiedono brillantezza, gustosità, incisione, giovinezza. E’ un grande rosso anche di superba precisione (e qui ritorna la sicura mano tecnica) e nello stesso tempo di forte passionalità, con i crismi completi della creazione felice.</p>
<p>Il 2004 è poi un altro grande assaggio, medesimo il punteggio che gli ho dato, ma in questo caso parlerei di un magnifico vino già intorno al suo apice (il 2007 invece tra 1-2 anni potrebbe ancora guadagnare qualcosa). Ed in questo senso, tra tutti quanti i Plateo di questa miniverticale, consiglierei ad un ipotetico lettore di bere appunto questa annata, per avere e vedere il quadro completo, intero del vino, con le sue caratteristiche espressive, il suo mondo.</p>
<p>Quadro tuttavia, è bene tenerlo a mente, non esaustivo per le vendemmie future, perché ritengo che ogni grande etichetta italiana abbia una storia talmente breve alle proprie spalle, da possedere dentro e davanti a sé ancora un lungo cammino espansivo di variazioni, spazi, dunque un grosso, ulteriore margine di approfondimenti da raggiungere e dare. Ed è questo il bello e lo straordinario dei nostri migliori vini, che, se la conduzione sarà altrettanto seria, tra 15-20 anni saranno sicuramente migliori, più profondi, più tersi (anche se io allora … , però …).</p>
<p>Comunque, per riprendersi da foschi pensieri e dimenticare gli scherzi biechi ed inesorabili del tempo, suggerisco di non trascurare minimamente il Solarèa, che, per dirla in modo chiaro, ritengo il miglior secondo vino che conosco tra i Montepulciano d’Abruzzo.</p>
<p>La vendemmia 2011 ci ha dato un esito folgorante. Colore profondissimo, frutto di incredibile integrità e purezza con note soavi di more, vaniglie, tartufo bianco, goudron. Rosso più femmineo e sorridente del Plateo, in fondo più disponibile e pronto, con una bocca magistrale, armoniosa, estremamente masticabile e con tannini setosi, dolci che si aprono ad una lunga venatura inchiostrata. Consistenza importante infine, deliziosamente speziata, che lascia tra le labbra una sensazione di puro, dolce velluto. E la conferma ulteriore di un sito straordinariamente felice.</p>
<p><b>San Lorenzo </b></p>
<p><b>Escòl 2010    93</b></p>
<p><b>Escòl 2009    92</b></p>
<p><b>Escòl 2008    93</b></p>
<p><b>Escòl 2006    91-92</b></p>
<p><b>Escòl 2005    93</b></p>
<p><b>Oinos  2011  89-90</b></p>
<p><b>Oinos 2010   90</b></p>
<p>L’Escòl è un altro di quei meravigliosi Montepulciano che ho sentito sin dalla sua nascita, in quella vendemmia 2000 in cui si andavano gettando le basi per la DOCG Colline Teramane (a cercare anche di zonizzare la grande macroarea dell’Abruzzo). Nasce dal vigneto Querce Grosse impiantato 35 anni fa a tendone, con una relativa buona fittezza di 2800 ceppi per ettaro. Siamo nell’areale di Castilenti, a 280 metri di altitudine, con in fondo la lontana striscia azzurra dell’Adriatico ed alle spalle lo skyline roccioso del Gran Sasso. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/002.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-333" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/002.jpg" alt="SONY DSC" width="4592" height="3056" /></a></p>
<p>Colpo d’occhio spettacolare dunque, ma questo l’ho scoperto dopo, in un ormai lontano pellegrinaggio, quando il vino già lo conoscevo e mi aveva stupito ogni volta con la sua fascinosa, elegante riconoscibilità. Perché tra tutti i Montepulciano d’Abruzzo importanti l’Escòl è quello con il più alto gradiente di piacevolezza colta, di eleganza raffinata. E’ un vino (30 giorni di macerazione sulle bucce, poi 24 mesi in tonneaux nuovi, a completare le informazioni tecniche) che ha crema, gentilezza, una suprema bontà di aromi e un sorriso non offuscato da alcuna preoccupazione o cupezza. Una sorta di La Tache del Montepulciano, solare, intenso e femmineo, di forme morbide e dolci. E’ un gran rosso consolatorio, approcciabile, gustosissimo e pieno, assai profondo nel colore, magistralmente interpretato in una incantatoria fusione tra vaniglie dei legni, frutto e lampi dolci di goudron, che lo rendono straordinariamente intrigante.</p>
<p>Devo ammettere che lo avevo perso di vista per qualche anno e ritrovarlo ora in una lunga verticale con annate anche recuperate dentro la mia casa (dove ogni spazio possibile è occupato, in un apparente disordine, da meravigliose e rare bottiglie) è stato un piacere immenso ed una conferma. Forse gli manca quel pizzico di concentrazione e rabbia per essere il mio vino assoluto, ma è anche vero (ne sono consapevole) che a me piace (qualche simpaticone dice l’esagerazione) di certo l’espressione del punto-limite, la frontiera da valicare.</p>
<p>Nell’Escòl prevale invece l’ordine gentile, una soave disciplina, che tiene tutto in armonia con una vellutata sintesi di forme e di equilibri. E’ di fatto il Montepulciano più elegante che io conosca, dalla fine, cremosa morbidezza. E la configurazione dei terreni e tutto il loro complesso microclimatico rendono questo Montepulciano già approcciabile intorno al 5°-6° anno, perché è un vino che nasce in notevole equilibrio, aggraziato dal sole e dalle brezze, che tutto arrotondano in una sublime dolcezza mediterranea.</p>
<p>Mi è piaciuto molto il 2010, un bellissimo rosso di creme e goudron, un naso molto vasto, pieno di suggestioni e insieme di grande soavità (la dolcezza e la soavità, come dicevo, nonostante la sostanziosa ricchezza di peso, sono i suoi elementi portanti), carezzevole e potente, con i frutti neri vanigliati che virano nel sottobosco, nei funghi e si aprono poi man mano, con il passare dei minuti, verso la menta, i balsami, il fumo, le spezie, la cioccolata, i chicchi di caffè. E tutto sempre in un estremo senso di dolcezza alla bocca.</p>
<p>Nei miei appunti però (l’ho già raccontato in un altro articolo, difficilmente scrivo di getto, il giorno dopo l’assaggio. Il vino importante, con tutte le sue impressioni, me lo devo portare dentro per qualche tempo, metabolizzarlo. E passare alla scrittura poi, quando sento il momento e provando a trovare la chiave di racconto), vedo scritto accanto al 93 del punteggio, “Ma forse si può fare di più”.</p>
<p>E adesso dunque discorso esplicativo. Mi rendo certamente conto che 93 è una valutazione altissima, che non dò quasi mai. Però l’impressione che mi ha lasciato questo grande vino (e non so se è un auspicio) è che con un pizzico, non so, di concentrazione, di profondità, di rabbia, come dire, di ribellione in più (ma anche, prosaicamente, di selezione più esasperata) l’Escòl potrebbe diventare uno dei 4-5 rossi più buoni d’Italia. C’è una tale felicità espressiva in lui, una specie di <i>armoniosa melodia</i> ad attraversarlo (che è certo anche nella bravura tecnica e dunque nell’uomo), da farmi ritenere però che la sua fortuna perfetta sia soprattutto nel sito, nel rapporto e nella combinazione di terreno-microclima-vitigno. Come, se vogliamo fare un esempio alto, è accaduto per il Masseto. Se si possiede dunque la fortuna di avere tra le mani una combinazione tale, si può e si deve, a mio avviso, arrivare al punto estremo, senza mezze misure e senza fermarsi mai. Tentare insomma tutta quella che è la possibile espressività del vino, ritengo sia un obbligo in qualche misura anche morale, oltre che, ovviamente, estetico.</p>
<p>E dunque la butto lì. Staremo a vedere.</p>
<p>La verticale ha visto poi tutti Escòl importanti, in una sarabanda e in una fantasia di magnifici profumi. Con un 2009 solo più crudo, con un filo anche di carne in meno rispetto alla 2010, a mio avviso un pizzico di maturazione dei grappoli meno completa, che dà oggi un pelo di tannini in esubero, che vanno ad inaridire leggermente la pienezza e la rotondità del vino.</p>
<p>Ed è la 2008 che torna poi a darci un Escòl di nuovo sferico, profondo, grasso, carico di energia, con un naso tartufato e complesso, permeato di dolcezze e creme, in un mix come sempre gentile, elegantissimo e generoso. Vino magnifico, da conservare ancora a lungo.</p>
<p>L’Escòl 2006, molto bello ed impenetrabile al colore, era, tra tutti, anche il più statico. In qualche misura mi sembrava all’apice, grasso, maturo, certamente concentrato, ma un po’ fermo, come basso di acidità. Anche il naso appariva abbastanza reticente e terziario, molto su note di humus, poi spezie, alloro, rosmarino. Assai più interessante era la bocca, in cui ritornavano le sensazioni cremose e quella voluttuosità di dolcezza inchiostrata, classica di questo vino.</p>
<p>Splendido infine l’Escòl 2005. Il maggior tempo di bottiglia lo ha meravigliosamente aperto. Il colore, profondissimo, non si è mosso di una tonalità. Ed il naso spazia pieno di eleganze e al tempo stesso vibrante di frutto e di spezie preziose, poi liquirizia. Alla bocca torna questa sensazione di equilibrio denso, di qualità altissima, di una classe superiore, in cui tutte le estensioni gustative sembrano riempirsi, perfettamente collocate in una sublime fittezza di creme dolci.</p>
<p>Ma altamente raccomandabile è anche l’Oinos, che sarebbe la seconda etichetta di Montepulciano. Vino assai particolare per essere di fatto molto simile al fratello maggiore, ripercorrendone in pratica le medesime linee gusto-olfattive. Ed è impressionante la riconoscibilità in fondo del sito, del territorio, perché, una volta versato il vino nel calice, sono andato istintivamente a controllare l’etichetta, nel timore di essermi sbagliato ed aver stappato per errore un Escol.</p>
<p>Sostanzialmente lo ricorda appunto molto, solo è come di un paio di misure più piccolo e più pronto, ma con una grande aria di famiglia, con similari note di frutto e con quel filo di inchiostro e di speziato espresso su tempi appena anticipati.</p>
<p>Tra le due vendemmie assaggiate, 2011 e la 2010, preferisco la seconda per quel guizzo di corpo in più dentro un quadro olfattivo di bella, felice complessità. Con l’avvertenza però di aprire il vino e lasciarlo ossigenare per almeno un’ora, dandogli modo così di comporre tutto il vasto ventaglio dei suoi profumi.</p>
<p><b>Illuminati</b></p>
<p><b>Pieluni 2010    92</b></p>
<p><b>Pieluni 2008    91-92</b></p>
<p><b>Pieluni 2007    93-94</b></p>
<p><b>Pieluni 2003    92</b></p>
<p>Tutto questo ventennio di evoluzione del Montepulciano d’Abruzzo trova, a mio avviso, nel Pieluni l’espressione maggiormente proiettata verso la modernità. E questo perché il suo progetto nasce e parte dall’impostazione di una nuova vigna, messa a dimora nei primi anni ’90, con 6.000 ceppi per ettaro e allevata a cordone speronato. Naturali basse rese delle piante per arrivare così ad un’uva di superiore livello organolettico, di altra massa e contenuto, tentando di giungere alle frontiere estreme del Montepulciano.</p>
<p>Un’innovazione dunque e un investimento importante, cui hanno lavorato in quegli anni diverse intelligenze per delineare (credo anche sulla spinta di tutto quello che di innovativo andava allora muovendosi nei migliori territori italiani) un rosso di nuova generazione, che, ritengo, dovesse dare un forte segnale di cosa e quanto potesse esprimere sul Montepulciano la magnifica campagna di Controguerra, con i suoi suoli, le ondulazioni dei suoi crinali, tra i 250 ed i 300 metri di altitudine, a pochi chilometri dal mare, su cui scorrono continue correnti ventilate. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/Paesaggio-con-vigneti-vista-sud-sud-ovest-Gran-Sasso.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-334" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/Paesaggio-con-vigneti-vista-sud-sud-ovest-Gran-Sasso.jpg" alt="Paesaggio con vigneti vista sud sud ovest Gran Sasso" width="1632" height="940" /></a></p>
<p>Dopo alcune annate di prova, da questa vigna appunto ancora giovane, la prima vendemmia ad essere stata imbottigliata come Pieluni è stata anche qui la 2000, quella che presentava le stimmate superiori ed ha avuto dunque l’ok aziendale per il decollo dell’etichetta.</p>
<p>Ricordo il forte impatto che ne ebbi. Eravamo a metà del 2004. Il vino mi sembrava una delle più entusiasmanti e generose nuove etichette. Un Montepulciano con piante a quelle fittezze, tenendo basse le rese, dava un eccezionale vino dall’imponente estratto, concentratissimo, dai sontuosi, grassi volumi, anche con un rispettabile livello alcolico (15 gradi magnificamente portati). La sapienza delle vinificazioni poi gli dava una superiore bellezza, nitore, gustosità.</p>
<p>Lo recensii nel settembre di quell’anno con una valutazione altissima. Era certamente il frutto di piante ancora giovani, che tendono in fondo a dare un po’ tutto e subito. Non era forse un vino, come sempre in questi casi, da conservare esageratamente (le piante giovani sono come degli scattisti, ridondano di un frutto che è bene godere in un arco ragionevole di anni). Ma nel contesto di quegli anni e dei vini che c’erano in giro mi sembrava ed era un Montepulciano straordinario, opulento, traboccante di aromi, che si andava ad incastrare, con altre prime gemme e con i loro decisi paletti estetici, dentro un panorama abruzzese rimasto nel complesso abbastanza fermo e statico per decenni.</p>
<p>Inutile dire come tutte le cose innovative siano però anche scomode, perché mettono in discussione dogmi, alterano equilibri, tradizioni, interessi. E il mondo del vino ne è inevitabilmente impregnato. Così le valutazioni che hanno avuto tutti questi nuovi vini, a mio avviso assolutamente non congrue al loro valore, i premi e i riconoscimenti che finivano per andare spessissimo ai secondi vini aziendali (che hanno un numero di bottiglie molto superiore a queste etichette e che sono ovviamente molto più facili da realizzarsi), credo abbiano generato solo confusione nel pubblico, hanno seminato parecchi dubbi nei produttori, invitandoli di fatto ad abbassare l’asticella della qualità, del rigore, delle rese in vigna, creando poi inevitabili ritardi per quella che doveva essere da allora in poi una superiore, continua evoluzione sia dei vini, che dei produttori, dei territori, dei consumatori.</p>
<p>Ma di tutto questo vorrei parlare alla fine dell’articolo, perché è un tema ed un argomento che riguarda ognuna delle grandi etichette che sono state protagoniste di questo mio lavoro e direttamente l’intero vino abruzzese.</p>
<p>Tornando così al Pieluni, le sue vendemmie sono avvenute ogni volta nell’ultima decade di ottobre. E poi in cantina le macerazioni delle bucce sul mosto si sono assestate intorno ai 16-18 giorni, con successivi 24 mesi di elevamento in barrique.</p>
<p>Vino allora che valutiamo oggi sulla base degli assaggi della 2010 (ultima ad essere messa in commercio), poi 2008, 2007, 2003. Con la vigna che è dunque cresciuta inevitabilmente. E obbligatoriamente il risultato è così diventato più importante e concentrato. Le uve contengono dentro di sé una materia prima più profonda, più ricca, assai più complessa e dunque con tempi di espressività e di serbevolezza che si vanno a dilatare enormemente nel vino.</p>
<p>E’ stato questo il tema che si è appunto imposto durante l’assaggio. Il Pieluni 2010 non è dunque più quel “tutto e subito” del 2000, ma, certamente tutto, con la necessità però di un tempo molto, molto più lungo.</p>
<p>Cosa esprime allora oggi questo Pieluni, sostanzialmente a 5 anni dalla sua vendemmia?</p>
<p>E’ avvertibile, quasi palpabile la parte di eccezionale ubertosità del suo frutto (quella che scolasticamente viene definita degli aromi secondari), la sua opulenza, una grande nuvola di conturbante giovinezza formosa, dolce, succulenta, anche se in parte ancora cruda e acerba, che avvolge completamente quella zona più complessa e profonda del vino, che ha invece bisogno di molto più tempo per svilupparsi e venire alla luce. E’ un gran rosso poderoso, estremamente ridondante, denso e dolce di succosità e di frutto, che in questo momento però quasi nasconde quella sua metà di aromi complessi, goudroneggianti e catramati che sostanzialmente arriveranno a bilanciare poi questo rosso fino a renderlo completo e grandissimo.</p>
<p>L’impressione provata è che appunto il Pieluni 2010 abbia bisogno di almeno 2-3 anni in più (non poco, lo so) di affinamento in bottiglia, perché possa equilibrarsi ed esprimere così armoniosamente il primo momento del suo ricco potenziale (credo che sia un rosso con davanti a sé tranquillamente altri 15 anni di ottima vita). E comunque, visto che il vino è già in commercio, suggeriamo a chi ha la fortuna di possederlo di saperlo collezionare con cura e goderlo in tempi molto più lontani.</p>
<p>Ora capisco che è facile per me dirlo, ma la straordinaria bontà del risultato comporta poi degli oneri. Ed è un discorso questo che riguarderà molti dei Montepulciano 2011 e 2012 delle prossime schede. Così un più lungo tempo di affinamento in bottiglia, prima della commercializzazione, sembrerebbe doveroso proprio per la valorizzazione di vini così importanti.</p>
<p>Il Pieluni 2008 dimostra sempre la sua grandezza, la sua fascinosità, ma è frutto di una vendemmia più piccola. C’è un filo, un’anima di verde nel suo frutto che, sì, gli dà una nota di freschezza e acidità, ma mi convince una volta di più che il Montepulciano grandissimo deve raggiungere una maturità perfetta nei grappoli. Solo così il suo vino avrà un valore assoluto, totalmente appagante e sferico. Certo, parliamo di sfumature. E’ un vino che preso da solo si può godere largamente. Ma accanto a sé in quel momento aveva il Pieluni 2007, di cui sto per dire. E dunque questo 2008 mi appariva appena meno centrato, con un accenno di vegetalità che lo penalizzava, nonostante la ricchezza radiosa dei profumi.</p>
<p>Pieluni 2007 allora. Una meraviglia. Colore impenetrabile e naso di tracotante suggestione e bellezza (con tutta l’originalità della vigna), che decolla immediatamente con la sua potente base di note catramate, che piano piano si aprono agli aghi di pino, ai toni balsamici, al frutto potente, grasso, lungo, maestoso. Avevo l’impressione di veder scorrere un ampio fiume, lento, solenne, bellissimo di colori e riflessi, che continuava ad aprirsi e fluttuare di aromi e forme. Un naturale contenitore di bellezze.</p>
<p>In bocca si avvertiva una concentrazione rasata, vellutata ed una squisitezza di sapori dal sontuoso equilibrio, con la dolcezza del frutto attraversato da lampi catramati che lo approfondivano e lo complessizzavano, rendendolo davvero grande e bellissimo, di straordinaria consistenza e modalità espressiva, pieno di segreti da svelare.</p>
<p>Il Pieluni 2003 infine è un bellissimo rosso che risente ancora, a mio avviso, di una certa gioventù delle piante. A distanza di 12 anni da quella che è stata una vendemmia caldissima, parliamo oggi di un rosso dal frutto bello, nitido ed assai fresco, attorniato di nocciole. La sensazione tattile è di pieno velluto. Vino di estrema placidità, gradevolissimo e succoso, pieno di equilibrio, di serenità, con quella parte goudroneggiante, più aggressiva e complessa, che caratterizza la vendemmia 2007, che qui invece si affaccia solo in uno sbuffo leggero, sottile, delicato.</p>
<p><b>La Valentina</b></p>
<p><b>Binomio 2011   94</b></p>
<p><b>Binomio  2010   92-93</b></p>
<p><b>Binomio  2008   94</b></p>
<p><b>Binomio  2007   93</b></p>
<p><b>Bellovedere 2010     91</b></p>
<p><b>Bellovedere 2008     92</b></p>
<p><b>Bellovedere 2007     92</b></p>
<p>Da quando ho conosciuto questa azienda più di 15 anni fa ho provato sempre un grande interesse per le sue proposte di vini, frutto di una visione molto moderna e dinamica, con etichette intriganti, sia di bianchi che ovviamente di rossi. Assaggi insomma ogni volta per nulla scontati, che aggiungevano qualcosa, ricercavano, lasciavano pensare. Ma la molla iniziale di tutto, la particolarità che mi ha molto incuriosito ed attratto è stata offerta dai suoi due cru di Montepulciano, entrambi gran vini di notevole fascino, ma anche poi totalmente diversi per la collocazione delle vigne, composizione dei loro terreni, altitudine, microclima.</p>
<p>Il Binomio è stata appunto la prima etichetta a nascere con la vendemmia 1998 e che, forse non immediatamente, ma a partire dalla 2000 mi ha sempre più convinto sulle possibilità estreme del vitigno, sulle grandi suggestioni che sa offrire, sulla complessità ricca ed opulenta del suo bagaglio aromatico. Sono stato una specie di binomiano della prima ora e posso tranquillamente dire che questo vino ha avuto un ruolo nella mia formazione, nel mio approccio al Montepulciano profondo, importante. Dentro il Binomio ho intravisto cose che poi si sono aperte, diffuse, allargate.</p>
<p>Siamo qui dunque nel territorio di San Valentino in Abruzzo Citeriore, sulle prime falde della Maiella, vigna alta e microclima continentale e ventoso, fondamentale per la sanità delle uve in questi 4 ettari di vigna, impiantata nel 1971 a tendone modificato, con 2.500 ceppi per ettaro di un particolare clone di Montepulciano.<a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/La-Valentina_BINOMIO-vineyard_2016.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-344" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/La-Valentina_BINOMIO-vineyard_2016.jpg" alt="La Valentina_BINOMIO vineyard_2016" width="4256" height="2288" /></a></p>
<p>Le vendemmie, che nei primi anni avvenivano tra gli ultimi giorni di ottobre e i primi di novembre, con i cambiamenti climatici in atto si sono ultimamente anticipate di una decina di giorni, ma raccogliendo sempre uve magnificamente mature e con un grado alcolico potenziale intorno ai 15 gradi. Le fermentazioni avvengono in vasche inox, con macerazioni delle bucce intorno ai 20 giorni. Ed il vino poi viene elevato per 15 mesi in barrique.</p>
<p>Montepulciano dunque di grande impalcatura, monumentale, dal carattere austero, solenne, dal colore concentrato e dal formidabile goudron. Vino solenne, serio sin dal suo primo affacciarsi al naso, dai grandi chiaroscuri, dai forti contrasti, che fa venire in mente le tele e quelle immagini rarefatte dell’ultimo Rembrandt.</p>
<p>E’ vero che in questi anni recenti (sarà l’età, che debbo dire?) amo nei vini un certo sorriso, un certo concedersi. Ma il Binomio lo trovo splendido e gli perdono così una sua complessiva cupezza e severità di toni, perché questo rosso mi appare terribilmente autentico, caparbio, tenace, pugnace, sicuramente pieno di valori, ma anche un po’ sulle sue, come questa terra, come la sua gente e come mi sento io. Insomma è un grande rosso, dentro cui avverto cose che mi appartengono.</p>
<p>La vendemmia 2011, l’ultima ad essere uscita in commercio ed a cui un altro po’ di affinamento nel vetro proprio male non faceva, è un’annata superba ed il cui punteggio nel tempo crescerà sicuramente. Mi dà anche l’impressione che, nonostante le procedure di vigna e di cantina siano oramai rodate, ci sia qualche dettaglio, qualche precisione in più. Il vino ha acquisito e raggiunto un superiore gradino. Potrei quasi azzardare che questa sia la sua migliore vendemmia di sempre, ma mi manca una verticale completa, per affermarlo con sicurezza. Quello però che lo pervade e si intravede, nonostante la sua giovinezza ancora un po’ cruda, è un’aria ed un respiro superiore, una maggiore dolcezza dell’insieme, una ricchezza di frutto che rende il vino meno rigoroso e severo. C’è insomma come un’energia moderna ad attraversarlo, una vitalità cremosa tra i suoi strati di grafite, frutti neri, liquirizie, una balsamicità che si spande e lo innalza. Diamogli ora 2-3 anni di bottiglia, solo per assestarsi meglio (di vita da compiere ne ha ancora un’infinità, beato lui) e sarà allora ad esprimersi solo la prima giovinezza di un gran vino superbo.</p>
<p>Il Binomio 2010 è sicuramente più avanti nell’espressività, perché è frutto di un’annata leggermente meno ricca. I profumi appaiono tersi, nitidi e si aprono su una magnifica nota tartufata, netta, potente su cui baluginano i toni goudroneggianti e catramati. E’ un grande rosso già leggibile, approcciabile ed interessantissimo per chi vuole conoscere il Binomio, capire qual è il suo timbro, il suo mondo, perché ne esprime in modo compiuto tutta l’intelaiatura aromatica, virile, profonda, complessa.</p>
<p>La 2008 torna ad essere una grande vendemmia. Rispetto alla 2011 ha il vantaggio dei 3 anni in più di bottiglia e dunque appare già più assestato, più in ordine, più espresso, anche se la 2011, a mio avviso, avrà un picco ancora più alto nel futuro. Ma insomma questo Binomio 2008 è un vero splendore, caldo, denso, generoso, di grande respiro ed intensità. E possiede gli elementi fondamentali per poter essere realmente un grande vino. Ha cioè l’articolazione, il movimento e la vastità dei toni, fatti di mille sfaccettature, che cambiano, si innalzano, fluttuano, quando lasciamo roteare il suo colore nel bicchiere. E si apre così il suo splendore catramato, il suo furore graffiante, un po’ dark, ma nello stesso tempo riempito di creme, di note mentolate, di balsami, in un’espressione di notevole originalità espressiva.</p>
<p>La vendemmia 2007 ne ricalca l’impronta, ma con qualcosa in meno di energia. E’ più pronto, più all’apice. Vino grandissimo (ma accanto a lui c’era la 2008 con qualcosa in più nell’anima, qualcosa che si era elaborata con maggiore compiutezza nella stagione successiva). Dentro i suoi profumi virili, fortemente chiaroscurati c’è tutta l’autenticità ed il lavoro del suo terreno scabro, i suoi sapori conquistati alla vite e la loro essenzialità tesa, la loro misura.</p>
<p>Il Bellovedere poi è l’altro grande Montepulciano che nasce da una vigna impiantata a tendone nel 1976, attorno alla cantina aziendale di Spoltore, a 2.500 ceppi per ettaro  in un’altitudine di 150 metri. Siamo dunque più vicini al mare. Le vendemmie avvengono a metà ottobre, con una macerazione sulle bucce di 25 giorni in tini di legno troncoconici. Poi barrique e tonneaux per 18 mesi. Prima annata prodotta è stata la 2000.</p>
<p>Chiaramente la collocazione, il sito della vigna, la differente altitudine dà luogo ad un Montepulciano diverso, anche se non mancano poi riferimenti al Binomio fatti di idee estetiche, di modi di intendere il vino. La sensazione complessiva è di un Montepulciano meno di chiaroscuri e di contrasti, più morbido e soffuso, più sinuoso e femminino. E a questo aggiungo che il Bellovedere, rispetto alla 2000 ed alle primissime annate, è, secondo me, molto migliorato nel corso delle altre vendemmie, diventando più ricco ed importante, più sicuro.</p>
<p>La 2010 merita sicuramente altro tempo di vetro, ma si presenta con un naso che brunelleggia, graffiante ed intrigante. Colpisce la bellezza moderna dell’interpretazione, i primi strati di goudron che già si affacciano su uno sfondo di sottobosco, bacche, humus. Si avverte molto il volume, la densità carnosa, ma è un vino ancora in piena composizione, che sta elaborando e sviluppando le sue sostanze.</p>
<p>Così è anche qui la 2008 a dare una più aperta, luminosa prova di quello che è il suo mondo espressivo. La nota di tartufo già si affaccia su uno sfondo ematico e carnale. Ritorna la sensazione di sottobosco e tutti gli elementi hanno un tono vellutato, morbido, affusolato. Alla bocca rivela un’intensa piacevolezza e torna la nota di tartufo in una voluminosità voluttuosa e grassa.</p>
<p>Il 2007 si apre su un colore assai profondo ed un naso di more mature su uno sfondo di inchiostri, sottobosco, pelliccia. La bocca bocca poi si apre con un tessuto elegante ed inchiostrato pieno di creme dolci. Non c’è qui il furore del Binomio. L’anima del Bellovedere è più serena, più morbida e conciliante, di femminilità sinuose, soffuse, aggraziate.</p>
<p><b>Gentile </b></p>
<p><b>Vecchie Vigne 2012        92-93</b></p>
<p><b>Vecchie Vigne 2011        91</b></p>
<p><b>Vecchie Vigne 2010        89-90</b></p>
<p><b>Vecchie Vigne 2009        90-91</b></p>
<p>Da anni ormai il mio lavoro è fatto di assaggi distanti dalle aziende. Assaggio da solo (lontano dal pettegolio di astanti vicini con il loro raccapricciante <i>sotuttodituttoedancheditutti</i>), in casa (senza gli odori e l’aria estranea di altri ambienti), con i miei bicchieri, avvinati con calma e cura.</p>
<p>E’ uno dei momenti più belli della giornata. Scoprire un vino, versarlo, guardarne il colore, avvicinarlo al naso, alla bocca, in una grande curiosità che si apre e può diventare poi, in qualche caso, un’emozione sorprendente. E’ un vero e proprio atto di conoscenza, il tentativo di una scoperta in cui si aprono interamente i nostri sensi.</p>
<p>Per come l’ho vissuto e lo vivo è come scoprire una storia nuova. Mi capita a volte di pensare (lo dico sinceramente, senza pudori) che abbia molto a che fare con la curiosità e l’aspettativa immensa che avevo da giovane per l’innamoramento, l’attrazione per il viso di una ragazza che mi aveva lasciato senza fiato. Poi, in qualche caso fortunato, giungere a guardarla da vicino, parlarle come se fosse la novità dell’universo, toccarla, essere nel suo odore, sentirmi dentro di lei.</p>
<p>La mia età è diversa ora, ma si è se stessi sempre, anzi il tempo che passa ci affina. In qualche sparuta zona della nostra mente, che ha accumulato tanto passato e memoria, siamo certo affaticati, ma più lucidi. Credo che anche in età avanzata ci accostiamo a quello che ci attrae con la stessa passione, la stessa onestà. Non abbiamo più niente da perdere, né da dimostrare, possiamo solo scoprire e aggiungere qualche buon momento, che non renda inutile il tempo della giornata che ci è trascorsa addosso e già non c’è più.</p>
<p>Se c’è un motivo che mi porta ad assaggiare è che quel vino possa rivelarsi una sorpresa, appunto un sorriso dello spirito. Insomma ne deve valere la pena, deve essere davvero grande.</p>
<p>Si parte così ogni volta da un’iniziale degustazione fredda, tecnica. Colori, tonalità, intensità e poi profumi, loro tipologia, ampiezza, parametri di armonia, approccio ai sapori, acidità, polifenoli, persistenze e lunghezze. In una sequenza memorizzata nel profondo, come per l’attivarsi di un pilota automatico. Ma poi, quando il vino è vero, onesto, reale, scatta la molla, si muove il sentimento, si avverte l’impronta del vino, la sua creatura viva, che dice, racconta, si apre o sta sulle sue.</p>
<p>Le possibilità sono infinite. Non c’è mai un finale unico, scontato. La bellezza è nel panorama che offre oggi il vino italiano, quel suo essere davvero immenso e imprevedibile. Tra territori, vitigni, altitudini, stile degli autori, caratteri.</p>
<p>Ma la mia lontana scuola di Montalcino, quell’assaggiare dalle botti in ogni azienda tutti i vini in gestazione, capire come si evolvono e se e quanto possono crescere, se hanno una misura, un’intensità da Brunello o da Rosso, riverificandoli poi in bottiglia anni dopo, è stata per me una lezione indimenticabile. Sentire il vino passo passo, memorizzare cosa ha dentro di importante, ma anche cosa tante volte gli manca. Riuscire così anche ad azzardare il suo divenire, in quale vigna o cantina ci siano le premesse per un futuro assai importante …</p>
<p>Mi è capitato, sempre a Montalcino, di scommettere 30 anni fa su Casanova di Neri, tra il sarcasmo di molti. Poi 10 anni dopo su Poggio di Sotto. Ora da 3 anni dico Podere Le Ripi. E vedremo dunque.</p>
<p>Tornando adesso al Montepulciano, ipotizzo che una delle grosse novità del futuro sarà il Vecchie Vigne. Non è ancora un vino grandissimo, gli manca a mio avviso quel pizzico di concentrazione in più, di spalla superiore, di frutto grasso. Ma si avverte dentro di lui una qualità e una crescita, la particolarità di un territorio, la prima coscienza di uno stile, qualcosa insomma più importante di quanto ottenuto ed espresso finora. Così dico, prendendomi tranquillamente i miei rischi, che questa etichetta potrà essere una delle protagoniste tra i Montepulciano del prossimo decennio. Ci sono insomma i crismi di questo decollo, a partire dal sito della vigna. E parliamo di un’azienda che ha iniziato a fare vino di qualità da non molti anni, ma che ha appunto mostrato continui progressi, con il giovane proprietario determinato e lucido nel comprendere i pregi ed i limiti di quanto ottenuto finora, consapevole degli spazi assai ampi che sono ancora tutti davanti e possibili.</p>
<p>Siamo dunque ad Ofena, a pochi chilometri dall’Aquila, su un altipiano spettacolare alle falde del Gran Sasso, dal microclima fortemente continentale, con inverni molto rigidi, estati poi anche assai calde, ma con continue escursioni termiche tra la notte ed il giorno, che non fanno che nobilitare il patrimonio organolettico delle uve. Montepulciano dunque del tutto particolare, più lungo e flessuoso, carico di profumi, suggestioni e fascinose sottigliezze aromatiche. <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/foto-vigna-neve-2012.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-336" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/foto-vigna-neve-2012.jpg" alt="foto vigna neve 2012" width="2048" height="1536" /></a></p>
<p>Il Vecchie Vigne nasce a 420 metri di altitudine, da un ettaro di vigna a filari impiantati nel 1973 con una fittezza di 2.500 piante, potate a doppio guyot. Le vendemmie avvengono intorno al 20 di ottobre, le fermentazioni delle uve sulle bucce si protraggono per 2 settimane. E, dopo i travasi, il vino viene elevato per 24 mesi in tonneaux da 5 ettolitri.</p>
<p>Verticale completa dunque di tutte le annate di questa etichetta, inserendo anche la 2012 che uscirà nel corso dell’anno.</p>
<p>Inizierei però dalla 2011, che è stata l’ultima ad uscire in commercio e che, tra quelle già conosciute dal pubblico, è la versione che mi ha più convinto. Ricordo di averla assaggiata più di 10 mesi fa in anteprima, durante una manifestazione che si teneva a Roma. Era un rosso bellissimo, appena un po’ carico di legno, ma di grande eleganza, terso, profumato, privo di qualsiasi pesantezza, scattante, moderno, molto fascinoso e carico di promesse.</p>
<p>L’assaggio attuale, a quasi un anno di distanza, mi ha fatto poi pensare. Il vino era abbastanza cambiato, aveva inoltre già completamente digerito il legno. E qui mi è tornata in mente la grande forza e lo spessore carnoso del Montepulciano, vino che ha bisogno di buon legno per nobilitarsi, ma che poi lo avvolge e lo integra, assorbendolo completamente nelle sue fibre.</p>
<p>A questo Vecchie Vigne 2011 avrei dato comunque sicuramente un altro paio di anni di bottiglia per un bouquet più ampio e completo. Ma devo anche aggiungere che la sensazione immediatamente provata nell’assaggio era di trovarmi davanti ad un magnifico rosso italiano moderno, splendidamente vinificato ed elevato nei legni, non tanto riconoscibile però come vitigno. Avvertivo insomma meno la varietalità dell’uva, anche quella sua tipicità territoriale, diciamo la personalità della sua anima. E mi è venuto da pensare come per percorrere ed incamerare questo ultimo, fondamentale tassello occorra arrivare ad uve ancora più mature, più concentrate, più dense, che in sostanza significa un ulteriore abbassamento delle rese in vigna, lasciando meno grappoli in pianta, che possano maturare così completamente e possedere più linfe, più estratto, più carne. Oppure raccogliere le uve oltre il 20 di ottobre, entrando però climaticamente in una zona ed un tempo molto a rischio di piogge rovinose. C’è insomma da compiere appena un ultimissimo passo in vigna per giungere al vino estremo, in un’etichetta che ha comunque dentro di sé già moltissima qualità.</p>
<p>La vendemma 2010 poi era in sostanza il vino appena più sottile ed acido tra tutti, in cui si avvertiva la bellezza della fattura, ma anche una trama meno complessa e vasta.</p>
<p>Il Vecchie Vigne 2009 era invece magnifico, per qualche aspetto, come morfologia, ricordava la 2011, con 2 anni di bottiglia in più, ma forse questo maggior tempo di affinamento  mi accentuava la sensazione di essere un bel vino ancora però a metà del guado, quando manca quel passo in più nella concentrazione, nella fittezza. E a questo punto anche quel grado alcolico in più, con la sua crema di frutto, la densità carnosa.</p>
<p>Ma è poi quello che avviene e si raccoglie finalmente nel Vigne Vecchie 2012, come appunto detto, non ancora in commercio, ma che uscirà nel corso dell’anno e a cui qualche ulteriore mese di bottiglia farà un gran bene. Comunque vino assai importante, stentoreo, frutto di una magnifica vendemmia calda e assolata, che nelle zone più basse dell’intera nostra penisola qualche bel problema con la sua siccità estiva l’ha certamente dato alla crescita armonica delle uve.</p>
<p>Ma a questa altitudine ed in questo microclima il risultato è stato stupendo, con una maturazione sontuosa e perfetta dei grappoli, da piante su cui la potatura era già stata più severa questa volta. Solo 4.200 così le bottiglie prodotte, invece delle 6-6.600 delle precedenti vendemmie. Ma si entra in un’altra dimensione ed il vino offre variazioni aromatiche assai più ricche ed articolate (è uno di quei casi in cui vorrei che passassero in un attimo 2-3 anni per potermelo gustare con un bouquet ancora più compiuto, capire a cosa potrà arrivare). Naso dunque molto bello, assai elegante, ricco di personalità, che si va a comporre sulle prime fragoline di bosco, i primi balsami, gli inchiostri.</p>
<p>Alla bocca colpisce il tessuto smagliante del vino, la bellezza consistente e rasata dei tannini che coniuga garbo e forza, la ricchezza e l’energia delle movenze femminine in una dolcezza masticabilissima di sapori. Un gran vino tutto in fieri, pieno di futuro ed un piccolo fuoriclasse che sta per nascere.</p>
<p><b>Torre dei Beati</b></p>
<p><b>Mazzamurello 2012    91-92</b></p>
<p><b>Mazzamurello 2011    92</b></p>
<p><b>Mazzamurello 2010    91-92</b></p>
<p><b>Mazzamurello 2009    92-93</b></p>
<p><b>Mazzamurello 2007    93-94</b></p>
<p><b>Cocciapazza 2012   90-91</b></p>
<p><b>Cocciapazza 2011   91</b></p>
<p><b>Cocciapazza 2010   92</b></p>
<p><b>Cocciapazza 2008   91</b></p>
<p>Vorrei iniziare questa scheda in modo un po’ più leggero (siamo in fondo alla fine).</p>
<p>Sono dunque cosciente che spesso, sull’onda di una vanitosa anzianità (unica cosa certa ormai rimastami), racconto e puntualizzo di essere stato lo scopritore di questo o quel gran vino “… <i>Ma sì, sono stato io il primo a recensirlo. Eravamo proprio ad un passo dalla Seconda Guerra Punica</i> …”. Perdonate, ma in un mondo di cialtroni è il mio ingenuo modo di mettere paletti.</p>
<p>Devo però ammettere che Torre dei Beati è una delle aziende che mi è sfuggita al suo esordio. L’ho scoperta di fatto su una Guida (guai così a venirmi a dire che le Guide non servono a nulla, non fatelo mai). E confesso che a colpirmi inizialmente è stato il nome. <i>Torre dei Beati</i>. Parole soavi, bellissime. Che mi evocavano qualcosa di celeste o la pittura del Quattrocento, lo sfondo nitido dei suoi paesaggi. E anche il prestigioso territorio d’origine che leggevo, Loreto Aprutino, aveva poi un suo buon ruolo nell’incuriosirmi.</p>
<p>Credo che a volte si sottovaluti il peso del nome, la fascinazione della parola. Ma la fortuna di un vino o di un’azienda (ma anche di un film, di un racconto e così via) passa in una discreta misura attraverso questo richiamo. Vogliamo portare come ennesimo esempio il Brunello di Montalcino? E quanto la componente-nome abbia contato nella sua fama e fortuna commerciale?</p>
<p>Ero quindi estremamente ben disposto sulla combinazione Torre-dei-Beati, che continuavo a ripetermi dentro, quando poi sono andato a leggere i nomi delle sue due più importanti etichette di Montepulciano. <i>Cocciapazza, Mazzamurello</i>.</p>
<p>Provavo a scandire quei nomi con l’impressione immediata che la dote di curiosità me l’ero ormai giocata di colpo e che un qualche filo di simpatica insania dovesse attraversare la mente dei suoi produttori. Mentre immaginavo contemporaneamente e con un certo raccapriccio, in un bel ristorante di Roma o Milano, non so, una sofisticata coppia seduta a cena, l’uomo proteso alla conquista della donna, che scorre la carta dei vini, cercando suggestioni che possano aiutare la serata e legge così lentamente, provando a decriptare, <i>Cocciapazza, Mazzamurello</i> … Ma li avrebbe mai scelti?</p>
<p>Va bene, lasciamo i protagonisti di questa storia in preda alla loro paralisi da lettura. E non infierisco oltre, perché poi i vini li ho assaggiati, bevuti e goduti più volte dal 2009 (erano le vendemmie 2005, 2006). I loro nomi li ho ormai metabolizzati. E ad alla fine, miracoli del vino, mi ci sono pure affezionato.<a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/PanoramaRicciolo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-337" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/PanoramaRicciolo.jpg" alt="PanoramaRicciolo" width="3894" height="2026" /></a></p>
<p>Ordunque la vigna da cui nascono entrambi (condotta seguendo i dettami del biologico) è stata impiantata a tendone nel 1972, con una fittezza di 1.600 ceppi per ettaro, su un terreno argilloso-calcareo, pieno di sedimenti marini, attorno ai 250 metri di altitudine, nell’area, come detto, di Loreto Aprutino. Le vendemmie avvengono generalmente tra il 10 ed il 20 di ottobre. E sostanzialmente il Mazzamurello nasce dalla selezione severa dei grappoli più maturi della stessa vigna. Entrambi i vini macerano poi dai 20 ai 30 giorni sulle bucce e vengono infine elevati per 20 mesi in barrique, totalmente nuove per il Mazzamurello. Nel Cocciapazza sono invece di primo passaggio per 1/3, poi di secondo e terzo per la restante parte.</p>
<p>Diciamo pure che in questa mia privata epopea del Montepulciano d’Abruzzo, nella quale sono vissuto completamente (ma anche felicemente) immerso per mesi, questi due vini sono apparsi entrambi assai particolari e diversi. Risultato ovviamente dell’aerale di Loreto Aprutino, ma anche, inevitabilmente, della mano dell’uomo.</p>
<p>In essi infatti la componente aromatica del frutto non è così importante come in altre etichette. Qui a livello di profumi domina nettamente la componente austera, severa e lunga del Montepulciano impregnato dei caratteri di quel particolarissimo terreno, quando si sviluppano completamente le sensazioni di erbe di macchia e officinali, sottobosco, bacche, poi (lentamente, dopo anni) catrame, fumo, goudron su un notevole, vasto corredo di spezie.</p>
<p>Intendiamoci, parliamo di due rossi di notevole concentrazione e ricchezza, non è però la ridondanza aromatica del frutto con la sua opulenza, dolcezza e grassezza (come in altri Montepulciano) a compensare in rotonda piacevolezza la forza, l’intelaiatura ed il peso dei suoi tannini. Direi che il loro tono qui non è così importante, insomma non è la loro fase fruttata a renderli grandi. L’unicità e la complessità di questi vini è nella struttura architettonica e tannica, nella dinamica delle loro linee nette e scabre, quando vanno a combinarsi con gli elementi aromatici terziari del vino, quello speziato fascinoso di erbe di macchia mediterranea ed essenze preziose, minerali e di sottobosco, dove le loro forze e particolarità emergono via via in un carattere, come vedremo meglio, “rodaneggiante” dei vini. Tannini dunque di estrema qualità, particolari e soprattutto impregnati, ripeto, di quelle mineralità che hanno succhiato dal terreno.</p>
<p>Ma perché tutto questo abbia modo di venire alla luce al suo meglio, appaia al mondo ed ai nostri sensi in un articolato e maturo ventaglio completamente aperto e svelato, occorrono davvero molti, molti anni. Questi due Montepulciano, proprio per quanto detto, non sono per niente facili, né piacioni. Hanno un’anima ed una cerebralità forte, sono vini fatti di riflessioni anche intellettualistiche (e questo lo dico nella migliore accezione del termine), vini insomma da cultori, da intenditori attenti, che sappiano guardare, sfogliare pagina dopo pagina, ed appassionarsi a tutto il divenire della loro complessa trama olfattiva e gustativa, che è assai originale, per non dire unica.</p>
<p>Così l’assaggio della 2012 (vendemmia di qualità molto buona) ci ha dato davvero l’impressione che stavamo, nel nostro piccolo, commettendo un vero e proprio sacrilegio enologico. Davanti a quei calici (stavo assaggiando in contemporanea entrambi i nostri eroi dagli immaginifici nomi) confesso di aver guardato i 2 tappi con angoscia e con l’impossibile desiderio di rimetterli al loro posto, cancellando tutte le azioni scriteriate dei minuti precedenti. Poter rivedere così le bottiglie perfettamente intatte, ancora da aprire e da poter conservare per almeno altri 5 anni. Perché di questo parliamo.</p>
<p>Ritengo davvero che in una buona vendemmia questi vini comincino a dare il loro meglio intorno ai 10 anni di età. E questo può essere una bella notizia per la qualità che i vini contengono, ma anche un bel problema per un auspicabile più lungo tempo di affinamento in bottiglia e loro relativo stoccaggio, per i costi di tutta l’operazione e così via.</p>
<p>Comunque non voglio la rovina di nessuno, tanto meno di produttori che stimo. La butto lì dunque e già mi accontenterei se intanto il Mazzamurello venisse venduto un anno dopo il Cocciapazza (in vecchiaia tendo sempre, inevitabilmente, al compromesso). E comunque quello che raccomando, a chi possiede la vendemmia 2012 di questi vini, è di tenerseli cari e goderseli assai più in là.</p>
<p>L’esito di questo assaggio comunque (oramai le bottiglie erano aperte) è stato molto intrigante. Ma tutto appariva in nuce, tutto in fieri, come vedere un’adolescente con i tratti del viso e l’incedere di quella che sarà tra qualche anno una bellissima donna.</p>
<p>Il Cocciapazza più compatto, più monolitico, anche più vegetale, il Mazzamurello più articolato, con più accenni, più idee, più lampi grassi e complessi. Difficile inoltre collocarli in un punteggio, che inevitabilmente finisce per esprimersi in aspettative, potenziali, suggestioni. Parliamo certo di due gran vini, ma assolutamente crudissimi.</p>
<p>La 2011 poi presentava un quadro solo di poco più dichiuso. Come dal filo della porta si cominciava ad intravedere una composizione di erbe officinali, un respiro rodaneggiante già nel Cocciapazza, con un principio di garrigue e dunque riferimenti alti ad etichette del Rodano, poi carne affumicata, bacche, humus. Ma nel complesso un quadro ancora generico e, man mano che il tempo passava, con una prima apertura agli inchiostri.</p>
<p>Il Mazzamurello ’11 marcava più sulla concentrazione, sull’intensità ed inevitabilmente appariva più indietro, ma nello stesso tempo aveva la riconoscibilità del rosso particolarissimo nel suo patrimonio aromatico. Le note di macchia mediterranea erano più nette e decise, più dolci ed importanti, che si aprivano a sensazioni ematiche ed affumicate su un fondo di humus, terra bagnata ed un primo goudron in gestazione.</p>
<p>La 2010 appariva frutto di un’annata appena meno importante ed in questo senso il Cocciapazza ne guadagnava, perché era più delineato e leggibile, con un corredo olfattivo che baluginava di alloro, canfore, ginepro, bacche, terra bruciata. Ed una bocca poi sontuosa e severa, inchiostrata e goudroneggiante. In questo senso dava la sensazione di essere più assestato del Mazzamurello, che nel futuro sarà certamente superiore, ma si presentava ancora decisamente crudo e scomposto.</p>
<p>La 2009 è poi un vino più sottile, già in partenza dunque un Mazzamurello più piccolo, ma, finalmente ed ovviamente, il potenziale era abbastanza espresso, con un corredo olfattivo particolarissimo e leggiadro, che si è innalzato per ore, dalle prime tracce ematiche, carne, fumo, al sentore netto di garrigue, poi spezie complesse, balsami, menta. Bocca appena sottile e puntuta, ma fresca e gustosa, masticabilissima, ancora con spazi espressivi davanti.</p>
<p>Il Mazzamurello 2007 infine è stato il miglior vino assaggiato di questa azienda. Vendemmia appunto grandiosa, importante (con una punta di perfidia mi è anche venuto da pensare che c’è chi in Abruzzo questa vendemmia non l’ha ancora messa in commercio). E vino sontuoso già al colore, decisamente più profondo del 2009. Naso catramato sin dal primo impatto, imperativo, potente, fatto di volume, corpo, pienezza, fisicità, rotondità. Ritorna il diapason espressivo di questo vino (ma ad una superiore altezza e spessore), la bellezza della macchia mediterranea, la corporalità della carne affumicata, il sottobosco, lo speziato, il goudron, i balsami mentolati a rinfrescare e un primo accenno di cioccolata. La bocca poi è densa, cremosa ed in perfetta restituzione degli aromi avvertiti, con un bel tenore acido a percorrere la compattezza dell’estratto.</p>
<p>La sensazione provata è stata anche di un balzo nella memoria, un gran rosso, modernamente vinificato, ma con in sé qualcosa di antico, qualcosa che conoscevo del vitigno, ma che avevo dimenticato, che in questi 20 anni mi ero perso. E dunque anche in questo senso un vino assai importante e un ragguardevole punto di riferimento per quello che è, è stato e sarà il Montepulciano.</p>
<p>Sarebbe stato interessante a questo punto assaggiare sulla vendemmia 2007 anche il Cocciapazza, ma il produttore (parliamo del co-autore dei famosi nomi, attenzione) mi ha inviato invece la 2008, annata lì funestata dalla grandine rovinosa del 4 luglio.</p>
<p>Devo dire che il vino ha meritato però molta attenzione. Mi era capitato diverse volte di assaggiare rossi (molti Barolo e Barbaresco in questo caso), le cui vigne erano state colpite dalla grandine estiva. Piante ferite, che, in casi felici, erano state poi in grado di portare avanti la maturazione dei pochi grappoli rimasti, dando così vita a vini notevolmente concentrati.</p>
<p>Questi particolari rossi hanno comunque sempre avuto una riconoscibilità. E ritorna qui ancora una volta l’aspetto umano della vite, che non può nascondere il travaglio, i colpi, la sofferenza che ha attraversato, il trauma delle cicatrizzazioni sul suo corpo. E la temporanea interruzione di nutrimento e di passaggio di linfa che questo ha poi significato per i frutti sopravvissuti.</p>
<p>Il Cocciapazza 2008 presentava così un colore di grande profondità e concentrazione, dato da questo forzato abbattimento delle rese. Il profumo era poi intrigante, severo. Alla base rimaneva l’intelaiatura di sottobosco, bacche, terra bruciata, ma più in alto dominava inizialmente un certo ridotto, un senso di vegetale-tostato che, a mio avviso, era il ricordo di quell’evento funesto, qualcosa di essiccato che aleggiava.</p>
<p>Ho così riassaggiato il vino a distanza di 12 ore. Questa nota si era abbastanza dispersa nell’ossigenazione, c’era un ampio letto di macchia mediterranea e humus, poi bruciato. Ma era soprattutto la bocca a colpire, compatta, liscia, densa e nello stesso tempo però anche con l’impressione di qualcosa di assai pronto, cremoso, nocciolato e gentile, come mai questo vino aveva evidenziato. Il fatto è che annate di questo tipo non possono dare vini esageratamente longevi. Sono di fatto dei sopravvissuti, hanno un’anima più delicata, più leggera, più soave. Sembrano dei bambini.</p>
<p><b>Feudo Antico</b></p>
<p><b>Rosso Riserva 2012        93</b></p>
<p><b>Rosso Riserva 2011        92</b></p>
<p><b>Rosso Riserva 2010        92</b></p>
<p>La possiamo considerare come l’ultima nata tra le etichette di grandi Montepulciano, all’interno poi della nuova Doc Tullum, che è appena del 2008. Ad indicare come in Abruzzo si vadano studiando anche nuove strategie, per superare la genericità di una semplice indicazione di vitigno, partendo, come qui, dalla particolarità del territorio.</p>
<p>Questo Rosso Riserva di Feudo Antico è sostanzialmente la migliore selezione di Montepulciano della Cantina Tollo (una delle grandi realtà cooperative della regione), raccogliendo il frutto delle migliori parcelle dei suoi areali in etichette di poche migliaia di bottiglie, in cui si sperimentano i picchi estremi dei vitigni territoriali (molto interessanti ad esempio anche i suoi vini bianchi come la Passerina ed il Pecorino, oltre un Rosato naturale non filtrato che mi stupisce e mi intriga ad ogni assaggio per la bellezza e gustosità di beva, certamente, ma anche per la particolare serbevolezza che questo vino mantiene su vendemmie distanti anche 3-4 anni). <a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/MG_6897.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-338" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/MG_6897.jpg" alt="_MG_6897" width="4368" height="2912" /></a></p>
<p>Il Rosso Riserva è appunto un Montepulciano di notevole spessore e bellezza, che nasce da piccole vigne a tendone tra i 20 ed i 35 anni di età, ad un’altitudine intorno ai 200 metri. La particolarità è che qui il vitigno viene indagato tentando nuove soluzioni nei tempi di raccolta delle uve, sperimentando anche un leggero appassimento su una piccola parte di queste, al fine di arrivare ad un risultato più ricco, intenso e complesso sul piano estetico.</p>
<p>Credo sia molto importante questo indagare e cercare di andare oltre, camminare, vedere quanto spazio ulteriore il Montepulciano contenga dentro di sé. E’ un segno della dinamicità del territorio ed è qualcosa in fondo che si lascia anche ad altri, il testimone di una ricerca che potrà dare in futuro belle, positive sorprese anche in territori diversi.</p>
<p>Macerazioni delle bucce dunque intorno ai 15 giorni. E, dopo la svinatura, questo rosso trascorre più di un anno in vasche di cemento. Poi viene elevato per circa 18 mesi in barrique.</p>
<p>Ho così assaggiato le ultime tre vendemmie imbottigliate, la 2010, la 2011 ed infine la 2012 che verrà presentata nel corso dell’anno, verificando la consistenza di tre rossi di notevole bellezza e abbastanza diversi tra loro.</p>
<p>La mia preferenza è andata al 2012 (che è anche l’ultimo tassello di questa ricerca e si basa ovviamente sull’esperienza che è stata incamerata nelle vendemmie precedenti). Era il più sferico, compatto, ricco, che rivelava un’estrema rotondità e fascino sin dalla prima bordata di profumi.</p>
<p>Credo inoltre che questo leggero appassimento di una parte delle uve conferisca al vino quella cremosità e grassezza che, senza nulla togliergli in longevità, lo rende però godibile ed approcciabile anche prima. Cioè la crudezza e la dura inaccessibilità, l’incompiutezza che ho riscontrato, nell’assaggio di tutte queste settimane, in altri Montepulciano 2010, 2011 e 2012, come ho appunto raccontato, qui viene superata dall’opulenza suprema del suo frutto, in questo ispessimento del vino, che cresce, assume un’altra dimensione e misura, dilata la sua polpa, la sua crema, divenendo vellutato, morbido, levigato, ricchissimo di espressività.</p>
<p>Siamo dunque davanti ad un Montepulciano 2012 ridondante e sereno, con la tipica solarità delle colline che dominano l’Adriatico. Il segno di questo Rosso Riserva è appunto in una godibilità importante, sontuosa, piena di echi e sfumature, ma anche in una sua esemplare bellezza di composizione.</p>
<p>Il pericolo, davanti a vini così esplosivi e ricchi in estratto, è nella possibilità di riscontrare anche sbavature gusto-olfattive, note non nitide, sensazioni di surmaturo e di stucchevolezza. Questo Rosso Riserva 2012 è invece un gioiello di euritmia, dove tutto appare perfettamente calibrato, con un frutto di armoniosa dolcezza, generoso nel carattere, intriso dei primi accenni tartufati, poi alloro, spezie, inchiostri dolci che faranno goudron, in un vino solo all’inizio del suo cammino, che si annuncia particolarmente lungo e felice.</p>
<p>La bocca poi è superba, dichiarata, di potente morbidezza, con una gioiosa concentrazione di frutta, che non si finisce mai di godere. E se devo scegliere due aggettivi per raccontarlo e definirlo in modo chiaro, semplice, immediato (i primi che mi sono venuti in mente e che ho appuntato, mentre avevo il vino davanti a me), dico maestoso e generoso. C’era di fatto molta energia e c’era anche sorriso in questo vino, una sorta di vasta sicurezza, qualcosa di solido e sereno, privo di qualsiasi inquietudine, che diventava in qualche modo gioia dello spirito. E mi sembrava un grande tassello, il risultato finalmente raggiunto, acquisito, in un lavoro durato anni.</p>
<p>Il Rosso Riserva 2011 (fermo restando che è similare nel profilo gusto-olfattivo) offre però il frutto di una vendemmia diversa. Vino appena più sottile, che si esprime maggiormente sul piano dell’eleganza, con una notevole ariosità di profumi ed una tipologia di aromi appunto più alti, più verso la freschezza, la nervosità, ma anche con una superiore percentuale di crudezza. Trovo che sia notevole il nitore espressivo, attraversato da una spina acida che gli darà lunga serbevolezza per molti anni. Rispetto alla 2012 è appunto più sottile e al tempo stesso più agile. Ed è questo uno dei grandi quesiti che mi pongo, quando assaggio. Nel senso che è probabile che il 2011 possa avere una vita più lunga del 2012, ma non credo che ne raggiungerà il picco di bellezza e piacevolezza espressiva.</p>
<p>Su quale preferire dunque io non ho dubbi. Ma è anche chiaro che l’unico punto di riferimento siamo noi stessi, con la nostra privata idea del gusto.</p>
<p>D’altra parte, se andiamo sulla metafora, personalmente non credo che un maratoneta sia più atleta di un mezzofondista o di un centometrista. Insomma, secondo me, il miglior vino non può essere quello che vince una gara di resistenza, ma è qualcosa di vivo che, come per tutti gli esseri, ha il destino di una sua vita, più lunga o più corta. Quello che personalmente cerco in un vino è la massima bellezza e felicità, tentando poi di coglierla nel suo momento di massima espressività ed intensità. Che è poi il compito di chi scrive di vino, provare ad individuare questo arco di godibilità ed informarne onestamente. Tra questi due grandi Montepulciano così il livello più alto lo raggiunge, a mio avviso, il 2012 e lo manterrà per i prossimi 5 anni. E’ possibile che sia meno longevo della 2011, che terrà il suo picco per un arco di tempo più lungo, d’accordo, ma senza arrivare al livello del 2012.</p>
<p>Comunque provateli. Il mondo del vino è fascinoso anche per la diversità di sensazioni che si avvertono. E parliamo comunque di due grandi rossi in entrambi i casi.</p>
<p>Il Rosso Riserva 2010 è infine un altro magnifico vino che merita, proprio per il suo maggior tempo in bottiglia, di arieggiare maggiormente nel calice. In qualche misura poi la 2010 è stato la prima vendemmia-prototipo di questa ricerca e, rispetto alle altre due annate, rivela nel naso qualcosa di ancora tradizionale ed old style, soprattutto nell’austerità che si affaccia al primo colpo di assaggio. E’ un quadro che tende poi ad aprirsi sempre più alle more, ai piccoli frutti neri, al sottobosco, all’humus, a sensazioni ematiche su un finale di goudron, pur mantenendo sostanzialmente il carattere di un gran rosso cupo, severo.</p>
<p>Questa impressione tende poi a dissiparsi alla bocca, tanto il vino è invece grasso, generoso, masticabilissimo e solenne, sinuoso di sapori importanti di frutti neri, fumi, balsami, inchiostri catramati. Un grande Montepulciano di peso, di sostanze, di volumi, già prossimo ad un suo apice gustativo, nel quale però dovrebbe rimanere ancora abbastanza a lungo.</p>
<p><b>In Conclusione</b></p>
<p>Giunto al termine di questo lavoro (è un po’ lungo, lo ammetto, ma l’argomento, i suoi vini ed i suoi temi credo lo meritassero), volevo fare alcune ultime considerazioni.</p>
<p>Ovviamente, ho scelto in questi mesi di assaggi continui le etichette che si sono rivelate per me più importanti, quelle che ho ritenuto più significative e che sono andate a confermarsi, anche in una continuità di verifiche iniziate in taluni casi 2 decenni or sono. Credo sinceramente che esse rappresentino la cuspide di un panorama vitivinicolo abruzzese tuttora in pieno movimento e carico di enormi possibilità espansive.</p>
<p>Sono anche consapevole, nonostante io le ritenga di livello assoluto ed in grado di rivaleggiare con i migliori vini italiani, che la loro fortuna sia stata sin qui abbastanza modesta. Come del resto modesta è l’immagine e l’impressione che si ha nel mercato globale di tutto il vino abruzzese.</p>
<p>Numerose volte in questi anni mi è capitato, con colleghi o semplici amici e appassionati, di parlare di un grande assaggio appena fatto, di una scoperta importante. E di nominare poi lì un Montepulciano d’Abruzzo. Ricevendo come risposta uno sgranare d’occhi tra l’incredulo e lo scettico.</p>
<p>C’è qualcosa (è bene dircelo, anche se non mi diverto per niente a farlo) che non è scattato nell’immaginario del consumatore e dell’appassionato italiano nei confronti del vino abruzzese, che non viene percepito come eccellenza o come possibile tale.</p>
<p>Ho continuato così ad interrogarmi sul perché questi vini, con talune minime eccezioni, non abbiano avuto nel complesso tutta l’accoglienza che meritavano.</p>
<p>E’ ovvio che ci sono numerosissime ragioni. E si potrebbe scrivere un libro sugli errori e sui passi non compiuti, che fanno ancora oggi della realtà-Abruzzo una grande sconosciuta, a partire dall’Italia, ma soprattutto nel mondo, nonostante un vitigno di tale qualità e la presenza poi in ogni continente di tantissimi emigranti (molti dei quali sono poi ristoratori, chef e così via, in un potenziale immenso ed ancora tutto da tentare in modo professionale e direi scientifico).</p>
<p>Sarebbe da non trascurare poi, a detta di molti, anche un bel problema a monte e un peccato d’origine fatto di nomi, di parole, di omonimie che non ha certamente aiutato (i nomi contano, si diceva). Potrei raccontare, soltanto ad esempio, come pochi anni fa un mio articolo su Repubblica, che parlava di un Montepulciano d’Abruzzo, abbia poi incontrato un candido titolista che ha tranquillamente pubblicato in un bel neretto deciso “<b>DALLE COLLINE TOSCANE …”. </b></p>
<p>Ma, questo a parte, c’è un problema enorme nella nostra regione di ritardo strategico e comunicativo, di organizzazione e classificazione chiara dei vini a seconda della loro reale importanza e misura, che ha pesato come un macigno, in una eterna divisione di intenti, interessi, particolarismi.</p>
<p>Riflettendoci ora, a molta distanza di tempo dall’uscita delle prime etichette che ho provato a raccontare, ha davvero del miracoloso che vini tanto profondi, reali e complessi si siano potuti progettare e produrre nel mezzo di un panorama così confuso ed in ritardo. Proprio per questo è anche probabile che molte etichette fossero troppo avanti rispetto all’epoca che abbiamo attraversato. Non era sicuramente pronto il pubblico del territorio, legato ed educato ad un altro concetto di Montepulciano, così come la stampa, dispersa nelle sue oscure nebbie e occupata a premiare i secondi vini aziendali, quelli in fondo più facili, più commerciali, talvolta più ruspanti. Né poi l’approdo verso l’estero è mai stato preparato a dovere.</p>
<p>Dico questo, anche esulando per un momento dal campo che mi compete. Ma ritengo che, se c’è ancora uno spazio operativo (e c’è), sia necessario partire dall’assunto che tutti i grandi vini italiani abbiano in fondo nel mercato estero la loro più logica collocazione. Sono i vini-bandiera che devono far conoscere i nostri territori, tutte le loro particolarità ed poi conseguentemente anche i piatti e i cibi, i luoghi, le località, il passato e la storia della nostra regione, creando un fondamentale volano con un turismo alto, di qualità, cui saremmo (prendiamone coscienza) naturalmente vocati.</p>
<p>I vini di cui parlo sono etichette di avanguardia che nascono da uno studio, una selezione, un sacrificio e una cura che li porta di fatto ad avere un costo superiore, che il mercato estero di qualità è però in grado di accettare senza particolari problemi. Soprattutto esiste qui una fascia di consumatori e collezionisti colti, abituata ad assaggiare i migliori vini del pianeta, che è in grado di giudicare queste etichette concretamente per tutta la qualità, la bellezza, la personalità e l’originalità che esprimono, senza i pregiudizi, i capricci, le beghe, le invidie e le pochezze di casa nostra.</p>
<p>Ora una fondamentale operazione di conquista di tale mercato credo debba essere ancora massicciamente tentata. E ritengo che la sua percorribilità sia certamente tutta possibile. Ma sono sempre più convinto che debba però essere sviluppata in una articolata sinergia e strategia tra tutti i migliori produttori di Montepulciano.</p>
<p>E’ fondamentale riuscire a creare insomma un pacchetto di mischia che contenga in sé moltissime etichette di valore assoluto, per far capire e lasciar verificare ai mercati più importanti del vino cosa realmente questo vitigno e l’Abruzzo siano in grado di esprimere ed offrire.</p>
<p>Questi Montepulciano possiedono le qualità, la complessità, la profondità e l’autenticità per far letteralmente innamorare molti consumatori e collezionisti esteri. Ma l’azione strategica va obbligatoriamente condotta <b>assieme</b>, oltre che per i tempi ed i costi che comporta, soprattutto per un altro fondamentale motivo. Se un produttore ha la capacità, la forza e la bravura di imporre la propria etichetta di Montepulciano, non sarà altro che l’ennesimo exploit di un unico bravo produttore italiano, con la memorizzazione di quel nome o marchio aziendale. Questo è un buon vino. Ok. E inevitabilmente tutto poi finisce lì.</p>
<p>Ma se invece si presentano assieme e si affermano contemporaneamente numerosi produttori dello stesso territorio, ognuno con il proprio grande Montepulciano, diverso per caratteristiche, area, sito, altitudine del pianeta-Abruzzo, ma comunque con vini tutti dal livello e dalla personalità perentoria, allora questa diventa la chiara dimostrazione per il pubblico internazionale che ad essere grande è il vitigno ed è grande appunto in simbiosi con il suo territorio storico.</p>
<p>E’ l’affermazione del Montepulciano d’Abruzzo, che in situazioni e microclimi totalmente differenti riesce ogni volta ad esprimere vini di superba intensità, profondità, ricchezza. Di un’originalità non replicabile altrove. Ed in questo senso proprio la grandezza dichiarata dei vini può fare luce e lustro, in un rimbalzo che c’è sempre di attenzione e curiosità culturale, sulle tante, diverse ed ancora poco conosciute aree dell’Abruzzo, scatenando tutto un indotto sul nostro territorio.</p>
<p>Pensiamo solo a quanto vale e significa in termini di marketing “Brunello di Montalcino” con un ritorno potente per l’economia dell’intero Senese (ma giuro, è l’ultima volta che lo porto ad esempio).</p>
<p>Credo così che ogni produttore intelligente, consapevole e lungimirante debba saper mirare a questo successo <b>complessivo</b>. Solo da questa forza e da questo riconoscimento collettivo può iniziare un futuro diverso.</p>
<p>Poter dimostrare, in un largo, rigorosamente selezionato gruppo, la grandezza del Montepulciano d’Abruzzo e continuare così a poter lavorare (il successo e quindi la conseguente maggiore disponibilità economica saranno fondamentali in questo), a fare seria ricerca, poterla ancor più affinare e mettere a punto anche sui cloni più antichi del vitigno, sui portainnesti, sui più idonei sistemi di impianto e di potatura, investire poi in nuove vigne, scovare nuovi territori, proseguire così ad alzare incessantemente l’asticella qualitativa, tracciando strade e ipotesi, innescare insomma sempre più un volano virtuoso e continuo, su cui potranno crescere nel futuro le idee e le prossime, nuove generazioni di viticoltori abruzzesi.</p>
<p><i>La prima parte di questo lavoro è in  </i><b>Grandi Montepulciano d’Abruzzo</b><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/B60-COMPRESSO.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-328" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/03/B60-COMPRESSO.jpg" alt="B60 COMPRESSO" width="850" height="513" /></a></p>
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		<title>Grandi Montepulciano d&#8217; Abruzzo</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2016 14:39:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Onorate i padri. Potremmo per una volta iniziare anche così, un po’ sul solenne. Visto che il Montepulciano d’Abruzzo devo averlo avuto negli occhi e nella mente da quando sono nato. Un paese della Val di Sangro ha dato origine a tutto quello che sono, ad entrambi i miei genitori e non so a quante generazioni alle loro spalle. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b><i><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/02/villa-s-maria.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-321" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2016/02/villa-s-maria.jpg" alt="villa-s-maria" width="709" height="531" /></a>Onorate i padri</i></b>. Potremmo per una volta iniziare anche così, un po’ sul solenne. Visto che il Montepulciano d’Abruzzo devo averlo avuto negli occhi e nella mente da quando sono nato. Un paese della Val di Sangro ha dato origine a tutto quello che sono, ad entrambi i miei genitori e non so a quante generazioni alle loro spalle.</p>
<p>Non un paese di contadini, ma di uomini che da secoli emigravano e andavano in case nobiliari ad elaborare cibo. Una scuola che è passata, di mano in mano, di bocca in bocca, da padre a fratello, a figlio. Una sequela di <i>scèf e monsù</i> alle mie spalle e poi pasticceri, <i>comì</i>, <i>mètr</i>, maggiordomi, con i loro racconti che nelle case del paese si tramandavano per generazioni, di ville e dimore favolose, di pranzi memorabili, di feste infinite, di matrimoni, disgrazie, suicidi.</p>
<p>Alcuni vivevano soli oltreoceano, accanto a ricchezze che a loro non appartenevano, dentro palazzi, ambasciate, regge, dove creavano piatti ogni giorno, preparavano ricette, studiavano varianti. Tornavano a Villa (perché Villa Santa Maria è il paese di cui parlo e Villa nel mio immaginario da sempre significa questo) a vedere per la prima volta il figlio generato nell’ultima vacanza e ripartivano in nave, finite le ferie, per altri anni in terre d’oltremare, lasciando la moglie nuovamente incinta.</p>
<p>I più bravi, i più fortunati e contesi, avevano buoni stipendi, che spedivano regolarmente per la famiglia, per la casa. E poi magari il podere in campagna, un po’ di terra, un po’ di vigna e lì una piccola costruzione ad un piano, con il tetto in coppi di terracotta. Era più un ricovero di attrezzi che altro, ma al suo interno, immancabile, c’era la cucina a legna, a diversi fuochi.</p>
<p>Nel pieno dell’estate i nobili lasciavano le loro città per gli alberghi di Montecarlo, Venezia, le località termali d’Europa. E lasciavano liberi i loro <i>scèf</i>, che tornavano a Villa. Molti di questi venerati <i>monsù</i> si ritrovavano così nel paese. E partiva allora anche una sotterranea sfida. Ognuno di essi invitava gli altri nel proprio podere per un pranzo all’aria aperta. Ovviamente ogni partecipante portava un piatto, in rari casi già pronto, molto più spesso da elaborare e cuocere in quelle cucine con forni a legna di fortuna.</p>
<p>Ogni piatto (parliamo di quella che era una complessa cucina internazionale e francese in particolare, non semplice da preparare al meglio in quelle condizioni) veniva poi vagliato, assaporato, gustato con attenzione da tutti. In apparenza anche informalmente, dentro un’atmosfera lieta in superficie, come poteva essere in fondo una rimpatriata tra vecchi amici (spesso anche imparentati) che di rado riuscivano ad incrociarsi, piena così di racconti e ricordi dei loro anni.</p>
<p>Però a quel punto sbagliare una salsa, un piatto, un sufflè che si afflosciava e cedeva, una carne mal cotta, diventava un’onta che metteva in discussione l’onore, la fama e interi anni di lavoro.</p>
<p>Se ne parlava poi nelle case e nel caffè del Corso per giorni interi, tra sorrisi e scuotimento del capo. Con il malcapitato autore a trascorrere belle notti insonni, a riflettere su quanto era accaduto, sulle circostanze e gli eventuali errori commessi, le concause irreparabili. E a meditare un nuovo piatto che stavolta avrebbe strappato gli applausi nella più prossima delle occasioni, tra una settimana, in un altro podere …</p>
<p>Mi ricordo, bambino, nella casa di Villa dove trascorrevo ogni estate, che osservavo vecchie foto del primo Novecento con queste vaste comitive che sorridevano nel farsi ritrarre, attorno la campagna nel suo tempo di maggior rigoglio, gli uomini ben vestiti, con grossi baffi neri e quasi tutti un po’ su di peso.</p>
<p>Mio padre me li indicava, quando li riconosceva, con il loro nome. A volte lì c’era anche qualche lontano parente. E in una foto vedevo mio nonno che troneggiava, giovane e sereno, elegantissimo e mastodontico.</p>
<p>Ai loro piedi, tra l’erba, spuntavano le linee curve di fiaschi e bottiglioni. Era il vino dei poderi. Ma qui, nei racconti che avevo sentito, non c’erano mai state particolari sfide. Il vino certo si beveva in quelle occasioni, però nella loro cultura la parte nobile e sacra non era rappresentata dal vino, ma sicuramente dal cibo. E così tutta la sua elaborazione. Probabilmente per questi che erano grandi professionisti del settore, obbligati a sfibranti, quotidiane ore di lavoro in fumanti cucine caldissime, davanti ai fuochi e ad una miriade di pentole, tegami, casseruole e forni roventi, in opere di precisione assoluta e di millimetrico controllo su una numerosa brigata di lavoranti, il vino e l’alcol erano cose da tenere assai alla larga, quando non da bandire proprio.</p>
<p>La morfologia poi di Villa, ai piedi del picco roccioso della Penna, che portava ombra sin dal primo pomeriggio, non rendeva il suo territorio adattissimo a quelle complete maturazioni, indispensabili per le uve. Il rosso che qui veniva fuori era aspro, tannico e acidulo e, secolarmente, veniva aiutato da una parte del mosto, che si metteva a cuocere nel grande paiolo di rame, ottenendone un concentrato da aggiungere al tino in fermentazione, ad aggiustarne il risultato finale.</p>
<p>Era un vino curioso da bere, con odori più o meno forti di affumicato, cui bisognava abituarsi, farci il naso e la bocca. Ne ho un lontano ricordo fino agli anni ’60, quando questi rossi stavano ormai già sparendo, nella mutazione sociologica epocale in pieno atto, ma che era ancora possibile trovare.</p>
<p>Non vini immortali insomma. E se sono rimasto astemio fino ai 22 anni qualche ragione dovrà pur esserci. Ma mi ha lasciato sempre pensare il fatto di essere il risultato di una famiglia che per secoli ha visto i suoi figli maschi lasciare il paese a 10 anni, per lavorare e apprendere il mestiere dentro cucine caldissime e fumose, tra ordini, urla e schiaffi, prepotenze di uomini grandi dai lunghi cappelli bianchi. Ma scalandone via via il mondo e vedendo comunque sempre nel cibo la cosa più nobile che esiste e la sua preparazione come una vera e propria arte da conquistare. Fino poi a me, che nato e cresciuto in città, nella fortuna di un dopoguerra dall’economia totalmente diversa (per dirla guccinianamente <i>il primo che ha studiato</i>), che si appassiona al vino dopo l’università, vi dedica una certa energia e parte della vita, ne studia il cammino, i passaggi, le variabili complicate e diversissime della sua elaborazione, dalla vigna al bicchiere, fino ad intravedervi dinamiche, similitudini, caratteri, passioni completamente umane e a ritenere che questa bevanda al suo meglio e poi il completo, consapevole atto di coglierla nel calice, annusarla, assaporarla, gustarla, sia il vero, autentico aspetto spirituale del pranzo, qualcosa che va oltre, che ci distingue da ogni altro essere in natura e ci separa dalla barbarie. Mentre il cibo invece (ma, tranquilli, ne faccio uso, e talvolta esagero pure) sia in fondo solo la sua parte e base materica, corporale.</p>
<p>Insomma un ribaltamento culturale e di civiltà, che, credo, abbia appena iniziato a riguardare il nostro paese. Perché nella nostra storia nazionale il culto del cibo c’è sempre stato, anche sacrale visto che spesso mancava. Ma il sentimento del grande vino (sarà doloroso, è bene però dirlo subito) non è invece mai esistito nel passato che ci appartiene. Parlo di una cultura diffusa, profonda, estesa nel popolo, parlo del rispetto e della coscienza avvertita e piena del vino importante, articolato, complesso.</p>
<p>Non so nemmeno quante migliaia di biotipi di vitigni abbiamo perduto e soppresso nei secoli, viti spiantate e gettate a bruciare nel camino perché producevano troppo poco, che mal si adattavano alle esigenze di una civiltà che voleva una bevanda generosa e a basso costo. Il vino era il compagno quotidiano e andava bevuto e finito entro l’anno. Le pratiche enologiche del resto non permettevano di conservarlo troppo a lungo. E spesso si mischiavano tutti i vitigni che si possedevano in vigna, a bacca bianca e rossa.</p>
<p>Ricordo ancora di aver visto produttori vendere direttamente il vino dalla botte, che per settimane si andava via via scolmando e crescendo contemporaneamente in volatile fino a quell’odore forte e deciso di spunto, con i batteri acetici che contaminavano i legni nel profondo (ma del resto lo avevano già fatto per decenni).</p>
<p>Insomma il vino non era una cosa importante. Tutto qui. E credo che il nostro passato sia ricolmo di equivoci e sciagure enologiche. Ma non è ormai nemmeno il caso di stare su a farci processi o addossare colpe. E’ quello che è accaduto (ci saranno magari state storicamente anche isole e fasi diverse e più felici). E’ quanto siamo stati ed il cumulo di una storia che comunque ci si è sommata addosso, il frutto di una povertà diffusa da per tutto, nella mente e nel corpo, che oggi difficilmente riusciamo a concepire, di condizioni culturali e sociologiche abissalmente diverse e assai complicate, quando non tragiche.</p>
<p>Lo stesso Montepulciano (e ci arrivo finalmente) è stato reimpiantato dagli anni Sessanta in poi a tendone, per moltiplicarne la produttività. Con la pianta che doveva dare così molte decine di chili d’uva.</p>
<p>Si voleva puntare a fare qualità? No di certo<i>. </i></p>
<p>Inevitabilmente così nei primi anni ’70 ho iniziato ad appassionarmi di rossi da Nebbiolo e da Sangiovese, perché proprio in Piemonte e in Toscana era finalmente decollata questa idea della qualità (e allora soltanto in una sparuta pattuglia di produttori).</p>
<p>Ma nelle Langhe si era più avanti comunque di parecchi decenni. In un’altra delle memorie di famiglia c’è il racconto di mio zio, giovane <i>scèf </i>alla fine degli anni ’30<i> </i>in questa regione, che aveva lì visto sempre vendere il vino, in qualsiasi locanda o bottega, con sopra il nome del vitigno. E favoleggiava così di bottiglie di Freisa o Dolcetto, Grignolino, Brachetto, Barbera, con le selezioni migliori e più pregiate che riportavano sin da allora anche il nome della vigna. E raccontava alla fine di Barolo, di Barbaresco. Ne parlava con ammirazione e nello stesso tempo gli pareva strano, perché a Villa, nella vigna del padre, avevano sempre mischiato tutto.</p>
<p>Anche nella storia appunto non si fanno salti. C’è un tempo di sedimentazione, di apprendimento necessario e poi di crescita. Il ritardo non si recupera in pochi anni. Il nuovo vignaiolo ha bisogno almeno di una generazione ed anche poi, oltre l’intelligenza, la capacità e la voglia di intuire e rischiare, di piante il più possibile mature.</p>
<p>Quasi tutte le etichette di Montepulciano che hanno iniziato a colpirmi 20 anni fa nascevano appunto da vigneti a tendone, che grandi pregi non ne potevano avere, ma già con un’età che in taluni casi si calcolava in decenni.</p>
<p>I nuovi produttori che si andavano segnalando potavano ora più corto, il carico d’uva era decisamente più basso e cominciava così a venire fuori il carattere di un vitigno dalle incredibili possibilità, cui era stato sempre e solo chiesto quantità, straziato in ogni vendemmia da rese spaventose, da smodati carichi di uva, dentro cui tutto si diluiva e rimaneva in nuce. Ma che aveva retto comunque con caparbietà e generosità sincera, paziente. E iniziava ora a mostrare un mondo fisico completamente diverso e chiaroscurato, intenso, dai fitti colori impenetrabili, che erano già il segno di una poderosa, prima rivincita, dopo un obbligato, lunghissimo tempo in cui le sue virtù erano state come non richieste e così frustrate, ignorate, rimanendo dunque sepolte.</p>
<p>Adesso invece, da piante con un carico assai minore di uva (e con un’età che portava naturalmente a produrre meno), facendo maturare completamente i frutti, arrivando nelle vigne più alte a vendemmiare a fine ottobre, in taluni casi ed annate giungendo anche ai primi di novembre, si otteneva un mosto denso, impenetrabile, che tracimava di profumi, che donava via via un frutto grasso, impetuoso e imponente, che andava a dominare in crema la forza ed il peso strutturale e vivido dei suoi forti tannini. Si andavano affacciando così vini profondi, in taluni casi ciclopici, sicuramente ruvidi appena svinati, materici, ma con un lunghissimo tempo di lenta, graduale evoluzione davanti. Da saper dunque educare nei migliori legni, a crescere, a studiare, ad elaborare sostanze e aromi inediti. Ed a variare in un diapason di oscillazioni, che all’inizio lasciavano stupiti gli stessi produttori.</p>
<p>Ricordo il racconto di molti di essi a metà degli anni ’90, del senso di meraviglia che provavano davanti a selezioni di tale superba intensità e di come crescevano essi stessi come degustatori accanto ai loro vini, assaggiandoli e confrontandoli con gli altri nuovi rossi italiani.</p>
<p>C’è stato dunque in Abruzzo, tra i migliori produttori, un tempo di studio, di prove e di scoperte, poi man mano di consapevolezze sulla forte originalità espressiva del Montepulciano. E come e quanto, su queste migliori selezioni, il legno nuovo aprisse scenari e ventagli olfattivi sorprendenti.</p>
<p>Confesso il mio stesso stupore (quando ancora viaggiavo) nell’assaggiarli dalle barrique, in piena evoluzione e, più che generosi, monumentali, travolgenti, tracimanti di frutti neri di rovo, profondi, inchiostrati, con tutta la loro serie di varianti offerte dai terreni, altitudini, tempi di raccolta. E sono ancora più convinto che anche su questo vitigno il risultato estremo lo si colga tardi, quando in vendemmia si sappia (e l’andamento stagionale consenta di poter) aspettare, riuscire così ad attendere che le uve “chiudano” ancor di più, raggrumino l’intensità del loro frutto, ammorbidiscano con linfe gliceriche la forza virulenta dei tannini, poi la concentrino fino a quella maestosità viperina che segna e rende unico il Montepulciano.</p>
<p>Si era ormai consapevoli che l’impianto a tendone non poteva offrire il massimo risultato. Ed erano partiti così anche i primi filari a basse rese. Ma l’età è sempre poi dirimente. Se la pianta non supera quei 12-15 anni, non riesce mai a dare risultati realmente profondi. Così, ogni volta che assaggiavo, nella stessa cantina, la barrique di Montepulciano da vecchio tendone, confrontandola con quella da filare giovane era evidente la differenza. Nonostante tutto, il vecchio tendone dava inevitabilmente e comunque un vino più complesso, più articolato, emozionante.</p>
<p>Ma il tempo è appunto galantuomo, anche se non con tutti. Certamente mette sotto, accascia e travolge noi uomini. Con le viti però sa essere assai più magnanimo, facendole crescere ed evolvere in un continuum di generosa gentilezza. E rendendo possibile che, quando queste sono assai in là con gli anni, invece di decadere, abbiano la forza e il pregio di generare i loro frutti migliori. Anzi, se mantenute costantemente a basse rese, senza essere sfiancate da un eccesso di lavoro, possano continuare a farlo per molti e incredibili decenni, aggiungendo sempre ai loro vini un imperscrutabile quid di bellezza, complessità, saggezza, profondità.</p>
<p>E’ strano come le vecchie piante non diano niente di vecchio. Il loro frutto non presenta alcuna ruga, è privo di qualsiasi stanchezza e diventa, ad ogni vendemmia che passa, sempre più dolce, più concentrato e consistente, più deciso e radicato. Come se possedesse più energia, più massa, più linfa avvolgente, assieme alla densità di un maggior numero di elementi e sostanze nobili, tanto profonde, concrete e reali da rimanere poi giovanissime per molto più tempo. In qualche misura è come se la vite vecchia contenesse dentro di sé più esistenza, con la memoria di tutte le sue vendemmie precedenti, appunto così più ricordi e dunque più conoscenze, più bellezza, più pensiero, più saggezza e più sostanze complesse da offrire.</p>
<p>Quello che all’uomo (indebolendolo così) man mano fa sottrarre dal corso degli anni, la natura e il tempo invece nella vite lo imprimono e lo sommano, lo addensano e lo moltiplicano nei suoi frutti. Questo è il beneficio che regala e che rende grande, articolato ed irripetibile poi il vino che nasce dalle sue piante più mature. Una gioia e un’esperienza straordinaria, che variamente si esprime in tutte le diverse varietà.</p>
<p>Ma, nascendo appunto da piante vecchie, il Montepulciano d’Abruzzo rivela ancora meglio il suo superiore patrimonio e l’equilibrio tra forza colorante degli antociani e ricchezza dei suoi altri polifenoli, in un incrocio armonico (che è la sua vera originalità) verificabile in un meraviglioso colore violaceo, impenetrabile, che, al contrario che in altri vitigni, qui rimane stabile con incredibile fermezza per decenni, ad indizio di una giovinezza di frutto e di sapori difficilmente superabile da altre varietà.</p>
<p>E’ una combinazione davvero rara, che si manifesta quantitativamente in un superbo estratto, ma che non è altro che una qualità ed energia di principi nobili dall’altissimo profilo, pieni di cremosa, estrema dolcezza, assieme da un generoso corredo alcolico che si vanno così a sommare.</p>
<p>C’è, a mio avviso, ancora un grande tassello da indagare e comporre (argomento che riguarda tuttavia il nostro intero parco di vitigni autoctoni), dei cui frutti godranno, più che i figli, credo, i nostri nipoti. Parlo di una ricerca clonale approfondita, con il possibile recupero di quei biotipi di Montepulciano dal frutto più spargolo, a grappolo e acino piccolo, che ancora sopravvivono in qualche sparuta, vecchissima vigna. Catalogarli e poi moltiplicarli nei vigneti sarà il compito del futuro, valutarne tutte le sue possibili dinamiche e traiettorie.</p>
<p>E’ assai probabile che ogni nostra varietà autoctona, pilotata negli ultimi secoli a produrre tanto (ed estirpando così quei biotipi meno generosi e che avevano molto probabilmente un dna qualitativo superiore) si porti dentro anche un peso ed una zavorra, un’amaritudine, un senso di materico, che può limitarne ulteriori picchi. Ed un lavoro a ritroso, a ricomporre e ritrovare quello che c’è stato, appare oggi lungo, complicato, difficile, costoso. Credo tuttavia che qualcosa si possa fare e ho fiducia che si farà, creando allora vini su cui ci sarà verosimilmente molto altro da dire e da scrivere.</p>
<p>Ma il presente è adesso ed abbiamo comunque già diverse etichette di Montepulciano d’Abruzzo spettacolari ed anche con vigneti a filare ormai in una prima, buona maturità.</p>
<p>I risultati dunque si vedono, con rossi meravigliosi di cui stiamo per parlare e che ritengo in assoluto e pongo serenamente tra i più grandi d’Italia. Anche se con un’attenzione di stampa che, con un eufemismo, ritengo un pochino modesta e su cui il nostro giornalismo del vino non ha trovato il tempo per scrivere altre pagine immortali, frutto delle sue magnifiche e formidabili penne, cui nulla può sfuggire.</p>
<p>Ma del resto è bene che ci sia una totale libertà di gusto e di pensiero, anche di ritenere che il risultato delle seconde scelte di uve, che hanno maturato in belle botti vecchie, sia sistematicamente migliore delle prime selezioni, che si sono evolute in legni nuovi. Diciamo, non so, così è, se vi pare … E la finiamo qui, tranquillamente.</p>
<p>I Montepulciano che ho scelto sono dunque ed ovviamente quelli che più mi hanno convinto e intrigato in tutti questi anni di lavoro, che ho seguito, si può dire, dalla loro prima vendemmia, che esprimono una forte territorialità e la plasticità straordinaria di un vitigno che sa essere grande e nello stesso tempo magnificamente vasto e diverso nelle vigne che dominano l’Adriatico, immerse dentro una solarità diffusa e sorridente, poi in quelle più interne, a mezza costa, e infine su quelle più alte, alle falde dei monti, dove appunto per la maturità piena e completa dei grappoli si può arrivare a vendemmiare nella prima decade di novembre.</p>
<p>C’è sempre un filo conduttore a unirle, che è nel carattere di forza guerriera del vitigno. E nello stesso tempo l’impronta digitale del sito crea ed imprime uno spettro aromatico e di sapori non ripetibile altrove. Similare appunto nella generosità, nella varietalità che mantiene la sequenza di antichi tratti virili, con il timbro poi dei suoi profumi, il diapason della sua frutta, che, quando il grappolo è ben maturo, va sempre più verso le more di rovo, i frutti neri, poi il sottobosco, le bacche, il tartufo, il tabacco, l’inchiostro in un finale di goudron superbamente possente e vasto.</p>
<p>Ma perché tutto questo si articoli in modo armonico è, a mio avviso, necessario che questo vino (come per gli altri grandi vitigni a bacca rossa) si evolva poi in buoni legni nuovi. Non c’è alcun pericolo che la barrique possa segnare o schiacciare la trama di un grande Montepulciano. La sua forza, la concentrazione di estratto, la densità, la fittezza di frutto, la generosità grassa che sa offrire questo vitigno è tale da sopraffare, giganteggiando, la forza aromatica dei legni nuovi. Ma è un vino, proprio per la massa energica del suo viluppo, che ha bisogno di tempo e modo per depurarsi e via via ingentilire e levigare i suoi tratti. Appunto nel legno e in tutto quel suo tempo cresce, si plasma, si sbozza dal marmo, si leviga, assume contorni e sfumature più complesse, più nuove ed intriganti.</p>
<p>I Montepulciano, pure interessanti, che ho sentito, elevati semplicemente in vasca di cemento o inox, restano, a mio avviso, in una situazione gusto-olfattiva grezza, ruvida, come privi di un necessario tempo di evoluzione e di crescita. Da un certo punto di vista mi possono anche essere egoisticamente utili, per capire la particolarità varietale del vitigno in quel sito, ma nel complesso mi appaiono poi incompiuti, fermi a metà strada, senza quel superiore momento di elaborazione e di scuola che li fa diventare completi ed adulti.</p>
<p>Questo il mio sincero punto di vista. Con un ulteriore considerazione, prima di arrivare a quei vini che più mi hanno emozionato, che è data dalle annate (assai diverse tra loro) poste oggi in commercio dai vari produttori di Montepulciano d’Abruzzo. Nel nostro caso abbiamo fino a sette anni di differenza, frutto di una strategia diversa per ogni azienda, ma anche di un certo isolamento tra produttore e produttore. Per non parlare poi del fatto che il termine Montepulciano d’Abruzzo indica sia il rosso base, magari vinificato solo in inox, venduto giovane e a poca distanza dalla vendemmia, che la selezione maturata in grandi legni, sia quelle poche migliaia di bottiglie frutto della migliore cernita di Montepulciano, generalmente elevata in piccoli legni nuovi.</p>
<p>C’è insomma sicuramente qualcosa da rivedere per dare un miglior ordine ed una più sicura chiarezza all’offerta. Parliamo poi di vini provenienti da una macroarea vastissima, che in sostanza riguarda un’intera regione. E tutto questo mi sembra il chiaro sintomo di come l’Abruzzo sia oggi ancora in una fase solo iniziale nella proposizione dei propri vini migliori. Probabilmente, quando questi Montepulciano avranno avuto tutta la fortuna ed il riconoscimento che meritano, sarà possibile anche un’auspicabile maggiore articolazione e coordinamento strategico delle varie proposte tra produttori di qualità.</p>
<p>Volevo però, sulla base di tutte le esperienze di questi assaggi, esprimere una piccola raccomandazione e ci ritorneremo anche sopra poi nelle schede successive. Ma ritengo che il grande Montepulciano e quelle che sono le sue migliori selezioni abbiano necessità poi di tempi molto lunghi di bottiglia. Capisco le ragioni economiche delle aziende, la difficoltà anche a disporre di grandi locali di stoccaggio. Tuttavia, nel momento in cui questo vino deve ancora guadagnarsi la fama di una piena affermazione, ritengo indispensabile, proprio per valorizzarlo seriamente, che queste selezioni siano poste in commercio quando già esprimono una buona percentuale delle loro qualità. Una presentazione anticipata alle Guide ed al mercato credo sia controproducente e non fa che rimandare, ritardando all’infinito l’affermazione di questi grandi rossi. Ed è un problema che io stesso ho avuto (lo vedremo nelle schede successive) con l’assaggio, ad esempio, dei Montepulciano 2011 e 2012.</p>
<p>Ora le valutazioni che faccio sono anche in punteggi ed ogni lettore può così tranquillamente leggerle e considerarle. Ma, appunto per questo, l’ordine delle schede ho preferito questa volta farlo partire dalle aziende che vendono oggi il proprio miglior Montepulciano della vendemmia più lontana nel tempo. Come minimo, doveroso segno di rispetto per il sacrificio, l’impegno, la rigorosità che tutto questo lungo tempo di affinamento rappresenta.</p>
<p>Un’ultima notazione sul taglio che ho dato a questo lavoro. Per la verità non lo avevo né previsto, né deciso in anticipo, ma poi, nell’assaggiare e nello scrivere, è andata così. Mi sono di fatto tanto concentrato e focalizzato sui vini da parlare poi soltanto di loro e delle vigne. E’ vero, ci sono dietro anche gli uomini ed il loro lavoro. Ma è come se in questo momento mi sembrasse necessario che il lettore innanzi tutto dovesse memorizzare il vino, le sue caratteristiche, la dimensione che il Montepulciano riesce a prendere e ad esprimere nei diversi siti, con le differenti dinamiche che così si aprono e come questo vitigno sappia dunque essere diversamente grande.</p>
<p>Della Borgogna conosciamo il domaine, la vigna, l’esasperata particella del cru. Molto difficilmente identifichiamo questi vini con il viso del produttore. E’ un paragone alto, lo so, ma che possa essere benaugurante per tutto il futuro dei migliori Montepulciano d’Abruzzo.</p>
<p><i>A breve la seconda parte</i> Grandi Montepulciano d’Abruzzo-I vini</p>
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		<title>I Rossi della Sicilia Iblea</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 14:33:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Viaggio/ viaggio per fuggire altro viaggio.     Mi tornano sempre in mente questi versi di Gozzano quando sto per partire. Il fatto è che sono in un’età della vita, in cui ci si muove poco, affondati alle proprie abitudini e ai luoghi, alle facce. Così, in qualche modo, è la casa ormai a diventare lo spazio dei viaggi. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><i>Viaggio/ viaggio per fuggire altro viaggio.     </i>Mi tornano sempre in mente questi versi di Gozzano quando sto per partire. Il fatto è che sono in un’età della vita, in cui ci si muove poco, affondati alle proprie abitudini e ai luoghi, alle facce. Così, in qualche modo, è la casa ormai a diventare lo spazio dei viaggi. E l’assaggio di vini importanti, di quelli che mi intrigano, mi stupiscono, mi piacciono, sono il guizzo verso l’avventura, l’ignoto, il nuovo confine del gusto, della mente. E poi l’avete capito, vini ripetitivi, omologati, scontati, non li troverete mai nelle pagine di questo sito. Quello che cerco è l’intentato, il vino che prova a superare un limite consueto di profumi e sapori e al tempo stesso (ed è questo il difficile) contenga ed apra in sé nuovi margini di bellezza, di godimento, di piacere dei sensi e delle idee.</p>
<p>Un vero e proprio viaggio però l’ho improvvisamente fatto ad inizio estate, un invito casuale (ma forse tutto è molto casuale nella nostra esistenza) nella Sicilia barocca di Ragusa Ibla, di Scicli, di Modica.</p>
<p>Premetto che sono nato e vissuto a Roma e mi sono più o meno malamente costruito negli intrichi di vie del suo centro storico, dove le facciate barocche delle chiese mi apparivano improvvise e abbacinanti, gigantesche a volte. Direi che quei disegni e quelle volte mi scorrono nel sangue e negli umori (anche nei malumori) e ogni tanto mi danno un distacco dalle insistenti miserie del presente.</p>
<p>Questo per dire che sono partito preparato e consapevole. Eppure non si finisce mai di capire, conoscere e provare quella <i>stupefazione</i> che rende la nostra vita anche e ancora bella e sorprendente. E qui apro una parentesi (ma tornerò presto sul vino, lo giuro), perché il filo conduttore di questo viaggio in Sicilia è stato nella scoperta di un nome per me allora ignoto, che è quello di Rosario Gagliardi, e di un’altra storia che più italiana non si può.</p>
<p>Ora non voglio entrare in un campo non mio. Ma qualche notizia la devo pur dare, affinché sia tutto più chiaro. Parliamo di un genio dell’architettura che ancora 250 anni dopo è poco conosciuto. Nato appunto a Siracusa (ma non si sa nemmeno bene in che anno, comunque tra il 1682 ed il 1690) e morto a Noto nel 1762, quando quell’angolo della Sicilia era stato devastato dal terremoto del 1693, uno sfacelo che ne aveva raso al suolo tutta l’area ed ucciso metà della popolazione, Rosario Gagliardi ha dato il segno alla ricostruzione più nobile e inimmaginabile del territorio (ma non nella sua città natale, ovviamente, dove non ha mai avuto particolari incarichi).</p>
<p>Per quel poco che si sa di lui, c’è una lunga gavetta di cantiere, da scalpellino a <i>faber lignarius</i>, apprendistato a Palermo, contatti con la scuola dei Gesuiti, poi capomastro a Noto e da lì nelle contee circostanti. Improbabile un suo viaggio a Roma, ma è certo che conoscesse tutte le ultime dinamiche del suo barocco almeno dai volumi di incisioni pubblicate in quegli anni da Domenico De Rossi.</p>
<p>Insomma l’impressione, provando a cercare, è quella di una vita opaca, sotterranea apparentemente, ma folgorata da un ardimento visivo sconfinato e con opere di una bellezza stupefacente.</p>
<figure id="attachment_265" style="width: 1024px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/10/san-giorgio-ibla.jpg"><img class="wp-image-265 size-full" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/10/san-giorgio-ibla.jpg" alt="San Giorgio Ibla" width="1024" height="680" /></a><figcaption class="wp-caption-text">San Giorgio Ibla</figcaption></figure>
<p>Non so come potessero apparire ai suoi contemporanei e quante tribolazioni per lui, quante invidie e intrighi abbiano fatto nascere. Ma scoprirle da Ibla a Scicli, a Modica, camminare in quelle strade guardandole, provando ad impadronirmene mentalmente, è stata un’avventura meravigliosa, che auguro e che dovrebbe appartenere a tutti. Queste facciate, con un loro segno inconfondibile, pieno di genio e di follia, mi hanno lasciato di stucco. E quello che mi sono chiesto più volte è da cosa nascesse questo senso così forte di meraviglia, per una persona in fondo abituata in qualche modo a questo intarsio di linee architettoniche ed anche ad una certa sorpresa e teatralità che è nel carattere del barocco.</p>
<figure id="attachment_266" style="width: 700px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/10/chiesa_di_san_bartolomeo.jpg"><img class="wp-image-266 size-full" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/10/chiesa_di_san_bartolomeo.jpg" alt="Chieda di San Bartolomeo" width="700" height="523" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Chiesa di San Bartolomeo</figcaption></figure>
<p>Ma in questa Sicilia ci sono due elementi totalmente distanti dal paesaggio del centro storico di Roma, dove le costruzioni e le chiese si assestano e si incastrano accanto alle linee di altri palazzi nobiliari. E tutto va ad inserirsi in uno spazio importante, in cui gli stili dei secoli più diversi continuano a sovrapporsi.</p>
<p>Queste stupefacenti chiese del ragusano sono invece calate dentro un contesto sostanzialmente semplice, “povero”, accanto a piccole case quasi sempre a due piani, in un normale e magari pittoresco paesaggio da paese del Sud Italia. Ora, incastonate appunto dentro queste vie e gradinate anguste, quasi isolate in una geometrica modestia di linee, queste facciate si innalzano ancora più stupefacenti e diversissime, con il loro folgorante cesello di linee preziose, visionarie, che spezzano e variano ogni schema, tutte a sbalzi, a vuoti e pieni, a pinnacoli, a puntali, che superano il paesaggio, lo valicano, quasi a distaccarsene, riplasmando la materia e l’immagine di quella sua pietra, che cambia poi colore in ogni ora del giorno e mutamento del tempo.</p>
<figure id="attachment_267" style="width: 1200px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/10/334306.jpg"><img class="size-full wp-image-267" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/10/334306.jpg" alt="San Giorgio a Modica" width="1200" height="800" /></a><figcaption class="wp-caption-text">San Giorgio a Modica</figcaption></figure>
<p>In me l’effetto è stato appunto di stupefazione totale. E l’altro elemento di sorpresa è stato proprio nel senso fortissimo di libertà creativa e intellettuale che queste chiese esprimevano (il Barocco romano si è costruito in un’aria e in un tempo di Controriforma fortemente controllata e occhiuta), con il loro voler andare oltre ogni limite architettonico, ogni regola, il voler folleggiare e fantasticare con trame e volute, intarsi. Il tutto poi pochi anni o decenni dopo la rovina di un terremoto tra i più tremendi della storia del mondo, quasi un urlo liberatorio ad una possibile fiducia di vita, alle capacità dell’uomo, alla sua idea di bellezza e di reazione, contro la rovina, la devastazione, la morte.</p>
<p>Insomma questo viaggio l’ho vissuto appunto come un’appassionante avventura e lezione. E tutto questo spiccare di gioielli improvvisi e irripetibili in un contesto quotidiano, in una “norma” umile, scontata, mi è sembrata anche una metafora del nostro paese e della sua storia, fatta di rari momenti di prodigiosa genialità in un mare di tempo modesto, piatto, dentro cui tutto ripiega su se stesso, tutto ristagna. E ancora poi pochi uomini di valore, capacità, creatività e generosità assoluta (spesso misconosciuti) in una immensa, desolata landa di figure opache, banali, incapaci, inefficienti, svogliate e assai spesso immorali.</p>
<p>Torno così adesso al vino che, non si scappa, è un’altra cartina al tornasole del nostro paese. Sono il primo a dire che in questi decenni si è fatto un balzo in avanti grandissimo. Si potrebbe dire che finalmente da un grado zero sia nato oggi il vino italiano. Ma, tra le decine di migliaia di etichette che girano, quante sono veramente grandi, assolute, emozionanti? Quelle che, dopo più di quarant’anni di assaggi, mi porterei in un altro mondo?</p>
<p>Potrei dire (e mi tengo forse largo) un centinaio. Per il resto ci sono migliaia di vini che vanno dal piacevole al simpatico, al gustoso (ed è giusto comunque che esista anche una fascia di buon vino quotidiano), poi molte sul limite del buono-non buono, fino poi al modesto, al difettoso, allo scorretto, all’imbevibile, a quello che non offriresti neanche al peggior nemico nel momento di maggior odio …</p>
<p>Il punto è che fare un grande vino significa anche incrociare e indovinare un infinito e intrigante puzzle di vitigni idonei, terreni vocati, sistemi d’impianto e poi fittezze, portainnesti. E su tutto c’è sempre l’uomo. Quasi tutto si gioca qui. Il personaggio che può imperdonabilmente non azzeccare una mossa o azzeccarne poche, limitando così il potenziale delle sue uve. E siamo allora, come sempre, nel mare magno che fluttua, che ripete pigramente gli stessi gesti ogni anno, con modalità, criteri, rituali, non riuscendo ad andare oltre l’ovvio, il già sentito, lo scontato, il sazio.</p>
<p>Oppure a volte esiste anche il personaggio superiore che, se ha gusto, sensibilità, passione sconfinata e poi estro, coraggio, intelligenza (ma anche molta umiltà, a capire gli eventuali errori, a sapersi correggere) e così genio, incontentabilità, può giungere a portare avanti il punto limite di tutto quanto ha conosciuto e ottenuto fino all’anno precedente, creando via via un vino immenso, che allarga ancora il cerchio dell’orizzonte, il suo spettro aromatico e di sapori, di colpi al cuore, di impressioni che nessun vino aveva mai suscitato fino ad allora, offrendole alla fine agli altri uomini.</p>
<p>E’ il gioco di ogni anno, quello che auguro ai viticoltori (che possano tutti diventare insaziabili), a tutti coloro che sono in vigna mentre sto adesso scrivendo (18 settembre, giornata ancora caldissima a Roma, e cerco così di proteggere dallo spegnimento l’ultimo neurone rimastomi nel cervello), a raccogliere grappoli o ad assaggiare i diversi acini, per capire quanto manca ancora, concentrandosi sull’astringenza, sui sapori, sulla dolcezza, puntando gli occhi e fermandosi così ogni volta, invariabilmente, sempre verso il cielo.</p>
<p>Veniamo dunque ora ai vini di questo spicchio della Sicilia. Perché quello era anche il senso ed il fine del viaggio, con ripetuti assaggi in loco e poi di nuovo, su più largo spettro e numero di campioni, a Roma.</p>
<p>Quali dunque le impressioni? Molto interessanti ed intriganti sui vini rossi e sostanzialmente su tre vitigni, il Nero d’Avola, il Frappato, il Syrah (più limitate parcelle di Cabernet Sauvignon).</p>
<p>Certo non abbiamo ancora un Rosario Gagliardi del vino, almeno mi pare. Ma la sensazione complessiva (mi sono sentito un po’ come 30 primavere fa, non so, quando attraversavo le Langhe o le colline del Chianti Classico e ogni anno era un fiorire continuo di novità) è stata quella di valutare un territorio in rampa di lancio, praticamente giovane, pieno di positivi fermenti e alle sue prime esperienze importanti, nonostante un rapporto plurimillenario con la vite (ma questo riguarda un po’ tutto il Bel Paese). Con al suo interno poi un vino storico come quello del Cerasuolo di Vittoria (che è anche l’unica DOCG della Sicilia), con il suo nome, certo non più modificabile, ma che qualche equivoco nel mercato può ancora portare.</p>
<p>Il termine Cerasuolo infatti una sua giustificazione poteva averla nel passato, con sistemi d’allevamento e pratiche enologiche che portavano il Frappato (vitigno allora prevalente nel vecchio Disciplinare) ad un colore di scarsa intensità ed anche con tendenze ossidative. Ma parliamo appunto quasi di una preistoria per questo vino, che sta ormai compiendo il suo cammino dell’arte (in vigna ed in cantina) e appare oggi nel bicchiere, in tutti i campioni testati, di un bel rosso vivo, rubino ed anche assai profondo nei suoi esemplari migliori.</p>
<p>Il Cerasuolo di Vittoria è così il filo rosso che attraversa tutta l’area, definisce il profilo delle aziende e nasce da un blend di Nero d’Avola (che oggi può arrivare fino al 70%) e appunto di Frappato, con il primo vitigno a conferire profondità, forza tannica, importanza ed il secondo a dare profumi, grazia, sorriso. Ogni produttore, dicevamo, offre qui una propria interpretazione di questo vino, se più immediato, piacevole, fragrante, con poco o affatto legno. Oppure più profondo, ricco e complesso, più portato a maturare lentamente negli anni.</p>
<p>Accanto a queste etichette (mi riferisco ovviamente ai vini più importanti, presi poi in considerazione nelle schede), che segnano una riscrittura dei vitigni, con nuove prove di sistemi di allevamento a più basso carico di uve, abbiamo poi delle selezioni in purezza di Nero d’Avola e di Syrah, che rappresentano in diversi casi il rosso estremo di ogni azienda.</p>
<p>Le impressioni, le sorprese sono state, ripeto, positive. Ma devo anche dire di aver provato la sensazione che si possa ancora andare oltre. Ogni volta, ad esempio, che ho avuto l’opportunità di assaggiare lo stesso vino su due vendemmie confinanti ho inevitabilmente verificato come l’annata più recente avesse qualcosa di più in bellezza, armonia, importanza compositiva e dunque in sostanza, in carne e polpa buona e così in raffinatezza, fantasia, ampiezza di profumi. A segnare come qui, in questa fase storica, ogni vendemmia diventi un tassello in più in consapevolezza, incameramento dati e così in espressione di quanto di buono e bello contengono i grappoli.</p>
<p>Sono anche convinto che ci sia soprattutto un ulteriore spazio di lavoro e ricerca in vigna, che molto si possa fare su questi terreni con i sistemi d’allevamento, portainnesti, potature, per arrivare a rossi più caratterizzati ed estremi, lavorando sui monovitigni, ma anche sulla sinergia tra vitigni, come la storia stessa del Cerasuolo di Vittoria dimostra.</p>
<p>Del resto il territorio è magnifico e rappresenta la punta estrema dell’Italia (più a sud di Pantelleria e Tunisi), su suoli dall’impasto minerale assai composito e variegato, che degradano lentamente e dolcemente verso il mare, e sono continuamente ventilati, a moderare le temperature, a conferire sanità alle piante, tanto da rendere ancora più agevole una diffusa viticoltura biologica.</p>
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		<title>Avide</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 14:24:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Questa azienda è stata una delle sorprese negli assaggi. Ed il suo segno è in vini rossi molto caratterizzati e decisi, dai bei colori concentrati, profondi, a sottintendere un importante lavoro di vigna, poi un sapiente uso dei legni e con l’etichetta di Cerasuolo di Vittoria più intensa, importante e spettacolare, tra le tante assaggiate. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Cerasuolo di Vittoria Barocco 2011   90-91</b></p>
<p><b>3 Carati 2012  88-89</b></p>
<p><b>Sigillo 2009  88</b></p>
<p>Questa azienda è stata una delle sorprese negli assaggi. Ed il suo segno è in vini rossi molto caratterizzati e decisi, dai bei colori concentrati, profondi, a sottintendere un importante lavoro di vigna, poi un sapiente uso dei legni e con l’etichetta di Cerasuolo di Vittoria più intensa, importante e spettacolare, tra le tante assaggiate.</p>
<p>Mi riferisco al Barocco 2011, che è un vero, splendido rosso e magnifica coniugazione di un vino complesso e raffinato, che ha maturato per 18 mesi nelle barrique e si sa ora evolvere lentamente e deliziosamente nel tempo, mantenendo sempre una fragranza, una gustosità, una dolcezza tesa, piena di eleganza e ricchezza. Grande rosso insomma che è un piacere bere, che si presenta con un colore fitto, denso e profumi assai ampi di ciliegie e creme, sottobosco, tartufo. E alla bocca l’impatto è dolce, felice, con un filo di fresca acidità a percorrerlo e dilatarlo in sensazioni minerali lunghe e saporitissime, su un tessuto di notevole gustosità e bellezza.</p>
<p>Vino inoltre che mi ha dato da pensare, perché la sua felicità espressiva poggia anche sul fatto che è appunto un blend dei due vitigni storici del territorio (Frappato e Nero d’Avola) con il secondo a prevalere nelle percentuali. E proprio la grandezza e la bellezza di questa fusione, mi ha portato a domandarmi, alla conclusione di tutti gli assaggi, se oggi non possa essere proprio in un blend la migliore espressività di questa area.</p>
<p>Il 3 Carati 2012, che rappresenta l’altro rosso importante di questa azienda (e Nero d’Avola in purezza), è vino appunto di un anno più giovane e ancora un po’ crudo, bisognoso dunque di ulteriori tempi di bottiglia, che appare di bella impalcatura e solidità, interessante anche per la varietalità tutta ancora da indagare ed approfondire sul vitigno, ma che è anche appena più statico e meno ampio ed articolato ai profumi.</p>
<p>Mi manca la riprova su campioni di più annate, l’impressione però è che il monovitigno possa non dare valori assoluti in questo momento. E c’è poi sempre una logica nella storia e nel lavoro di altri uomini prima di noi. Il rapporto Frappato-Nero d’Avola è infatti qualcosa di molto felice, che li porta a compensarsi e ad arrivare, fusi insieme, a vertici espressivi maggiori.</p>
<p>Terzo importante rosso infine il Sigillo 2009, da Cabernet Sauvignon e Nero d’Avola. Anche qui parliamo di un vino lungamente conciato nei legni e dei tre vini è quello con la vendemmia più lontana. Parliamo di un rosso solido ed austero, di largo impatto, dalle note severe, ematiche, carnose, vino che si apre lentamente e poderosamente nel bicchiere, dal carattere molto aristocratico, ma anche laconico, non facile, un po’ da intenditori ed appassionati. Vino che vorremmo (ma il discorso si può allargare tranquillamente alle altre due etichette) risentire sulle nuove vendemmie, perché parliamo di un’azienda molto ben condotta, con grossi investimenti in vigna nell’ultimo decennio, arrivando oggi a 58 ettari di superficie vitata, ed un grandissimo potenziale già in cantina, ma soprattutto nei vigneti che matureranno sempre più. Da tenere dunque attentamente d’occhio.</p>
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		<title>Maggiovini</title>
		<link>https://www.lucianodilello.com/maggiovini-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 14:23:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Altra azienda in ascesa con ricchi e recenti investimenti in vigne di diversi poderi dell’aerale, che arrivano oggi a 50 ettari di filari, condotti a regime biologico. </p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Mignechi 2013  90-91</b></p>
<p><b>Mignechi 2012  89-90</b></p>
<p><b>Amongae 2012  88-89</b></p>
<p><b>Amongae 2011   87</b></p>
<p><b>Cerasuolo di Vittoria Vigna di Pettineo 2013  85-86</b></p>
<p><b>Cerasuolo di Vittoria Vigna di Pettineo 2012  85</b></p>
<p>Altra azienda in ascesa con ricchi e recenti investimenti in vigne di diversi poderi dell’aerale, che arrivano oggi a 50 ettari di filari, condotti a regime biologico.</p>
<p>Anche qui, come è logico e giusto, si punta molto sulla Docg Cerasuolo di Vittoria, in una versione tuttavia più scorrevole, meno complessa e concentrata, che nasce da un rapporto paritario di Frappato e Nero d’Avola, che fermentano e maturano poi solo in vasche inox. Abbiamo assaggiato il suo Vigna di Pettineo nella vendemmia 2012 e nella 2013, ormai in uscita. Parliamo di vini assai invitanti, dai bei profumi radiosi, gustosi, che mirano ad una importante immediatezza e sapidità, con un bel colore rubino vivo, la bocca saporita e masticabilissima, piena di freschezza e godibilità (vini inoltre dall’ottimo rapporto qualità-prezzo). Abbiamo un leggera preferenza per il 2013, che offre ancora margini di crescita, mentre la 2012 ci appare oggi al suo pieno di radiosità.</p>
<p>Interessante poi il contemporaneo assaggio del Nero d’Avola Vigna di Pettineo 2013, che proviene appunto dagli stessi vigneti, vinificato e maturato, come il Cerasuolo, solo in vasca inox. Parliamo appunto di un buon rosso anche strutturato e con un suo accenno di importanza, come è nel carattere del vitigno, complessivamente più severo, anche gustoso in bocca, ma dal tannino un po’ prosciugante. Ed anche qui mi sono convinto, nel confronto, che l’apporto di un buon Frappato migliori il complesso del vino, lo faccia più sorridere e lo si beva con più piacere e gioia.</p>
<p>Arriviamo così all’etichetta che ci ha più colpiti, il Mignechi, che è proprio un Nero d’Avola in purezza dal Feudo Pignatelli. E potrebbe sembrare una contraddizione con quanto detto prima, ma parliamo in questo caso di un Nero d’Avola con tutto un altro passo e di altra categoria, nato da una piccola produzione eletta di circa 6-7.000 bottiglie da una vecchia vigna ad alberello nel pieno dell’Oasi Naturale del Lago di Biviere. Le uve sono dunque raccolte in piena maturità e, dopo una fermentazione di 2 settimane sulle bucce, il vino viene poi elevato per circa un anno in barrique.</p>
<p>Qui insomma il Nero d’Avola, fortemente selezionato e da una microarea particolarissima e protetta, è messo al meglio per dimostrare la profondità del suo carattere e smussare quelle ruvidezze tanniche, che la cura dei migliori legni volge e trasforma poi in profondità, bellezza, cremosità e tenuta nel tempo.</p>
<p>Assaggiato sul 2012 e 2013 (anche qui, a nostro avviso, è l’ultima annata ad avere quel guizzo in più di spessore, energia e vastità di aromi e sapori), ha offerto le sensazioni di un gran rosso armonioso, dal bel carattere e dal ventaglio olfattivo vasto, caldo, pieno di creme. Più femmineo e languido nel 2012, più profondo e inchiostrato nel 2013, come se il vino abbia compiuto un passo in avanti nella concentrazione e nella ricchezza, diventando adulto e aprendo un pentagramma aromatico che dalle prime note di caramello, volge poi alle more di rovo, ai ribes neri su un intrigante sfondo fumé. Ed alla bocca conferma tutta la notevole armonia di sapori, la vasta gustosità sapida ed il carattere e l’integrità del Nero d’Avola. Etichetta in cui credere, cui forse manca appena quel pizzico di maggiore concentrazione per entrare nel lotto dei massimi vini rossi italiani. E che vorremmo seguire con attenzione nei suoi futuri sviluppi.</p>
<p>Altra etichetta in cui credere e puntare è poi l’Amongae, che nasce da un blend di Nero d’Avola 60%, Cabernet Sauvignon 25% e Merlot 15%. Inutile dire che già tra la vendemmia 2011 e la 2012 c’è un bel passo in avanti, con un’articolazione ed una varietà aromatica, che lascia davvero pensare alle potenzialità di questa terra del Barocco. Ma a mio avviso si può fare ancora di più su questo vino, giungere a raccolte più avanzate, puntando di più su una superiore opulenza, concentrazione e grassezza di frutto, dando insomma il segno di qualcosa di più estremo. E se è giusto puntare sul Cerasuolo di Vittoria come bel rosso fragrante, gustoso, anche scorrevole, che si richiama probabilmente alla storia di questo vino, penso che su quelle uno-due etichette di punta si debba calare l’asso, arrivare insomma ai limiti estremi che il territorio può dare.</p>
<p>E’ un discorso questo che riguarda tutto il vino italiano e mi rifaccio così alle conversazioni avute negli ultimi tempi con tanti enologi e produttori della Penisola, che mi parlavano della crisi economica, di certe difficoltà di vendita e collocazione per rossi ricchi, importanti, specie se provenienti da aree ancora poco conosciute per vini estremi. Cui rispondo che le congiunture economiche sono in una dinamica di continue, oscillanti variazioni, cui occorre essere sempre preparati, ma che il grandissimo vino è una imprescindibile scuola di ricerca per le aziende e che lo si può anche produrre in un numero assai limitato di bottiglie, che diventano però un fondamentale patrimonio di conoscenze per il produttore e l’azienda, che quello è il vino-bandiera di veronelliana memoria, la dimostrazione di quanto si è capaci di fare e che da lì, nelle varie ed alterne fortune delle umane cose, può partire una degustazione (in Italia o all’estero), un evento, un articolo, un premio, un riconoscimento, che con il suo riverbero fa poi conoscere l’intera azienda e la proietta in una nuova e più importante dimensione.</p>
<p>Trovo insomma che ogni bravo produttore debba avere almeno un’etichetta in cui si tocchi o si cerchi di toccare il massimo potenziale dell’azienda e del territorio, un vino insomma su cui anche esagerare per un risultato estremo, assoluto, da valutare via via nel tempo, a capirne tutte le evoluzioni e le possibilità espressive.</p>
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		<title>Casa di Grazia</title>
		<link>https://www.lucianodilello.com/casa-di-grazia-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 14:21:49 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Sicilia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Isolato in un angolo della “Ciomod” alla periferia di Modica (diversi spazi belli e modernissimi, dove poter gustare il meglio del territorio. E tutto, dall’architettura ai piatti, alle variazioni di cioccolato, ad indicare una giovanile e moderna vitalità di ricerche, proposte.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Gradiva Collectio 2011     89-90</b></p>
<p><b>Cerasuolo di Vittoria “Victorya 1607”  2013   87-88</b></p>
<p><b>Emiryam 2013   87-88</b></p>
<p>Isolato in un angolo della “Ciomod” alla periferia di Modica (diversi spazi belli e modernissimi, dove poter gustare il meglio del territorio. E tutto, dall’architettura ai piatti, alle variazioni di cioccolato, ad indicare una giovanile e moderna vitalità di ricerche, proposte. A dare anche l’idea di come ci sia oggi operosità, slancio e dunque continuità in questo territorio e come la migliore viticoltura e gastronomia possano essere uno strepitoso volano nell’intero nostro paese), con tutti gli altri ospiti del viaggio bellamente a mangiare in una lontana tavolata, spensierati e ciarlieri, me ne stavo insomma completamente immerso ad assaggiare ed indagare tra tutte le possibili bottiglie di Cerasuolo di Vittoria e similaria davanti, quando mi è apparso improvvisamente al naso un vino di una grazia, soavità ed eleganza sconosciuta, come lo era del resto l’etichetta, Cerasuolo “1607 Victorya”, della vendemmia 2013, Azienda Casa di Grazia.</p>
<p>In qualche modo, tra tutti, mi sembrava il più moderno, femmineo e fascinoso. Vino (50% Frappato e 50% Nero d’Avola) che non puntava sulla potenza, sulla concentrazione, non sembrava nemmeno aver fatto legno, ma possedeva profumi di frutti rossi (ciliegie e fragole) di una leggiadria estrema, dolci, nitidi, pieni di freschezza e succosità. Vino elegantissimo, che brillava poi delizioso al palato, gioioso di sapori, totalmente masticabile e per niente banale, snello e felice, con bella, saporita venatura minerale che rimaneva nella bocca in una sensazione lunga e dolce. Mi sembrava, seduto a quel tavolo, una magistrale e moderna interpretazione del Cerasuolo di Vittoria.</p>
<p>Tornato poi a Roma, ho cercato di saperne di più. Ho letto il nome dell’enologo, Tonino Guzzo. E mi sono tornati in mente i frequenti viaggi in Sicilia all’inizio degli anni ’90, i pellegrinaggi a Regaleali, dove Guzzo (davvero un ragazzino allora) muoveva i suoi primi passi di enologo dell’azienda, gli assaggi poi di infinite bottiglie di campioni sul grande tavolo della sala (erano gli anni in cui si definivano lo Chardonnay, il Cabernet Sauvignon, il Rosso del Conte), gli scambi di vedute, le opinioni, i ragionamenti. Mentre Ignazio Miceli (grandissimo personaggio e stratega del vino siciliano, che ricordo con immenso affetto) usciva fuori, all’aperto, a fumarsi inguaribilmente l’ennesima, infinita sequela di sigarette, che gli sarebbero costate, qualche anno dopo, la vita.</p>
<p>Questo anche a dire che se n’è andato un altro quarto di secolo. E mi sono messo poi a cercare Tonino Guzzo su You Tube, rivedendolo con i capelli brizzolati (dei miei è sicuramente meglio non farne parola alcuna) e ho così appreso che è tornato ad Aragona e segue come consulente ed enologo soprattutto piccole aziende del territorio di Agrigento e del Ragusano. Ho pensato anche che è un mestiere meraviglioso il suo e come sia bello e produttivo lavorare in aree ancora vergini al vino davvero importante ed estremo, dove tutto è ancora possibile e da fare. E quanti progressi si possa veder compiere, quanti tesori inespressi e sotterranei, in un lavoro che rimane complicato e unico, tra l’archeologo e l’astronauta.</p>
<p>Ma insomma torniamo ai vini rossi di questa azienda che sono stati una magnifica scoperta, con quel loro filo di estrema soavità, nitore ed eleganza ad accompagnarli tutti. Come nel Gradiva Collectio 2011, da Nero d’Avola in purezza, anche questo fermentato e maturato solo in vasca inox, e con i crismi di una purezza, di una propensione alla grazia, alla pura bellezza del frutto, che mantiene sempre una integrità ed una bellezza succosa, incontaminata, con tannini setosissimi e di una infinita finezza dolce che rimane a lungo nella bocca. Vino molto seducente e particolare, forse non profondissimo, ma che è un puro piacere bere.</p>
<p>Infine l’Emiryam 2012, da 100% di Syrah, ed è l’unico vino in cui abbiamo un leggero passaggio nel legno. Ma anche qui il filo conduttore non è in una ricerca di profumi terziari, a mimare maturità e complessità, ma il meglio che possa invece esprimere una giovinezza floreale e fruttata. Non il peso dunque, ma l’altezza, l’agilità, la freschezza, la femminilità. E su questo e da tutto questo l’espressione di una gustosità estrema. Il naso è così un’esplosione di lamponi, fragoline di bosco che si aprono man mano ai frutti neri e diventano un invito ad una beva saporosa, lieta, felice.</p>
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		<title>Valle dell’Acate</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 14:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Sicilia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Con 100 ettari di superficie vitata ed una lunghissima esperienza sul territorio si può considerare questa l’azienda ammiraglia del Ragusano, con decenni di indagini sui terreni, ad individuare quelle caratteristiche li rendono più idonei ai diversi vitigni da impiantare. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Tané 2010   90-91</b></p>
<p><b>Rusciano Syrah 2011  88</b></p>
<p><b>Cerasuolo di Vittoria 2012   86-87</b></p>
<p>Con 100 ettari di superficie vitata ed una lunghissima esperienza sul territorio si può considerare questa l’azienda ammiraglia del Ragusano, con decenni di indagini sui terreni, ad individuare quelle caratteristiche li rendono più idonei ai diversi vitigni da impiantare.</p>
<p>Numerose così le etichette prodotte, largamente esportate ed importanti proprio perché danno il segno e l’immagine dell’intero territorio. Iniziamo appunto dal Cerasuolo di Vittoria 2012, proprio perché vino fortemente strategico (e vero e proprio biglietto da visita per l’azienda, ma non solo), che nasce da vigneti a 5.000 ceppi per ettaro in un blend di Nero d’Avola al 60% (coltivato su sabbie rosso-scure di medio impasto) e Frappato al 40% (da sabbie più chiare), che ha maturato per circa 12 mesi sia in tonneaux che in botti grandi. Ed affinato poi per un altro anno in bottiglia.</p>
<p>Assaggiato più volte in questi mesi non ha mai deluso e si presenta con un colore di media profondità e naso molto ampio, intrigante, di stampo un po’ borgognotto, con belle e diffuse note di frutti rossi attorniati da un dolce respiro balsamico e mentolato che sfuma in sensazioni di sottobosco, funghi, cacao. Vino di bell’equilibrio, di buona ricchezza, assai sapido, minerale e gustoso alla bocca, in buona armonia tra la scorrevolezza di beva e la complessità di sensazioni, assai centrato (e che dà il suo meglio intorno ai 3-4 anni), di bella larghezza ai profumi, a sottintendere e ad incuriosire sulle importanti potenzialità del territorio.</p>
<p>Il rosso estremo dell’azienda (e l’ultimo a raccogliersi in vendemmia) è il Tané, oggi in uscita con la vendemmia 2010, etichetta con la migliore selezione di Nero d’Avola + una percentuale intorno al 15% di Syrah, elevata per circa un anno in barrique nuove. Parliamo dunque di un vino poderoso, statuario, di generosa alcolicità, dal colore profondo e un naso importante, maturo e complesso, con toni carnosi ed ematici su note di confettura e piccoli frutti neri su uno sfondo grasso e cioccolatoso.</p>
<p>Si è davanti insomma ad un vino molto opulento e chiaroscurato, che sfuma nelle sensazioni di pelliccia, tartufo e spezie, molto moderno nella fattura e nella composizione, che va tuttavia a ricordare, anche in un certo monolitismo severo, gli antichi grandi rossi del Sud, e che dà il suo meglio alla bocca, nella dolcezza che offre di creme e vaniglie tostate, nella saporosità grassa, che cresce man mano generosa, nella bella e progressiva lunghezza gustativa. Vino monumentale, che ha ancora dei margini di miglioramento in bottiglia e che sono molto curioso di sentire sulle prossime vendemmie.</p>
<p>Il Rusciano 2011 è infine il Syrah in purezza, che nasce dai vigneti più alti dell’azienda, a circa 200 metri sul livello del mare. Vino che fermenta in vasca inox  ed ha poi un moderato passaggio nei tonneaux, prima di un lungo affinamento in bottiglia. Rosso che consigliamo di aprire con un certo anticipo, che è andato man mano a crescere di profumi e bellezza nel bicchiere (appariva abbastanza cheto al primo approccio), esprimendosi sempre di più in frutti rossi maturi su uno sfondo mentolato e di spezie. Anche in questo vino poi l’impatto ai sapori è ancora più convincente, più teso e fresco in una piena e saporosa bordata di frutti, ricchi di polpa e finemente speziati.</p>
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		<title>Arianna Occhipinti</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 14:19:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Sicilia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Diciamo subito che gli assaggi sui vini di questa azienda (che molto ci incuriosivano per il lavoro che Arianna Occhipinti sta facendo in vigna ed in cantina) sono stati possibili solo in Sicilia e, di fatto su un unico vino. Né è stato possibile a Roma reperire o ricevere campioni. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Il Frappato 2013   88</b></p>
<p><b>Il Frappato 2012    84</b></p>
<p>Diciamo subito che gli assaggi sui vini di questa azienda (che molto ci incuriosivano per il lavoro che Arianna Occhipinti sta facendo in vigna ed in cantina) sono stati possibili solo in Sicilia e, di fatto su un unico vino. Né è stato possibile a Roma reperire o ricevere campioni.</p>
<p>Riferiamo così di queste uniche possibilità di assaggio ed approccio. E di quanto ci abbia incuriosito Il Frappato 2013, molto profondo al colore, come mai ho visto in un Frappato, ad indizio poi che, lavorando in altro modo (e su vigne ad alberello in questo caso) cambiano completamente i parametri di colori, intensità, sapori.</p>
<p>Quello che avevo davanti era dunque un vino dalla profonda intensità colorante, giovanissima ed impenetrabile. Il naso presentava un frutto crudo, vivido e brado, con tracce ancora di vinosità. Se vogliamo, un insieme ancora scomposto, ma potente, vivo, verace, non incline forse alla perfezione estetica, ma alla ricerca di una verità intima e fisica del vitigno, senza ceselli o fronzoli. Mi ha fatto venire in mente i racconti di Charles Bukowski nel mezzo di una laccata letteratura americana degli anni ‘60, anche con una certa volontà di rompere gli schemi, andare oltre il luogo comune e le convenzioni.</p>
<p>Un vino dunque materico, fisico, con una grande forza d’urto, un po’ selvaggio, ma assai attrattivo in questo impeto di gioventù, carico di profumi di frutto esuberanti, un po’ ruvidi, ma dolci, espressivi, masticabilissimi e pieni di energia. Un bel rosso sincero e diretto, senza fronzoli intellettualistici, carico di gustosità, che si lasciava bere con istintiva soddisfazione.</p>
<p>Lo stesso vino poi, assaggiato sulla 2012, offriva un quadro visivo similare, con un colore assai profondo. Il ventaglio dei profumi era però assai diverso. Si era spenta quell’esuberanza fresca, giovanile ed il vino sembrava virare verso un terziario aromatico, ma senza possederne la dimensione di complessità. Era un rosso integro, ma un po’ spento, invecchiato.</p>
<p>Ora, fermo restando che la bottiglia era perfetta, conservata da mesi in cantina e buono il tappo, ci sono due considerazioni da fare. Parliamo innanzi tutto di due vendemmie diverse ed è possibile che la caldissima annata 2012 (al contrario della 2013, assai più fresca) abbia segnato forza aromatica del vino e che questo già in partenza presentasse un quadro di profumi meno intensi e più delicati nella tenuta. Oppure è anche possibile che il Frappato geneticamente, anche con le migliori cure ed attenzioni, sia un vitigno che dona il meglio del suo patrimonio nella prima gioventù e che sia preferibile berlo entro un paio di anni dalla vendemmia.</p>
<p>Certamente i vini di questa azienda sembrano assai significativi, mirano ad andare oltre lo scontato, il ripetitivo. E non mancherà l’occasione per tornarci sopra in un quadro più ampio di assaggi e riflessioni.</p>
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		<title>Montalcino 2009, 2008 …</title>
		<link>https://www.lucianodilello.com/montalcino-2009-2008/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 14:57:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Montalcino]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lucianodilello.com/?p=161</guid>
		<description><![CDATA[<p>Forse dovrei iniziare con un rimando alla lettura de “Gli anni di Poggio di Sotto” nella sezione Storie. E’ un racconto un po’ lungo, lo so, perdonatemi. Se potete però provate a leggerlo. E’ una premessa a questo lavoro, ci sono dentro molte cose sul senso dell’assaggiare e scoprire il vino, i suoi luoghi, le persone ed anche una serie di considerazioni sul Brunello, su come e quanto si sia evoluto in questi decenni (e come ci siamo evoluti anche noi), che vanno sempre tenute a mente</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Forse dovrei iniziare con un rimando alla lettura de “Gli anni di Poggio di Sotto” nella sezione <i>Storie</i>. E’ un racconto un po’ lungo, lo so, perdonatemi. Se potete però provate a leggerlo. E’ una premessa a questo lavoro, ci sono dentro molte cose sul senso dell’assaggiare e scoprire il vino, i suoi luoghi, le persone ed anche una serie di considerazioni sul Brunello, su come e quanto si sia evoluto in questi decenni (e come ci siamo evoluti anche noi), che vanno sempre tenute a mente.</p>
<p>Del resto è inutile ripetersi, il tempo di tutti è prezioso. Ma seguendo questo territorio praticamente dal 1974, avendo negli occhi e nel palato una prima, seconda, terza, quarta ondata di produttori, ho sempre la sensazione, quando penso a Montalcino, di un magma di note, di gusto, con sapori e profumi in continuo movimento espansivo e con una loro crescita qualitativa, direi, ineluttabile. Con un testimone tuttavia che non resta mai fermo, ma che passa di mano in mano, da produttori che venti anni fa mi sembravano l’avanguardia, il futuro e che ho visto poi perdere via via forza propulsiva, che si sono adagiati un po’, magari ripetendosi, mentre altri si andavano ad affacciare e si confermavano con nuove idee, nuove vigne e una verità perentoria in pieno, inedito divenire. Come del resto ci racconta la giovane storia dell’intero vino italiano di qualità.</p>
<p>E’ un mondo competitivo il nostro. E nel vino credo che questo si esasperi (ed è un bene tutto sommato), anche perché ogni nuova annata è un cimento diverso e l’esito ce lo giochiamo in un’infinita serie di variabili, dentro cui trovare l’incastro giusto o la soluzione meno sbagliata per quella particolarissima circostanza e situazione. Però la mossa errata condiziona poi tutto il resto, può essere il paradiso o l’inferno, fermo restando che il purgatorio dà inevitabilmente un vino mediocre.</p>
<p>Per come la vedo io, per come l’ho vissuta in tutto questo tempo, credo anche che difficilmente un produttore possa mantenere questa tensione, questo ago puntato verso l’alto, al meglio e all’assoluto, per diversi decenni. C’è qualcosa di umano nel suo possibile calare di forze, di voglia, di idee. E non dimentichiamo che fare un grande vino è anche un lavoro di gruppo, che si basa su collaboratori di estrema affidabilità e capacità, dall’agronomo, all’enologo, al cantiniere e poi su investimenti giusti in quella vigna, con quel sistema d’allevamento, quel portainnesto, quei biotipi di vitigno. Basta così che qualcuno di questi tasselli venga meno o muti oppure non dia il risultato sperato ed è tutto uno scivolare ed un assestarsi su altri livelli e fasce.</p>
<p>Infine ritengo soprattutto che arrivare al grandissimo vino sia possibile solo attraverso una notevole cultura del vino ed una sensibilità verso il bello e il buono del tutto fuori del comune. Ma essere capaci di una felicità espressiva di questa portata è anche un dono non eterno.</p>
<p>Calvino diceva che si è in fondo scrittori di un solo romanzo. Anche grandissimi autori in una sola opera hanno rivelato tutto il meglio e l’originalità di se stessi. Per il resto si sono spesso ripetuti, certo con qualche guizzo, qualche intuizione in più, ma il grosso, il sangue e l’anima, l’avevano ormai già data.</p>
<p>Ho visto così salire e scendere decine di aziende ed etichette in questi 40 anni ormai dal mio primo viaggio a Montalcino e sempre con una dinamicità, una rincorsa e la sorpresa poi di un’unicità irripetibile altrove. In ogni anno c’era davvero qualche etichetta sconosciuta che mi meravigliava. E questo è il bellissimo del mio lavoro, che mi fa ancora cercare e indagare, che dà fiducia e mi sembra splendido. Perché in tutto il vino italiano c’è tantissimo che ci può sorprendere, che magari deve ancora nascere o deve essere tentato. E’ un futuro buono, generoso che abbiamo davanti e aiuta a mantenere dentro di noi l’aspettativa e la sorpresa di un adolescente, la sua capacità a sapersi stupire davanti alla nuova scoperta di profumi e sapori mai sentiti prima. Perché Montalcino, nonostante tutta una certa retorica sull’antichità e la tradizione, è invece un territorio giovanissimo al vino. Si può anzi dire che la cultura del grande vino qui sia nata da pochi anni e sono convinto che il meglio debba ancora venire.</p>
<p>Il fenomeno-Brunello, la sua fortuna mondiale è come scoppiata tra le mani dei primi produttori, improvvisamente, quasi senza che ne fossero pronti. Con una crescita esponenziale poi degli ettari vitati a Brunello, dai 270 di quel lontano 1974 a quasi 2.000 oggi, e anche dei produttori che, dai pochi di allora, sono adesso assai più di 200.</p>
<p>Un cambio di passo e di numeri impressionante. Ma Montalcino sin da allora, pure in mezzo a vini talora incerti, rivelava l’evidenza di un potenziale e di un’originalità talmente alta, da divenire poi nei decenni successivi un enorme laboratorio del Sangiovese, con forti investimenti, interventi ed intelligenze arrivate anche da altri territori dell’Italia e del mondo. Questo febbrile, ingegnoso attivarsi ha così sbloccato un territorio bellissimo e immoto (non dimentichiamo che fino a tutti gli anni ’60 Montalcino risultava essere il comune più povero del Senese), dando un contributo immenso e una dinamicità fortissima alla crescita della cultura del vino e dunque alla qualità complessiva dei Brunelli che andavano via via nascendo.</p>
<p>E in ogni storia c’è poi una logica. Nessun investimento nasce a caso, tanto più se di portata così vasta. Il fatto è che appariva chiaro come qui il Sangiovese donasse dei risultati assolutamente superiori ed emozionanti, tali da riscrivere i parametri del vitigno e metterlo al livello dei grandissimi del mondo. Parlo ovviamente di macrozona. Ci potrà essere sicuramente una vigna o un microsito della Toscana dove questo vitigno può dare ottimi risultati. Ma in nessun altro territorio il Sangiovese riesce ad esprimere la raffinatezza di toni, la vastità, l’intensità, la compattezza, la concentrazione, l’opulenza, lo spessore, la profondità e la complessità corale come sulla collina di Montalcino, con i suoi quattro diversi versanti, i suoi diversificati strati di terreno che salgono dai 150 metri di altitudine ai 550, creando un’infinità di splendide, voluttuose e a volte tumultuose variabili.</p>
<p>Certo occorre poi tempo perché questo si manifesti e si fissi in modo compiuto (solo per arrivare a presentare sul mercato una bottiglia di Brunello, tra impianto di vigne, crescita delle piante e periodo obbligato di cantina, trascorrono di fatto una decina di anni). Così i risultati di tutto questo passaggio e della sua storia li ho avvertiti in un crescendo continuo, ma che è divenuto fortissimo nell’ultimo decennio.</p>
<p>Nonostante il massiccio aumentare dei numeri potesse essere un rischio per il livello finale del vino, sono convinto che oggi la qualità media del Brunello sia notevolmente più alta che nel passato. Negli assaggi che compio annualmente su tutte le etichette in commercio, verifico come trovare un Brunello con dei difetti gusto-olfattivi sia oggi assai difficile. Mentre 15-20 anni fa si avvertivano sicuramente molte differenze tra un’elite di produttori di fascia alta ed altri, più numerosi, con vini invece limitati da ossidazioni incipienti o da profili olfattivi non corretti, frutto di errori tecnici e anche di legni vecchi e stanchi.</p>
<p>Nella bellezza sostanziosa di questi ultimi risultati mi rendo dunque conto di quanto tutta la nuova storia di Montalcino (e la storia ha sempre un senso) con le sue nuove etichette apparse trovino così ragioni e indiscussi meriti.</p>
<p>Allora qualità media alta, dicevo, ma io cerco il picco per <i>I Migliori Vini della Nostra Vita</i>. E dunque su una vendemmia complessivamente difficile come la 2009 e sostanzialmente media come la 2008 emergono comunque produttori di assoluto livello (perché mai totalmente ignorati dai grandissimi giornalisti del vino italiani? Mi sono risposto con un serafico “Mah”) ed anche di una fascia geografica che è stata assistita da un andamento climatico migliore, in una linea est-ovest dalle curve dell’Ombrone (Cupano) a risalire verso Tavernelle (Caprili, Maté), arrivando al suo punto più alto con San Polino, e proseguendo poi in discesa verso Castelnuovo con la scoperta esaltante del Podere Le Ripi. Unico grande Brunello 2009 apparentemente fuori zona sarebbe il Verbena, novità sorprendente, con vigne curate come giardini sulla strada, dopo aver lasciato la Cassia, che sale verso il paese, quasi al termine della maggior pendenza della salita, un attimo prima del curvone. Ma azienda questa anche con altre importanti vigne a Castelnuovo dell’Abate, proprio lì dove il tempo è stato benevolo. E così dunque tutto torna e tutto si spiega.</p>
<p>Un’ultima nota infine (ma dovevo probabilmente scriverla prima e vale allora per ogni vino assaggiato in questo mio sito) in merito ai punteggi che presento.</p>
<p>Sappiamo tutti noi come la stampa americana non lesini ogni anno valutazioni altissime con dei 98, 99, anche 100/100. E tutto questo è assai rispettabile e fa parte comunque di un metodo e di una loro cultura generale, che parte comunque da parametri e informazioni diverse. Amo del resto molte cose dell’America. Sono cresciuto con il cinema americano dentro gli occhi. Ho immaginato inevitabilmente molto futuro attraverso quel loro schermo e non rinnego niente.</p>
<p>Però, se sento dire che dobbiamo ormai tutti adeguarci a questo, che i punteggi della stampa americana fanno il mercato e noi non possiamo dare valutazioni più basse, c’è qualcosa che non mi torna in quanto a verità, che è poi quella che vorrei perseguire.</p>
<p>Credo appunto che tutte le nostre etichette abbiano davanti la possibilità di un’ulteriore crescita esponenziale e che molto c’è ancora da fare. La nostra esperienza di vigna e di vendemmie ad alta qualità è ancora piuttosto scarsa (e i mutamenti climatici in atto sono poi un’altra variabile impazzita di cui tener conto). Inoltre nella stragrande maggioranza dei casi le nostre vigne sono ancora abbastanza giovani, le fittezze delle piante, i sistemi di allevamento, le metodologie di cantina tutte ancora da affinare, da verificate, in taluni casi da cambiare.</p>
<p>Siamo davvero nel mezzo di un grande fiume con le sue correnti, fondali nascosti, improvvise rapide. Il futuro darà sicuramente vini ancora più grandi. E quando un vino mi emoziona e gli do, non so, un 93, ho alle volte quasi l’impressione di esagerare, penso che quell’etichetta tra dieci vendemmie potrà raggiungere valori molto più alti e sfondare davvero quota 100.</p>
<p>Allora come se ne esce dunque? E certamente l’ultima cosa che voglio fare è quella di penalizzare i nostri vini. Ma d’altronde sono anche cosciente che la mia valutazione rimarrà in un ambito nazionale (ed è già tanto). Volo basso e non ho alcuna pretesa o ambizione che quanto scrivo sia di lettura interstellare.</p>
<p>Credo così alla fine che l’unica cosa giusta sia quella di essere sinceri con se stessi. Se al vino che più mi è piaciuto durante l’anno, con tutto quello che so delle sue vigne e della sua storia, penso di dare un valore altissimo come 94-95 e che è quella la sua valutazione reale, in tutti i limiti della mia privata e dunque relativa estetica, non posso poi tramutare il voto in 99 per fare l’americano. Non mi sembra davvero corretto e non trovo che questo abbia alcun senso logico ed etico.</p>
<p>D’altronde i vini che prendo in considerazione nel mio sito (con talune eccezioni per il rapporto qualità-prezzo) partono in sostanza da un valore di 89 punti. E da lì in su sono tutti gradini pesantissimi da scalare. Come per una vettura di Formula 1, che per arrivare ad una velocità di punta di 5-10 chilometri in più, rispetto a quella prodotta in precedenza, ha bisogno di una fatica, uno studio, un lavoro, una ricerca, una messa a punto e di un investimento economico costosissimo.</p>
<p>Così in un vino, per come lo sento, salire oltre i 90 punti significa l’ingresso in un rango di eccellenza straordinaria. Insomma, teniamoceli cari questi punteggi oltre i 90, senza sparare alle allodole con poco realistici 98, 99, 100 e poi un gran bum. Lavoriamo per migliorarci tutti, tenendo finalmente conto, oltre il voto, il numero bruto, di quanto si scrive sul vino, delle motivazioni di un articolo, del perché si ritenga quell’etichetta importante, quali sono le qualità e le particolarità che quel vino possiede ed esprime, che differenze ci rivela rispetto alle altre, cosa di nuovo dice all’interno di quella DOCG. Credo che questi conti e sia significativo. E sia un lavoro e un giornalismo vero, che aiuta il lettore a capire, che crea reale cultura del vino e forse è anche un po’ utile al produttore per migliorarsi.</p>
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		<title>Podere Le Ripi</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 14:56:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Montalcino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ci sono storie che a volte si ripetono, perché è stato al Benvenuto Brunello del 2013, venerdì 22 febbraio, che, giunto al 121° assaggio (ho tutto scritto ed ero con qualche difficoltà ormai a muovere la bocca e le parole per una incombente cementificazione tannica delle mascelle), che appare nel bicchiere un Brunello tanto sconosciuto quanto celestiale ai profumi. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Brunello Lupi e Sirene Riserva 2008    93</b></p>
<p><b>Rosso di Montalcino Bonsai 2009  93</b></p>
<p><b>Rosso di Montalcino Amore e Magia 2009  90</b></p>
<p><b>Syrah Cielo di Ulisse 2008  90</b></p>
<p>Ci sono storie che a volte si ripetono, perché è stato al Benvenuto Brunello del 2013, venerdì 22 febbraio, che, giunto al 121° assaggio (ho tutto scritto ed ero con qualche difficoltà ormai a muovere la bocca e le parole per una incombente cementificazione tannica delle mascelle), che appare nel bicchiere un Brunello tanto sconosciuto quanto celestiale ai profumi.</p>
<p>Nonostante fossi (un tantino) provato in quel rutilante concedersi di vini e stessi quasi per perdere la curiosità (bisogna sapersi fermare ad un certo punto, quando la bellezza di una cosa può finire in una stanca esagerazione abbrutente), ecco apparire qualcosa che rompeva gli schemi, le similitudini ripetitive di una giornata e con un colpo d’ala rimetteva tutto in un ordine completamente diverso e al tempo stesso in un supremo spazio di armonia carico di luce.</p>
<p>Leggevo nel foglio d’ordine. <b>Podere Le Ripi, Brunello Lupi e Sirene 2007</b>. E mi chiedevo, come per il Carneade manzoniano, chi fosse mai costui, da dove apparisse questo vino incantatorio?</p>
<p>Intanto dal calice continuavano a salire aromi superbi in un mix preziosissimo di legni, frutti rossi e neri, creme dalle raffinatissime suggestioni, poi tabacco, spezie e tutto in una sensazione di bellezza e di dolcezza senza pari. Alla bocca poi questo Brunello era tanto meravigliosamente cremoso da svellere in soavità anche quei precedenti, durissimi e crudi tannini altrui.</p>
<p>Era lì, davanti a me, il vino che dava un senso alla giornata e dimostrava come il fuoriclasse poi svetti, si separi da tutto il resto del mondo, anche in mezzo a stanchezze e sfinimenti. Se si possiede una marcia in più, un’anima più vasta, anche tra altri vini sicuramente importanti (ma tutto questo vale certamente anche per gli uomini) si emerge in una originalità superiore, non avvicinabile, non replicabile da nessun altro.</p>
<p>Leggo poi nel foglio che è disponibile anche il suo Rosso di Montalcino Amore e Magia 2009 (campione di botte). Chiedo di assaggiarlo. E di nuovo un altro grandissimo vino che si conferma. Un Rosso così, una leggiadria, un’impalpabilità, una crema …</p>
<p>Parto poi ad informarmi, avere notizie. Il produttore, Francesco Illy, che non conoscevo. Certo della famosa famiglia, immagino. E poi così, nei tempi successivi, le visite in azienda. La disponibilità a farmi assaggiare tutti i vini, a partire da quelli in gestazione nelle botti. E impressioni davvero molto alte. Tanto che nel febbraio 2014, nella serata del giovedì che precede la giornata degli assaggi a Benvenuto Brunello, dove potevo essere a cena (arrivato alle 5 e mezzo per poter così testare in precedenza tutti le botti, barrique e vasche possibili)?<img class="aligncenter wp-image-191 size-full" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/12/Francesco-Illy_Podere-Le-Ripi.jpg" alt="Francesco Illy_Podere Le Ripi" width="945" height="1418" /></p>
<p>Allora, facciamo il punto e andiamo con più chiarezza. Dei vini attualmente in commercio dirò subito. Ma l’impressione in queste visite di vigne e di cantina è che Francesco Illy, acquistato questo podere di 54 ettari nel 1998 e iniziati gli impianti di vigna nel 2000 (arrivano oggi a 14 ettari), abbia sentito fortissimo l’impulso di sperimentare, tentare, capire. E assaggiando ora i suoi vini, e rivedendomi seduto in quel tavolo d’assaggio a strabuzzare gli occhi davanti all’inedito, capisco come essi siano il frutto di una fortissima cultura europea, intendendo questo nel suo senso migliore, più alto e nobile.</p>
<p>Credo che in questo Brunello ci sia quel salto culturale che personalmente aspettavo da decenni (frutto proprio di quella migrazione di idee e intelligenze che qui c’è stata), che svecchiano quel tanto di ripetitivo e stantio, che si crea sempre all’interno di una docg, anche se importantissima.</p>
<p>Ma appunto non sono affatto estranei a tutto questo i decenni che Francesco Illy ha trascorso in giro nel mondo, a studiare le piantagioni di caffè, le loro diverse varietà e biotipi, così come i suoli, le altitudini, i climi. E poi le analisi e le ricerche in laboratori di avanguardia a studiare campioni che giungevano da centinaia di diverse piantagioni, a capire le componenti più nobili, le più finemente aromatiche, così come quelle invece più amare ed astringenti. I come ed i perché. Le tipologie e i sistemi di allevamento, i suoli, le iterazioni nei particolari microclimi.</p>
<p>Mi sembra appunto fondamentale come lui, arrivando a Montalcino con questo background di esperienza, parta immediatamente dalla conduzione biologica nelle vigne, ora tutte in riconversione biodinamica. Il risultato insomma di tutta questa esperienza precedente significa a Podere Le Ripi operare nella naturalità più totale, bandendo ogni prodotto chimico e con un sacrificio e una selezione di uve tassativa, portando in cantina solo acini di una maturità e di una dolcezza straordinaria, con l’utilizzo inoltre in fermentazione di solo pied de cuve delle sue piante. Ed in cantina un uso di magnifici legni, prolungato sicuramente, ma estremamente scaltrito, colto, raffinatissimo, vorrei dire virtuosistico in quanto a bravura.</p>
<p>Quello che mi interessa poi è l’andare oltre di Podere Le Ripi rispetto alla norma e dunque vengo subito alla novità di queste vigne a Sangiovese che partono nei primi impianti con una fittezza di ceppi che passa dalle 5.000 nel 2000, poi a 6.600, a 11.000 e finalmente nel 2005 al vigneto bonsai con 62.500 piante ad ettaro.</p>
<p>Quale il senso di tutto questo, che avrà un peso poi fondamentale nei futuri vini? Costringere la pianta a cercare nutrimento nel terreno e ad affondare subito il suo apparato radicale a metri e metri sottoterra, in modo da avere così un’alimentazione varia, vasta e composita di sostanza minerali e a non soffrire inoltre di stress idrico nelle siccità estive, quando le piante si “agostano”, vanno come in letargo, interrompono l’alimentazione dei grappoli, con un prosciugamento intimo di tutti i condotti nutrizionali, che diventano causa poi di quei tannini secchi e disidratati che si avvertiranno nei futuri vini.</p>
<p>Di questi nuovi vigneti si avvantaggerà l’etichetta Bonsai, prodotta inizialmente (2007) in poche centinaia di esemplari, ma che sta andando a crescere nelle vendemmie successive e che viene oggi etichettata come Rosso di Montalcino (Francesco Illy è stato tra i promotori anni fa della difesa del Rosso con l’utilizzo esclusivo di uve di Sangiovese, quando era in atto il tentativo di introdurre su questa denominazione anche l’uso di uve internazionali, e sente dunque la responsabilità a mantenere anche questo secondo vino ad un livello elevatissimo), ma parliamo in sostanza di un vino che ha gli stessi tempi di legno e di cantina di un Brunello.</p>
<p>Venendo dunque agli assaggi, il Brunello Riserva 2008 Lupi e Sirene colpisce in questo suo bagaglio aromatico di incomparabile ampiezza e preziosità, quale nessun altro Brunello possiede (lo riteniamo superiore per polpa e vastità alla versione 2007), in cui le sensazioni di frutti appaiono morbidissime e nello stesso tempo meravigliosamente fuse, intrise di legni speziate e finezze mentolate e balsamiche in un unicum di totale originalità. Si respira qui una suprema eleganza di creme, vaniglie tostate, tabacco, spezie, caffè, ma al tempo stesso una compattezza, una freschezza ed una forza intima che deve ancora dispiegare tutta la sua energia. Grandissimo vino interpretato in uno stile superbo e credo un grande passo per tutte le future possibilità espressive del Brunello.</p>
<p>Ma a questo punto può essere molto interessante comparargli accanto il Rosso di Montalcino Bonsai 2009. Certo sono differenti le annate, ma in particolare è diversa l’età di questi quadrati di vigne (impiantate nel 2005) e soprattutto il sistema d’allevamento con appunto 62.500 ceppi ad ettaro. Medesimi comunque nei due vini i tempi di legno, che nel Bonsai si sono comunque (i quantitativi sono modesti) tutti svolti in legni piccoli.</p>
<p>Salta qui agli occhi come il colore sia più profondo ed il Bonsai appaia sicuramente più giovane e non ancora completamente espresso. Ma è certamente uno degli assaggi più belli ed esaustivi compiuti sul Sangiovese. La polpa dei suoi frutti rossi maturi su questo sfondo prezioso di legni è una sonora cascata di aromi in gestazione dentro un corpo concentrato, grasso, superbo, di impressionante spessore e nello stesso tempo con il delicato, elegantissimo incedere dell’adolescente. Perché si avverte appunto anche la gioventù delle vigne e la formosa femminilità dell’insieme.</p>
<p>Volevo però soprattutto sottolineare l’impressionante, assoluta sericità dei suoi tannini alla bocca, la loro diversa qualità e tattilità. Nessun Sangiovese che ho sentito in questi 40 anni possiede tannini tanto garbati, cremosi e fusi, in una parola, nobili. Una delizia che fa apparire il Lupi e Sirene, che pure da solo sembrava tanto deliziosamente morbido, sicuramente più virile, graffiante e in qualche misura appena ispido al confronto.</p>
<p>E’ sicuramente questo il primo risultato tangibile di un vigneto con tale fittezza, dove i grappoli sono stati nutriti armoniosamente e in un continuum temporale costante, anche nel pieno della calura d’agosto. Ed è un altro tassello che Podere Le Ripi pone sulla sua strada verso il miglior Sangiovese possibile. Un vino dunque importantissimo ed in fieri, che con le sue qualità conferma quanta strada abbia ancora da compiere il nostro vino e come, in particolare, tutti i vitigni autoctoni abbiano un lavoro ed uno studio profondo, ma necessario, da affrontare sul tema della qualità dei loro tannini, sul loro rapporto poi con le acidità, sulle maturazioni fenoliche, sul colore, sui legni.</p>
<p>Tornando così agli assaggi di Podere Le Ripi, ho ritrovato quest’anno quel Rosso di Montalcino Amore e Magia 2009, ormai imbottigliato e con il giusto tempo di vetro, che mi è apparso un vero splendore, superiore e per distacco a quasi tutti i Brunelli 2009 assaggiati, di cui ha comunque le stesse tempistiche di cantina. Ed è anche una impegnativa conferma di qualità e di stile da parte di questa azienda. Parliamo così di un vino di rarefatta preziosità, femmineo, sinuoso, di deliziosa eleganza. E davanti al Lupi e Sirene appare solo appena meno concentrato e più pronto, aprendosi in leggiadre essenze preziose e frutti che tendono tutti alle creme.</p>
<p>Ultima nota infine sul Cielo di Ulisse 2008, che è un Syrah in purezza, vitigno che ha dimostrato una notevole vocazione su questi terreni. Ed anche qui il timbro stilistico di Podere Le Ripi è fortissimo, notevole la concia dei legni e colore assai profondo su un naso di grande suggestione con toni crepuscolari, un po’ languidi, di creme opulente, tantissime spezie dolci su un fondo di terre bagnate, sottobosco, fumo. Una bocca poi in cui tutto appare fuso e resta al palato una lunga sensazione balsamica.</p>
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