Petrolo

Galatrona 2011  93

Galatrona 2006  93

Bòggina 2011 92

BògginAnfora 2011  89-90

Il Galatrona è uno di quei vini del cuore che ho visto nascere e crescere sin dalla lontana vendemmia ’94, uno di quei Merlot in cui tutto quanto si ritiene del vitigno appare clamorosamente sciocco e sbagliato. Nel Galatrona quelli che scolasticamente vengono dichiarati limiti del vitigno scompaiono, tanto il vino appare sconfinato, sontuoso, impareggiabile. E a volte penso che il problema del Merlot sia in una coltivazione davvero troppo estesa in Italia. Quello che sciupa e crea equivoci sul vitigno è la sua forte adattabilità, la generosità di produzione che lo porta ad essere tentato ovunque, con vini coloratissimi, alcolici e spesso banali. Mentre dovrebbe essere piantato con la severità del Pinot Nero, solo nelle sue aree ad altissima vocazione. E allora staremmo a parlare di tutt’altro.

Tornando comunque al Galatrona l’ho assaggiato davvero numerosevolte e credo sia entrato in un’area di assoluto con il 2001. La bottiglia di 2003, che ho aperto un paio di anni fa (solo per l’idea che quella fantomatica estate caldissima potesse aver dato vita ad un Galatrona più molle e maturo, dunque da bere), mi lasciò completamente di stucco per quanto il vino era invece meravigliosamente serrato e dinamico, perfetto e sferico, lasciando poi aleggiare su tutto il suo amplissimo ventaglio olfattivo quel senso di sorriso e di intesa che c’è sempre, anche nel più severo dei Merlot.

Ma a questo punto riavvolgiamo il nastro, perché occorre situare il Galatrona nel suo habitat (la meraviglia dell’universo-vino è sempre data dalla sensibilità della vite verso il terreno, l’ambiente, il microclima). Qui siamo dunque nell’interno della Toscana, in una zona più fresca rispetto alla costa, attorniata dal bosco, a buona altitudine, con clima più continentale e freddo, con neve d’inverno. Inevitabile così che i vini che nascono a Petrolo siano dunque più rigorosi, con un guizzo di austerità maggiore e, come sempre quando le uve hanno maturato più lentamente e nel fresco, con una propensione a crescere lentamente, ma progressivamente e assai a lungo nel tempo.

La vendemmia 2011 ci ha dato poi un Galatrona fantastico, ammantato di porpora al colore tanto è impenetrabile. Ed un naso mastodontico, deliziosamente perentorio, che incuriosisce e seduce per questo suo rompere completamente gli schemi, volando verso una propria libertà di composizione, una sua completa originalità di trama. Quello che appare subito, armoniosamente composto, è il suo impianto forte, solido, la sua intelaiatura sicuramente virile, piena di forza tannica, controllo, energia. Ma da tutto questo insieme e dalla sua energia serrata tracima e trabocca poi una tale crema di frutti preziosi e rotondi di bosco, una tale deliziosità di aromi da assurgere ad una felicità superiore, da guadagnare un sorriso apollineo, sereno, classicheggiante.

La bocca poi dà ancora più emozione per tutto quanto esprime in dolcezza e classe, in aromi deliziosi di pura polpa di frutti neri di bosco approfonditi da un goudron inchiostrato e raggiante, infinitamente masticabile e nobilissimo. E’ un vino in cui si combinano, perfettamente armonizzati, gli estremi di un solido rigore architettonico con una gioiosità espressiva fortissima.

A questo vorrei aggiungere l’assaggio effettuato nei mesi scorsi del Galatrona 2006, una cena che non voleva libretti di appunti da portare dietro, ma che resta nella memoria con la conferma di un rosso immenso, con una quadratura ed una sintesi del gusto, una precisione ed un ordine, un’infinita scansione di sapori profondi e dolci.

Azienda Petrolo Mercatale Val D'arno -Arezzo 0559911322 Luca SanjustMa ovviamente Petrolo è anche Sangiovese, capitolo che affronteremo via via dentro I Migliori Vini della Nostra Vita, ricordando come Giulio Gambelli sia stato per molti anni uno dei principali collaboratori di Lucia e Luca Sanjust dando il via, oltre che al Galatrona, anche a quel Torrione con la vendemmia 1988, che nasceva appunto dalla vecchia vigna a Sangiovese di Bòggina. E, scusate se mi permetto una digressione personale, ma eravamo alla fine del 2011, quando, rovistando nella mia cantina ho trovato casualmente una impolverata bottiglia di Torrione 1990. L’ho così lasciata ritta vicino la porta, che depositasse gli eventuali sedimenti. Era un vino che non sentivo da molti anni ed era il frutto di una grande vendemmia. Ero curioso di aprirlo.

La notizia della morte di Giulio Gambelli mi arrivò poi un paio di settimane dopo, nei primi di gennaio, da Piero Palmucci. L’ho già detto, Gambelli era una persona soave e controcorrente, a suo tempo molto meno considerata ed ascoltata di quanto non si dica oggi. E quel Torrione ’90 l’ho poi bevuto, non subito, ma qualche sera dopo, pensando a lui, se poteva ancora osservarci dai suoi Campi Elisi. Mentre il vino era magnifico, generoso, antico, amico, struggente, senza alcuna traccia di ossidazione, nonostante gli anni, e sembrava anzi crescere in polpe e frutti nel bicchiere, continuando a dare sostanze, essenze, aromi.

Venendo al Bòggina 2011, nasce appunto da questa vigna impiantata a Sangiovese nel 1952, che è stata via via reimpiantata a maggiori fittezze, così come crescevano le fallanze, parcella dopo parcella, con i suoi stessi, antichi cloni di Sangiovese.

La vendemmia 2011, oltre che di grande levatura, è assai interessante perché questa selezione di Sangiovese è stata elevata per circa 15 mesi in una botte di rovere francese 45 ettolitri. Ma un altro piccolo quantitativo è stato contemporaneamente vinificato in 2 anfore di terracotta da 300 litri. Dalla medesima selezione di partenza abbiamo così oggi 2 etichette il Bòggina ed il Bògginanfora, che hanno avuto diversi percorsi di cantina. Assaggio comparato dunque quanto mai intrigante e suggestivo per chi ama il Sangiovese, con i due calici posti uno accanto all’altro a segnare come lo stesso vino possa prendere poi due differenti percorsi gusto-olfattivi.

Appariva subito come il Bòggina fosse più profondo al colore, a conferma di come nel legno il colore si fissi e mantenga nel tempo la sua tonalità più scura. L’Anfora (lo chiamerò così per comodità) presentava un naso crudo e pulito, nitido, varietale e smagliante, pure con dei lampi inchiostrati. Ecco, per chi vuole sentire e capire i profumi varietali di un grande Sangiovese, questa era la bottiglia giusta. La bocca poi era succosa, piena di frutto, con tannini nobili e gustosissimi, assai minerale e con quel timbro borgognotto che possiede a volte il Sangiovese da vigne alte. Tutto l’insieme però aveva, a mio avviso, un limite, che era nella sensazione di semplicità un po’ grezza che il vino in fondo lasciava, come qualcosa di antico ed essenziale, ma anche statico.

Mi sono interrogato molto su questo, se non ci sia una sovrastruttura culturale in questo giudizio. E sono convinto di sì, che questo ci sia ovviamente, ma di per sé non mi appare poi come un fatto negativo. Al di là del singolo e particolare gusto che ognuno di noi possiede, un consumatore e un appassionato di vino è anche il frutto di un’evoluzione culturale nel vino che in Italia c’è stata e molto ricca, tumultuosa. Personalmente sono il risultato di decine di migliaia di assaggi in questi 30 anni, che considero un arricchimento, un cammino continuo. Perché credo che ognuno di noi, consumatore o produttore, sia diventato lungo questo percorso sempre più esigente e più consapevole. Un vino che abbiamo ammirato 15 anni fa, se poi esattamente replicato per ogni vendemmia successiva in modo pedante e scolastico, oggi ci susciterebbe assai meno entusiasmo. Perché un grande vino assaggiato è qualcosa che incameriamo con le sue emozioni, che appunto assorbiamo. E proprio per questo poi vogliamo andare oltre, chiediamo ancora di più. E’ nella natura umana e delle cose. E ritengo che il bravo produttore di vino sia condannato a non avere pace, a tentare in ogni anno e vendemmia qualcosa di più, qualcosa di meglio e di nuovo, per andare oltre e provare a fare un vino ancora più buono.

Torno così al Bòggina 2011, che nel bicchiere è poi andato sempre più crescendo e complessizzandosi. Diciamo che i profumi varietali del Sangiovese qui erano certamente intrisi di aromi e vaniglie del legno, ma il quadro olfattivo era molto più ricco e vasto, si delineava e si articolava con più eleganza e classe, più profondità e variazioni. Sono così dell’avviso che nel suo tempo di legno il vino sia cresciuto, si sia evoluto, abbia studiato, percorrendo un percorso estetico di grande levatura che lo ha reso più grande, complesso, articolato.

Davanti insomma avevo due vini completamente diversi, con le differenze compositive che possono esserci tra un quadro di un primitivo come Rousseau ed un’opera di Manet. Inutile dire a questo punto che, a mio avviso, il Bòggina fosse superiore. Di fatto mi attraeva ed incuriosiva di più, apriva portali di raffinatezza sulla sua dilatazione di frutto che si arricchiva di nocciolato e di mineralità, rimanendo freschissimo e cremoso, lasciando intravedere i suoi strati in divenire ed in crescita. Per quello che è stato uno dei più grandi assaggi di Sangiovese.

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