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	<title>I migliori vini della nostra vita &#187; Il Lazio</title>
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	<description>Luciano Di Lello</description>
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		<title>Il Lazio</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2014 14:25:39 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il Lazio]]></category>
		<category><![CDATA[Territori]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Per evidenti ragioni geografiche questo territorio l’ho seguito più di altri negli ultimi 20 anni. E da 11 curo la sezione Produttori di Vino per la Guida Ristoranti di Roma e del Lazio de La Repubblica. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Per evidenti ragioni geografiche questo territorio l’ho seguito più di altri negli ultimi 20 anni. E da 11 curo la sezione Produttori di Vino per la Guida Ristoranti di Roma e del Lazio de La Repubblica.</p>
<p>Diciamo subito che, seppure in ritardo rispetto ad altre aree italiane, sono qui avvenuti mutamenti notevoli nell’elaborazione di vini interessanti ed anche importanti, che altri, guide e sedicenti esperti, non hanno mai rilevato. Ce ne facciamo tuttavia una ragione. Il luogo comune, lo scontato è rassicurante e imperversa per decenni, anche quando è ormai superato dai fatti. Andare oltre, ragionare con la propria testa, appare invece insidioso. Comunque gli ultimi anni hanno visto un miglioramento imperioso nell’intera regione (basandosi in fondo su tutta l’esperienza che gli altri territori italiani avevano accumulato nel quarto di secolo precedente), sia sui vitigni autoctoni e nei loro aerali storici (con una presa di coscienza delle possibilità espressive, ad esempio, del Cesanese, del Nero Buono di Cori oppure di biotipi recuperati come l’esemplare Giacché), sia poi sui vitigni internazionali, che hanno trovato vere e proprie aree di elezione, ma anche interpreti di qualità ad indizio di una cultura del vino che si va radicando un po’ in tutta la regione. Riferiamo così dei nostri migliori, ultimi assaggi.</p>
<p><b>Paolo e Noemia D’Amico</b></p>
<p><b>Casale del Giglio</b></p>
<p><b>Marco Carpineti</b></p>
<p><b>San Giovenale</b></p>
<p><b>Piana dei Castelli</b></p>
<p><b>Cincinnato</b></p>
<p><b>Casale Cento Corvi</b></p>
<p><b>Falesco</b></p>
<p><b>Colle Picchioni</b></p>
<p><b>La Ferriera</b></p>
<p><b>Trebotti</b></p>
<p><b>Tenuta Santa Lucia</b></p>
<p><b>Giovanni Terenzi</b></p>
<p><b>Pileum</b></p>
<p><b>Trappolini</b></p>
<p><b>Tenuta di Fiorano</b></p>
<p><b>Formiconi</b></p>
<p><b>Coletti Conti</b></p>
<p><b>Omina Romana</b></p>
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		<title>Paolo e Noemia D&#8217;Amico</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Oct 2014 18:27:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Lazio]]></category>
		<category><![CDATA[Territori]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L’internazionalità e la sorpresa. Sì, perché l’azienda è storica per quanto riguarda lo Chardonnay, con l’apparizione negli anni ’90 del Calanchi di Vaiano e del Falesia. Ma i suoi primi tentativi su vini rossi importanti non ci avevano persuaso.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Atlante Cabernet Franc 2011    91</b></p>
<p><b>Notturno dei Calanchi  2010   89</b></p>
<p>L’internazionalità e la sorpresa. Sì, perché l’azienda è storica per quanto riguarda lo Chardonnay, con l’apparizione negli anni ’90 del Calanchi di Vaiano e del Falesia. Ma i suoi primi tentativi su vini rossi importanti non ci avevano persuaso. E avevamo notato pochi anni or sono anche un calo della precisione negli Chardonnay. L’arrivo poi a tempo pieno del giovane agronomo-enologo Guillaume Gelly ha ribaltato completamente la situazione. Con la vendemmia 2011 il Falesia ritrova già la sua piena armonia. E con il Notturno dei Calanchi ’10 abbiamo un Pinot Nero sorprendente (provate in Centro Italia a trovarne uno buono), pieno di varietalità, dolcemente intenso e leggibile, espresso, con belle note di cassis e lamponi in un’eleganza assai saporosa e minerale (il 2011 assaggiato in anteprima ci sembra poi ancora più buono e dunque ne riparleremo). Ma soprattutto è l’esordio dell’Atlante 2011 a colpire, perché si tratta di Cabernet Franc di estrema espressività e classe, impenetrabile al colore, con un naso pieno di succosi frutti di bosco che sfumano nel goudron, gran rosso dolce e vibrante, profondo, aristocratico ed intenso. Certo giustamente giovane e con un notevole potenziale espressivo tutto ancora in bottiglia. Ma bastano queste due etichette di livello assai alto a far capire cosa è in grado di esprimere la regione.</p>
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		<title>Casale del Giglio</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Oct 2014 18:26:46 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il Lazio]]></category>
		<category><![CDATA[Territori]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La volontà e l’intelligenza enologica. Perché parliamo oggi di una corazzata dei vini del Lazio con più di 150 ettari di vigneti nell’Agro Pontino, dove pochi decenni fa non c’era nulla che riguardasse la vite. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Mater Matuta 2010     91</b></p>
<p>La volontà e l’intelligenza enologica. Perché parliamo oggi di una corazzata dei vini del Lazio con più di 150 ettari di vigneti nell’Agro Pontino, dove pochi decenni fa non c’era nulla che riguardasse la vite. Investimento massiccio con anni ed anni di prove, sperimentazioni e ricerche di alto profilo professionale a tutto campo sui vitigni più idonei (più di 60 i tentati) a questo particolarissimo sito, e dunque fittezze, portainnesti, vinificazioni, giungendo oggi a numerose etichette tecnicamente ineccepibili e molto attente al rapporto qualità-prezzo.</p>
<p>Il Mater Matuta rappresenta la cuspide di tutto questo lavoro e la 2010 è la miglior vendemmia finora espressa. Parliamo di un Syrah a larghissima maggioranza innervato da Petit Verdot, che si rivela con tutti i tratti del grande rosso moderno, attento al meglio che si muove in Italia e non solo. Vino che è frutto di una lunghissima indagine, come detto, sui biotipi, ma anche sull’uvaggio più felice, dimostrando come nel nostro paese anche terreni pianeggianti e generosi possano arrivare a fare vini importanti e complessi, se dietro c’è intelligenza, capacità, intuizioni. E qui il nome di Paolo Thiefentaler è doveroso, perché questo enologo trentino ha portato su questo lembo dell’Agro Pontino tutta la sua conoscenza di campo, di approccio ai vitigni e tecniche di cantina.</p>
<p>Il Mater Matuta è cresciuto così progressivamente ed a partire almeno dalla vendemmia 2008 è entrato stabilmente nel rango dei migliori rossi con una radiosità d’impatto, una prorompenza di frutto da gran vino generoso, traboccante, che dunque non si nasconde, ma si espande solenne e sontuoso nel bicchiere, rivelando sostanza e tecnica ineccepibile.</p>
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		<title>Marco Carpineti</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Oct 2014 18:26:01 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il Lazio]]></category>
		<category><![CDATA[Territori]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il tesoro nascosto. Perché del Nero Buono per decenni se ne è saputo poco o niente. Miscelato in qualche etichetta di rosso, un po’ confuso, un po’ coperto. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Apolide 2010   91-92</b></p>
<p>Il tesoro nascosto. Perché del Nero Buono per decenni se ne è saputo poco o niente. Miscelato in qualche etichetta di rosso, un po’ confuso, un po’ coperto. Ed è stata la caparbietà di Marco Carpineti a selezionarlo in modo perentorio con la vendemmia 2007, vinificarlo separatamente, elevarlo in buoni legni ed a proporlo infine in bottiglia dopo un buon affinamento, lasciando davvero storditi i puri di cuore, quelli che non partono dal pregiudizio “questo vitigno può dare solo vini freschi e scorrevoli”. Detto poi sulla base di cosa? Studi scientifici? Anni di lavoro sul campo? Ma per piacere.</p>
<p>Nasce così appunto l’Apolide 2007 (parola ovviamente polemica, visto che nemmeno Cori e le sue istituzioni nel tempo hanno tanto creduto nel vitigno, non depositandone il nome e non legandolo così al proprio territorio, come era necessario che fosse), ed è un grande rosso che lascia stupefatti per quanto appare subito monumentale e solenne, tannico ed aggressivo.</p>
<p>Probabilmente era giusto esordire proprio con un’annata così stentorea per lasciare il segno. Cui è poi seguita una 2009 più opulenta, radiosa, sorridente, che ne delinea le polpe, i frutti, ne offre i seni carnosi e morbidi. Rosso che ci è piaciuto moltissimo, che conserviamo in cantina come una delle cose più care.</p>
<p>L’Apolide 2010 in uscita oggi è la sintesi esemplare delle due annate precedenti, forte tannicità, ma gran frutto a supportarlo ed il segno che un grande rosso del Lazio è nato, esiste ed offre profondità, complessità da vendere, un suo magnifico frutto di bacche nere mature e cioccolatose, una bocca lunga e fascinosa, anche pienamente grassa e masticabile.</p>
<p>Ma è tutta l’azienda Carpineti ad essere esemplare, nel senso che non sbaglia un vino. Mi è capitato sempre di pensare in questi anni, ogni volta che arrivavano i campioni per la Guida “Ma non ce n’è uno che abbia una pecca, un’imprecisione”. A varie fasce di prezzo e di importanza, i vini sono stati sempre impeccabili. Tentare così il suo Capolemole Bianco e Rosso, il Moro (che è un vino bianco da Greco Moro) oppure il Brut o il passito Ludum (tanto per dare anche la dimensione di quanto ampia sia l’intera progettazione dei vini) e possiamo fare scoperte sorprendenti, con etichette in commercio sempre dal magnifico rapporto qualità-prezzo.</p>
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		<title>San Giovenale</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Oct 2014 18:24:48 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il Lazio]]></category>
		<category><![CDATA[Territori]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>È, a mio avviso, il vino della regione dal potenziale in assoluto più alto. Lo seguiamo sin dal suo esordio con la 2010 e dobbiamo dire che la crescita l’abbiamo verificata con la 2011. Ma ora con la vendemmia 2012, più diretta e nitida ai profumi, l’avvertiamo davvero sostanziosa e prorompente. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Habemus 2011  90-91</b></p>
<p><b>Habemus 2012  92</b></p>
<p>E’, a mio avviso, il vino della regione dal potenziale in assoluto più alto. Lo seguiamo sin dal suo esordio con la 2010 e dobbiamo dire che la crescita l’abbiamo verificata con la 2011. Ma ora con la vendemmia 2012, più diretta e nitida ai profumi, l’avvertiamo davvero sostanziosa e prorompente.</p>
<p>L’Habemus ’12 rivela una massa di frutto, una corposità, un’energia, una vivezza, una forza intima che ha pochi eguali ed è una vera gioia agli occhi ed al palato. E’ uno di quei vini che ad assaggiarlo strappa il sorriso, perché il contenuto evoca suggestioni ancestrali, ricordi, ma forse, se è possibile, anche una memoria storica seppellita dentro di noi da infinite generazioni. E’ il vino-archetipo di un’Italia lontana e contadina, quando non si voleva fare semplicemente il rosso quotidiano per l’anno successivo, ma una selezione sontuosa per il figlio che doveva nascere, per un anniversario importante, una festa, un matrimonio che nel tempo ci sarebbe stato. Un vino insomma per la grande occasione, il grande giorno, in mezzo ad una vita di fatica tribolata.</p>
<p>C’è in questo rosso qualcosa di massiccio, di compatto, di profondo, di antico, ma al tempo stesso di franco, di gioioso, di fisico, di traboccante e soprattutto di non mediato da intellettualità o sofismi. L’Habemus ‘12 è un grande vino diretto che vuole essere goduto, assaporato, masticato e dare così piacere.</p>
<p>Ma come sempre, in un giudizio critico, dobbiamo far capire meglio e, come nei buoni racconti, fare dunque un passo indietro. Perché il progetto San Giovenale parte nel 2006 da una scelta di uve particolari, Syrah, Grenache, Carignano, Cabernet Franc, Malvasia Nera. Una fittezza di 11.000 ceppi per ettaro coltivati ad alberello per appena 6.000 bottiglie prodotte su 6 ettari di vigne.</p>
<p>Mille bottiglie ad ettaro che sono sicuramente un sacrificio, una bassezza di rese, una selezione che io non mai visto, se non qui, con nessuna mezza misura e compromesso.</p>
<p>Lecito allora che da queste premesse le aspettative (almeno le mie) siano elevate, molto elevate. E allora, pur avendo questo rosso il punteggio più alto (seppur condiviso) tra i vini della regione, avverto anche il suo carattere di opera aperta, che molto, con una maggiore età delle piante, una più precisa messa a punto delle uve, dell’uso dei legni, dei passaggi di cantina, può ancora crescere, acquisendo più eleganza, più sfaccettature, più sottigliezze nel ventaglio olfattivo e magari diventare così (che possa questo essere di augurio) uno dei dieci più buoni rossi d’Italia (e dunque del mondo).</p>
<p>C’è però un’ultima cosa che vorrei ribadire, che è quel sottile e felice senso di spaesamento che ho all’improvviso provato nell’assaggio dell’Habemus ’12, la sensazione cioè di ritornare ad un passato remoto, ma sereno, rassicurante, a qualcosa di antico e giovane che ci è sicuramente appartenuto, in un tempo più o meno lontano. E non mi pare affatto poco.</p>
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		<title>Piana dei Castelli</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Oct 2014 18:24:08 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il Lazio]]></category>
		<category><![CDATA[Territori]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La sperimentalità assoluta. Matteo Ceracchi, il patron aziendale, ha solo 32 anni, ma già decenni di vendemmie alle spalle in una passione sconfinata per il vino, che vive da sempre come un tentativo continuo, una ricerca a tutto campo mai completamente appagata. </p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com/piana-dei-castelli/">Piana dei Castelli</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com">I migliori vini della nostra vita</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Torre del Mare 2009   92</b></p>
<p><b>Capitancelli 2011   89</b></p>
<p><b>Piana dei Castelli Rosso ’11  88</b></p>
<p>La sperimentalità assoluta. Matteo Ceracchi, il patron aziendale, ha solo 32 anni, ma già decenni di vendemmie alle spalle in una passione sconfinata per il vino, che vive da sempre come un tentativo continuo, una ricerca a tutto campo mai completamente appagata.</p>
<p>La sua formazione enologica è avvenuta a San Michele all’Adige. Eppure i suoi vini non hanno nulla di scolastico ed ognuno mira anzi ad andare oltre il consueto e l’ovvio. Sono vini che cercano soluzioni di gusto, che varcano i confini e così spiazzano. Forse per questo nessuno ne parla o li recensisce. Ma tacere su quello che non si capisce è già un primo buon sintomo di saggezza. Meglio stare zitti che dire sciocchezze.</p>
<p>Il Torre del Mare 2009 dunque è un uvaggio bordolese splendido, da aprire con qualche ora di anticipo (il ragazzo lavora in riduzione, non fa mai travasi e tutti i suoi vini, bianchi e rossi, guadagnano così da una buona ossigenazione). I profumi così non fanno che crescere man mano nel bicchiere, si approfondiscono in un ventaglio di rigorosa bellezza che va dalle viole appassite ai frutti di bosco catramati su lungo sfondo di fumo. Un quadro autentico e raffinato che si conferma poi in una bocca di grande classe, piena di masticabilità e al tempo stesso straordinariamente profonda, che ti incatena in un infinito goudron.</p>
<p>Ma provate anche il Capitancelli 2011, altro uvaggio bordolese succoso, virile, grasso, imbattibile nel rapporto qualità-prezzo, che è tanto buono, così come del tutto sconosciuto all’eccelsa stirpe degli italioti esperti di vino, impenetrabile, è vero, anche nel colore e questo forse li confonde, con profumi che si aprono a strati in una fantastica freschezza di frutti di bosco largamente inchiostrati e profondi. La palatalità poi è magnifica, ricca, cremosa, aperta ad una superiore gustosità, che non si finisce mai di bere.</p>
<p>Per non parlare poi del Piana dei Castelli Rosso 2011, da tre biotipi di Merlot, che dovrebbe essere una specie di rosso-base dell’azienda, rotondo, pieno e grasso, che costa una bazzecola ed è un bere sontuoso, continuamente appagante.</p>
<p>Il capitolo dei bianchi poi è tutto un nuovo aprirsi di progetti e storie, dal Grigio 2013, un Pinot Grigio ramato che è un’esplosione di profumi deliziosi (frutto della passione in primis), che avremmo voglia di godere tutto in questa prima giovinezza, se non ci fosse poi stato l’assaggio di un di Grigio ’12, restato in vasca per un anno sur lie, una prova, non so, o una necessità per mancanza di altri spazi, che ha rivelato anche complessità e lunghezze impensabili.</p>
<p>Arrivando poi al Follia 2013, taglio di Sauvignon raccolto a fine luglio (a cogliere la freschezza pirazinica degli aromi) e di altri grappoli raccolti invece surmaturi a Settembre (a dare corpo ed aromi preziosamente maturi), che diviene una suntuosa quadratura del cerchio per questo straordinario vitigno della Loira, che qui, ai primi balzi delle colline velletrane, offre un’interpretazione vasta, matura e tropicale di grandissimo rango.</p>
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		<title>Cincinnato</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Oct 2014 18:23:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Lazio]]></category>
		<category><![CDATA[Territori]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Potremmo dire: la conferma. Perché che il Nero Buono sia un vitigno importante, in grado di dare luogo a vini di qualità impensabilmente alta, ne siamo convinti da tempo. Ma, affinché questo arrivi poi al pubblico, occorre che siano tante le etichette da questo vitigno a sorprendere.</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Nero Buono Ercole 2011  89-90</b></p>
<p>Potremmo dire: la conferma. Perché che il Nero Buono sia un vitigno importante, in grado di dare luogo a vini di qualità impensabilmente alta, ne siamo convinti da tempo. Ma, affinché questo arrivi poi al pubblico, occorre che siano tante le etichette da questo vitigno a sorprendere. Passando così dal concetto del bravo produttore in un suo exploit da un vitigno semisconosciuto, a quello del gran rosso ottenuto da un grande vitigno.</p>
<p>Al momento la selezione che propone Cincinnato con l’Ercole 2011 è la sola altra etichetta, oltre l’Apolide, a convincere pienamente. E’ probabile che ci vorrà tempo, prima che altri produttori entrino sul mercato. E’ una questione di fede nella viticoltura, di grossi investimenti, poi di molti anni perché i nuovi vigneti entrino in produzione, i vini crescano, e così via.</p>
<p>Al momento ci consoliamo dunque con la qualità di questo Ercole 2011, che ha carattere, razza, buona profondità, un suo aplomb aristocratico già al primo apparire nel bicchiere, un naso solenne, severo, nobile di more di rovo, spezie, alloro, sottobosco su un fondo ampiamente inchiostrato. Ed anche la bocca è poi di notevole impatto, con una sua allure antica, solida, che sfuma in una buona dolcezza gustativa e in tannini solidi e cremosi.</p>
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		<title>Casale Cento Corvi</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Oct 2014 18:22:22 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il Lazio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Un salvataggio prezioso. Vino raro il Giacché, nato dal recupero di un vitigno che 10 anni fa era presente solo ormai in pochi esemplari sopravvissuti nella campagna di Cerveteri. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Giacché 2011  91-92</b></p>
<p>Un salvataggio prezioso. Vino raro il Giacché, nato dal recupero di un vitigno che 10 anni fa era presente solo ormai in pochi esemplari sopravvissuti nella campagna di Cerveteri. Una riscoperta che arricchisce l’intera regione per un pacchetto d’offerta che dovrebbe avere sempre una sua originalità e ci fa pensare a quante varietà e biotipi siano stati abbandonati nei secoli perché poco produttivi, non assicurando dunque sostentamento, visto che nell’economia di una Italia contadina il vino era cibo e dunque un alimento. Molto di questo patrimonio, è inutile farsi illusioni, è andato perduto. Però qualcosa ancora esiste e va dunque doverosamente portato alla luce.</p>
<p>In questo caso il Giacché è unico ed imparagonabile. E consigliamo vivamente di assaggiarlo nelle sue annate migliori. La prima vendemmia è stata la 2003 e le successive hanno visto un continuo crescendo per un vino originalissimo nello spettro aromatico, di estremo spessore e consistenza. Con ottimi risultati nella 2005, 2006, 2007, 2010. E oggi la 2011, con una prima maturazione delle viti ormai raggiunta, esprime probabilmente il miglior risultato di sempre.</p>
<p>Rosso monumentale, unico nella gamma aromatica, imparagonabile, come detto, questo Giacché si erge in una sua consistenza statuaria, con un colore di profondità impenetrabile, ad indizio di un superbo estratto, e profumi straordinariamente sfaccettati, dove le note di frutti neri si fondono potentemente alle sensazioni preziose dei legni e a spezie balsamiche e speziate su uno sfondo dolce di alloro, bacche, sottobosco. La sua bocca è sontuosa, carica, perfettamente calibrata nell’equilibrio frutto-legno, per un grande rosso dal carattere espressionista, sostenuto, pronunciato, dal forte, intenso chiaroscuro.</p>
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		<title>Falesco</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Oct 2014 18:21:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Lazio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Parliamo dell’apripista ai grandi rossi moderni del Lazio. Era intorno al Natale del 1993, quando lo assaggiavo per la prima volta, appena svinato, nella vecchia cantina della Falesco assieme a Riccardo Cotarella. Il nome del futuro vino era ancora tutto da decidere, ma quel Merlot aveva una marcia in più. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Montiano  2011   91-92</b></p>
<p>Parliamo dell’apripista ai grandi rossi moderni del Lazio. Era intorno al Natale del 1993, quando lo assaggiavo per la prima volta, appena svinato, nella vecchia cantina della Falesco assieme a Riccardo Cotarella. Il nome del futuro vino era ancora tutto da decidere, ma quel Merlot aveva una marcia in più. E l’avrei assaggiato poi nei mesi successivi, quando già era stato posto nelle barrique, nella maggioranza usate, con la sorpresa, lo stupore nel sentire come il vino emergeva diversamente nell’una e nell’altra. Rimanere a commentare e a riassaggiare le particolari sfumature che aveva in una vecchia botticella utilizzata in precedenza per lo Chardonnay.</p>
<p>Questo per raccontare ancora una volta il debito formativo che io avverto verso gli enologi e i produttori che ho conosciuto nel corso della mia vita, come mi sono formato in questi assaggi comparati, in cui ci si raccontavano francamente le impressioni, si acquisivano dati, si cominciava a capire il vino, si tiravano le prime conclusioni. E’ cominciato così il vino italiano, con i suoi tentativi, gli azzardi, le prime prese di coscienza. E personalmente ho avuto la fortuna e la ventura di salire su quel treno in avvio, vivendone gli interrogativi, la crescita, le sorprese, le emozioni.</p>
<p>A distanza di più di 20 anni il Montiano è arrivato ora alla vendemmia 2011 ed è incredibile come questo Merlot, che tanto conosco, sia riuscito a progredire e andare oltre in ogni successiva annata e, devo dire, in modo ancora più imperioso nelle ultimissime. Il fatto è che crescono le nostre aspettative di assaggiatori e consumatori, di continuo. Diventiamo sempre più colti, insoddisfatti, competitivi ed ogni anno nei nostri assaggi cerchiamo vini più attrattivi, profondi, complessi. Credo che questo pungolo sia uno dei motivi che fanno ancora crescere le nostre etichette, perché in molti casi siamo ancora ad un’espressione del 50-60% del nostro potenziale. Arrivare ad un’età media di 40 anni nelle vigne darà sicuramente una maggiore stabilità e profondità ad ogni vino e, a supporto inoltre, l’esperienza di tutti questi decenni di vendemmie.</p>
<p>Tornando al Montiano ’11 ci troviamo davanti ad un Merlot con la fattura, l’intarsio aromatico, la ricchezza espressiva e la bellezza del fuoriclasse, prezioso, ampio nel respiro, pieno di eleganza, inchiostrato e con la superiore classicità del grande rosso italiano moderno. Sontuoso e vellutato poi alla bocca, con una gentile e severa punta di goudron ad approfondirlo nel finale.</p>
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		<title>Colle Picchioni</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Oct 2014 18:20:47 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il Lazio]]></category>
		<category><![CDATA[Territori]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il fatto di aver ritrovato in cantina una bottiglia di Vigna del Vassallo 1997 (allora così era possibile chiamarlo) ha reso questo nuovo assaggio del Vassallo ‘11 (tale il nome moderno del vino, in quanto al termine “Vigna” si può accompagnare solo un toponimo di comprovata storicità) certamente ancora più intrigante. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Il Vassallo  2011    91</b></p>
<p>Il fatto di aver ritrovato in cantina una bottiglia di Vigna del Vassallo 1997 (allora così era possibile chiamarlo) ha reso questo nuovo assaggio del Vassallo ‘11 (tale il nome moderno del vino, in quanto al termine “Vigna” si può accompagnare solo un toponimo di comprovata storicità) certamente ancora più intrigante. Perché una delle caratteristiche di questo, comunque, storico rosso dei Castelli, nato con la vendemmia 1981, ai miei occhi e nel mio immaginario, è stata sempre quella di essere un gran rosso con una spassionata propensione alla bevibilità ed alla godibilità. Profumato, generoso, gustoso, sorridente come quel 60% di Merlot comanda (il resto è Cabernet Sauvignon ed un po’ di Franc). Ed a questo punto parte nell’inconscio l’equazione godibile prima/prima dunque decade. Invece questo Vassallo ’97 era una statua di compattezza (ottimo tappo tra l’altro, senza la minima traccia di colature e perfettamento elastico), che aveva bisogno solo di ossigenarsi per una mezz’ora nel bicchiere a recuperare movimenti e palpiti dopo quei 15 anni sigillati in bottiglia. Vino che ha cominciato così a tirare fuori strati di balsamico ed alla bocca appariva perfettamente fresco e mentolato, buonissimo insomma, con tannini ancora appena pelanti e a prevalere sul frutto (occorre anche dire che in quegli anni ’90 si tendeva molto a sovraestrarre dalle bucce con macerazioni assai lunghe). Ma insomma, vino sorprendente. Questo il giudizio. E so quante antiche bottiglie, molto amate, mi abbiano poi deluso a riassaggiarla 15 anni dopo.</p>
<p>Il Vassallo 2011 intanto mostrava tutto il conturbante respiro generoso della sua giovinezza, le sue note di frutti di bosco irrorate da toni di rabarbaro e balsami, sottobosco, inchiostro e fumé. Ed una bocca poi ricca e gioiosa, masticabilissima, tutta da godere, che difficilmente mi farò scappare per altri 15 anni.</p>
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