Il Contrappunto

Se mi è rimasta un’immagine non cancellabile nel viaggio tra le contrade dell’Etna è stata in quella continua sequenza di vecchissime piante di Nerello, che salivano via via fino ai 1000 metri, quel brulichio di tronchi bassi e sinuosi, massicci e nodosi che si sollevavano verso lo spazio su strati di colate laviche millenarie e ne avevano man mano disfatto e sbriciolato le pietre, dissodato le masse, in un’immane fatica.

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Ho letto una frase che mi ha molto colpito giorni fa e che si può tranquillamente estendere al mondo del vino. Qualcosa che potremmo tradurre come “Il produttore è figlio del suo tempo, ma guai se ne è anche il discepolo o il suo favorito”.

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Italo Calvino scriveva che il grande romanzo sulla Resistenza era venuto fuori, quando nessuno più se l’aspettava, vent’anni dopo i fatti accaduti e con una storia del tutto controcorrente, assolutamente lontana dalla routine di retorica che l’aveva preceduta, per opera inoltre del più solitario degli scrittori del tempo.

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Solo per il paesaggio, dal filo azzurro del Lago di Caldaro a quell’abbacinante sollevarsi dei verdi ritmati delle vigne, fino al colore dei boschi e alle alture aguzze delle rocce, ci sarebbe da distribuire un Nobel perenne alla bellezza del luogo e alla infinita pace interiore che se ne ricava. Perché quello che vediamo, è lavoro dei suoi abitanti e l’ingegno meticoloso, plurisecolare, che si è consolidato, resistendo a tutto.

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È qualcosa che probabilmente riguarda la storia del nostro paese da millenni, dal pater familias con i suoi clientes, al sistema feudale che si è polverizzato, replicandosi in infinite molecole davvero fino ad oggi. Il nostro è un sistema semicomunicante di ferrei centri di potere, immarcescibili e onnivori, grandi e minuscoli, dichiarati e nascosti, che si perpetuano, imbrigliando il nostro futuro da sempre. O ne entri a far parte o sei zero.

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