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	<title>I migliori vini della nostra vita &#187; Sicilia</title>
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	<description>Luciano Di Lello</description>
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		<title>I Rossi della Sicilia Iblea</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 14:33:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Viaggio/ viaggio per fuggire altro viaggio.     Mi tornano sempre in mente questi versi di Gozzano quando sto per partire. Il fatto è che sono in un’età della vita, in cui ci si muove poco, affondati alle proprie abitudini e ai luoghi, alle facce. Così, in qualche modo, è la casa ormai a diventare lo spazio dei viaggi. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><i>Viaggio/ viaggio per fuggire altro viaggio.     </i>Mi tornano sempre in mente questi versi di Gozzano quando sto per partire. Il fatto è che sono in un’età della vita, in cui ci si muove poco, affondati alle proprie abitudini e ai luoghi, alle facce. Così, in qualche modo, è la casa ormai a diventare lo spazio dei viaggi. E l’assaggio di vini importanti, di quelli che mi intrigano, mi stupiscono, mi piacciono, sono il guizzo verso l’avventura, l’ignoto, il nuovo confine del gusto, della mente. E poi l’avete capito, vini ripetitivi, omologati, scontati, non li troverete mai nelle pagine di questo sito. Quello che cerco è l’intentato, il vino che prova a superare un limite consueto di profumi e sapori e al tempo stesso (ed è questo il difficile) contenga ed apra in sé nuovi margini di bellezza, di godimento, di piacere dei sensi e delle idee.</p>
<p>Un vero e proprio viaggio però l’ho improvvisamente fatto ad inizio estate, un invito casuale (ma forse tutto è molto casuale nella nostra esistenza) nella Sicilia barocca di Ragusa Ibla, di Scicli, di Modica.</p>
<p>Premetto che sono nato e vissuto a Roma e mi sono più o meno malamente costruito negli intrichi di vie del suo centro storico, dove le facciate barocche delle chiese mi apparivano improvvise e abbacinanti, gigantesche a volte. Direi che quei disegni e quelle volte mi scorrono nel sangue e negli umori (anche nei malumori) e ogni tanto mi danno un distacco dalle insistenti miserie del presente.</p>
<p>Questo per dire che sono partito preparato e consapevole. Eppure non si finisce mai di capire, conoscere e provare quella <i>stupefazione</i> che rende la nostra vita anche e ancora bella e sorprendente. E qui apro una parentesi (ma tornerò presto sul vino, lo giuro), perché il filo conduttore di questo viaggio in Sicilia è stato nella scoperta di un nome per me allora ignoto, che è quello di Rosario Gagliardi, e di un’altra storia che più italiana non si può.</p>
<p>Ora non voglio entrare in un campo non mio. Ma qualche notizia la devo pur dare, affinché sia tutto più chiaro. Parliamo di un genio dell’architettura che ancora 250 anni dopo è poco conosciuto. Nato appunto a Siracusa (ma non si sa nemmeno bene in che anno, comunque tra il 1682 ed il 1690) e morto a Noto nel 1762, quando quell’angolo della Sicilia era stato devastato dal terremoto del 1693, uno sfacelo che ne aveva raso al suolo tutta l’area ed ucciso metà della popolazione, Rosario Gagliardi ha dato il segno alla ricostruzione più nobile e inimmaginabile del territorio (ma non nella sua città natale, ovviamente, dove non ha mai avuto particolari incarichi).</p>
<p>Per quel poco che si sa di lui, c’è una lunga gavetta di cantiere, da scalpellino a <i>faber lignarius</i>, apprendistato a Palermo, contatti con la scuola dei Gesuiti, poi capomastro a Noto e da lì nelle contee circostanti. Improbabile un suo viaggio a Roma, ma è certo che conoscesse tutte le ultime dinamiche del suo barocco almeno dai volumi di incisioni pubblicate in quegli anni da Domenico De Rossi.</p>
<p>Insomma l’impressione, provando a cercare, è quella di una vita opaca, sotterranea apparentemente, ma folgorata da un ardimento visivo sconfinato e con opere di una bellezza stupefacente.</p>
<figure id="attachment_265" style="width: 1024px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/10/san-giorgio-ibla.jpg"><img class="wp-image-265 size-full" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/10/san-giorgio-ibla.jpg" alt="San Giorgio Ibla" width="1024" height="680" /></a><figcaption class="wp-caption-text">San Giorgio Ibla</figcaption></figure>
<p>Non so come potessero apparire ai suoi contemporanei e quante tribolazioni per lui, quante invidie e intrighi abbiano fatto nascere. Ma scoprirle da Ibla a Scicli, a Modica, camminare in quelle strade guardandole, provando ad impadronirmene mentalmente, è stata un’avventura meravigliosa, che auguro e che dovrebbe appartenere a tutti. Queste facciate, con un loro segno inconfondibile, pieno di genio e di follia, mi hanno lasciato di stucco. E quello che mi sono chiesto più volte è da cosa nascesse questo senso così forte di meraviglia, per una persona in fondo abituata in qualche modo a questo intarsio di linee architettoniche ed anche ad una certa sorpresa e teatralità che è nel carattere del barocco.</p>
<figure id="attachment_266" style="width: 700px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/10/chiesa_di_san_bartolomeo.jpg"><img class="wp-image-266 size-full" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/10/chiesa_di_san_bartolomeo.jpg" alt="Chieda di San Bartolomeo" width="700" height="523" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Chiesa di San Bartolomeo</figcaption></figure>
<p>Ma in questa Sicilia ci sono due elementi totalmente distanti dal paesaggio del centro storico di Roma, dove le costruzioni e le chiese si assestano e si incastrano accanto alle linee di altri palazzi nobiliari. E tutto va ad inserirsi in uno spazio importante, in cui gli stili dei secoli più diversi continuano a sovrapporsi.</p>
<p>Queste stupefacenti chiese del ragusano sono invece calate dentro un contesto sostanzialmente semplice, “povero”, accanto a piccole case quasi sempre a due piani, in un normale e magari pittoresco paesaggio da paese del Sud Italia. Ora, incastonate appunto dentro queste vie e gradinate anguste, quasi isolate in una geometrica modestia di linee, queste facciate si innalzano ancora più stupefacenti e diversissime, con il loro folgorante cesello di linee preziose, visionarie, che spezzano e variano ogni schema, tutte a sbalzi, a vuoti e pieni, a pinnacoli, a puntali, che superano il paesaggio, lo valicano, quasi a distaccarsene, riplasmando la materia e l’immagine di quella sua pietra, che cambia poi colore in ogni ora del giorno e mutamento del tempo.</p>
<figure id="attachment_267" style="width: 1200px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/10/334306.jpg"><img class="size-full wp-image-267" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2015/10/334306.jpg" alt="San Giorgio a Modica" width="1200" height="800" /></a><figcaption class="wp-caption-text">San Giorgio a Modica</figcaption></figure>
<p>In me l’effetto è stato appunto di stupefazione totale. E l’altro elemento di sorpresa è stato proprio nel senso fortissimo di libertà creativa e intellettuale che queste chiese esprimevano (il Barocco romano si è costruito in un’aria e in un tempo di Controriforma fortemente controllata e occhiuta), con il loro voler andare oltre ogni limite architettonico, ogni regola, il voler folleggiare e fantasticare con trame e volute, intarsi. Il tutto poi pochi anni o decenni dopo la rovina di un terremoto tra i più tremendi della storia del mondo, quasi un urlo liberatorio ad una possibile fiducia di vita, alle capacità dell’uomo, alla sua idea di bellezza e di reazione, contro la rovina, la devastazione, la morte.</p>
<p>Insomma questo viaggio l’ho vissuto appunto come un’appassionante avventura e lezione. E tutto questo spiccare di gioielli improvvisi e irripetibili in un contesto quotidiano, in una “norma” umile, scontata, mi è sembrata anche una metafora del nostro paese e della sua storia, fatta di rari momenti di prodigiosa genialità in un mare di tempo modesto, piatto, dentro cui tutto ripiega su se stesso, tutto ristagna. E ancora poi pochi uomini di valore, capacità, creatività e generosità assoluta (spesso misconosciuti) in una immensa, desolata landa di figure opache, banali, incapaci, inefficienti, svogliate e assai spesso immorali.</p>
<p>Torno così adesso al vino che, non si scappa, è un’altra cartina al tornasole del nostro paese. Sono il primo a dire che in questi decenni si è fatto un balzo in avanti grandissimo. Si potrebbe dire che finalmente da un grado zero sia nato oggi il vino italiano. Ma, tra le decine di migliaia di etichette che girano, quante sono veramente grandi, assolute, emozionanti? Quelle che, dopo più di quarant’anni di assaggi, mi porterei in un altro mondo?</p>
<p>Potrei dire (e mi tengo forse largo) un centinaio. Per il resto ci sono migliaia di vini che vanno dal piacevole al simpatico, al gustoso (ed è giusto comunque che esista anche una fascia di buon vino quotidiano), poi molte sul limite del buono-non buono, fino poi al modesto, al difettoso, allo scorretto, all’imbevibile, a quello che non offriresti neanche al peggior nemico nel momento di maggior odio …</p>
<p>Il punto è che fare un grande vino significa anche incrociare e indovinare un infinito e intrigante puzzle di vitigni idonei, terreni vocati, sistemi d’impianto e poi fittezze, portainnesti. E su tutto c’è sempre l’uomo. Quasi tutto si gioca qui. Il personaggio che può imperdonabilmente non azzeccare una mossa o azzeccarne poche, limitando così il potenziale delle sue uve. E siamo allora, come sempre, nel mare magno che fluttua, che ripete pigramente gli stessi gesti ogni anno, con modalità, criteri, rituali, non riuscendo ad andare oltre l’ovvio, il già sentito, lo scontato, il sazio.</p>
<p>Oppure a volte esiste anche il personaggio superiore che, se ha gusto, sensibilità, passione sconfinata e poi estro, coraggio, intelligenza (ma anche molta umiltà, a capire gli eventuali errori, a sapersi correggere) e così genio, incontentabilità, può giungere a portare avanti il punto limite di tutto quanto ha conosciuto e ottenuto fino all’anno precedente, creando via via un vino immenso, che allarga ancora il cerchio dell’orizzonte, il suo spettro aromatico e di sapori, di colpi al cuore, di impressioni che nessun vino aveva mai suscitato fino ad allora, offrendole alla fine agli altri uomini.</p>
<p>E’ il gioco di ogni anno, quello che auguro ai viticoltori (che possano tutti diventare insaziabili), a tutti coloro che sono in vigna mentre sto adesso scrivendo (18 settembre, giornata ancora caldissima a Roma, e cerco così di proteggere dallo spegnimento l’ultimo neurone rimastomi nel cervello), a raccogliere grappoli o ad assaggiare i diversi acini, per capire quanto manca ancora, concentrandosi sull’astringenza, sui sapori, sulla dolcezza, puntando gli occhi e fermandosi così ogni volta, invariabilmente, sempre verso il cielo.</p>
<p>Veniamo dunque ora ai vini di questo spicchio della Sicilia. Perché quello era anche il senso ed il fine del viaggio, con ripetuti assaggi in loco e poi di nuovo, su più largo spettro e numero di campioni, a Roma.</p>
<p>Quali dunque le impressioni? Molto interessanti ed intriganti sui vini rossi e sostanzialmente su tre vitigni, il Nero d’Avola, il Frappato, il Syrah (più limitate parcelle di Cabernet Sauvignon).</p>
<p>Certo non abbiamo ancora un Rosario Gagliardi del vino, almeno mi pare. Ma la sensazione complessiva (mi sono sentito un po’ come 30 primavere fa, non so, quando attraversavo le Langhe o le colline del Chianti Classico e ogni anno era un fiorire continuo di novità) è stata quella di valutare un territorio in rampa di lancio, praticamente giovane, pieno di positivi fermenti e alle sue prime esperienze importanti, nonostante un rapporto plurimillenario con la vite (ma questo riguarda un po’ tutto il Bel Paese). Con al suo interno poi un vino storico come quello del Cerasuolo di Vittoria (che è anche l’unica DOCG della Sicilia), con il suo nome, certo non più modificabile, ma che qualche equivoco nel mercato può ancora portare.</p>
<p>Il termine Cerasuolo infatti una sua giustificazione poteva averla nel passato, con sistemi d’allevamento e pratiche enologiche che portavano il Frappato (vitigno allora prevalente nel vecchio Disciplinare) ad un colore di scarsa intensità ed anche con tendenze ossidative. Ma parliamo appunto quasi di una preistoria per questo vino, che sta ormai compiendo il suo cammino dell’arte (in vigna ed in cantina) e appare oggi nel bicchiere, in tutti i campioni testati, di un bel rosso vivo, rubino ed anche assai profondo nei suoi esemplari migliori.</p>
<p>Il Cerasuolo di Vittoria è così il filo rosso che attraversa tutta l’area, definisce il profilo delle aziende e nasce da un blend di Nero d’Avola (che oggi può arrivare fino al 70%) e appunto di Frappato, con il primo vitigno a conferire profondità, forza tannica, importanza ed il secondo a dare profumi, grazia, sorriso. Ogni produttore, dicevamo, offre qui una propria interpretazione di questo vino, se più immediato, piacevole, fragrante, con poco o affatto legno. Oppure più profondo, ricco e complesso, più portato a maturare lentamente negli anni.</p>
<p>Accanto a queste etichette (mi riferisco ovviamente ai vini più importanti, presi poi in considerazione nelle schede), che segnano una riscrittura dei vitigni, con nuove prove di sistemi di allevamento a più basso carico di uve, abbiamo poi delle selezioni in purezza di Nero d’Avola e di Syrah, che rappresentano in diversi casi il rosso estremo di ogni azienda.</p>
<p>Le impressioni, le sorprese sono state, ripeto, positive. Ma devo anche dire di aver provato la sensazione che si possa ancora andare oltre. Ogni volta, ad esempio, che ho avuto l’opportunità di assaggiare lo stesso vino su due vendemmie confinanti ho inevitabilmente verificato come l’annata più recente avesse qualcosa di più in bellezza, armonia, importanza compositiva e dunque in sostanza, in carne e polpa buona e così in raffinatezza, fantasia, ampiezza di profumi. A segnare come qui, in questa fase storica, ogni vendemmia diventi un tassello in più in consapevolezza, incameramento dati e così in espressione di quanto di buono e bello contengono i grappoli.</p>
<p>Sono anche convinto che ci sia soprattutto un ulteriore spazio di lavoro e ricerca in vigna, che molto si possa fare su questi terreni con i sistemi d’allevamento, portainnesti, potature, per arrivare a rossi più caratterizzati ed estremi, lavorando sui monovitigni, ma anche sulla sinergia tra vitigni, come la storia stessa del Cerasuolo di Vittoria dimostra.</p>
<p>Del resto il territorio è magnifico e rappresenta la punta estrema dell’Italia (più a sud di Pantelleria e Tunisi), su suoli dall’impasto minerale assai composito e variegato, che degradano lentamente e dolcemente verso il mare, e sono continuamente ventilati, a moderare le temperature, a conferire sanità alle piante, tanto da rendere ancora più agevole una diffusa viticoltura biologica.</p>
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		<title>Avide</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 14:24:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Questa azienda è stata una delle sorprese negli assaggi. Ed il suo segno è in vini rossi molto caratterizzati e decisi, dai bei colori concentrati, profondi, a sottintendere un importante lavoro di vigna, poi un sapiente uso dei legni e con l’etichetta di Cerasuolo di Vittoria più intensa, importante e spettacolare, tra le tante assaggiate. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Cerasuolo di Vittoria Barocco 2011   90-91</b></p>
<p><b>3 Carati 2012  88-89</b></p>
<p><b>Sigillo 2009  88</b></p>
<p>Questa azienda è stata una delle sorprese negli assaggi. Ed il suo segno è in vini rossi molto caratterizzati e decisi, dai bei colori concentrati, profondi, a sottintendere un importante lavoro di vigna, poi un sapiente uso dei legni e con l’etichetta di Cerasuolo di Vittoria più intensa, importante e spettacolare, tra le tante assaggiate.</p>
<p>Mi riferisco al Barocco 2011, che è un vero, splendido rosso e magnifica coniugazione di un vino complesso e raffinato, che ha maturato per 18 mesi nelle barrique e si sa ora evolvere lentamente e deliziosamente nel tempo, mantenendo sempre una fragranza, una gustosità, una dolcezza tesa, piena di eleganza e ricchezza. Grande rosso insomma che è un piacere bere, che si presenta con un colore fitto, denso e profumi assai ampi di ciliegie e creme, sottobosco, tartufo. E alla bocca l’impatto è dolce, felice, con un filo di fresca acidità a percorrerlo e dilatarlo in sensazioni minerali lunghe e saporitissime, su un tessuto di notevole gustosità e bellezza.</p>
<p>Vino inoltre che mi ha dato da pensare, perché la sua felicità espressiva poggia anche sul fatto che è appunto un blend dei due vitigni storici del territorio (Frappato e Nero d’Avola) con il secondo a prevalere nelle percentuali. E proprio la grandezza e la bellezza di questa fusione, mi ha portato a domandarmi, alla conclusione di tutti gli assaggi, se oggi non possa essere proprio in un blend la migliore espressività di questa area.</p>
<p>Il 3 Carati 2012, che rappresenta l’altro rosso importante di questa azienda (e Nero d’Avola in purezza), è vino appunto di un anno più giovane e ancora un po’ crudo, bisognoso dunque di ulteriori tempi di bottiglia, che appare di bella impalcatura e solidità, interessante anche per la varietalità tutta ancora da indagare ed approfondire sul vitigno, ma che è anche appena più statico e meno ampio ed articolato ai profumi.</p>
<p>Mi manca la riprova su campioni di più annate, l’impressione però è che il monovitigno possa non dare valori assoluti in questo momento. E c’è poi sempre una logica nella storia e nel lavoro di altri uomini prima di noi. Il rapporto Frappato-Nero d’Avola è infatti qualcosa di molto felice, che li porta a compensarsi e ad arrivare, fusi insieme, a vertici espressivi maggiori.</p>
<p>Terzo importante rosso infine il Sigillo 2009, da Cabernet Sauvignon e Nero d’Avola. Anche qui parliamo di un vino lungamente conciato nei legni e dei tre vini è quello con la vendemmia più lontana. Parliamo di un rosso solido ed austero, di largo impatto, dalle note severe, ematiche, carnose, vino che si apre lentamente e poderosamente nel bicchiere, dal carattere molto aristocratico, ma anche laconico, non facile, un po’ da intenditori ed appassionati. Vino che vorremmo (ma il discorso si può allargare tranquillamente alle altre due etichette) risentire sulle nuove vendemmie, perché parliamo di un’azienda molto ben condotta, con grossi investimenti in vigna nell’ultimo decennio, arrivando oggi a 58 ettari di superficie vitata, ed un grandissimo potenziale già in cantina, ma soprattutto nei vigneti che matureranno sempre più. Da tenere dunque attentamente d’occhio.</p>
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		<title>Maggiovini</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 14:23:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Altra azienda in ascesa con ricchi e recenti investimenti in vigne di diversi poderi dell’aerale, che arrivano oggi a 50 ettari di filari, condotti a regime biologico. </p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Mignechi 2013  90-91</b></p>
<p><b>Mignechi 2012  89-90</b></p>
<p><b>Amongae 2012  88-89</b></p>
<p><b>Amongae 2011   87</b></p>
<p><b>Cerasuolo di Vittoria Vigna di Pettineo 2013  85-86</b></p>
<p><b>Cerasuolo di Vittoria Vigna di Pettineo 2012  85</b></p>
<p>Altra azienda in ascesa con ricchi e recenti investimenti in vigne di diversi poderi dell’aerale, che arrivano oggi a 50 ettari di filari, condotti a regime biologico.</p>
<p>Anche qui, come è logico e giusto, si punta molto sulla Docg Cerasuolo di Vittoria, in una versione tuttavia più scorrevole, meno complessa e concentrata, che nasce da un rapporto paritario di Frappato e Nero d’Avola, che fermentano e maturano poi solo in vasche inox. Abbiamo assaggiato il suo Vigna di Pettineo nella vendemmia 2012 e nella 2013, ormai in uscita. Parliamo di vini assai invitanti, dai bei profumi radiosi, gustosi, che mirano ad una importante immediatezza e sapidità, con un bel colore rubino vivo, la bocca saporita e masticabilissima, piena di freschezza e godibilità (vini inoltre dall’ottimo rapporto qualità-prezzo). Abbiamo un leggera preferenza per il 2013, che offre ancora margini di crescita, mentre la 2012 ci appare oggi al suo pieno di radiosità.</p>
<p>Interessante poi il contemporaneo assaggio del Nero d’Avola Vigna di Pettineo 2013, che proviene appunto dagli stessi vigneti, vinificato e maturato, come il Cerasuolo, solo in vasca inox. Parliamo appunto di un buon rosso anche strutturato e con un suo accenno di importanza, come è nel carattere del vitigno, complessivamente più severo, anche gustoso in bocca, ma dal tannino un po’ prosciugante. Ed anche qui mi sono convinto, nel confronto, che l’apporto di un buon Frappato migliori il complesso del vino, lo faccia più sorridere e lo si beva con più piacere e gioia.</p>
<p>Arriviamo così all’etichetta che ci ha più colpiti, il Mignechi, che è proprio un Nero d’Avola in purezza dal Feudo Pignatelli. E potrebbe sembrare una contraddizione con quanto detto prima, ma parliamo in questo caso di un Nero d’Avola con tutto un altro passo e di altra categoria, nato da una piccola produzione eletta di circa 6-7.000 bottiglie da una vecchia vigna ad alberello nel pieno dell’Oasi Naturale del Lago di Biviere. Le uve sono dunque raccolte in piena maturità e, dopo una fermentazione di 2 settimane sulle bucce, il vino viene poi elevato per circa un anno in barrique.</p>
<p>Qui insomma il Nero d’Avola, fortemente selezionato e da una microarea particolarissima e protetta, è messo al meglio per dimostrare la profondità del suo carattere e smussare quelle ruvidezze tanniche, che la cura dei migliori legni volge e trasforma poi in profondità, bellezza, cremosità e tenuta nel tempo.</p>
<p>Assaggiato sul 2012 e 2013 (anche qui, a nostro avviso, è l’ultima annata ad avere quel guizzo in più di spessore, energia e vastità di aromi e sapori), ha offerto le sensazioni di un gran rosso armonioso, dal bel carattere e dal ventaglio olfattivo vasto, caldo, pieno di creme. Più femmineo e languido nel 2012, più profondo e inchiostrato nel 2013, come se il vino abbia compiuto un passo in avanti nella concentrazione e nella ricchezza, diventando adulto e aprendo un pentagramma aromatico che dalle prime note di caramello, volge poi alle more di rovo, ai ribes neri su un intrigante sfondo fumé. Ed alla bocca conferma tutta la notevole armonia di sapori, la vasta gustosità sapida ed il carattere e l’integrità del Nero d’Avola. Etichetta in cui credere, cui forse manca appena quel pizzico di maggiore concentrazione per entrare nel lotto dei massimi vini rossi italiani. E che vorremmo seguire con attenzione nei suoi futuri sviluppi.</p>
<p>Altra etichetta in cui credere e puntare è poi l’Amongae, che nasce da un blend di Nero d’Avola 60%, Cabernet Sauvignon 25% e Merlot 15%. Inutile dire che già tra la vendemmia 2011 e la 2012 c’è un bel passo in avanti, con un’articolazione ed una varietà aromatica, che lascia davvero pensare alle potenzialità di questa terra del Barocco. Ma a mio avviso si può fare ancora di più su questo vino, giungere a raccolte più avanzate, puntando di più su una superiore opulenza, concentrazione e grassezza di frutto, dando insomma il segno di qualcosa di più estremo. E se è giusto puntare sul Cerasuolo di Vittoria come bel rosso fragrante, gustoso, anche scorrevole, che si richiama probabilmente alla storia di questo vino, penso che su quelle uno-due etichette di punta si debba calare l’asso, arrivare insomma ai limiti estremi che il territorio può dare.</p>
<p>E’ un discorso questo che riguarda tutto il vino italiano e mi rifaccio così alle conversazioni avute negli ultimi tempi con tanti enologi e produttori della Penisola, che mi parlavano della crisi economica, di certe difficoltà di vendita e collocazione per rossi ricchi, importanti, specie se provenienti da aree ancora poco conosciute per vini estremi. Cui rispondo che le congiunture economiche sono in una dinamica di continue, oscillanti variazioni, cui occorre essere sempre preparati, ma che il grandissimo vino è una imprescindibile scuola di ricerca per le aziende e che lo si può anche produrre in un numero assai limitato di bottiglie, che diventano però un fondamentale patrimonio di conoscenze per il produttore e l’azienda, che quello è il vino-bandiera di veronelliana memoria, la dimostrazione di quanto si è capaci di fare e che da lì, nelle varie ed alterne fortune delle umane cose, può partire una degustazione (in Italia o all’estero), un evento, un articolo, un premio, un riconoscimento, che con il suo riverbero fa poi conoscere l’intera azienda e la proietta in una nuova e più importante dimensione.</p>
<p>Trovo insomma che ogni bravo produttore debba avere almeno un’etichetta in cui si tocchi o si cerchi di toccare il massimo potenziale dell’azienda e del territorio, un vino insomma su cui anche esagerare per un risultato estremo, assoluto, da valutare via via nel tempo, a capirne tutte le evoluzioni e le possibilità espressive.</p>
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		<title>Casa di Grazia</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 14:21:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Sicilia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Isolato in un angolo della “Ciomod” alla periferia di Modica (diversi spazi belli e modernissimi, dove poter gustare il meglio del territorio. E tutto, dall’architettura ai piatti, alle variazioni di cioccolato, ad indicare una giovanile e moderna vitalità di ricerche, proposte.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Gradiva Collectio 2011     89-90</b></p>
<p><b>Cerasuolo di Vittoria “Victorya 1607”  2013   87-88</b></p>
<p><b>Emiryam 2013   87-88</b></p>
<p>Isolato in un angolo della “Ciomod” alla periferia di Modica (diversi spazi belli e modernissimi, dove poter gustare il meglio del territorio. E tutto, dall’architettura ai piatti, alle variazioni di cioccolato, ad indicare una giovanile e moderna vitalità di ricerche, proposte. A dare anche l’idea di come ci sia oggi operosità, slancio e dunque continuità in questo territorio e come la migliore viticoltura e gastronomia possano essere uno strepitoso volano nell’intero nostro paese), con tutti gli altri ospiti del viaggio bellamente a mangiare in una lontana tavolata, spensierati e ciarlieri, me ne stavo insomma completamente immerso ad assaggiare ed indagare tra tutte le possibili bottiglie di Cerasuolo di Vittoria e similaria davanti, quando mi è apparso improvvisamente al naso un vino di una grazia, soavità ed eleganza sconosciuta, come lo era del resto l’etichetta, Cerasuolo “1607 Victorya”, della vendemmia 2013, Azienda Casa di Grazia.</p>
<p>In qualche modo, tra tutti, mi sembrava il più moderno, femmineo e fascinoso. Vino (50% Frappato e 50% Nero d’Avola) che non puntava sulla potenza, sulla concentrazione, non sembrava nemmeno aver fatto legno, ma possedeva profumi di frutti rossi (ciliegie e fragole) di una leggiadria estrema, dolci, nitidi, pieni di freschezza e succosità. Vino elegantissimo, che brillava poi delizioso al palato, gioioso di sapori, totalmente masticabile e per niente banale, snello e felice, con bella, saporita venatura minerale che rimaneva nella bocca in una sensazione lunga e dolce. Mi sembrava, seduto a quel tavolo, una magistrale e moderna interpretazione del Cerasuolo di Vittoria.</p>
<p>Tornato poi a Roma, ho cercato di saperne di più. Ho letto il nome dell’enologo, Tonino Guzzo. E mi sono tornati in mente i frequenti viaggi in Sicilia all’inizio degli anni ’90, i pellegrinaggi a Regaleali, dove Guzzo (davvero un ragazzino allora) muoveva i suoi primi passi di enologo dell’azienda, gli assaggi poi di infinite bottiglie di campioni sul grande tavolo della sala (erano gli anni in cui si definivano lo Chardonnay, il Cabernet Sauvignon, il Rosso del Conte), gli scambi di vedute, le opinioni, i ragionamenti. Mentre Ignazio Miceli (grandissimo personaggio e stratega del vino siciliano, che ricordo con immenso affetto) usciva fuori, all’aperto, a fumarsi inguaribilmente l’ennesima, infinita sequela di sigarette, che gli sarebbero costate, qualche anno dopo, la vita.</p>
<p>Questo anche a dire che se n’è andato un altro quarto di secolo. E mi sono messo poi a cercare Tonino Guzzo su You Tube, rivedendolo con i capelli brizzolati (dei miei è sicuramente meglio non farne parola alcuna) e ho così appreso che è tornato ad Aragona e segue come consulente ed enologo soprattutto piccole aziende del territorio di Agrigento e del Ragusano. Ho pensato anche che è un mestiere meraviglioso il suo e come sia bello e produttivo lavorare in aree ancora vergini al vino davvero importante ed estremo, dove tutto è ancora possibile e da fare. E quanti progressi si possa veder compiere, quanti tesori inespressi e sotterranei, in un lavoro che rimane complicato e unico, tra l’archeologo e l’astronauta.</p>
<p>Ma insomma torniamo ai vini rossi di questa azienda che sono stati una magnifica scoperta, con quel loro filo di estrema soavità, nitore ed eleganza ad accompagnarli tutti. Come nel Gradiva Collectio 2011, da Nero d’Avola in purezza, anche questo fermentato e maturato solo in vasca inox, e con i crismi di una purezza, di una propensione alla grazia, alla pura bellezza del frutto, che mantiene sempre una integrità ed una bellezza succosa, incontaminata, con tannini setosissimi e di una infinita finezza dolce che rimane a lungo nella bocca. Vino molto seducente e particolare, forse non profondissimo, ma che è un puro piacere bere.</p>
<p>Infine l’Emiryam 2012, da 100% di Syrah, ed è l’unico vino in cui abbiamo un leggero passaggio nel legno. Ma anche qui il filo conduttore non è in una ricerca di profumi terziari, a mimare maturità e complessità, ma il meglio che possa invece esprimere una giovinezza floreale e fruttata. Non il peso dunque, ma l’altezza, l’agilità, la freschezza, la femminilità. E su questo e da tutto questo l’espressione di una gustosità estrema. Il naso è così un’esplosione di lamponi, fragoline di bosco che si aprono man mano ai frutti neri e diventano un invito ad una beva saporosa, lieta, felice.</p>
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		<title>Valle dell’Acate</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 14:20:53 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Sicilia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Con 100 ettari di superficie vitata ed una lunghissima esperienza sul territorio si può considerare questa l’azienda ammiraglia del Ragusano, con decenni di indagini sui terreni, ad individuare quelle caratteristiche li rendono più idonei ai diversi vitigni da impiantare. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Tané 2010   90-91</b></p>
<p><b>Rusciano Syrah 2011  88</b></p>
<p><b>Cerasuolo di Vittoria 2012   86-87</b></p>
<p>Con 100 ettari di superficie vitata ed una lunghissima esperienza sul territorio si può considerare questa l’azienda ammiraglia del Ragusano, con decenni di indagini sui terreni, ad individuare quelle caratteristiche li rendono più idonei ai diversi vitigni da impiantare.</p>
<p>Numerose così le etichette prodotte, largamente esportate ed importanti proprio perché danno il segno e l’immagine dell’intero territorio. Iniziamo appunto dal Cerasuolo di Vittoria 2012, proprio perché vino fortemente strategico (e vero e proprio biglietto da visita per l’azienda, ma non solo), che nasce da vigneti a 5.000 ceppi per ettaro in un blend di Nero d’Avola al 60% (coltivato su sabbie rosso-scure di medio impasto) e Frappato al 40% (da sabbie più chiare), che ha maturato per circa 12 mesi sia in tonneaux che in botti grandi. Ed affinato poi per un altro anno in bottiglia.</p>
<p>Assaggiato più volte in questi mesi non ha mai deluso e si presenta con un colore di media profondità e naso molto ampio, intrigante, di stampo un po’ borgognotto, con belle e diffuse note di frutti rossi attorniati da un dolce respiro balsamico e mentolato che sfuma in sensazioni di sottobosco, funghi, cacao. Vino di bell’equilibrio, di buona ricchezza, assai sapido, minerale e gustoso alla bocca, in buona armonia tra la scorrevolezza di beva e la complessità di sensazioni, assai centrato (e che dà il suo meglio intorno ai 3-4 anni), di bella larghezza ai profumi, a sottintendere e ad incuriosire sulle importanti potenzialità del territorio.</p>
<p>Il rosso estremo dell’azienda (e l’ultimo a raccogliersi in vendemmia) è il Tané, oggi in uscita con la vendemmia 2010, etichetta con la migliore selezione di Nero d’Avola + una percentuale intorno al 15% di Syrah, elevata per circa un anno in barrique nuove. Parliamo dunque di un vino poderoso, statuario, di generosa alcolicità, dal colore profondo e un naso importante, maturo e complesso, con toni carnosi ed ematici su note di confettura e piccoli frutti neri su uno sfondo grasso e cioccolatoso.</p>
<p>Si è davanti insomma ad un vino molto opulento e chiaroscurato, che sfuma nelle sensazioni di pelliccia, tartufo e spezie, molto moderno nella fattura e nella composizione, che va tuttavia a ricordare, anche in un certo monolitismo severo, gli antichi grandi rossi del Sud, e che dà il suo meglio alla bocca, nella dolcezza che offre di creme e vaniglie tostate, nella saporosità grassa, che cresce man mano generosa, nella bella e progressiva lunghezza gustativa. Vino monumentale, che ha ancora dei margini di miglioramento in bottiglia e che sono molto curioso di sentire sulle prossime vendemmie.</p>
<p>Il Rusciano 2011 è infine il Syrah in purezza, che nasce dai vigneti più alti dell’azienda, a circa 200 metri sul livello del mare. Vino che fermenta in vasca inox  ed ha poi un moderato passaggio nei tonneaux, prima di un lungo affinamento in bottiglia. Rosso che consigliamo di aprire con un certo anticipo, che è andato man mano a crescere di profumi e bellezza nel bicchiere (appariva abbastanza cheto al primo approccio), esprimendosi sempre di più in frutti rossi maturi su uno sfondo mentolato e di spezie. Anche in questo vino poi l’impatto ai sapori è ancora più convincente, più teso e fresco in una piena e saporosa bordata di frutti, ricchi di polpa e finemente speziati.</p>
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		<title>Arianna Occhipinti</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2015 14:19:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Sicilia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Diciamo subito che gli assaggi sui vini di questa azienda (che molto ci incuriosivano per il lavoro che Arianna Occhipinti sta facendo in vigna ed in cantina) sono stati possibili solo in Sicilia e, di fatto su un unico vino. Né è stato possibile a Roma reperire o ricevere campioni. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Il Frappato 2013   88</b></p>
<p><b>Il Frappato 2012    84</b></p>
<p>Diciamo subito che gli assaggi sui vini di questa azienda (che molto ci incuriosivano per il lavoro che Arianna Occhipinti sta facendo in vigna ed in cantina) sono stati possibili solo in Sicilia e, di fatto su un unico vino. Né è stato possibile a Roma reperire o ricevere campioni.</p>
<p>Riferiamo così di queste uniche possibilità di assaggio ed approccio. E di quanto ci abbia incuriosito Il Frappato 2013, molto profondo al colore, come mai ho visto in un Frappato, ad indizio poi che, lavorando in altro modo (e su vigne ad alberello in questo caso) cambiano completamente i parametri di colori, intensità, sapori.</p>
<p>Quello che avevo davanti era dunque un vino dalla profonda intensità colorante, giovanissima ed impenetrabile. Il naso presentava un frutto crudo, vivido e brado, con tracce ancora di vinosità. Se vogliamo, un insieme ancora scomposto, ma potente, vivo, verace, non incline forse alla perfezione estetica, ma alla ricerca di una verità intima e fisica del vitigno, senza ceselli o fronzoli. Mi ha fatto venire in mente i racconti di Charles Bukowski nel mezzo di una laccata letteratura americana degli anni ‘60, anche con una certa volontà di rompere gli schemi, andare oltre il luogo comune e le convenzioni.</p>
<p>Un vino dunque materico, fisico, con una grande forza d’urto, un po’ selvaggio, ma assai attrattivo in questo impeto di gioventù, carico di profumi di frutto esuberanti, un po’ ruvidi, ma dolci, espressivi, masticabilissimi e pieni di energia. Un bel rosso sincero e diretto, senza fronzoli intellettualistici, carico di gustosità, che si lasciava bere con istintiva soddisfazione.</p>
<p>Lo stesso vino poi, assaggiato sulla 2012, offriva un quadro visivo similare, con un colore assai profondo. Il ventaglio dei profumi era però assai diverso. Si era spenta quell’esuberanza fresca, giovanile ed il vino sembrava virare verso un terziario aromatico, ma senza possederne la dimensione di complessità. Era un rosso integro, ma un po’ spento, invecchiato.</p>
<p>Ora, fermo restando che la bottiglia era perfetta, conservata da mesi in cantina e buono il tappo, ci sono due considerazioni da fare. Parliamo innanzi tutto di due vendemmie diverse ed è possibile che la caldissima annata 2012 (al contrario della 2013, assai più fresca) abbia segnato forza aromatica del vino e che questo già in partenza presentasse un quadro di profumi meno intensi e più delicati nella tenuta. Oppure è anche possibile che il Frappato geneticamente, anche con le migliori cure ed attenzioni, sia un vitigno che dona il meglio del suo patrimonio nella prima gioventù e che sia preferibile berlo entro un paio di anni dalla vendemmia.</p>
<p>Certamente i vini di questa azienda sembrano assai significativi, mirano ad andare oltre lo scontato, il ripetitivo. E non mancherà l’occasione per tornarci sopra in un quadro più ampio di assaggi e riflessioni.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com/arianna-occhipinti-2/">Arianna Occhipinti</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com">I migliori vini della nostra vita</a>.</p>
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