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	<title>I migliori vini della nostra vita &#187; Montalcino</title>
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	<description>Luciano Di Lello</description>
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		<title>Montalcino 2009, 2008 …</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 14:57:30 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Montalcino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Forse dovrei iniziare con un rimando alla lettura de “Gli anni di Poggio di Sotto” nella sezione Storie. E’ un racconto un po’ lungo, lo so, perdonatemi. Se potete però provate a leggerlo. E’ una premessa a questo lavoro, ci sono dentro molte cose sul senso dell’assaggiare e scoprire il vino, i suoi luoghi, le persone ed anche una serie di considerazioni sul Brunello, su come e quanto si sia evoluto in questi decenni (e come ci siamo evoluti anche noi), che vanno sempre tenute a mente</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Forse dovrei iniziare con un rimando alla lettura de “Gli anni di Poggio di Sotto” nella sezione <i>Storie</i>. E’ un racconto un po’ lungo, lo so, perdonatemi. Se potete però provate a leggerlo. E’ una premessa a questo lavoro, ci sono dentro molte cose sul senso dell’assaggiare e scoprire il vino, i suoi luoghi, le persone ed anche una serie di considerazioni sul Brunello, su come e quanto si sia evoluto in questi decenni (e come ci siamo evoluti anche noi), che vanno sempre tenute a mente.</p>
<p>Del resto è inutile ripetersi, il tempo di tutti è prezioso. Ma seguendo questo territorio praticamente dal 1974, avendo negli occhi e nel palato una prima, seconda, terza, quarta ondata di produttori, ho sempre la sensazione, quando penso a Montalcino, di un magma di note, di gusto, con sapori e profumi in continuo movimento espansivo e con una loro crescita qualitativa, direi, ineluttabile. Con un testimone tuttavia che non resta mai fermo, ma che passa di mano in mano, da produttori che venti anni fa mi sembravano l’avanguardia, il futuro e che ho visto poi perdere via via forza propulsiva, che si sono adagiati un po’, magari ripetendosi, mentre altri si andavano ad affacciare e si confermavano con nuove idee, nuove vigne e una verità perentoria in pieno, inedito divenire. Come del resto ci racconta la giovane storia dell’intero vino italiano di qualità.</p>
<p>E’ un mondo competitivo il nostro. E nel vino credo che questo si esasperi (ed è un bene tutto sommato), anche perché ogni nuova annata è un cimento diverso e l’esito ce lo giochiamo in un’infinita serie di variabili, dentro cui trovare l’incastro giusto o la soluzione meno sbagliata per quella particolarissima circostanza e situazione. Però la mossa errata condiziona poi tutto il resto, può essere il paradiso o l’inferno, fermo restando che il purgatorio dà inevitabilmente un vino mediocre.</p>
<p>Per come la vedo io, per come l’ho vissuta in tutto questo tempo, credo anche che difficilmente un produttore possa mantenere questa tensione, questo ago puntato verso l’alto, al meglio e all’assoluto, per diversi decenni. C’è qualcosa di umano nel suo possibile calare di forze, di voglia, di idee. E non dimentichiamo che fare un grande vino è anche un lavoro di gruppo, che si basa su collaboratori di estrema affidabilità e capacità, dall’agronomo, all’enologo, al cantiniere e poi su investimenti giusti in quella vigna, con quel sistema d’allevamento, quel portainnesto, quei biotipi di vitigno. Basta così che qualcuno di questi tasselli venga meno o muti oppure non dia il risultato sperato ed è tutto uno scivolare ed un assestarsi su altri livelli e fasce.</p>
<p>Infine ritengo soprattutto che arrivare al grandissimo vino sia possibile solo attraverso una notevole cultura del vino ed una sensibilità verso il bello e il buono del tutto fuori del comune. Ma essere capaci di una felicità espressiva di questa portata è anche un dono non eterno.</p>
<p>Calvino diceva che si è in fondo scrittori di un solo romanzo. Anche grandissimi autori in una sola opera hanno rivelato tutto il meglio e l’originalità di se stessi. Per il resto si sono spesso ripetuti, certo con qualche guizzo, qualche intuizione in più, ma il grosso, il sangue e l’anima, l’avevano ormai già data.</p>
<p>Ho visto così salire e scendere decine di aziende ed etichette in questi 40 anni ormai dal mio primo viaggio a Montalcino e sempre con una dinamicità, una rincorsa e la sorpresa poi di un’unicità irripetibile altrove. In ogni anno c’era davvero qualche etichetta sconosciuta che mi meravigliava. E questo è il bellissimo del mio lavoro, che mi fa ancora cercare e indagare, che dà fiducia e mi sembra splendido. Perché in tutto il vino italiano c’è tantissimo che ci può sorprendere, che magari deve ancora nascere o deve essere tentato. E’ un futuro buono, generoso che abbiamo davanti e aiuta a mantenere dentro di noi l’aspettativa e la sorpresa di un adolescente, la sua capacità a sapersi stupire davanti alla nuova scoperta di profumi e sapori mai sentiti prima. Perché Montalcino, nonostante tutta una certa retorica sull’antichità e la tradizione, è invece un territorio giovanissimo al vino. Si può anzi dire che la cultura del grande vino qui sia nata da pochi anni e sono convinto che il meglio debba ancora venire.</p>
<p>Il fenomeno-Brunello, la sua fortuna mondiale è come scoppiata tra le mani dei primi produttori, improvvisamente, quasi senza che ne fossero pronti. Con una crescita esponenziale poi degli ettari vitati a Brunello, dai 270 di quel lontano 1974 a quasi 2.000 oggi, e anche dei produttori che, dai pochi di allora, sono adesso assai più di 200.</p>
<p>Un cambio di passo e di numeri impressionante. Ma Montalcino sin da allora, pure in mezzo a vini talora incerti, rivelava l’evidenza di un potenziale e di un’originalità talmente alta, da divenire poi nei decenni successivi un enorme laboratorio del Sangiovese, con forti investimenti, interventi ed intelligenze arrivate anche da altri territori dell’Italia e del mondo. Questo febbrile, ingegnoso attivarsi ha così sbloccato un territorio bellissimo e immoto (non dimentichiamo che fino a tutti gli anni ’60 Montalcino risultava essere il comune più povero del Senese), dando un contributo immenso e una dinamicità fortissima alla crescita della cultura del vino e dunque alla qualità complessiva dei Brunelli che andavano via via nascendo.</p>
<p>E in ogni storia c’è poi una logica. Nessun investimento nasce a caso, tanto più se di portata così vasta. Il fatto è che appariva chiaro come qui il Sangiovese donasse dei risultati assolutamente superiori ed emozionanti, tali da riscrivere i parametri del vitigno e metterlo al livello dei grandissimi del mondo. Parlo ovviamente di macrozona. Ci potrà essere sicuramente una vigna o un microsito della Toscana dove questo vitigno può dare ottimi risultati. Ma in nessun altro territorio il Sangiovese riesce ad esprimere la raffinatezza di toni, la vastità, l’intensità, la compattezza, la concentrazione, l’opulenza, lo spessore, la profondità e la complessità corale come sulla collina di Montalcino, con i suoi quattro diversi versanti, i suoi diversificati strati di terreno che salgono dai 150 metri di altitudine ai 550, creando un’infinità di splendide, voluttuose e a volte tumultuose variabili.</p>
<p>Certo occorre poi tempo perché questo si manifesti e si fissi in modo compiuto (solo per arrivare a presentare sul mercato una bottiglia di Brunello, tra impianto di vigne, crescita delle piante e periodo obbligato di cantina, trascorrono di fatto una decina di anni). Così i risultati di tutto questo passaggio e della sua storia li ho avvertiti in un crescendo continuo, ma che è divenuto fortissimo nell’ultimo decennio.</p>
<p>Nonostante il massiccio aumentare dei numeri potesse essere un rischio per il livello finale del vino, sono convinto che oggi la qualità media del Brunello sia notevolmente più alta che nel passato. Negli assaggi che compio annualmente su tutte le etichette in commercio, verifico come trovare un Brunello con dei difetti gusto-olfattivi sia oggi assai difficile. Mentre 15-20 anni fa si avvertivano sicuramente molte differenze tra un’elite di produttori di fascia alta ed altri, più numerosi, con vini invece limitati da ossidazioni incipienti o da profili olfattivi non corretti, frutto di errori tecnici e anche di legni vecchi e stanchi.</p>
<p>Nella bellezza sostanziosa di questi ultimi risultati mi rendo dunque conto di quanto tutta la nuova storia di Montalcino (e la storia ha sempre un senso) con le sue nuove etichette apparse trovino così ragioni e indiscussi meriti.</p>
<p>Allora qualità media alta, dicevo, ma io cerco il picco per <i>I Migliori Vini della Nostra Vita</i>. E dunque su una vendemmia complessivamente difficile come la 2009 e sostanzialmente media come la 2008 emergono comunque produttori di assoluto livello (perché mai totalmente ignorati dai grandissimi giornalisti del vino italiani? Mi sono risposto con un serafico “Mah”) ed anche di una fascia geografica che è stata assistita da un andamento climatico migliore, in una linea est-ovest dalle curve dell’Ombrone (Cupano) a risalire verso Tavernelle (Caprili, Maté), arrivando al suo punto più alto con San Polino, e proseguendo poi in discesa verso Castelnuovo con la scoperta esaltante del Podere Le Ripi. Unico grande Brunello 2009 apparentemente fuori zona sarebbe il Verbena, novità sorprendente, con vigne curate come giardini sulla strada, dopo aver lasciato la Cassia, che sale verso il paese, quasi al termine della maggior pendenza della salita, un attimo prima del curvone. Ma azienda questa anche con altre importanti vigne a Castelnuovo dell’Abate, proprio lì dove il tempo è stato benevolo. E così dunque tutto torna e tutto si spiega.</p>
<p>Un’ultima nota infine (ma dovevo probabilmente scriverla prima e vale allora per ogni vino assaggiato in questo mio sito) in merito ai punteggi che presento.</p>
<p>Sappiamo tutti noi come la stampa americana non lesini ogni anno valutazioni altissime con dei 98, 99, anche 100/100. E tutto questo è assai rispettabile e fa parte comunque di un metodo e di una loro cultura generale, che parte comunque da parametri e informazioni diverse. Amo del resto molte cose dell’America. Sono cresciuto con il cinema americano dentro gli occhi. Ho immaginato inevitabilmente molto futuro attraverso quel loro schermo e non rinnego niente.</p>
<p>Però, se sento dire che dobbiamo ormai tutti adeguarci a questo, che i punteggi della stampa americana fanno il mercato e noi non possiamo dare valutazioni più basse, c’è qualcosa che non mi torna in quanto a verità, che è poi quella che vorrei perseguire.</p>
<p>Credo appunto che tutte le nostre etichette abbiano davanti la possibilità di un’ulteriore crescita esponenziale e che molto c’è ancora da fare. La nostra esperienza di vigna e di vendemmie ad alta qualità è ancora piuttosto scarsa (e i mutamenti climatici in atto sono poi un’altra variabile impazzita di cui tener conto). Inoltre nella stragrande maggioranza dei casi le nostre vigne sono ancora abbastanza giovani, le fittezze delle piante, i sistemi di allevamento, le metodologie di cantina tutte ancora da affinare, da verificate, in taluni casi da cambiare.</p>
<p>Siamo davvero nel mezzo di un grande fiume con le sue correnti, fondali nascosti, improvvise rapide. Il futuro darà sicuramente vini ancora più grandi. E quando un vino mi emoziona e gli do, non so, un 93, ho alle volte quasi l’impressione di esagerare, penso che quell’etichetta tra dieci vendemmie potrà raggiungere valori molto più alti e sfondare davvero quota 100.</p>
<p>Allora come se ne esce dunque? E certamente l’ultima cosa che voglio fare è quella di penalizzare i nostri vini. Ma d’altronde sono anche cosciente che la mia valutazione rimarrà in un ambito nazionale (ed è già tanto). Volo basso e non ho alcuna pretesa o ambizione che quanto scrivo sia di lettura interstellare.</p>
<p>Credo così alla fine che l’unica cosa giusta sia quella di essere sinceri con se stessi. Se al vino che più mi è piaciuto durante l’anno, con tutto quello che so delle sue vigne e della sua storia, penso di dare un valore altissimo come 94-95 e che è quella la sua valutazione reale, in tutti i limiti della mia privata e dunque relativa estetica, non posso poi tramutare il voto in 99 per fare l’americano. Non mi sembra davvero corretto e non trovo che questo abbia alcun senso logico ed etico.</p>
<p>D’altronde i vini che prendo in considerazione nel mio sito (con talune eccezioni per il rapporto qualità-prezzo) partono in sostanza da un valore di 89 punti. E da lì in su sono tutti gradini pesantissimi da scalare. Come per una vettura di Formula 1, che per arrivare ad una velocità di punta di 5-10 chilometri in più, rispetto a quella prodotta in precedenza, ha bisogno di una fatica, uno studio, un lavoro, una ricerca, una messa a punto e di un investimento economico costosissimo.</p>
<p>Così in un vino, per come lo sento, salire oltre i 90 punti significa l’ingresso in un rango di eccellenza straordinaria. Insomma, teniamoceli cari questi punteggi oltre i 90, senza sparare alle allodole con poco realistici 98, 99, 100 e poi un gran bum. Lavoriamo per migliorarci tutti, tenendo finalmente conto, oltre il voto, il numero bruto, di quanto si scrive sul vino, delle motivazioni di un articolo, del perché si ritenga quell’etichetta importante, quali sono le qualità e le particolarità che quel vino possiede ed esprime, che differenze ci rivela rispetto alle altre, cosa di nuovo dice all’interno di quella DOCG. Credo che questi conti e sia significativo. E sia un lavoro e un giornalismo vero, che aiuta il lettore a capire, che crea reale cultura del vino e forse è anche un po’ utile al produttore per migliorarsi.</p>
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		<title>Podere Le Ripi</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 14:56:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Montalcino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ci sono storie che a volte si ripetono, perché è stato al Benvenuto Brunello del 2013, venerdì 22 febbraio, che, giunto al 121° assaggio (ho tutto scritto ed ero con qualche difficoltà ormai a muovere la bocca e le parole per una incombente cementificazione tannica delle mascelle), che appare nel bicchiere un Brunello tanto sconosciuto quanto celestiale ai profumi. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Brunello Lupi e Sirene Riserva 2008    93</b></p>
<p><b>Rosso di Montalcino Bonsai 2009  93</b></p>
<p><b>Rosso di Montalcino Amore e Magia 2009  90</b></p>
<p><b>Syrah Cielo di Ulisse 2008  90</b></p>
<p>Ci sono storie che a volte si ripetono, perché è stato al Benvenuto Brunello del 2013, venerdì 22 febbraio, che, giunto al 121° assaggio (ho tutto scritto ed ero con qualche difficoltà ormai a muovere la bocca e le parole per una incombente cementificazione tannica delle mascelle), che appare nel bicchiere un Brunello tanto sconosciuto quanto celestiale ai profumi.</p>
<p>Nonostante fossi (un tantino) provato in quel rutilante concedersi di vini e stessi quasi per perdere la curiosità (bisogna sapersi fermare ad un certo punto, quando la bellezza di una cosa può finire in una stanca esagerazione abbrutente), ecco apparire qualcosa che rompeva gli schemi, le similitudini ripetitive di una giornata e con un colpo d’ala rimetteva tutto in un ordine completamente diverso e al tempo stesso in un supremo spazio di armonia carico di luce.</p>
<p>Leggevo nel foglio d’ordine. <b>Podere Le Ripi, Brunello Lupi e Sirene 2007</b>. E mi chiedevo, come per il Carneade manzoniano, chi fosse mai costui, da dove apparisse questo vino incantatorio?</p>
<p>Intanto dal calice continuavano a salire aromi superbi in un mix preziosissimo di legni, frutti rossi e neri, creme dalle raffinatissime suggestioni, poi tabacco, spezie e tutto in una sensazione di bellezza e di dolcezza senza pari. Alla bocca poi questo Brunello era tanto meravigliosamente cremoso da svellere in soavità anche quei precedenti, durissimi e crudi tannini altrui.</p>
<p>Era lì, davanti a me, il vino che dava un senso alla giornata e dimostrava come il fuoriclasse poi svetti, si separi da tutto il resto del mondo, anche in mezzo a stanchezze e sfinimenti. Se si possiede una marcia in più, un’anima più vasta, anche tra altri vini sicuramente importanti (ma tutto questo vale certamente anche per gli uomini) si emerge in una originalità superiore, non avvicinabile, non replicabile da nessun altro.</p>
<p>Leggo poi nel foglio che è disponibile anche il suo Rosso di Montalcino Amore e Magia 2009 (campione di botte). Chiedo di assaggiarlo. E di nuovo un altro grandissimo vino che si conferma. Un Rosso così, una leggiadria, un’impalpabilità, una crema …</p>
<p>Parto poi ad informarmi, avere notizie. Il produttore, Francesco Illy, che non conoscevo. Certo della famosa famiglia, immagino. E poi così, nei tempi successivi, le visite in azienda. La disponibilità a farmi assaggiare tutti i vini, a partire da quelli in gestazione nelle botti. E impressioni davvero molto alte. Tanto che nel febbraio 2014, nella serata del giovedì che precede la giornata degli assaggi a Benvenuto Brunello, dove potevo essere a cena (arrivato alle 5 e mezzo per poter così testare in precedenza tutti le botti, barrique e vasche possibili)?<img class="aligncenter wp-image-191 size-full" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/12/Francesco-Illy_Podere-Le-Ripi.jpg" alt="Francesco Illy_Podere Le Ripi" width="945" height="1418" /></p>
<p>Allora, facciamo il punto e andiamo con più chiarezza. Dei vini attualmente in commercio dirò subito. Ma l’impressione in queste visite di vigne e di cantina è che Francesco Illy, acquistato questo podere di 54 ettari nel 1998 e iniziati gli impianti di vigna nel 2000 (arrivano oggi a 14 ettari), abbia sentito fortissimo l’impulso di sperimentare, tentare, capire. E assaggiando ora i suoi vini, e rivedendomi seduto in quel tavolo d’assaggio a strabuzzare gli occhi davanti all’inedito, capisco come essi siano il frutto di una fortissima cultura europea, intendendo questo nel suo senso migliore, più alto e nobile.</p>
<p>Credo che in questo Brunello ci sia quel salto culturale che personalmente aspettavo da decenni (frutto proprio di quella migrazione di idee e intelligenze che qui c’è stata), che svecchiano quel tanto di ripetitivo e stantio, che si crea sempre all’interno di una docg, anche se importantissima.</p>
<p>Ma appunto non sono affatto estranei a tutto questo i decenni che Francesco Illy ha trascorso in giro nel mondo, a studiare le piantagioni di caffè, le loro diverse varietà e biotipi, così come i suoli, le altitudini, i climi. E poi le analisi e le ricerche in laboratori di avanguardia a studiare campioni che giungevano da centinaia di diverse piantagioni, a capire le componenti più nobili, le più finemente aromatiche, così come quelle invece più amare ed astringenti. I come ed i perché. Le tipologie e i sistemi di allevamento, i suoli, le iterazioni nei particolari microclimi.</p>
<p>Mi sembra appunto fondamentale come lui, arrivando a Montalcino con questo background di esperienza, parta immediatamente dalla conduzione biologica nelle vigne, ora tutte in riconversione biodinamica. Il risultato insomma di tutta questa esperienza precedente significa a Podere Le Ripi operare nella naturalità più totale, bandendo ogni prodotto chimico e con un sacrificio e una selezione di uve tassativa, portando in cantina solo acini di una maturità e di una dolcezza straordinaria, con l’utilizzo inoltre in fermentazione di solo pied de cuve delle sue piante. Ed in cantina un uso di magnifici legni, prolungato sicuramente, ma estremamente scaltrito, colto, raffinatissimo, vorrei dire virtuosistico in quanto a bravura.</p>
<p>Quello che mi interessa poi è l’andare oltre di Podere Le Ripi rispetto alla norma e dunque vengo subito alla novità di queste vigne a Sangiovese che partono nei primi impianti con una fittezza di ceppi che passa dalle 5.000 nel 2000, poi a 6.600, a 11.000 e finalmente nel 2005 al vigneto bonsai con 62.500 piante ad ettaro.</p>
<p>Quale il senso di tutto questo, che avrà un peso poi fondamentale nei futuri vini? Costringere la pianta a cercare nutrimento nel terreno e ad affondare subito il suo apparato radicale a metri e metri sottoterra, in modo da avere così un’alimentazione varia, vasta e composita di sostanza minerali e a non soffrire inoltre di stress idrico nelle siccità estive, quando le piante si “agostano”, vanno come in letargo, interrompono l’alimentazione dei grappoli, con un prosciugamento intimo di tutti i condotti nutrizionali, che diventano causa poi di quei tannini secchi e disidratati che si avvertiranno nei futuri vini.</p>
<p>Di questi nuovi vigneti si avvantaggerà l’etichetta Bonsai, prodotta inizialmente (2007) in poche centinaia di esemplari, ma che sta andando a crescere nelle vendemmie successive e che viene oggi etichettata come Rosso di Montalcino (Francesco Illy è stato tra i promotori anni fa della difesa del Rosso con l’utilizzo esclusivo di uve di Sangiovese, quando era in atto il tentativo di introdurre su questa denominazione anche l’uso di uve internazionali, e sente dunque la responsabilità a mantenere anche questo secondo vino ad un livello elevatissimo), ma parliamo in sostanza di un vino che ha gli stessi tempi di legno e di cantina di un Brunello.</p>
<p>Venendo dunque agli assaggi, il Brunello Riserva 2008 Lupi e Sirene colpisce in questo suo bagaglio aromatico di incomparabile ampiezza e preziosità, quale nessun altro Brunello possiede (lo riteniamo superiore per polpa e vastità alla versione 2007), in cui le sensazioni di frutti appaiono morbidissime e nello stesso tempo meravigliosamente fuse, intrise di legni speziate e finezze mentolate e balsamiche in un unicum di totale originalità. Si respira qui una suprema eleganza di creme, vaniglie tostate, tabacco, spezie, caffè, ma al tempo stesso una compattezza, una freschezza ed una forza intima che deve ancora dispiegare tutta la sua energia. Grandissimo vino interpretato in uno stile superbo e credo un grande passo per tutte le future possibilità espressive del Brunello.</p>
<p>Ma a questo punto può essere molto interessante comparargli accanto il Rosso di Montalcino Bonsai 2009. Certo sono differenti le annate, ma in particolare è diversa l’età di questi quadrati di vigne (impiantate nel 2005) e soprattutto il sistema d’allevamento con appunto 62.500 ceppi ad ettaro. Medesimi comunque nei due vini i tempi di legno, che nel Bonsai si sono comunque (i quantitativi sono modesti) tutti svolti in legni piccoli.</p>
<p>Salta qui agli occhi come il colore sia più profondo ed il Bonsai appaia sicuramente più giovane e non ancora completamente espresso. Ma è certamente uno degli assaggi più belli ed esaustivi compiuti sul Sangiovese. La polpa dei suoi frutti rossi maturi su questo sfondo prezioso di legni è una sonora cascata di aromi in gestazione dentro un corpo concentrato, grasso, superbo, di impressionante spessore e nello stesso tempo con il delicato, elegantissimo incedere dell’adolescente. Perché si avverte appunto anche la gioventù delle vigne e la formosa femminilità dell’insieme.</p>
<p>Volevo però soprattutto sottolineare l’impressionante, assoluta sericità dei suoi tannini alla bocca, la loro diversa qualità e tattilità. Nessun Sangiovese che ho sentito in questi 40 anni possiede tannini tanto garbati, cremosi e fusi, in una parola, nobili. Una delizia che fa apparire il Lupi e Sirene, che pure da solo sembrava tanto deliziosamente morbido, sicuramente più virile, graffiante e in qualche misura appena ispido al confronto.</p>
<p>E’ sicuramente questo il primo risultato tangibile di un vigneto con tale fittezza, dove i grappoli sono stati nutriti armoniosamente e in un continuum temporale costante, anche nel pieno della calura d’agosto. Ed è un altro tassello che Podere Le Ripi pone sulla sua strada verso il miglior Sangiovese possibile. Un vino dunque importantissimo ed in fieri, che con le sue qualità conferma quanta strada abbia ancora da compiere il nostro vino e come, in particolare, tutti i vitigni autoctoni abbiano un lavoro ed uno studio profondo, ma necessario, da affrontare sul tema della qualità dei loro tannini, sul loro rapporto poi con le acidità, sulle maturazioni fenoliche, sul colore, sui legni.</p>
<p>Tornando così agli assaggi di Podere Le Ripi, ho ritrovato quest’anno quel Rosso di Montalcino Amore e Magia 2009, ormai imbottigliato e con il giusto tempo di vetro, che mi è apparso un vero splendore, superiore e per distacco a quasi tutti i Brunelli 2009 assaggiati, di cui ha comunque le stesse tempistiche di cantina. Ed è anche una impegnativa conferma di qualità e di stile da parte di questa azienda. Parliamo così di un vino di rarefatta preziosità, femmineo, sinuoso, di deliziosa eleganza. E davanti al Lupi e Sirene appare solo appena meno concentrato e più pronto, aprendosi in leggiadre essenze preziose e frutti che tendono tutti alle creme.</p>
<p>Ultima nota infine sul Cielo di Ulisse 2008, che è un Syrah in purezza, vitigno che ha dimostrato una notevole vocazione su questi terreni. Ed anche qui il timbro stilistico di Podere Le Ripi è fortissimo, notevole la concia dei legni e colore assai profondo su un naso di grande suggestione con toni crepuscolari, un po’ languidi, di creme opulente, tantissime spezie dolci su un fondo di terre bagnate, sottobosco, fumo. Una bocca poi in cui tutto appare fuso e resta al palato una lunga sensazione balsamica.</p>
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		<title>Cupano</title>
		<link>https://www.lucianodilello.com/cupano/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 14:55:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Montalcino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>I vini di Cupano sono stati la scoperta forte di questi ultimi anni, a partire dal 2008. Per la verità avevo sentito questo Brunello la prima volta nell’anno precedente con la vendemmia 2002. </p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com/cupano/">Cupano</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com">I migliori vini della nostra vita</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Brunello di Montalcino Riserva 2008  92-93</b></p>
<p><b>Brunello di Montalcino 2009   92</b></p>
<p><b>Ombrone 2010  92</b></p>
<p><b>Ombrone  2011  91-92</b></p>
<p>I vini di Cupano sono stati la scoperta forte di questi ultimi anni, a partire dal 2008. Per la verità avevo sentito questo Brunello la prima volta nell’anno precedente con la vendemmia 2002. Il vino mi aveva subito colpito, anche se nel lotto macilento di un’annata complessivamente orribile a Montalcino. Vigliaccamente non lo recensii. Era un vino molto elegante, ma anche di vigne giovani. Spiccava comunque tra gli altri. L’assaggio però era stato rapido. E non mi era stato poi possibile visitare l’azienda, non sapevo nulla delle vigne, dei produttori, di quello che andava crescendo in cantina. Quell’annata pessima pesava inoltre davvero forte e volevo avere una riprova su una vendemmia migliore.</p>
<p>Così al Benvenuto Brunello nell’anno del Signore 2008, mi ritorna sotto il naso il Brunello Cupano 2003. E non mi ero sbagliato. Ero stato sì un vile, ma il vino aveva tutte le movenze del fuoriclasse.</p>
<p>Mi ero nel frattempo informato su dove fosse l’azienda, la vigna. E’ sempre molto curioso e divertente chiedere ad un produttore di vino di altri, nuovi produttori del territorio. Restano sulla difensiva, sembrano omertosi, non vogliono tessere le lodi di un concorrente (giammai), ma neanche parlarne male in modo esplicito. E nella realtà ho verificato in tutti questi anni come i produttori di fatto non si frequentino, se non (e casomai) in microgruppi. Non sanno dunque molto l’uno dell’altro (se non in occasionali pettegolezzi) e soprattutto non assaggiano vini altrui.</p>
<p>Soltanto i più colti e preparati hanno l’ardire di acquistare il vino o i vini più premiati del proprio territorio e mettersi poi seduti a degustarli con attenzione, sentendo contemporaneamente anche il loro. Dovrebbe essere la norma questa e, credo, anche un grosso fattore di crescita. Ma non accade (ovviamente con qualche nobile eccezione) e questo vale per tutta l’Italia.</p>
<p>Alla mia richiesta di notizie così, dopo un aggrottare di fronte carico di “Mah” e “Non so …” appariva a volte un “Ah sì, … è un francese” e finiva lì, non capendosi bene cosa significasse questa differenza di nazionalità. Oppure, nel caso più magnanimo “Sì carini, lui e la moglie, ma certi prezzi …”. E questa volta non so se con più invidia che altro.</p>
<p>Comunque i vini di Cupano sono stati, a mio avviso, un altro tratto di storia importante nella giovane vicenda del Brunello, distinguendosi con un timbro tutto loro e particolare, perché come sempre è il sito a dare un gusto, un sapore, una dimensione al vino che nasce. Ma poi occorre che ci sia un uomo che raccolga tutto questo, lo articoli, lo definisca, lo plasmi attraverso un concetto, un senso, una cultura. E quanto più profonda è questa, così meno effimero e casuale sarà il risultato. Perché sono davvero convinto che il grande vino, il vino assoluto possa nascere solo da una persona fortemente acculturata. E solo attraverso un lungo filo di interrogativi, dubbi, sottigliezze si arrivi poi ad un risultato vasto, complesso, carico e ricco di verità, di sfaccettature.</p>
<p>Lionel Cousin è dunque “il francese”, che crea e plasma praticamente da solo questi vini, un passato di direttore della fotografia in molti film del suo paese e della giovane cinematografia centro-africana, così come dell’ultimo film di Otar Iosseliani. Che, assieme alla moglie Ornella, nel ’96 acquista Cupano (ma conosceva Montalcino da vent’anni, quando veniva a trovare il pittore Yoran Cazac che qui aveva casa), un podere di 34 ettari attorno all’antico casale, su una balza, un panettoncino a 200 metri di altitudine che domina la discesa verso le anse dell’Ombrone, in un paesaggio da lì in poi infinito, dai colori in continua, stupefacente mutazione, fino alla fascia lontanissima del mare.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-193 size-full" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/12/unnamed.jpg" alt="unnamed" width="1645" height="1890" />Versante ovest dunque, quello dei Brunelli più sapidi, su un terreno di argille e sabbie piene di ciottoli alluvionali, che il fiume sottostante ha trasportato per millenni.</p>
<p>Sono 7 gli ettari di filari, impiantati a partire dal ’98 da Carlo Ferrini, ad una fittezza di 6.250 piante ad ettaro. Le coltivazioni sono biologiche, ma da François Bouchet si è appresa anche una biodinamica semplice ed efficace. Si raccoglie meno di un chilo d’uva a pianta. In fermentazione utilizzo solo di lieviti da pied de cuve indigene, ed estrema attenzione poi alla qualità dei legni, in larga prevalenza piccoli.</p>
<p>Nella loro cantina termocondizionata, con file di barrique a più piani, ho fatto assieme a Lionel alcuni dei più grandiosi e sostanziosi assaggi degli ultimi anni (perché i vini di Cupano sono vini pieni, grassi, sontuosi, ma di materia luminosa), spaziando in tutte le vendemmie che lì si andavano ad elevare in piccoli legni borgognotti, a grana fine ed extra fine.</p>
<p>Si cominciava anche qui dall’ultima annata appena posta in barrique. Con i vini che hanno un loro sapore particolarissimo fin dalla nascita, perché la varia mineralità dei terreni conferisce un timbro, un gusto inconfondibile, che li fa apparire subito saporitissimi, sapidi e al tempo stesso dolci. La bassissima produzione a pianta, la concentrazione di sostanze nobili e gliceriche porta ad un tale connubio tra deliziosità e grassezza, generosità alcolica e di estratto, che non ci si stanca di assaggiare, di gustare, assaporare.</p>
<p>In quei momenti mi sembrava quasi un delitto non poterlo bere del tutto, finire il calice. Istintivamente mi scappava spesso un deglutire furtivo di quella bevanda meravigliosa, osservando poi l’apertura della successiva barrique, i nuovi sapori che stavano per arrivare.</p>
<p>Accadeva tutto in silenzio, ritualmente. Il tappo in silicone che opponeva una certa resistenza prima di aprirsi, il ladro di vetro che scendeva nella botticella e veniva avvinato un paio di volte, infine risaliva carico del suo colore bellissimo e scuro, che poi scendeva nei calici. E il vino scorreva allora sul mio palato, si ossigenava, liberava aromi e sapori e dava idee, gusti, sensazioni.</p>
<p>Dopo aver assaporato, parlavo, raccontavo le impressioni, quelle che mi sembravano le differenze con il vino precedente. Dovevo tenere il filo e la concentrazione. Lionel ascoltava, commentava anche lui, pensava, considerava, sempre attento, curioso, rivelando tutto il suo carattere, l’educazione di persona colta e gentile, che vuole andare oltre, migliorare in ogni vendemmia, capire di più del vino, cogliere qualcosa magari anche nel pensiero degli altri.</p>
<p>Con i calici che lasciavano delicatamente roteare quel futuro Brunello, si parlava di profumi, di profondità, ricchezza. E in fondo in quei momenti ognuno cercava di articolare il proprio concetto di bellezza, di armonia, la propria idea di forma, di vino ideale, pensando a come questa barrique potesse legarsi e crescere con le precedenti.</p>
<p>Ogni volta l’assaggio di queste piccole sezioni di grandi vini futuri era bellissimo ed emozionante, perché appariva come l’anticipo di qualcosa che doveva ancora essere, una bellezza che doveva crearsi e durare poi per anni. Era il risultato di un lavoro ormai raccolto, in cui la natura e le stagioni si erano già espresse. Ed era tutto nelle mani del produttore ormai, un frutto ricchissimo, prezioso, in movimento ed in divenire, su cui bisognava non fare errori.</p>
<p>Nello stesso tempo mi veniva in quei momenti da considerare come un uomo con il mito della Borgogna e che considera Henry Jayer proprio riferimento e mentore stesse dando qui un interpretazione magistrale del Sangiovese. E come tutta questa lunga trasmigrazione, con il suo scambio di idee e di opere, con l’arrivo di sensibilità tanto diverse dal mondo potesse essere la grandezza del Brunello attuale e a venire. Questo melting-pot di differenti culture giunte a Montalcino per vivere, lavorare, ma davvero felici di farlo, di esserci, e ognuno da un’esperienza e da una vita diversa, in questo luogo (non a caso bellissimo e anche l’unico in cui il Sangiovese sappia e possa essere immenso), andava via via creando un esemplare bastione della cultura dell’Occidente, formicolante di interpretazioni sulla bevanda più nobile della sua storia millenaria.</p>
<p>A Cupano ho testata assaggi di cantina fino alla vendemmia 2010, ormai già in piena maturazione nelle barrique (adesso viaggio poco, l’ho detto), e sempre esaltanti, vividi di un’interpretazione più dinamica e moderna del Brunello. Che si concludevano con un pranzo o una cena, in cui poi si assaggiavano vecchie bottiglie. E le sensazioni allora crescevano, spaziavano, così come verificavo ogni volta come questo vino avesse bisogno di un lungo tempo di vetro per la formazione e l’arricchimento dei suoi profumi.</p>
<p>Un Brunello Cupano, aperto a pochi mesi dall’imbottigliamento, presenta in genere una bocca appassionata, deliziosa, ricchissima di sapori e di dolcezza (nella mineralità di questo sito il Sangiovese esprime dei sapori di una bontà strepitosa), assieme ad un naso ancora reticente. Probabilmente è un vino di una materia e saporosità dunque talmente traboccante da creare un gap iniziale rispetto ai profumi che devono invece ancora unirsi, fondersi e crescere. Il mio consiglio allora, trattandosi di un vino particolarmente importante, è quello di dargli almeno un paio di anni di bottiglia, prima di aprirlo. Si tratta di un autentico Brunello da collezione, che crescerà esponenzialmente nei profumi, senza però perdere nulla della saporosità felice che lo contraddistingue e lo rende unico.</p>
<p>Venendo così al Brunello 2009, che ho davvero visto crescere, e che è ormai in bottiglia da più di un anno, confermo come si tratti per Cupano di una grande annata, con una bocca che trovo superba, grassa, voluminosa e con una inconfondibilità data dalla sua particolare ricchezza di sapori e dalla dolcezza straordinaria del suo patrimonio minerale. Le piante, che hanno ormai più di dieci anni, scavano nel profondo del terreno e trovano un prezioso patrimonio di pietre e ciottoli, assai composito proprio perche trasportato dall’Ombrone in millenni e millenni di passaggi, piene, alluvioni. Il sole poi a questa altitudine è generoso, il vino così è grasso, alcolico, ma con un magnifico patrimonio acido e appunto minerale, che si dilata nella bocca con tutta una morbida sequenza di frutti rossi e confetture su vaniglie, spezie, minerali e ceneri dolcissime. Il naso è assai carico di frutto, ma è ancora trattenuto, deve meglio comporsi e gli darei così 1-2 anni ancora di sicuro miglioramento.</p>
<p>La Riserva 2008 è invece già più composta, leggibile. Ed il naso rivela il pieno carattere di Cupano, i suoi profumi catramati, profondi, virili, che dai frutti rossi si aprono man mano alle vaniglie, al caffè torrefatto, al tartufo su un solenne letto di goudron. Certo è un vino giovanissimo, sicuramente un po’ crudo, anche tannico e aggressivo e dunque con ampi margini di crescita. Ma ancora una volta è la bocca a colpire, piena com’è di crema (perché questo Brunello è un vino tattile per eccellenza) e di lunga sequenza di frutti sontuosi a crescere e a riempire di nobile dolcezza il filo dei tannini.</p>
<p>Ma a Cupano c’è un altro grande vino, piccolo solo nel numero di bottiglie prodotte, che è l’Ombrone. Nato inizialmente come taglio più o meno paritario tra il Sangiovese e le uve bordolesi, è andato via via crescendo nella sua percentuale di Cabernet Sauvignon e Merlot, fino a rappresentarne la totalità completa nella grande vendemmia 2010 e solo con una piccola percentuale (il 15%) di Sangiovese nella attuale 2011.</p>
<p>Parliamo in sostanza di un uvaggio bordolese strabordante, non per timidi, e con la piena la solarità di Montalcino, ma direi ancor di più con il terroir di Cupano a distinguerlo tra tutti e a dargli così una spazialità ed una dimensione spettacolare. In particolare la vendemmia 2010, con il suo perfetto andamento stagionale, ne esalta la monumentalità, lo spessore in cui i frutti di bosco, dolcissimi e maturi, appaiono deliziosamente inchiostrati, a fornirne un quadro fortemente chiaroscurato (più che originale, unico) di gran vino profondo, serio, i cui frutti evocano uno sfondo olfattivo di carni e creme. Torno a dire, gran vino tattile, fisico, sensuale e, a mio parere, miglior uvaggio bordolese di Montalcino, che se la batte benissimo con tutti gli altri della Penisola.</p>
<p>L’Ombrone 2011, ora in commercio, appare nerastro e impenetrabile al colore. Ancora assai crudo e giovane (e sarebbe davvero raccomandabile una saggia scorta per sentirlo tra 2-3 anni), dimostra però già oggi la sua imponenza, il passo davvero mastodontico, la volumetria esuberante, la dolcezza dei suoi frutti di bosco che si complessizzano immersi in un goudron dichiarato, perentorio, con la generosità dell’alcol che è mitigata da lunghi tannini ancora aggressivi. E la sensazione di un nitore olfattivo superbo insieme ad una suprema soavità di polpa, che sfuma nella confettura cremosa e nel tostato.</p>
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		<title>Verbena</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 14:45:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Montalcino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>E’ l’ultima scoperta di quest’anno, nella mattinata di venerdì 21 febbraio.<br />
Il Brunello Verbena arriva come 14° assaggio (seguo pedissequamente l’ordine sorteggiato di anno in anno per non complicare ulteriormente il lavoro dei sommelier). </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b><a href="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/12/1.jpg"><br />
</a>Brunello di Montalcino 2009   92</b></p>
<p><b>Brunello di Montalcino 2008  91-92</b></p>
<p><b>Rosso di Montalcino 2012   87</b></p>
<p>È l’ultima scoperta di quest’anno, nella mattinata di venerdì 21 febbraio.</p>
<p>Il Brunello Verbena arriva come 14° assaggio (seguo pedissequamente l’ordine sorteggiato di anno in anno per non complicare ulteriormente il lavoro dei sommelier). Ed anche qui, all’interno di una vendemmia difficile, appare un Brunello profondo già nel colore e con un’imperiosità virile al naso particolarissima. Catrame, goudron, frutto. In bocca poi prezioso, prestante e al tempo stesso masticabilissimo.</p>
<p>Interrompo così la sequenza dei Brunelli. Mi faccio portare il loro Rosso di Montalcino 2012 e mi trovo davanti un Sangiovese giovane, concentrato e prorompente, verace, con poco legno, e fresco, godibilissimo, impetuoso, pieno di genuina autenticità.</p>
<p>La mattina dopo ho visitato l’azienda (non mi ero neanche preannunciato. Tornando verso Roma, ho fatto questo blitz così, al volo). Il proprietario Luca Nannetti fortunatamente era in cantina (in pietra, di recente costruzione o ristrutturazione accanto al casale e pulitissima, ordinata, con nuove, profumate botti, di piccole dimensioni nel centro della sala, da 40 ettolitri sul fondo). Abbiamo così iniziato ad assaggiare tutte le annate in evoluzione nei legni, potendo verificare come una nuova stella stia realmente nascendo nel panorama di Montalcino.</p>
<p>La particolarità di questa azienda è nelle sue vigne, magnificamente condotte, che in una parte si aprono attorno al casale (e siamo qui intorno ai 400 metri di altitudine), in un territorio dunque più freddo (e appunto più incostante), che dà però un carattere vibrante al Sangiovese, esprimendolo in modo più severo, profondo e duro, con quegli aristocratici toni di goudron e di inchiostro. Una seconda metà di vigne è invece a Castelnuovo dell’Abate, che è il versante più caldo di Montalcino, con una maggiore solarità e buona costanza e sicurezza di risultati tra le diverse annate, con un Sangiovese sicuramente più dolce, grasso, cremoso ed alcolico. Da questo mix, che ovviamente cambia di anno in anno, a seconda dell’andamento stagionale, nasce questo Brunello, in cui si vanno sapientemente a miscelare le migliori caratteristiche dei due versanti.</p>
<p>La conduzione tecnica è di Paolo Caciorgna, che mi sembraun’ottima garanzia, la gioventù del giovane proprietario montalcinese, Luca Nannetti, la dedizione al lavoro e la voglia di migliorarsi sono poi un altro tassello a dirmi che del Brunello Verbena molto si parlerà nel futuro.<img class="aligncenter wp-image-196 size-full" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/12/1.jpg" alt="1" width="945" height="1417" /></p>
<p>E veniamo così a questo Brunello 2009, riassaggiato in questi giorni, che ha confermato tutto il suo spessore, il peso vero, sostanzioso e la notevole originalità dell’insieme. C’è qualcosa di questo vino che mi ha riagganciato al passato. Venti, trenta anni fa una gran parte dei piccoli produttori di Brunello apparteneva a questo versante, più ostico se vogliamo, più difficile (i grandi investimenti in vigne sul lato di Castelnuovo sono storicamente successivi). Ma io ero abituato alla durezza di questi vini, alla loro severità e come nelle grandi annate (erano più rare una volta, le stagioni erano più fredde, le vendemmie si prolungavano a rischio fino alla seconda metà di ottobre) presentassero quel goudron ficcante, quell’inchiostrato terroso, quel carattere che Veronelli definiva “viperino”.</p>
<p>In molti casi erano Brunelli un po’ rustici, con acidità abbastanza alte, non inappuntabili tecnicamente. Mi sono però formato con quei vini, ne porto dentro l’impronta. Ed il Verbena, che nasce per una parte su questo lato ne ricorda i tratti, ma al loro meglio e con un nitore, una bellezza virile, una precisione inappuntabile. C’è una profondità di tocco, di spazio, di vera sostanza, che poi si apre ad un frutto rosso cremoso e morbido (ed è il tratto di Castelnuovo) di bellezza ed appetitosità rara, soffuso com’è di vaniglie fascinose e catramate. La bocca conferma poi la concentrazione del vino, la grassezza del frutto e dunque la sua superba masticabilità. Brunello dunque bellissimo, eseguito magistralmente e che è andato sempre più crescendo nel bicchiere.</p>
<p>L’assaggio poi del 2008 conferma in pieno l’importanza di questo produttore, la profondità di carattere del suo vino, così pieno di rabbia virile e passionale. Il mezzo punto di differenza è dovuto, nel confronto, alla maggiore penetratività del 2009, che, credo, abbia un guizzo in più di margini di miglioramento nel futuro e sia in sostanza ancora più puntuto, virile e alto insomma. Però anche il 2008 è un grande Brunello, carico di suggestione, con una bocca aggressiva eppure vivida, folta, materica, con la grinta del lato nord e la crema di Castelnuovo.</p>
<p>Un’ultima notazione sul loro Rosso di Montalcino 2012, che è un’esemplare espressione di Sangiovese giovane, pieno, ricco, ma al tempo stesso armonioso. Rotondo e dolce poi alla bocca, generoso di sapori immediati e freschi in una tessitura nitida e prorompente. Un magnifico vino tutto pasto, abbordabile nel prezzo e di magnifica suggestione.</p>
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		<title>San Polino</title>
		<link>https://www.lucianodilello.com/san-polino/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 14:40:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Montalcino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>È un'altra bella storia di Montalcino e del suo crogiolo di vite, che parte dai lontani anni Sessanta, quando Luigi Fabbro, pacifista senza se e senza ma, e militante della sinistra, rifiuta la cartolina di leva e si rifugia all’estero per evitare l’arresto (erano altri anni e tutto un altro mondo, la guerra del Viet-Nam, l’impossibilità del servizio civile per gli obiettori di coscienza …).</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Brunello di Montalcino Helicrysum 2008  92</b></p>
<p><b>Brunello di Montalcino Helicrysum 2009  91-92</b></p>
<p><b>Brunello di Montalcino 2009  89</b></p>
<p>E’ un&#8217;altra bella storia di Montalcino e del suo crogiolo di vite, che parte dai lontani anni Sessanta, quando Luigi Fabbro, pacifista senza se e senza ma, e militante della sinistra, rifiuta la cartolina di leva e si rifugia all’estero per evitare l’arresto (erano altri anni e tutto un altro mondo, la guerra del Viet-Nam, l’impossibilità del servizio civile per gli obiettori di coscienza …). Vive così in Danimarca, studiando informatica e iniziando poi a lavorare nell’agricoltura, innamorandosi della terra e apprendendone il rispetto. Ma viaggia anche molto, nel sogno di quegli anni.</p>
<p>In India conosce Katia Nussbaum, londinese di Chelsea, e da allora vivranno insieme.</p>
<p>Il ritorno in Italia è possibile solo con l’amnistia dell’84. E scelgono di vivere in Toscana, un po’ la bellezza della regione, la sua agricoltura sostenibile. Ma mi hanno raccontato che ha avuto il suo bel peso anche il fatto che la Toscana fosse una storica terra di sinistra.</p>
<p>A Moltalcino Luigi lavora vari anni come operaio agricolo in diverse aziende del Brunello. Apprende così il mestiere, i passaggi, le tecniche, segue le lavorazioni, dalla vigna alla cantina. Katia intanto dà lezioni di inglese. Nel 1991 riescono ad acquistare il podere di San Polino ed impiantano poi nel 1998 la vigna, seguendo rigorosamente i criteri della biodinamica.</p>
<p>Siamo qui a 450 metri di altitudine, su un terreno ricco di scheletro (come tutte le zone alte), su un letto di sabbie ed argille dalla forte pendenza e una magnifica esposizione a sud, con buona, continua ventilazione proveniente dall’Amiata, che favorisce naturalmente la sanità delle viti.</p>
<p>La prima vendemmia prodotta è stata 2001 e ricordo di avere scoperto questa azienda con il loro superbo Brunello Riserva, con cui nella notte del 31 dicembre ho festeggiato l’apparire del 2008.</p>
<p>In tutte quante le annate successive ho poi seguito questo Brunello, che, in particolare nella selezione Elichrysum e nella Riserva, prodotta solo nelle grandi vendemmie, presenta tutte le caratteristiche del fuoriclasse che nasce in vigne alte, dunque grandissimo corredo olfattivo in un ventaglio davvero ampio, baluginante, sfaccettato, con un’eleganza ed una raffinatezza di tocco che hanno solo i siti eccelsi. Ma indubbiamente un ruolo ha poi qui la conduzione biologica e biodinamica, con nulla che contamini il frutto sin dal suo apparire in pianta (e ho sempre constatato, ma in tutti i territori del nostro paese, come il non uso sia in pianta che in cantina di prodotti di sintesi, seppure con tutti i rischi che comporta nelle annate difficili, dia però un risultato assai più vasto, con profumi e sapori netti, intensi, naturali, integri). Parliamo oggi di un azienda di 3 ettari e mezzo di vigneto, che può essere gestito familiarmente, con un controllo ed un’accuratezza pianta a pianta.</p>
<p>Anche così un’annata difficile come la 2009, qui dona dei frutti importanti con vini di notevole slancio e lunghezza, come è da vigne di altitudine, ma anche generose di alcol e di nobili sostanza gliceriche, che il notevole sacrificio di rese in vigna poi concede.</p>
<p>C’è ancora un po’ di legno da riassorbire, direi che questi Brunelli, con 12 mesi in più di bottiglia, saranno assai più assestati e fusi nelle componenti frutto-legno. Ma sempre, in un’annata non eccelsa, il vino svela prima il suo mondo e così questo Brunello 2009 è una specie di anticamera delle sue annate maggiori. E parliamo appunto di un bel rosso vibrante, nervoso, con un naso elegante e molto fitto, appetitoso, vasto e vanigliato, con una dolce nota di tartufo ad emergere su uno sfondo leggermente ematico, poi erbe officinali ed un tocco di fumo. La bocca è ancora un po’ asciutta e cruda, i tannini prevalgono appena sul frutto e, appunto, consigliamo di dargli ancora un anno di vetro, ma è un vero cameo del Brunello San Polino.</p>
<p>L’Elichrysum 2009 è più profondo già al colore, la nota di tartufo bianco assai più presente e fascinosa, in un naso comunque assai più fondo, carico di dolce cremosità. E bocca con una dimensione in più di calore, ricchezza, pienezza, in una gustosità assai fine, elegante dall’impatto dolce e nello stesso tempo pieno, con sensazione di crema di frutti rossi maturi su uno sfondo di sottobosco, fumo e inchiostro, che lampeggia di goudron. Grande Brunello, estremamente raffinato eppure sontuoso.</p>
<p>L’assaggio poi contemporaneo dell’Elichrysum 2008 appare intrigante proprio perché l’annata superiore dona un Brunello di grande impatto, ma ancora molto indietro nel suo picco gustativo. E riteniamo pertanto che qui gli anni di bottiglia, prima che il vino esprima al meglio tutto il suo patrimonio organolettico, debbano essere almeno altri 3-4. Consideriamo poi che in questa annata non è stata prodotta la Riserva, confluita dunque nell’Elichrysum. E un’ultima nota doverosa infine è quella di sottolineare come le piante stiano sempre più crescendo e in questa vendemmia hanno già 10 anni, con frutti così che cominciano ad esprimere una superiore intensità e complessità.</p>
<p>Questo 2008 presenta dunque un ampio arco di goudron graffiante e dolce ed è in piena composizione espressiva. E’ appunto un Brunello indomito, viperino, con una notevole massa di frutto che il vino deve ancora aprire e concedere. Così la bocca lascia intravedere tutta la sua massa, la materia elegante, raffinata, complessa in piena gestazione, carica di echi, di sonorità.</p>
<p>Sono vini che adoro proprio nel loro carico di promesse, con quei tannini ancora duri, aggressivi che oltre il frutto lasciano avvertire il sottobosco speziato, il tabacco, le erbe balsamiche, l’inchiostro.</p>
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		<title>Caprili</title>
		<link>https://www.lucianodilello.com/caprili/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 14:35:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Montalcino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Parliamo di un’azienda storica di Montalcino, fondata nel 1965 da Alfo Bartolommei, che nello stesso anno impianta in questo podere la prima vigna a Sangiovese e che nel 1983 fa il suo esordio sul mercato con il Brunello della vendemmia ’78.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com/caprili/">Caprili</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.lucianodilello.com">I migliori vini della nostra vita</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Brunello di Montalcino Riserva 2008  91</b></p>
<p><b>Brunello di Montalcino 2009  90</b></p>
<p>Parliamo di un’azienda storica di Montalcino, fondata nel 1965 da Alfo Bartolommei, che nello stesso anno impianta in questo podere la prima vigna a Sangiovese e che nel 1983 fa il suo esordio sul mercato con il Brunello della vendemmia ’78.</p>
<p>Questa famiglia però è qualcosa di più, perché è l’esempio di quel consistente nucleo di produttori di Brunello con un passato di mezzadri a Montalcino, che hanno poi riscattato il proprio podere intorno agli anni Sessanta, passando così da un’agricoltura mista ad una sempre più specializzata nella coltivazione della vite e nella produzione del Brunello.<img class="aligncenter wp-image-199 size-full" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/12/852S9816.jpg" alt="852S9816" width="480" height="319" /></p>
<p>E’ questo un gruppo assai interessante da un punto di vista produttivo e sociologico, perché storicamente ha rappresentato sempre l’ala più genuina e tradizionale del Brunello. Per taluni aspetti potremmo considerarla anche l’ala più conservatrice nel dibattito che c’è stato in questi ultimi 30 anni sulle modifiche da apportare al Disciplinare, anche per eliminare incongruenze e farraginosità incompatibili con un grande vino moderno.</p>
<p>Però all’interno di questa storia occorre tenere a mente due cose, la prima è che questi produttori possiedono ottimi siti da Brunello, vigne ragguardevoli così in punti storici e con una loro età ormai di piante e dunque lunga esperienza di vendemmie. La seconda è che, se è anche vero che questi produttori siano stati conservatori, hanno comunque avuto il grande merito di mantenere il Brunello (ed il Rosso di Montalcino) nell’utilizzo obbligato del Sangiovese in purezza, senza svoli o scorciatoie verso i vitigni internazionali (che non hanno portato poi a grandi traguardi o fortune in altre DOCG toscane). E poi ad una prima generazione attenta a non cambiare niente, ma comprensibilmente (il Brunello andava benissimo, era la loro fortuna, perché modificare?), ne sono seguite una seconda (ricordiamo cosa è stata tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ‘90 la Siro Pacenti con il figlio Giancarlo) e poi anche una terza assai più acculturate sul vino, che rappresentano oggi un grosso patrimonio di Montalcino e su cui personalmente mi sento di investire con grande fiducia.</p>
<p>Così l’ingresso in questi ultimi anni nell’azienda Caprili del giovane Giacomo Bartolommei, nipote di Alfo, e fresco di studi enologici, le ha fatto compiere un sostanzioso cambio di passo. Anche perché qui, vicino Tavernelle, siamo in uno dei siti eccelsi del Brunello, a circa 300 metri di altitudine, in un crocevia di ventilazioni costanti, sopra un suolo ricco di scheletro e minerali, con 18 ettari di vigne di biotipi unici di Sangiovese, acclimatati e reimpiantati poi dalla famosa vigna Madre del 1965.</p>
<p>Vinificazioni dunque più attente in questi ultimi anni, rinnovo progressivo del parco-legni, un gusto più consapevole della pienezza e della freschezza del vino e, pure in presenza di vendemmie non eccelse (ma abbiamo detto come intorno a questa area l’andamento climatico sia stato comunque positivo), questi Brunelli spiccano per bellezza, per una loro classicità, in cui viene fuori il tratto salino e sapido di Tavernelle.</p>
<p>Crediamo insomma che a Caprili si stiano rimettendo a punto tutta una serie di passaggi al fine di ottenere una materia prima più nitida e concentrata (ripetiamo siamo qui in un’area in cui il Sangiovese si esalta) e che questa poi deve crescere nel legno fino all’esatto equilibrio di complessità e freschezza di frutto.</p>
<p>A partire così dalla Riserva 2006 abbiamo avuto assaggi di grande bellezza, con vini deliziosi e dalla loro sontuosa armonia, carichi di frutto e al tempo stesso dinamici, saporosi. La 2009 di oggi presenta un Brunello con una notevole carica ieratica, solenne, ma al tempo stesso grasso e sontuoso alla bocca, in cui si avverte la finezza del tessuto, l’importanza del volume, la novità dell’impronta, carica di crema e di sapori</p>
<p>La Riserva 2008 è anche lei assai giovane, ancora un po’ cruda e con ottime prospettive di miglioramento ulteriore con altri 2 anni di vetro. Parliamo di un Brunello assai solido, con una sua importante carica alcolica, in cui il frutto si va assestando e fondendo assieme al legno nel suo tono più profondo e viperino. La bocca infine è davvero ricca, solenne, sostanziosa e con una sua sfaccettata eleganza. Ci sono qui insomma tutti gli elementi per ritenere questa azienda tra le protagoniste del prossimo decennio. E, senza andare troppo oltre, molto ci aspettiamo dalla vendemmia 2010, sia come Brunello che come Brunello Riserva.</p>
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		<title>Maté</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 14:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lucianodilello]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Montalcino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>I vini di questa azienda ci sono piaciuti sin dalle prime vendemmie per la grazia e l’eleganza che possiedono.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Brunello di Montalcino Riserva 2008  91</b></p>
<p><b>Brunello di Montalcino 2009  89-90</b></p>
<p>I vini di questa azienda ci sono piaciuti sin dalle prime vendemmie per la grazia e l’eleganza che possiedono. Il luogo in cui nascono è poi di una bellezza sconcertante, che crea quasi una sana, umana invidia per chi può vivere in questi paesaggi e dentro questi colori.</p>
<p>Siamo sempre nell’area di Tavernelle, appena più in alto rispetto a Caprili. E la storia aziendale sembra ripresa da uno di quei film del sogno americano, dal finale rassicurante, ma che ha dato luogo a vini tanto buoni e, dunque veri, da essere rassicuranti sul serio e con una lunga strada in crescita.</p>
<p>E’ una storia che parte da Ferenc Matè che, ancora ragazzo, fugge assieme alla madre dall’Ungheria, dopo il fallimento della rivoluzione del ’56, ed approda in Canada, a Vancouver. Nel ’71 in un incrocio della città conosce Candace Wickerson, che, bellissima ed esausta, ai piedi di una salita chiede un passaggio con la sua bicicletta. Si sposeranno un anno dopo. Ed iniziano poi i loro viaggi nel mondo, la comune passione per la vela e la fotografia. Vivono così in California, a Parigi, a New York. Lui inizia a pubblicare libri di fotografia e sulle barche a vela, lei dipinge. Quando approdano poi in Italia, Ferenc Maté è già uno scrittore. La Toscana li stupisce e a questa regione lui dedicherà diversi libri di grande successo in America.<img class="aligncenter wp-image-216 size-full" src="http://www.lucianodilello.com/wp-content/uploads/2014/12/1-PS-f-higher-res-.jpg" alt="#1 PS f  higher res" width="1227" height="1050" /></p>
<p>Prendono così casa a Montepulciano. Poi nel ’92 acquistano questo meraviglioso podere accanto alla chiesa di Santa Restituta. Nel ’97 iniziano i loro primi impianti di Sangiovese a 6.200 ceppi per ettaro.E lei riverserà tutto il suo senso estetico nel vino, scoprendone un’impensabile vocazione ed una capacità a creare bellezza in questa alchimia di profumi e sapori che così nascono, come estratti dalla terra e poi si combinano tra loro e si approfondiscono, si evolvono.</p>
<p>Ripetiamo, questi Brunelli sono di una particolare armonia ed eleganza e si avverte inevitabilmente un tocco ed una sensibilità femminile nel plasmarli, perché Candace Maté è la loro unica, reale artefice. E aggiungiamo dunque questo ulteriore tassello al grande melting-pot montalcinese, quello di una pittrice americana che interpreta il Sangiovese, ma anche, poi vedremo, le uve internazionali e sempre con un nitore ed un gusto particolarmente soave, aggraziato, delizioso.</p>
<p>Vini dunque ineccepibili sul piano formale fini, particolarmente nitidi ai profumi, anche se nelle prime vendemmie, con la gioventù dei vigneti, avevano una loro esilità, una delicatezza che li limitava nel tempo.</p>
<p>Oggi però le vigne sono più mature, il frutto è più lungo e sontuoso. Ricordiamo così (oltre un Rosso di Montalcino sempre inappuntabile e godibilissimo) i magnifici assaggi di tutte le ultime annate (in particolare 2006 e 2007) con la Riserva ad ergersi come Brunello di straordinaria integrità, pienezza e grazia al tempo stesso.</p>
<p>La 2009 con il suo andamento stagionale medio offre un Brunello appena più sottile rispetto alle ultime vendemmie, ma il suo timbro assai elegante e rarefatto dai profumi di ciliegia è lì ad indicare tutto il lavoro di vigna e l’ottimo dosaggio di legni selezionatissimi e nuovi. La bocca è poi percorsa da una minerale e rinfrescante venatura acida intrisa di balsami e spezie, per un vino assai gustoso e masticabile, che raggiungerà il suo picco entro 1-2 anni ed è un splendida anticamera delle vendemmie maggiori.</p>
<p>Come appunto la Riserva 2008, che ne rispecchia il quadro a livello gusto-olfattivo, ma dilatandone le possibilità e gli orizzonti per tutto quello che possiede in più di sostanza e corpo, di uve più mature e generose. Parliamo così di un Brunello di ricca voluminosità, generoso sul piano alcolico, pieno di creme e morbidezze che sono il suo lato femminile. Ma l’età in crescita delle piante dona ormai un frutto più profondo e rabbioso, più virile e goudronato in cui i toni di ciliegia e confettura si mescolano alle vaniglie tostate e sfumano nell’inchiostro, nelle spezie fini, nell’incenso in una summa di piacevolezza, ma anche di aristocratica austerità che molto ci intriga per le vendemmie a venire, a cominciare ovviamente dalla 2010.</p>
<p>Candace Maté ha poi tentato anche i vitigni internazionali, dandone delle versioni in purezza assai interessanti, a partire dal Syrah Banditone di grande ponderosità e grasso, poi il Merlot Mantus, che è andato sempre più arricchendosi nelle ultime vendemmie ed il Cabernet Sauvignon Mania, profondo e voluminoso, di buona tenuta tannica, anche se forse appena monotematico.</p>
<p>Sappiamo però che è in gestazione un blend tra questi vitigni. E un assaggio fatto su una prova da barrique ci ha davvero molto persuasi. Crediamo che stia davvero per nascere da questi vitigni una nuova etichetta di grande bellezza e futuro. E ne riferiremo sicuramente non appena il vino sarà presentato.</p>
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