lucianodilello

Ho incontrato per la prima volta Piero Palmucci nell’estate del ’92, casualmente.
Ero andato in visita al Poggione e camminavo in quel momento con Pierluigi Talenti nella piazzetta di Sant’Angelo in Colle. Lui mi indicò da lontano un signore alto, asciutto, che saliva con passo energico e che mi sembrò in quell’attimo uno straniero, non so, un americano, un nordeuropeo.

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Possono esserci luoghi e territori dove gli esiti vendemmiali restano sempre abbastanza costanti negli anni. Ma a Trinoro, l’altitudine, il microclima fresco, la necessità di attendere una fase assai avanzata della stagione, portano ogni volta a risultati non raffrontabili con il resto della Toscana.

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Non posso dire di conoscere personalmente Lodovico Antinori. Ricordo solo una nostra conversazione telefonica abbastanza lunga, quando ancora possedeva l’Ornellaia. In compenso ho assaggiato moltissime volte i suoi vini, ricavandone impressioni di curiosità e suggestione forte, sempre.

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Ho iniziato a seguire il Redigaffi in modo continuativo dalla vendemmia 2005. Mi intrigava il tema del Merlot, che in poche, rare etichette riesce a sublimarsi al punto da entrare in una nuova sfera, con tutt’altra profondità, e a perdere così i suoi limiti, quei toni piacioni, ma anche semplici, quel sorrisone stampato e aperto che può sconfinare in un’immediatezza banale.

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Nei vini amo quello che c’è di estremo, di intentato, lo scatto, l’onda d’urto che, già all’assaggio, al primo colpo di aromi, crea immediatamente nuovi spazi e apre le porte all’immaginazione. Quei vini che in qualche misura riescono ad andare oltre noi stessi e ci sorprendono, ci stupiscono.

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