Il Contrappunto

Individualità e coralità nei Barolo e Barbaresco Pio Cesare di Luciano Di Lello Come punto d’origine il ritrovamento di vecchie bottiglie di Barolo e Barbaresco Pio Cesare su due vendemmie che definire difficili è un vero eufemismo. Parliamo della 1991 e 1992. E confesso la scarsa curiosità ad aprirle, provata per un po’. Poi, come…

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L’universo in fieri di Petrolo

Di Luciano Di Lello

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John Cheever è stato il grande narratore della middle class americana nel suo intimo di drammi e ambiguità, celati dietro un’apparenza di benessere e perbenismo. Eppure alla fine di questi suoi racconti terribilmente inquieti la nave rientra ogni volta in porto, come lui stesso scrive, i bambini vengono salvati, i minatori estratti vivi da sottoterra.

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migliori assaggi dell’anno

di Luciano Di Lello

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Esistono molti vini meritevoli nel panorama italiano, assai spesso però improvvisati e casuali. Mentre mi sono via via reso conto in questi anni come per il risultato assoluto serva invece consapevolezza piena, conoscenza sostanziosa e una perizia immensa. Come un grande romanziere, l’autore deve saper dominare la materia, viverne la gestazione, cogliendo le differenti dinamiche che ogni annata porta con sé, plasmandone i colori sotterranei, offrendo così uno spazio di emersione a tutte le infinite particolarità della vendemmia.

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Ho la fortuna di poter assaggiare frequentemente grandi rossi italiani degli anni ’80 e ’90, frutto di lavori e viaggi di decenni or sono. E sono verifiche che fanno pensare, perché i vini di quegli anni avevano tutta un’altra configurazione, un differente aspetto fisico, morfologico, frutto di una situazione climatica completamente diversa. Di certo rossi non opulenti, ma tesi e nervosi, snelli e soprattutto in molti casi ancora oggi in grado di esprimere una freschezza di frutto sorprendente.

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Se mi è rimasta un’immagine non cancellabile nel viaggio tra le contrade dell’Etna è stata in quella continua sequenza di vecchissime piante di Nerello, che salivano via via fino ai 1000 metri, quel brulichio di tronchi bassi e sinuosi, massicci e nodosi che si sollevavano verso lo spazio su strati di colate laviche millenarie e ne avevano man mano disfatto e sbriciolato le pietre, dissodato le masse, in un’immane fatica.

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Ho letto una frase che mi ha molto colpito giorni fa e che si può tranquillamente estendere al mondo del vino. Qualcosa che potremmo tradurre come “Il produttore è figlio del suo tempo, ma guai se ne è anche il discepolo o il suo favorito”.

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Italo Calvino scriveva che il grande romanzo sulla Resistenza era venuto fuori, quando nessuno più se l’aspettava, vent’anni dopo i fatti accaduti e con una storia del tutto controcorrente, assolutamente lontana dalla routine di retorica che l’aveva preceduta, per opera inoltre del più solitario degli scrittori del tempo.

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Solo per il paesaggio, dal filo azzurro del Lago di Caldaro a quell’abbacinante sollevarsi dei verdi ritmati delle vigne, fino al colore dei boschi e alle alture aguzze delle rocce, ci sarebbe da distribuire un Nobel perenne alla bellezza del luogo e alla infinita pace interiore che se ne ricava. Perché quello che vediamo, è lavoro dei suoi abitanti e l’ingegno meticoloso, plurisecolare, che si è consolidato, resistendo a tutto.

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